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    Predefinito Palestina - comunicazione - mancanza dei fatti o rovesciamento dei fatti?

    Compagni, vi sottopongo alla vostra attenzione quattro articoli su Palestina e la comunicazione riguardo ad essa.
    Nel primo si sostiene che nella comunicazione televisiva la narrazione dei fatti, veri o falsi che siano, sia estromessa, e c’è solo spazio per una messa in scena della “conversazione”; ciò porta ad un’esigenza di riportare al centro “i fatti”, che rievoca lo stile di Travaglio, di Stella e l’idea che i fans di Beppe Grillo hanno dei mass-media. Ma nel secondo uno studio del Glasgow Media Group sulla percezione del pubblico televisivo britannico di ciò che accade in Palestina, dimostra che il pubblico ha recepito una narrazione dei “fatti”, storici e non solo contingenti, seppur tra approssimazioni, decontestualizzazioni e confusione. E infatti nel terzo articolo si confutano punto per punto cinque “fatti” diffusi dai media che si rivelano essere cinque menzogne, e nello stesso senso va il quarto articolo.

  2. #2
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    da Gennaro Carotenuto

    Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione

    Giovedì sera [15/1/09] è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede importante riprendere le polemiche e giudicare il plotone di esecuzione schierato in queste ore contro Michele Santoro e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.

    di Gennaro Carotenuto

    Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può performare, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può narrare, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può conversare, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.

    L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. Nell’impoverimento culturale della società i quiz sono diventati idioti perché è fastidioso e controproducente far vincere dei soldi a qualcuno solo perché sa. Per far ridere poi in genere bastano quattro parolacce e qualche allusione sessuale. Perfino nelle vecchie tribune politiche si performava, si sciorinavano dati, si mostrava un eloquio da retori oggi sostituito dalle torte in faccia.

    Anche la narrazione in tivù è in crisi. I documentari sono confinati sul satellite e i reportage li fa solo quel comunista di Riccardo Iacona. D’altra parte anche le storie ce le siamo finite e non si può fare una nuova edizione di “Guerra e pace” o “I promessi sposi” ogni 10 anni. Del resto “il pubblico non capirebbe”. Le soap poi sono un surrogato di conversazione tanto che molti format e reality sono delle soap camuffate.

    La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.

    In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. In questo modo una ragazza messa lì ad accavallare le gambe può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita.
    Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.

    Cosa c’entra con tutto ciò Michele Santoro?
    Michele Santoro, nella trasmissione di giovedì sera non fa bella figura e forse non ha nemmeno il pieno controllo sull’evoluzione della stessa. Fa un errore marchiano dicendo all’Annunziata “stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno”, ha ragione ma la fa passare da vittima, ma soprattutto commette (il secondo probabilmente in maniera preterintenzionale) due peccati capitali.

    Il primo peccato capitale è che ha proposto dei frammenti di narrazione giornalistica in un contesto che è percepito come destinato solo alla conversazione. Ha mostrato le immagini. E le immagini parlano, non sono neutre. Se i fatti narrano, come ha dimostrato il reportage di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere”, o il successo del blog di Vittorio Arrigoni da Gaza, ipotecano il dibattito che non può più prescindere da esso. A quel punto non esistono più due realtà virtuali contrapposte per par condicio. Ci sono i fatti che pendono da un lato, piuttosto che dall’altro. Non puoi più cambiare argomento, alzare la voce, tergiversare. Devi commentare quello che vedi senza eluderlo. Questo per lo stato attuale dell’informazione in Italia è intollerabile.

    Di cosa è accusato Santoro? Di strumentalizzazione. Di cosa? Dei fatti. Come se si potesse prescindere da essi. Come ha calcolato Elia Banelli su Agoravox gli ospiti di Santoro giovedì erano perfettamente in equilibrio tra pro-israeliani e filo-palestinesi. Nel paese della par condicio è indispensabile che così sia anche se si parla di calcio. Nello specifico, se si mostra come ha fatto Santoro il fatto che i morti in Medio oriente sono in una proporzione di cento palestinesi per ogni israeliano e che un terzo di tali morti sono bambini si viene accusati di fare un’operazione di propaganda filopalestinese o addirittura filo-Hamas (che non è lo stesso ma tutto serve per estremizzare i toni). In realtà i palestinesi in trasmissione, a partire da Rula Jebreal, erano contro Hamas o agnostici.

