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    anarchico
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    Thumbs up Volete avere un’idea di cos’è il socialismo?

    http://www.carc.it/CARC/resistenza/r...ese/re_5.htm#2





    organo del partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo





    Abbiamo un mondo da conquistare!

    Campagna di propaganda del socialismo

    settembre 2008 - gennaio 2009



    La borghesia di destra e di sinistra, con le sue TV, i suoi giornali e ogni altro mezzo a disposizione, ripete che non può esserci una società diversa da quella capitalista. Dicono che dobbiamo rassegnarci alla precarietà, allo sfruttamento, alla guerra e alla barbarie perché “purtroppo” il mondo va così e non c’è nulla da fare. Le cose non stanno in questo modo, anzi: un mondo diverso è possibile e necessario e si chiama socialismo. Invitiamo quanti non vogliono rassegnarsi a questa società e a questo sistema a partecipare, collaborare, sostenere questa campagna del Partito dei CARC. Ci tengono nel ricatto, nella precarietà e sempre più ci portano alla miseria, ma il mondo ci appartiene, riprendiamocelo: facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!





    Contro l’economicismo, fare di ogni lotta una scuola di comunismo!



    Sono numerose le situazioni in cui la resistenza agli effetti delle crisi e al programma di saccheggio portato avanti dalla banda Berlusconi diventa resistenza collettiva, mobilitazione, lotta, protesta: sicuramente molti di più di quelli a cui in questo numero di Resistenza dedichiamo ampio spazio. Nel mese di ottobre ci saranno due manifestazioni nazionali e uno sciopero generale indetto dai sindacati di base (Confederazione Cobas, Cub e SdL), ma ovunque è un pullulare di iniziative di lotta. Alla stragrande maggioranza di esse partecipano come promotori, organizzatori e sostenitori lavoratori, studenti, casalinghe, disoccupati comunisti o che comunque sono per il comunismo (“hanno la bandiera rossa nel cuore”), vi partecipano singolarmente o come membri di partiti e organizzazioni comunisti, di organismi sindacali, di associazioni culturali, di comitati di lotta, ecc.; vari di loro si sono allontanati dai partiti della sinistra borghese (PRC e PdCI) o ne fanno ancora parte, ma sono critici rispetto alla linea seguita anche dopo il tracollo elettorale, non sono convinti degli orientamenti e delle proposte usciti dai congressi di quest’estate. Il problema che tutti quanti si pongono è non solo come fare per vincere le singole lotte, ma anche cosa fare perché quelle lotte servano per mandare via Berlusconi e la sua banda, per fermare la destra fascista, razzista e clericale, per mettere fine all’inferno in cui la borghesia sta cacciando le masse nel nostro paese e nel mondo, per invertire il corso delle cose e instaurare il socialismo (anche se qualcuno non lo chiama per nome, ma “altro mondo possibile”). In sostanza: come legare le lotte rivendicative (quelle per i propri interessi immediati, per difendere diritti e conquiste dalla rapina del singolo padrone o del loro governo o del loro Stato, per strappare qualche miglioramento delle proprie condizioni al singolo padrone o al loro governo) con la lotta politica (rivoluzionaria, cioè non per indurre il governo e le autorità borghesi a fare leggi favorevoli, o almeno non troppo sfavorevoli ai lavoratori, a stanziare soldi per cose che servono ai lavoratori e alle masse, ecc., ma per togliere alla borghesia la direzione della società e prenderla nelle mani dei lavoratori, per il “potere operaio”).

    Uno dei principali limiti che noi comunisti dobbiamo imparare a riconoscere e a superare è l’economicismo: la concezione secondo cui arriveremo al socialismo facendo delle lotte rivendicative sempre più vaste, decise, unite tra loro, politicizzando le lotte rivendicative, trasformando la lotta rivendicativa in lotta politica. Secondo gli economicisti il compito principale dei comunisti sarebbe quello di promuovere lotte rivendicative, di diventare dei dirigenti delle lotte rivendicative perché così poi i lavoratori li seguiranno anche nella lotta politica. E quindi ai lavoratori parlano solo di lotte rivendicative, mischiano lotte rivendicative e lotta politica, confondono sindacato e partito, propongono programmi generali fatti solo di rivendicazioni economiche. In questo modo rinunciano a indicare l’unica realistica via d’uscita positiva per le masse dal marasma attuale: la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, rinunciano a raccogliere forze e organizzare intorno a questo obiettivo che è il solo che può unire e mobilitare le masse perché indica la via da seguire, non per ottenere questo o quello dalla borghesia, ma per la loro riscossa, per la loro emancipazione. In definitiva così, contrariamente alle loro intenzioni, indeboliscono anziché rafforzare le lotte rivendicative stesse. Facciamo un esempio. La Rete 28 Aprile, corrente di sinistra della CGIL, di cui fanno parte molti sindacalisti comunisti, ha pubblicato un documento sulla crisi finanziaria intitolato “La truffa dei prodotti derivati e le connivenze dei governi”. In esso indica le pesanti ricadute che la crisi ha e avrà sulle masse popolari, americane e del resto del mondo vista l’interconnessione di tutte le economie del mondo, denuncia che l’economia è dominata dalla finanza, spiega che la crisi finanziaria è una questione principalmente politica. E giustamente tira la conclusione: “i lavoratori e le lavoratrici debbono separare il proprio destino da quello degli attuali padroni del mondo”. Però, chiediamo ai compagni della Rete 28 Aprile, i lavoratori potranno separare il proprio destino dagli attuali padroni del mondo attraverso la lotta per “contrastare a livello globale l’azione nefasta delle banche centrali e dei governi liberisti che ci hanno portato a questa drammatica situazione”, cioè lottando per non perdere tutto, come sostenete nel vostro documento? Oppure lottando per prendere tutto, cioè per abbattere lo Stato borghese e fare dell’Italia un nuovo paese socialista? I nostri partigiani hanno vinto, hanno cacciato i fascisti e nazisti dal nostro paese, non perché lottavano per contrastare l’azione nefasta dei fascisti, ma per “fare come in Russia”!

