OMNIA SUNT COMMUNIA
La crisi globale non farà sconti agli USA
Settembre nero *di Giorgio GatteiAvevo finito le pagine precedenti a maggio 2008, convinto che la crisi finanziaria si sarebbe approfondita fino ad intaccare l’economia “reale” (il sistema delle imprese). Ma le Grandi Crisi non si manifestano mai con un botto e via (come i terremoti), procedono con movimenti lentissimi e progressivi alla maniera di quei fenomeni di bradisismo che poi alla fine hai Venezia sott’acqua. E’ questo carattere che inganna: al primo segnale di sosta tutti si sbracciano a dire che «ne siamo già fuori» e tu fai la figura del menagramo che si augura sfasci che non ci sono più.
Non ero convinto. E così quando Henry Paulson, segretario USA al Tesoro, proclama al mondo che «il peggio è alle spalle; sono ancora possibili sorprese ma non ci sono dubbi che le cose vanno meglio» (26 maggio), mi sono messo a ritagliare i giornali. Dopo il fortunoso salvataggio di Bear Stearns, quale la prossima bancarotta? “Terremoto Morgan Stanley” (22 marzo); “Si aggrava la crisi Merrill Lynch” (18 aprile); “Scossone a Deutsche Bank” (30 aprile); “Affondano AIG e Citigroup” (10 maggio); “Lehman perde 2,8 miliardi” (10 giugno); “Fallimento IndyMac” (13 luglio); “UBS crolla in borsa” (26 luglio); “Merrill: mega-svalutazione” (30.7); “Freddie Mac al tappeto” (7 agosto); “Crolla Fannie Mae” (9 agosto); “Columbian getta la spugna” (25 agosto); “Merrill brucia gli utili” (30 agosto) - e non ho ritagliato tutto.
Ritorno dalle vacanze e, come dissero a Chernobyl, «si fonde il nocciolo». Freddie Mac e Fannie Mae sono due benemerite istituzioni finanziarie private, ereditate dal New Deal, che hanno erogato mutui immobiliari alle famiglie per 5.200 mld di $. Ora succede che le famiglie non arrivano più a pagare le rate. Saranno i bassi salari, la disoccupazione in aumento, l’inflazione in crescita, gli alti tassi d’interesse – ma quelle non ce la fanno più ad onorare il debito. Però Freddie Mac e Fannie Mae hanno emesso proprie obbligazioni per fornirsi di liquidità e queste obbligazioni (sicure perché garantite dalle case) sono finite un po’ dappertutto, in altre banche e fondi comuni, perfino nelle casse di banche centrali. Ma senza le rate come possono fare Freddie Mac e Fannie Mae a pagare le proprie obbligazioni in scadenza? Non le pagano e dovrebbero fallire. E’ il mercato, bellezza! - direbbero i liberisti di stretta osservanza. Però ne sarebbero travolti i mille sottoscrittori e proprio mentre si approssimano le elezioni presidenziali. Non si può proprio. E così, a dispetto del mercato «da lasciare a se stesso», si corre al salvataggio. Paulson (sempre lui) annuncia che Freddie Mac e Fannie Mae passano sotto il controllo del governo che ne assume i debiti impegnandosi per 100/300 mld di $ (8 settembre). I liberisti mugugnano, ma non c’è da temere: è solo una misura una tantum, l’eccezione che conferma la regola della non ingerenza dello Stato nel mercato (e così «Osama e McCain: bene così»).
Passano pochi giorni ed è Lehman Brothers a vedersi il titolo precipitare in borsa del 40% (10 settembre). Questa volta non si annunciano salvataggi pubblici; si cerca una “cordata privata” ma gli interpellati (tra cui la coreana Kdb, China Investment e l’inglese Barclays) si defilano. Si chiede a Bank of America, è impegnata a salvare Merrill Lynch. Risultato: Lehman Brothers porta i libri in tribunale (16 settembre). E’ fallimento e peggio per il Fondo pensione integrativo Cometa (dei metalmeccanici) che si trova in pancia 3,5 milioni di euro di titoli Lehman.
Passa un giorno e la nuova vittima sacrificale è American International Group, la più grande compagnia d’assicurazione del mondo, per cui non si temevano rischi di fuga dei clienti perché (si diceva) «è molto più difficile riscattare una polizza che chiudere un conto corrente» (“La Repubblica”, 13 settembre). Invece tutti vendono e McCain virilmente annuncia: «Lasciamo che fallisca, un salvataggio pubblico sarebbe un azzardo morale» (17 settembre). Ma non si può e il perché me lo spiega Luigi Spaventa (L’enigma americano, “La Repubblica”, 18.9.2008): AIG aveva sviluppato una divisione «gagliardamente impegnata in tutte le magie della nuova finanza», soprattutto in 440 mld di $ di credit default swaps con cui i sottoscrittori si assicuravano da insolvenze delle obbligazioni da loro possedute (io ti pago lo swap, ma se le mie obbligazioni non vengono pagate, me le rimborsi tu). Se fallisse AIG, «vanificando il riparo dall’insolvenza» si metterebbero in gioco non soltanto i CDS, ma si vedrebbero «liquefare i valori degli strumenti protetti nel portafoglio delle istituzioni finanziarie» che olvenza non avrebbero più paracadute. Se finisse così, gli investitori potrebbero liquidare in fretta tutti quegli “strumenti”, precipitando la crisi di borsa. Non potendo lasciar fare così al mercato, anche AIG viene salvata dal governo con l’acquisizione dell’80% del capitale in cambio di un «prestito» (ma vorrà dire acquisto!) di 85 mld di $ (18 settembre). E’ la seconda eccezione che questa volta sconferma la regola. E infatti...
Mentre si attende un’altra vittima (Goldman Sachs o Morgan Stanley?) il 20 settembre 2008 Bush «il piccolo» annuncia a sorpresa «una svolta nella storia dell’economia americana» che di fatto sancisce la fine della pratica (e dell’’ideologia) liberista. Il governo americano costituisce un «veicolo federale» (leggi: ente pubblico!) che s’impegna ad acquistare da banche e assicurazioni tutti i titoli invendibili sul mercato, in particolare tutti quelli legati ai mutui sub-prime, al 65% del loro prezzo nominale. E’ roba da crisi del ’29 con lui lo Stato si propone come aspirapolvere di spazzatura, liberando la finanza dei suoi guai semplicemente perché se li accolla lui. Paulson (sempre lui) spiega che tutto questo implicherà «un uso significativo di risorse del contribuente» stimabile attorno ai 700/1000 mld di $. Insomma: pagherete caro, pagherete tutto! E forse non sarà abbastanza perché la ricaduta della crisi finanziaria sul sistema delle imprese potrebbe (dovrà) costringere a salvare anche queste. Trasecolo, e mi sovviene un ricordo di Enrico Cuccia, mitico patron di Mediobanca, che appena assunto all’IRI (l’ente di salvataggio costituito negli anni ‘30 da Mussolini) vedeva affollarsi la sala d’aspetto dell’Istituto d’imprenditori che presentavano senza vergogna le ferite dei propri bilanci pur di ricevere soccorso dalla mano salvifica dello Stato. Adesso negli Stati Uniti mi sembra che prenda a girare un po’ così, almeno finché il bilancio federale terrà. Ma poi? Restano solo i fondi sovrani stranieri, «seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico».
* questo articolo è il capitolo conclusivo delle pagine centrali dell'ultimo numero di Contropiano dedicate alla "Grande crisi dei mutui spazzatura" curate da Giorgio Gattei, docente dell'università di Bologna e collaboratore storico di Contropiano
ARDITI NON GENDARMI




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