    Il problema allora non era nel dibattito; era nei fatti con i quali i politici e (quel che è peggio) i giornalisti non sono più abituati a fare i conti. Se i fatti, la proporzione di 100 morti contro uno, pendono a favore di una parte, i fatti stessi sono considerati una intollerabile deviazione rispetto alla par condicio che serve a dire tutto e il contrario di tutto. Quando crollò l’Argentina neoliberale l’unica maniera di difendere le politiche del Fondo Monetario Internazionale era prescindere dai fatti: sul dilagare della povertà, sulle morti per fame, sulla disoccupazione strutturale in un paese abituato alla piena occupazione, su un paese deindustrializzato dal modello bisognava glissare. Anche allora i fatti infastidivano chi voleva negare l’evidenza. Oppure leggete le dichiarazioni degli avvocati difensori dei manager della Thyssen Krupp su cosa pensano del “clamore mediatico”, ovvero dei fatti?

    Con i fatti, i bambini morti, diviene impresentabile un Andrea Nativi che magnifica la straordinaria efficacia delle bombe a frammentazione o al fosforo o che ci vuol convincere che è normale per chi guida un elicottero d’assalto far tante vittime civili. Chi ha visto la trasmissione ha osservato la stizza di Nativi stesso ogni volta che veniva mostrato un frammento di narrazione su quello che si vede che è successo a Gaza, i fatti.

    Sembrava dire, Nativi, “ma se mostrate i fatti le mie chiacchiere perdono peso, nessuno crede più che le armi siano bellissime. Non è giusto, se narrate i fatti allora il dibattito non è più equilibrato”. Squilibrato dai fatti. Nessuno infatti ha messo in dubbio gli effetti nefasti e criminali dei razzi sul Neghev. Il problema è che i razzi su Sderot o Ashkelon restano intollerabili solo fino a che non vengono paragonati a quanto sta accadendo a Gaza, fino a quando una narrazione artificiosa dei fatti fa credere che i tre (3) morti causati dai razzi di Hamas in tre settimane siano equivalenti (o addirittura più gravi) agli oltre mille causati da Tsahal.

    Il secondo peccato capitale di Michele Santoro è di aver sostituito per la conversazione i soliti navigati politici, giornalisti, docenti universitari, pronti a mettere in scena il solito teatrino stando alle regole del gioco, con dei ragazzi. Dei ragazzi italo-israeliani e dei ragazzi italo-palestinesi. Dei ragazzi, soprattutto le due ragazze, che hanno scatenato la reazione di Lucia Annunziata, che hanno usato i mezzi conversazionali del XXI secolo: hanno strillato come matte.

    Entrambe presentabili, parlando un ottimo italiano, sufficientemente colte, carine, sicuramente entrambe in buona fede, hanno sbattuto l’una sulla faccia dell’altra gli argomenti di un conflitto irrisolvibile con le armi, dove non tutto è bianco né nero (come sostengono la Annunziata o Claudio Pagliara o in maniera speculare i fan italiani di Hamas, “intifada fino alla vittoria”).

    A quel punto, con quelle due oneste ragazze, l’italo-israeliana e l’italo-palestinese, completamente fuori controllo a rinfacciarsi l’una all’altra 60 anni di conflitto e di pregiudizi il re era nudo. Il re della televisione. La tivù, quando sostituisce la narrazione con la conversazione, quando si mostra equidistante, in realtà sta solo prendendo le parti di chi è più distante dai fatti, per farsi strumento di dominio e di falsificazione della realtà stessa.