    La linea che noi comunisti dobbiamo imparare a seguire in ogni lotta rivendicativa è quella di “fare di ogni lotta una scuola di comunismo”. Cosa vuol dire? “Ogni lotta concreta riguarda un problema particolare, è uno scontro su un aspetto particolare dell’ordinamento sociale e ha come promotori e protagonisti un determinato gruppo sociale. Ogni lotta concreta è quindi unilaterale. Essa è comunque già di per se stessa una scuola di comunismo per chi vi partecipa. Insegna a organizzarsi, a stabilire e rafforzare relazioni, a individuare i nemici, a lottare, a scoprire e arricchire i mezzi e le forme di lotta, alimenta la coscienza e la conoscenza. Educa in massa i lavoratori a condurre una lotta comune, e, a questo fine, a organizzarsi. Essa è tanto più efficace e in senso tanto più elevato diventa scuola di comunismo, quanto più è condotta con metodi e criteri non unilaterali, non corporativi; quanto più unisce i protagonisti diretti agli altri lavoratori e li porta a comprendere il sostegno che il loro diretto sfruttatore riceve dalla sua classe, dallo Stato, dal clero e dalle altre istituzioni sociali; quanto più porta i protagonisti diretti a comprendere le condizioni sociali della loro condizione particolare e a unirsi agli altri lavoratori per instaurare un nuovo e superiore ordinamento sociale; quanto più educa e seleziona gli individui più generosi ed energici e li avvia a diventare comunisti. L’azione dei comunisti potenzia questo carattere, fa e deve fare di ogni lotta una scuola di comunismo di livello e di efficacia superiori. Scuola di comunismo non vuol dire solo, e a volte non vuole dire del tutto, reclutamento al Partito, condivisione del programma e della concezione dei comunisti, simpatia per i comunisti. Questi sono risultati che maturano in tempi e in modi diversi a secondo delle classi, degli ambienti e degli individui. Scuola di comunismo vuol dire anzitutto:



    1. portare un orientamento giusto sulla lotta in corso e su ogni aspetto della vita sociale e individuale che la lotta fa emergere;

    2. in ogni scontro mobilitare la sinistra perché unisca il centro e isoli la destra;

    3. trattare, imparare e insegnare a trattare le contraddizioni in seno al popolo in modo da unire le masse e mobilitarle contro la borghesia imperialista;

    4. favorire i legami della lotta in corso con le altre lotte;

    5. allargare e mobilitare la solidarietà oltre la cerchia dei protagonisti diretti della lotta in corso;

    6. sfruttare ogni appiglio e aspetto che la lotta presenta per favorire l’elevamento della coscienza di classe;

    7. mobilitare tutti i fattori favorevoli e neutralizzare quelli sfavorevoli alla vittoria della lotta in corso;

    8. favorire la massima partecipazione possibile a ogni livello di ideazione, progettazione, direzione e bilancio;

    9. individuare gli elementi più avanzati e spingerli in avanti;

    10. favorire la crescita di ogni elemento avanzato al livello massimo che ognuno può raggiungere;

    11. far emergere il legame tra le varie lotte e i vari aspetti della lotta;

    12. insegnare il materialismo dialettico nell’azione;

    13. insegnare a diventare comunisti; ecc.

    In ogni organizzazione di massa già esistente si tratta di migliorare il suo orientamento, rafforzare l’autonomia dalla borghesia del suo orientamento e dei suoi obiettivi, mettere a tacere ed emarginare i dirigenti corrotti e succubi della borghesia, rafforzare l’autonomia degli altri dalla borghesia (dal Manifesto Programma del (n)PCI, pag. 262-263, Ed. Rapporti Sociali-marzo 2008).







    Volete avere un’idea di cos’è il socialismo?



    Alla festa di Resistenza organizzata dalla federazione Piemonte-Lombardia il 6 e 7 di settembre abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più grande) alcune domande sulla Moldavia prima dell’avvento della “democrazia” e della separazione dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di restaurazione graduale del capitalismo, si stava dissolvendo e stava per entrare nella fase della restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta dagli Eltsin e dai Putin. Dai loro ricordi, però, emerge bene quanto, nonostante l’opera dei revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e l’intero sistema economico, politico e sociale erano ancora fortemente influenzate dalle conquiste della fase di costruzione del socialismo.



    Come era organizzata la vita sociale? Ogni individuo contribuiva alla collettività principalmente svolgendo i suoi compiti con dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano e facevano attività ricreative e civiche, i lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni individuo viveva a stretto contatto del suo collettivo di riferimento e questo creava un tessuto sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e povertà, le differenze di salario erano basate solo sulla specializzazione professionale e sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva farlo.



    In che senso? Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva denunciato e condotto più volte al lavoro da parte della polizia. Poteva comunque non lavorare per un massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro non percepiva uno stipendio mensile ma, quando usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad una paga inferiore rispetto agli operai.

    Quindi non esistevano le basi per il furto, non c’era droga e non esisteva la prostituzione.



    Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo. La precarietà del lavoro, l’instabilità, l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla creazione e gestione delle scuole professionali. Ogni studente della scuola professionale era un potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi turistici gestitI da altre aziende), trasporti (ogni azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo studente/lavoratore nei casi in cui era necessario spostarsi).

    Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla scuola professionale e arrivava fino all’età della pensione.



    Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro? Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a 18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi che derivano dalle polveri) era distribuito gratis più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il resto del mondo non esisteva. Il minatore era considerato un lavoro usurante, quindi un anno da minatore era considerato come tre anni di lavori non usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei potuto andare in pensione.



    Com’erano gli stipendi? Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico).

    Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in più rispetto a ciò che già era un diritto riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e altri “vizi”.

    I beni di consumo in commercio erano venduti al mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di cereali) non venivano messi in commercio, ma razionati proporzionalmente al numero dei componenti di ogni nucleo famigliare.



    Com’era la sanità? Era completamente gratuita sia per le visite generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che richiedevano particolari trattamenti o che si acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato al mare o alle terme, in montagna o in campagna per un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni sindacali.



    E i trasporti? Per andare al lavoro la fabbrica metteva a disposizione dei pulmini che andavano a prendere a casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente (chi voleva dava una mancia all’autista). Per i mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto, il cui costo era comunque molto basso. Le macchine private erano poche ma non per penuria di mezzi ma perché non erano necessarie. Quelle che esistevano erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne aveva bisogno faceva domanda alle autorità competenti e poteva prendere una macchina, per poi consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla gestione della distribuzione delle macchine esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o conoscenti nella lista di prenotazione della macchina, ma questo era il peggio che poteva accadere.

    C’era libertà di culto? In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa, seguire il culto che voleva e celebrare le feste religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della gente che, in generale, non festeggiava né Natale né Pasqua. Le feste erano politiche, civili o patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15 aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense servivano il menù di festa e venivano organizzate specifiche attività: gite, parate, gare sportive, manifestazioni culturali, ecc.



    Com’era organizzata la scuola? Ognuno aveva la possibilità di scegliere e determinare il proprio percorso di studi perchè tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni) iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi voleva continuare a studiare poteva farlo liberamente, perchè l’università era gratuita, ma anche a chi intendeva specializzarsi erano assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis.

    In generale tutto il sistema funzionava sulla meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo e la crescita di un collettivo e non per fini carrieristici; 2. non esistevano le “borse di studio” con cui la borghesia rappresenta la sua meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il dovere di studiare a costo zero.

    C’erano organizzazioni giovanili? Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri (dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto ai contadini per il raccolto o agli anziani, campagne per la pulizia dell’ambiente), organizzavano le loro feste e promuovevano le proprie attività ricreative e culturali: ci sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la Gioventù comunista e per entrarvi era necessario superare un esame di storia (ci venivano chieste cose come la data di nascita di Lenin, quando era stata fondata l’URSS e altre cose del genere). L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una cosa importante, rappresentava il riconoscimento sociale del passaggio alla maturità. Il non farne parte equivaleva a un castigo. Pensate che per riprendere un ragazzo per un atteggiamento sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle questioni personali, ma al contrario sul ruolo che lui ricopriva nella società: “che razza di komsomolista sei?”.



    Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei primi paesi socialisti, dall’intervista emergono vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il fatto che la gente non era mobilitata ed educata a prendere sempre più nelle proprie mani la direzione della propria vita e della propria attività, ecc. Però lascia intravedere cosa sono stati i primi paesi socialisti quando la loro direzione di marcia era quella della costruzione del comunismo! E cosa potrà essere l’Italia quando diventerà un paese socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un livello superiore quello che è descritto in questa intervista. E’ questo il paese che i comunisti aspirano a costruire, che il nostro Partito contribuisce a costruire, che ogni lavoratore può contribuire a costruire.

  2. #2
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    Sei un militante dei Carc?

  3. #3
    anarchico
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Sei un militante dei Carc?
    Per carità .

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da oggettivista Visualizza Messaggio
    Per carità .
    ...mi stava colando una gocciolina di sudore sulla fronte...menomale che hai risposto così...

    Posso chiederti se condividi i pezzi che hai postato?

  5. #5
    anarchico
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    ...mi stava colando una gocciolina di sudore sulla fronte...menomale che hai risposto così...
    Posso sapere come avresti reagito se la mia risposta fosse stata affermativa ?.

    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Posso chiederti se condividi i pezzi che hai postato?

    Credo che l'articolo/testimonianza sul sistema di vita nell'URSS sia qualcosa di cui si debba prendere atto assieme all'ostalgia (nostalgia verso il passato socialista) che affligge molti cittadini dei Paesi ex-socialisti.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da oggettivista Visualizza Messaggio
    Posso sapere come avresti reagito se la mia risposta fosse stata affermativa ?.
    Mi sarei strappato i due capelli che mi rimangono...

    Credo che l'articolo/testimonianza sul sistema di vita nell'URSS sia qualcosa di cui si debba prendere atto assieme all'ostalgia (nostalgia verso il passato socialista) che affligge molti cittadini dei Paesi ex-socialisti.
    Me lo rileggo con calma domani. Grazie per la risposta.

  7. #7
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    Ottimo articolo quello postato da Oggettivista.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Prospero Visualizza Messaggio
    Ottimo articolo quello postato da Oggettivista.
    Ciao e benvenuto!

    Quando vuoi/puoi, se vuoi/puoi, apri una discussione per presentarti (un minimo), almeno dal punto di vista politico.

    Buona discussione!

  9. #9
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    Predefinito Il SIM non è fascista nè socialdemocratico....

    Grazie per il benvenuto...Sono un Comunista...Non trovate che leggendo questo documento ci si possano trovare delle anologie con quello che stà
    succedendo di questi tempi?

    Nel passaggio dalla pace armata alla guerra si fa sempre più diretto e generalizzato lo scontro rivoluzione-controrivoluzione, ma non si ha però, come alcuni sostengono, una trasformazione dello Stato democratico in Stato fascista. Ci troviamo invece sempre in presenza di uno Stato che, ristrutturandosi, ha subito delle modificazioni nel peso specifico dei suoi componenti fondamentali; prima gli strumenti pacifico-riformisti avevano il predominio sugli strumenti militari-repressivi, ora invece l'annientamento predomina e subordina a sé la funzione riformista.
    Fascismo e socialdemocrazia sono state forme politiche oscillanti che il potere della borghesia ha assunto nella fase del capitalismo monopolistico nazionale. Possiamo aggiungere ancora, semplificando al massimo, che fascismo e socialdemocrazia si sono, nella storia, reciprocamente esclusi. Nello stato imperialista invece la sostanza di queste forme politiche coesiste, dando luogo ad un "regime" originale che perciò non è fascista né socialdemocratico, ma rappresenta un superamento dialettico di entrambe.
    Alcuni definiscono la fase di transizione dalla pace armata alla guerra come processo di fascistizzazione e la forma politica dello Stato in questa fase come "nuovo fascismo".
    Queste due categorie, anche se colgono alcuni aspetti del fenomeno, non riescono però a scavare in profondità e introducono così notevoli elementi di confusione.
    Innanzitutto il fascismo non è un fenomeno metastorico (cioè al di fuori della storia), ma rappresenta la forma assunta dallo Stato borghese in una data fase di sviluppo delle forze produttive (capitalismo monopolistico a base nazionale) e come tale presenta specificità non riscontrabili nello Stato imperialista delle multinazionali.
    Dello Stato fascista, lo Stato imperialista recupera, perfezionandolo e mistificandolo, tutto l'apparato della controrivoluzione preventiva, scartandone però tutto il bagaglio angustamente nazionalistico (esasperata coscienza nazionale, autarchia).
    C'è inoltre un altro aspetto da tener presente: il fascismo ha dovuto conquistare dall'"esterno" il vecchio Stato liberale, rimodellandolo poi sul suo progetto strategico; ora invece la conquista degli apparati da parte del personale politico della borghesia imperialista procede esclusivamente per "linee interne". Lo Stato imperialista non è dunque fascista.
    Il concetto di fascistizzazione appare non solo riduttivo ma anche falsante nella misura in cui non ci consente di cogliere il nuovo carattere della "violenza concentrata" né il rapporto organico che essa stringe con le pratiche di integrazione riformista.
    Altri in questa fase di transizione credono di scorgere una tendenza alla trasformazione dello Stato in senso socialdemocratico e si chiedono se la socialdemocrazia rappresenti o meno la via d'uscita alla crisi imperialistica e, più precisamente, se il PCI si accinga o meno a fare il suo ingresso nell'area di potere. Questo quesito ne contiene in sé un altro, cioè se il PCI sia o meno un partito socialdemocratico.
    Tra socialdemocrazia e riformismo moderno le differenze sono numerose ed alcune di fondo. La socialdemocrazia è un fenomeno tipico di quelle fasi dello sviluppo capitalistico in cui le crisi seguono ancora un andamento ciclico: uscendo dai periodi di depressione, il capitalismo può, ricorrendo ad una politica riformista, "corrompere gli strati di aristocrazia operaia" che costituiscono i a base di massa della socialdemocrazia storica.
    In altre parole, la possibilità di una ripresa produttiva consente alla borghesia un margine di contrattazione reale con la "destra operaia": ciò provoca, tra gli altri effetti, l'integrazione dei gruppi dirigenti dei partiti riformisti all'interno del blocco sociale che detiene il potere. L'alleanza tra borghesia e riformismo è dunque di natura sociale, oltre che politica: i socialdemocratici e gli "operai professionali" si schierano a fianco del padrone perché con esso hanno interessi reali comuni (la ripresa dell'accumulazione e la ristrutturazione produttiva) e perché ambiscono a diventare essi stessi padroni con fondate possibilità di riuscire a divenirlo. Inoltre, le particolari caratteristiche dello Stato in questa fase della storia del capitalismo facilitano l'ingresso della socialdemocrazia in quel governo che è da sempre l'anticamera del potere: lo Stato ancora relativamente autonomo dall'economia, giustifica in qualche misura l'illusione che sia possibile la sua conquista ed il suo utilizzo da parte della classe operaia.
    Questi dati oggi non si danno più. La crisi del sistema imperialista non è prevedibile che sfoci in una ripresa dell'accumulazione, sia perché l'economia è entrata in una fase di stagnazione da cui si risolleverà solo con la guerra per una diversa ripartizione dei mercati, sia perché le politiche economiche adottate dagli stati tendono a restringere, anziché ad ampliare, la base produttiva. Mancano di conseguenza, tanto le basi strutturali (natura e andamento della crisi) quanto quelle soggettive (politiche dei governi e degli stati) per rendere possibile l'integrazione dei revisionisti in un blocco sociale che persegua una politica di tipo riformistico. O meglio: è ancora possibile che i revisionisti (il loro gruppo dirigente) siano temporaneamente ospitati all'interno del Governo, ma è escluso che esistano le condizioni per integrare strati di aristocrazia operaia o di ceti medi all'interno di un blocco di potere incaricato di gestire un tipo di sviluppo che non si può più dare, stante il carattere imperialistico e multinazionale del capitalismo della nostra epoca. Che cosa, infatti, possono concedere i capitalisti all'operaio professionale in cambio della sua collaborazione se non la cassa integrazione, licenziamenti, aumento dello sfruttamento e progressiva ma costante riduzione del potere d'acquisto dei salari? E comunque, al di là delle contropartite materiali, in quale ipotesi di sviluppo possono essere coinvolte, anche soltanto ideologicamente, quelle fasce di aristocrazie operaie che hanno ormai esaurito il loro potenziale progressista dal punto di vista del capitale?
    L'assenza delle condizioni strutturali per la formazione di un nuovo blocco sociale di potere non esclude tutte le caratteristiche di questo rapporto che, d'altra parte, dipendono dalla situazione di classe, oltre che dal livello delle forze produttive.