    Il palesamento di questa realtà, per una ex-presidente della RAI come l’Annunziata, non era accettabile: “Michele, questo conflitto in mano a due ragazze non si può mettere”. L’unica conversazione possibile è un minuetto tra cicisbei che urlano, strepitano ma stanno al gioco. Se si sostituiscono con due ragazze in buona fede il castello di carte cade. E, di nuovo, restano i fatti.

    Giornalismo partecipativo - www.gennarocarotenuto.it


    http://www.resistenze.org/sito/te/cu...a17-004344.htm

  3. #3
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    Gaza e Medioriente, un'analisi della disinformazione televisiva
    di mcs
    Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano. Il Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo, uno dei teorici di punta del Glasgow Media Group, e da Mike Berry si chiama Bad News From Israel e non è ovviamente tradotta in Italia dove la saggistica sui temi riguardanti l'informazione risente sempre dell'influenza e del controllo della comunicazione politica istituzionale.
    Philo e Berry hanno coordinato un lavoro sia di analisi qualitativa che quantitativa, da parte dei ricercatori del Glasgow, su 200 differenti edizioni di tg di BBC one e ITV News, ritenuti rappresentativi del panorama mediale britannico monitorando il conflitto israelo-palestinese in un periodo che va dal 2000 al 2002. Allo stesso tempo sono state intervistate più di 800 persone sulla ricezione delle notizie date dalla televisione in quel periodo. Tra gli intervistati, oltre a telespettatori presi a campione dalla popolazione, c'erano anche specialisti del mondo dei media britannici come George Alagiah e Brian Hanrahan della BBC e Lindsey Hilsum di Channel Four e il regista Ken Loach. Questo per dare alla fase qualitativa delle interviste sia il taglio dell'approfondimento legato al tema della ricezione, e della interpretazione, delle notizie da parte della popolazione sia quello della formazione delle categorie critiche rispetto alla costruzione simbolica del reale operata dai media tramite le notizie. A parte la specificità del tema, se si parla di Israele nel nostro paese è facile incorrere nella incredibile accusa di "antisemitismo di sinistra", un lavoro così sistematico, sofisticato nell'impianto categoriale che usa è ancora impensabile in Italia. Per diversi motivi: perché gli specialisti di comunicazione politica sono quasi tutti arruolati del mainstream, per lo stato di minorità teorica in materia di media di buona parte dell'informazione alternativa, perché in materia di equilibrio dell'informazione in tv in Italia il dibattito è drogato dalla questione del conflitto di interessi di Berlusconi e dall'illusione che una volta risolto questo conflitto le notizie possano tornare libere. Inoltre lavori come quello diretto da Philo e Berry in Italia rischiano di non trovare né editoria universitaria, strangolata dalle necessità di bilancio, né tantomeno editoria maggiore che deve sempre fare i conti, anche in quel campo, con la presenza di Berlusconi. Allo stesso tempo le autorità di controllo, nazionali e regionali, che commissionano lavori di monitoraggio della comunicazione lo fanno principalmente su criteri mainstream e non certo critici come quelli di Philo e Berry. E' il classico circolo vizioso: in Italia l'intreccio tra media e politica produce la notizia generalista, le autorità di controllo, costituite dallo stesso intreccio, la monitorizzano secondo gli stessi criteri cognitivi che hanno prodotto questa notizia. E la situazione italiana è per adesso lontana dallo sbloccarsi: nelle recenti vertenze su scuola, università e Alitalia i movimenti i media li hanno semplicemente subiti senza capire che l'agenda setting dei tg è ormai la forza decisiva in ogni contrattazione sindacale, quella che sposta la bilancia a favore di istituzioni e imprenditori in ogni conflitto.
    I punti salienti della ricerca di Philo e Berry
    La ricerca diretta da Philo e Berry ha quindi un doppio valore: quello essere un lavoro critico e sistematico sui telegiornali come non ce ne sono in Italia, e quello di indicare lo standard di copertura e di ricezione delle notizie nel conflitto israelo-palestinese così come si è formato in questi anni nella BBC e che, come possiamo constatare, riassume gli stessi standard complessivi dell'informazione occidentale istituzionale in materia . Andiamo a vedere quindi i punti salienti dei risultati della analisi del lavoro diretto da Philo e Berry. Non prima di aver ricordato un fatto esemplare presente in questa ricerca: la stragrande maggioranza dei bambini uccisi durante la seconda intifada sono stati classificati nei tg britannici come vittime di crossfire, fuoco incrociato. Immaginate la dinamica reale, dei bambini che durante l'intifada tirano pietre all'esercito israeliano, e come è stata riportata la notizia: dei ragazzi sempre e inevitabilmente vittime di uno scontro a fuoco incrociato tra truppe israeliane e palestinesi. Con questi ultimi spesso rappresentati o come coloro che si fanno scudo dei bambini o come coloro che hanno scatenato gli incidenti che hanno prodotto il crossfire.
    Ecco i risultati salienti della ricerca diretta da Philo e Berry
    1) Sul piano della percezione delle notizie nei tg monitorati, gli spettatori intervistati si sono detti confusi nella ricezione dell'insieme del conflitto mentre allo stesso tempo hanno assimilato chiaramente gli argomenti e i linguaggi espressi nei comunicati ufficiali del governo israeliano. Questo anche a causa del fatto che, mediamente, gli israeliani sono stati intervistati oltre il 100% in più delle volte rispetto ai palestinesi e in un contesto di interviste più chiaro e approfondito.
    2) Nell'insieme delle cronache e dei commenti è largamente maggioritaria la presenza dei commenti ufficiali del governo di Israele. Sul primo canale della BBC è stata norma intervistare due israeliani ogni palestinese. A supporto delle tesi israeliane sono stati intervistati una serie di parlamentari Usa apertamente a favore di Israele. Quest'ultima categoria di intervistati sulla questione israelo-palestinese è apparsa su BBC one più di qualsiasi altro parlamentare non britannico sullo stesso tema e in misura almeno due volte superiore a quella di qualsiasi parlamentare britannico intervistato sul tema.
    3) Un altro grande fattore di confusione, per gli spettatori intervistati, è stata l'assenza di contestualizzazione storica del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, buona parte degli spettatori britannici non sapeva neanche "chi" stesse effettivamente occupando i territori occupati, se gli israeliani o addirittura i palestinesi. Praticamente nessuno sapeva che gli israeliani controllano acqua e risorse dei palestinesi. Diversi spettatori intervistati credevano che i palestinesi volessero occupare territori israeliani facendogli fare la fine dei "territori già occupati dai palestinesi"
    4) Siccome non è presente nessuna ricostruzione storica degli eventi, la tendenza dei telespettatori intervistati è di concepire gli eventi come "iniziati" con l'azione dei palestinesi. Quindi praticamente qualsiasi battaglia o incidente in corso viene concepito dai telespettatori come iniziato dai palestinesi con successiva risposta israeliana. Gli storici del futuro avranno così enormi problemi a sostenere tesi differenti da questa versione, ormai implementata nella percezione generale dello scontro israelo-palestinese. Come dice un ventenne intervistato dal Glasgow Media Group "pensi sempre che i palestinesi siano gente aggressiva dopo quello che hai visto in tv".
    5) Nella costruzione delle notizie gli insediamenti dei coloni sono sempre rappresentati come comunità vulnerabili piuttosto che come istituzioni che hanno un ruolo decisivo nell'occupazione dei territori. Come riportato da Bad News from Israel i coloni occupano il 40% del West Bank. La grande maggioranza dei telespettatori intervistati non solo non aveva alcuna idea di questa percentuale ma si è sempre rappresentata gli insediamenti di coloni come quella di piccoli gruppi isolati entro un enorme territorio palestinese.