    Se a pagare il prezzo dell'ascesa al potere della socialdemocrazia storica furono prima di tutto i contadini, dal momento che la ripresa dell'accumulazione avveniva a scapito della campagna, oggi il rapporto preferenziale della borghesia imperialista con i revisionisti si fonda sull'individuazione del "proletariato emarginato" come variabile di cui è indispensabile detenere il controllo.
    In altre parole, l'operaio professionale "dovrebbe diventare, simultaneamente, un vero e proprio soldato della produzione e funzionare come poliziotto sia nei confronti dei compagni di lavoro, sia soprattutto nei confronti della massa dei proletari marginalizzati della grande metropoli".
    Per tutti questi motivi è inevitabile che la politica dei revisionisti perda progressivamente tutti i propri tratti riformistici per assumerne di apertamente repressivi: da progressiva, la funzione del PCI diventa così, di fatto ed indipendentemente dalla volontà dei suoi militanti, conservatrice, finalizzata com'è ad esercitare un rigido controllo sul mercato del lavoro e ad organizzare il consenso attorno ad un progetto di sviluppo economico e sociale che essendo per la natura dell'imperialismo, incapace di mobilitare e coinvolgere le masse (com'era riuscito a fare ad esempio il fascismo), costringerà sempre di più i revisionisti a ricorrere a strumenti coercitivi e ad imporre forzatamente il consenso, anziché a sollecitarlo e ad interpretarlo.
    Questo avverrà perché, se l'imperialismo è capitalismo in putrefazione non si dà ulteriore sviluppo delle forze produttive senza sconvolgimento dei rapporti di produzione corrispondenti, ciò significa che la necessità di mantenerli inalterati si dovrà scontrare con la volontà di modificarli e che i partiti riformisti di tradizione operaia, da strumenti per la pace sociale si trasformeranno in altrettanti strumenti per la guerra civile.
    In questo senso è possibile sostenere che i revisionisti sono al servizio dello Stato imperialista delle multinazionali e che la contraddizione con il revisionismo moderno, oltre ad essere antagonistica, va affrontata anche sul piano militare. Già oggi grazie alla mediazione dei revisionisti, la militarizzazione si estende dalla fabbrica al quartiere, ai rapporti interpersonali, alle famiglie, in una catena di rapporti sociali gerarchizzati e violenti, dominati dalle leggi di una società repressiva che l'imperialismo vorrebbe sempre più simile ad un lager di milioni di produttori.
    Va tenuto presente, inoltre che, una delle ragioni per cui l'alleanza con il revisionismo moderno è auspicabile per la borghesia, consiste nella possibilità di penetrare più agevolmente nei mercati dell'Est europeo.
    Oltre che dei progetti politici delle multinazionali nel loro complesso, il PCI è anche e soprattutto al servizio dello Stato imperialista in quanto imprenditore esso stesso: in questo caso il ruolo del PCI cessa di essere puramente subalterno, per divenire attivo, assumendo i caratteri riformistici di una ipotesi evoluzionistica e gradualistica di transizione al socialismo. La duplicità della funzione e della natura del PCI (da una parte, funzione poliziesca e natura conservatrice; dall'altra, funzione razionalizzatrice e natura riformistica) è probabile stia al fondo dei suoi successi elettorali e della stia "tenuta" in presenza di una lotta di classe che tocca i livelli sempre crescenti di maturità.
    Se nei confronti dei monopoli e delle multinazionali l'atteggiamento del PCI è indiretto e passa attraverso la mediazione dello Stato, nei confronti dello Stato considerato come capitalista esso stesso, il punto di vista dei revisionisti ha più di un fenomeno teorico e trova giustificazione nel rilievo particolare che ha assunto (già durante il fascismo) e seguita ad assumere l'intervento dello Stato nell'economia italiana.
    Alla base delle valutazioni del PCI sta "il recupero delle analisi di Engels e di Lenin sulla natura ambivalente del capitalismo di Stato, cioè è visto da un lato, come punto di massimo sviluppo del capitale e, dall'altro, come punto di sua massima contraddizione (sul quale incidere politicamente), in quanto espressione di una acutizzazione della contraddizione di fondo tra il carattere sempre più sociale della produzione capitalistica e il carattere privato dell'appropriazione del plusvalore". Da ciò, "una sorta di ottimismo sulla possibilità di 'uso' immediato degli strumenti di intervento statale e in particolare dell'impresa pubblica per fini diversi da quelli per cui sono nati".
    Muovendo da questi presupposti teorici che ignorano non soltanto i rapporti tra Stato e multinazionali (al punto che i revisionisti giungono a favoleggiare un'alleanza fra classe operaia ed impresa pubblica in funzione antimonopolistica) ma persino gli interessi diretti che lo Stato, in quanto imprenditore, ha nella sfera della produzione, è conseguente che riformismo e repressione divengano facce di una stessa medaglia e che il PCI si riveli uno strumento, più o meno decisivo o più o meno accessorio, di divisione della classe operaia, di controllo del mercato del lavoro, di organizzazione del consenso e di repressione dell'autonomia proletaria e della rivoluzione.
    All'interno del partito revisionista vive perciò anche una ambiguità tra due tendenze; una che potremmo definire impropriamente "ala sinistra della socialdemocrazia" la quale ha fatto proprio con l'accettazione della NATO anche il sistema di valori occidentali; l'altra che si ispira al "capitalismo di Stato" e che vede il "compromesso" come primo passo tattico in questa direzione. Ciò comporta che il legame tra il partito revisionista e il socialimperialismo sovietico viene a dipendere dalla posizione di maggior forza della seconda corrente rispetto, alla prima.
    A livello europeo l'ultrarevisionismo cerca di porsi come forza autonoma, forza egemonizzante rispetto ad un'area politica che vede accomunati cani e porci della sinistra della socialdemocrazia, passando per i "vari eurocomunismi", per arrivare alle false incitazioni leniniste tipo Portogallo. Esso si pone nei confronti dell'imperialismo come forza interna-esterna, per questo ispira diffidenza a Carter e ai suoi vassalli europei, i quali sarebbero pure tentati di usarlo, ambiziosamente, in funzione catalizzante del "dissenso" nei paesi dell'Est; ma per il momento resta comunque un'arma a doppio taglio.
    L'unica carta che l'ultrarevisionismo pareva avesse in mano, essere cioè garante della "pacificazione" dell'area meridionale dell'Europa, ha perso gran parte del suo valore in seguito allo sviluppo dei movimenti autonomisti di liberazione (ETA, IRA), alla crescita di forme di guerriglia metropolitana (RAF, NAPAP, BR) e alla crescita generalizzata dei movimenti autonomi di massa.
    L'unità dell'eurocomunismo (dall'agente della CIA, Carrillo al fratello scemo di De Gaulle, Marchais) è l'unità dell'opportunismo: è l'unità dei rinnegati del marxismo-leninismo, del tradimento delle aspirazioni di emancipazione della classe operaia.


    http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=299

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Prospero Visualizza Messaggio
    Grazie per il benvenuto...Sono un Comunista...Non trovate che leggendo questo documento ci si possano trovare delle anologie con quello che stà
    succedendo di questi tempi?

    Nel passaggio dalla pace armata alla guerra si fa sempre più diretto e generalizzato lo scontro rivoluzione-controrivoluzione, ma non si ha però, come alcuni sostengono, una trasformazione dello Stato democratico in Stato fascista. Ci troviamo invece sempre in presenza di uno Stato che, ristrutturandosi, ha subito delle modificazioni nel peso specifico dei suoi componenti fondamentali; prima gli strumenti pacifico-riformisti avevano il predominio sugli strumenti militari-repressivi, ora invece l'annientamento predomina e subordina a sé la funzione riformista.
    Fascismo e socialdemocrazia sono state forme politiche oscillanti che il potere della borghesia ha assunto nella fase del capitalismo monopolistico nazionale. Possiamo aggiungere ancora, semplificando al massimo, che fascismo e socialdemocrazia si sono, nella storia, reciprocamente esclusi. Nello stato imperialista invece la sostanza di queste forme politiche coesiste, dando luogo ad un "regime" originale che perciò non è fascista né socialdemocratico, ma rappresenta un superamento dialettico di entrambe.
    Alcuni definiscono la fase di transizione dalla pace armata alla guerra come processo di fascistizzazione e la forma politica dello Stato in questa fase come "nuovo fascismo".
    Queste due categorie, anche se colgono alcuni aspetti del fenomeno, non riescono però a scavare in profondità e introducono così notevoli elementi di confusione.
    Innanzitutto il fascismo non è un fenomeno metastorico (cioè al di fuori della storia), ma rappresenta la forma assunta dallo Stato borghese in una data fase di sviluppo delle forze produttive (capitalismo monopolistico a base nazionale) e come tale presenta specificità non riscontrabili nello Stato imperialista delle multinazionali.
    Dello Stato fascista, lo Stato imperialista recupera, perfezionandolo e mistificandolo, tutto l'apparato della controrivoluzione preventiva, scartandone però tutto il bagaglio angustamente nazionalistico (esasperata coscienza nazionale, autarchia).
    C'è inoltre un altro aspetto da tener presente: il fascismo ha dovuto conquistare dall'"esterno" il vecchio Stato liberale, rimodellandolo poi sul suo progetto strategico; ora invece la conquista degli apparati da parte del personale politico della borghesia imperialista procede esclusivamente per "linee interne". Lo Stato imperialista non è dunque fascista.
    Il concetto di fascistizzazione appare non solo riduttivo ma anche falsante nella misura in cui non ci consente di cogliere il nuovo carattere della "violenza concentrata" né il rapporto organico che essa stringe con le pratiche di integrazione riformista.
    Altri in questa fase di transizione credono di scorgere una tendenza alla trasformazione dello Stato in senso socialdemocratico e si chiedono se la socialdemocrazia rappresenti o meno la via d'uscita alla crisi imperialistica e, più precisamente, se il PCI si accinga o meno a fare il suo ingresso nell'area di potere. Questo quesito ne contiene in sé un altro, cioè se il PCI sia o meno un partito socialdemocratico.
    Tra socialdemocrazia e riformismo moderno le differenze sono numerose ed alcune di fondo. La socialdemocrazia è un fenomeno tipico di quelle fasi dello sviluppo capitalistico in cui le crisi seguono ancora un andamento ciclico: uscendo dai periodi di depressione, il capitalismo può, ricorrendo ad una politica riformista, "corrompere gli strati di aristocrazia operaia" che costituiscono i a base di massa della socialdemocrazia storica.
    In altre parole, la possibilità di una ripresa produttiva consente alla borghesia un margine di contrattazione reale con la "destra operaia": ciò provoca, tra gli altri effetti, l'integrazione dei gruppi dirigenti dei partiti riformisti all'interno del blocco sociale che detiene il potere. L'alleanza tra borghesia e riformismo è dunque di natura sociale, oltre che politica: i socialdemocratici e gli "operai professionali" si schierano a fianco del padrone perché con esso hanno interessi reali comuni (la ripresa dell'accumulazione e la ristrutturazione produttiva) e perché ambiscono a diventare essi stessi padroni con fondate possibilità di riuscire a divenirlo. Inoltre, le particolari caratteristiche dello Stato in questa fase della storia del capitalismo facilitano l'ingresso della socialdemocrazia in quel governo che è da sempre l'anticamera del potere: lo Stato ancora relativamente autonomo dall'economia, giustifica in qualche misura l'illusione che sia possibile la sua conquista ed il suo utilizzo da parte della classe operaia.
    Questi dati oggi non si danno più. La crisi del sistema imperialista non è prevedibile che sfoci in una ripresa dell'accumulazione, sia perché l'economia è entrata in una fase di stagnazione da cui si risolleverà solo con la guerra per una diversa ripartizione dei mercati, sia perché le politiche economiche adottate dagli stati tendono a restringere, anziché ad ampliare, la base produttiva. Mancano di conseguenza, tanto le basi strutturali (natura e andamento della crisi) quanto quelle soggettive (politiche dei governi e degli stati) per rendere possibile l'integrazione dei revisionisti in un blocco sociale che persegua una politica di tipo riformistico. O meglio: è ancora possibile che i revisionisti (il loro gruppo dirigente) siano temporaneamente ospitati all'interno del Governo, ma è escluso che esistano le condizioni per integrare strati di aristocrazia operaia o di ceti medi all'interno di un blocco di potere incaricato di gestire un tipo di sviluppo che non si può più dare, stante il carattere imperialistico e multinazionale del capitalismo della nostra epoca. Che cosa, infatti, possono concedere i capitalisti all'operaio professionale in cambio della sua collaborazione se non la cassa integrazione, licenziamenti, aumento dello sfruttamento e progressiva ma costante riduzione del potere d'acquisto dei salari? E comunque, al di là delle contropartite materiali, in quale ipotesi di sviluppo possono essere coinvolte, anche soltanto ideologicamente, quelle fasce di aristocrazie operaie che hanno ormai esaurito il loro potenziale progressista dal punto di vista del capitale?
    L'assenza delle condizioni strutturali per la formazione di un nuovo blocco sociale di potere non esclude tutte le caratteristiche di questo rapporto che, d'altra parte, dipendono dalla situazione di classe, oltre che dal livello delle forze produttive.
    Se a pagare il prezzo dell'ascesa al potere della socialdemocrazia storica furono prima di tutto i contadini, dal momento che la ripresa dell'accumulazione avveniva a scapito della campagna, oggi il rapporto preferenziale della borghesia imperialista con i revisionisti si fonda sull'individuazione del "proletariato emarginato" come variabile di cui è indispensabile detenere il controllo.
    In altre parole, l'operaio professionale "dovrebbe diventare, simultaneamente, un vero e proprio soldato della produzione e funzionare come poliziotto sia nei confronti dei compagni di lavoro, sia soprattutto nei confronti della massa dei proletari marginalizzati della grande metropoli".
    Per tutti questi motivi è inevitabile che la politica dei revisionisti perda progressivamente tutti i propri tratti riformistici per assumerne di apertamente repressivi: da progressiva, la funzione del PCI diventa così, di fatto ed indipendentemente dalla volontà dei suoi militanti, conservatrice, finalizzata com'è ad esercitare un rigido controllo sul mercato del lavoro e ad organizzare il consenso attorno ad un progetto di sviluppo economico e sociale che essendo per la natura dell'imperialismo, incapace di mobilitare e coinvolgere le masse (com'era riuscito a fare ad esempio il fascismo), costringerà sempre di più i revisionisti a ricorrere a strumenti coercitivi e ad imporre forzatamente il consenso, anziché a sollecitarlo e ad interpretarlo.
    Questo avverrà perché, se l'imperialismo è capitalismo in putrefazione non si dà ulteriore sviluppo delle forze produttive senza sconvolgimento dei rapporti di produzione corrispondenti, ciò significa che la necessità di mantenerli inalterati si dovrà scontrare con la volontà di modificarli e che i partiti riformisti di tradizione operaia, da strumenti per la pace sociale si trasformeranno in altrettanti strumenti per la guerra civile.
    In questo senso è possibile sostenere che i revisionisti sono al servizio dello Stato imperialista delle multinazionali e che la contraddizione con il revisionismo moderno, oltre ad essere antagonistica, va affrontata anche sul piano militare. Già oggi grazie alla mediazione dei revisionisti, la militarizzazione si estende dalla fabbrica al quartiere, ai rapporti interpersonali, alle famiglie, in una catena di rapporti sociali gerarchizzati e violenti, dominati dalle leggi di una società repressiva che l'imperialismo vorrebbe sempre più simile ad un lager di milioni di produttori.
    Va tenuto presente, inoltre che, una delle ragioni per cui l'alleanza con il revisionismo moderno è auspicabile per la borghesia, consiste nella possibilità di penetrare più agevolmente nei mercati dell'Est europeo.
    Oltre che dei progetti politici delle multinazionali nel loro complesso, il PCI è anche e soprattutto al servizio dello Stato imperialista in quanto imprenditore esso stesso: in questo caso il ruolo del PCI cessa di essere puramente subalterno, per divenire attivo, assumendo i caratteri riformistici di una ipotesi evoluzionistica e gradualistica di transizione al socialismo. La duplicità della funzione e della natura del PCI (da una parte, funzione poliziesca e natura conservatrice; dall'altra, funzione razionalizzatrice e natura riformistica) è probabile stia al fondo dei suoi successi elettorali e della stia "tenuta" in presenza di una lotta di classe che tocca i livelli sempre crescenti di maturità.
    Se nei confronti dei monopoli e delle multinazionali l'atteggiamento del PCI è indiretto e passa attraverso la mediazione dello Stato, nei confronti dello Stato considerato come capitalista esso stesso, il punto di vista dei revisionisti ha più di un fenomeno teorico e trova giustificazione nel rilievo particolare che ha assunto (già durante il fascismo) e seguita ad assumere l'intervento dello Stato nell'economia italiana.
    Alla base delle valutazioni del PCI sta "il recupero delle analisi di Engels e di Lenin sulla natura ambivalente del capitalismo di Stato, cioè è visto da un lato, come punto di massimo sviluppo del capitale e, dall'altro, come punto di sua massima contraddizione (sul quale incidere politicamente), in quanto espressione di una acutizzazione della contraddizione di fondo tra il carattere sempre più sociale della produzione capitalistica e il carattere privato dell'appropriazione del plusvalore". Da ciò, "una sorta di ottimismo sulla possibilità di 'uso' immediato degli strumenti di intervento statale e in particolare dell'impresa pubblica per fini diversi da quelli per cui sono nati".
    Muovendo da questi presupposti teorici che ignorano non soltanto i rapporti tra Stato e multinazionali (al punto che i revisionisti giungono a favoleggiare un'alleanza fra classe operaia ed impresa pubblica in funzione antimonopolistica) ma persino gli interessi diretti che lo Stato, in quanto imprenditore, ha nella sfera della produzione, è conseguente che riformismo e repressione divengano facce di una stessa medaglia e che il PCI si riveli uno strumento, più o meno decisivo o più o meno accessorio, di divisione della classe operaia, di controllo del mercato del lavoro, di organizzazione del consenso e di repressione dell'autonomia proletaria e della rivoluzione.
    All'interno del partito revisionista vive perciò anche una ambiguità tra due tendenze; una che potremmo definire impropriamente "ala sinistra della socialdemocrazia" la quale ha fatto proprio con l'accettazione della NATO anche il sistema di valori occidentali; l'altra che si ispira al "capitalismo di Stato" e che vede il "compromesso" come primo passo tattico in questa direzione. Ciò comporta che il legame tra il partito revisionista e il socialimperialismo sovietico viene a dipendere dalla posizione di maggior forza della seconda corrente rispetto, alla prima.
    A livello europeo l'ultrarevisionismo cerca di porsi come forza autonoma, forza egemonizzante rispetto ad un'area politica che vede accomunati cani e porci della sinistra della socialdemocrazia, passando per i "vari eurocomunismi", per arrivare alle false incitazioni leniniste tipo Portogallo. Esso si pone nei confronti dell'imperialismo come forza interna-esterna, per questo ispira diffidenza a Carter e ai suoi vassalli europei, i quali sarebbero pure tentati di usarlo, ambiziosamente, in funzione catalizzante del "dissenso" nei paesi dell'Est; ma per il momento resta comunque un'arma a doppio taglio.
    L'unica carta che l'ultrarevisionismo pareva avesse in mano, essere cioè garante della "pacificazione" dell'area meridionale dell'Europa, ha perso gran parte del suo valore in seguito allo sviluppo dei movimenti autonomisti di liberazione (ETA, IRA), alla crescita di forme di guerriglia metropolitana (RAF, NAPAP, BR) e alla crescita generalizzata dei movimenti autonomi di massa.
    L'unità dell'eurocomunismo (dall'agente della CIA, Carrillo al fratello scemo di De Gaulle, Marchais) è l'unità dell'opportunismo: è l'unità dei rinnegati del marxismo-leninismo, del tradimento delle aspirazioni di emancipazione della classe operaia.


    http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=299

    Quali sono a tuo parere le analogie?
    Non so gli altri ma sia io che te sappiamo chi ha scritto queste righe. A parte il fatto che non ci sta il PCI (e nemmeno la DC), a parte il fatto che il SIM era già allora una degenerazione teorica di un gruppo che aveva perso (per colpa di qualcuno) la sua visione politico-militare (figuriamoci ora), a parte il fatto che il compromesso storico non è certo paragonabile ad un asse PD-PDL, a parte che nella teorizzazione di cui sopra il SIM era costituito da multinazionali appunto e non da capitale finanziario, a parte tutto questo e molto altro ancora, a parte che non esiste più da anni un fronte operaio nè una classe operaia, a parte che non esiste più l'Unione Sovietica, direi che rimane poco.

    Ma Prospero come l'autore di questo testo?

 

 
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