    6) Una netta differenza di enfasi nella rappresentazione delle morti israeliane rispetto a quelle palestinesi (che, durante la seconda intifada, sono state almeno tre volte superiori a quelle israeliane). Nella settimana del marzo 2002 in cui più alto in assoluto è stato il numero dei decessi palestinesi è stato dato comunque più spazio, in termini di minuti e di rilievo della notizia, alle morti israeliane. I termini quali "macelleria", "atrocità", "brutale assassinio", "selvaggio omicidio a sangue freddo" sono stati usati per definire solo omicidi di cittadini israeliani e mai, in nessun caso statistico quindi, per definire l'uccisione di palestinesi. Per i bambini palestinesi, come abbiamo visto, c'è il metodo di definirli come vittime del fuoco incrociato. Originato dai palestinesi. Diversi telespettatori intervistati sulla percezione del fenomeno mediato dalle news hanno detto che "le vittime israeliane sono in numero almeno cinque volte superiori a quelle palestinesi". Un sovvertimento della realtà statistica di tipo spettacolare.
    Gli impressionanti risultati di questo lavoro di Philo e Berry mostrano una copertura mediale di applicazione fatta di disinformazione e propaganda lunga due anni e coestensiva con tutta la fase acuta della seconda intifada. E stiamo parlando della BBC, un media che, anche in questi anni, ha saputo mantenere caratteri di indipendenza essendo risultato per questo estremamente sgradito al governo Blair prima, dopo e durante l'invasione dell'Iraq del 2003, appena un anno dopo i fatti rilevati dal Glasgow Media Group. La BBC nel caso israelo-palestinese, ovviamente per decisione congiunta tra piano politico istituzionale e quello mediale editoriale che non è stata così salda sulla questione Iraq, rappresenta quindi un modello di come queste tattiche di costruzione della notizia possano applicarsi sistematicamente e con pieno successo alla disinformazione e alla propaganda in materia di comprensione del conflitto, di rapporti di forza tra le parti e la sostanza delle posizioni politiche, toccando persino la stessa comprensione geografica della zona e la proporzione del numero di morti tra gli schieramenti.
    Questo genere di tattiche, di cui il testo di Philo e Berry rappresentano eloquente capacità di comprensione, non è però isolabile al solo conflitto israelo-palestinese. Si tratta infatti di un corpo di applicazioni mediali in materia di disinformazione e propaganda che, pur essendosi formate durante gli anni '80 nel mondo occidentale (si veda la vicenda della copertura mediale della guerra delle Falkland), trovano una diffusione e una legittimazione globale nel periodo della prima guerra del golfo all'inizio degli anni '90. La caduta del muro di Berlino ha avuto come conseguenza anche l'unificazione della comunicazione televisiva e, con la guerra del Golfo del '91, questo genere di tattiche ha trovato una legittimazione nel sistema mediale del nuovo mondo delle comunicazioni. L'applicazione al caso israelo-palestinese da parte della BBC non rappresenta quindi l'anomalia ma la norma di un genere di tattiche di costruzione del reale da parte del media mainstream ufficiale di tipo occidentale. Che a partire dall'inizio degli anni '90 si è costruito come egemonia e norma linguistica delle infrastrutture tecnologica di senso delle comunicazioni globali.
    Il caso italiano
    Nel caso italiano possiamo tranquillamente affermare che questo modello di costruzione delle notizie, e quindi della realtà, sia applicabile non solo nei punti salienti rilevati nel lavoro diretto da Philo e Berry ma anche in quelli della recezione da parte dalla popolazione del nostro paese in termini simili rispetto a quella britannica. I sei punti emersi dallo studio del Glasgow Media Group, sia nell'aspetto di costruzione delle notizie che in quello della loro ricezione, rappresentano quindi una formidabile anticipazione su come i media italiani tratteranno la questione israelo-palestinese e di come nel nostro paese questo sarà recepito per tutto il conflitto apertosi di recente. Basta rileggere le categorie emerse in Bad News From Israel per poter classificare le notizie dei tg di questi giorni, sia del servizio pubblico che delle tv private, nel novero delle tattiche di propaganda e disinformazione operate a favore di una percezione positiva dell'agire dello stato di Israele nel conflitto.
    Possiamo dire che in Italia l'attenzione all'applicazione delle tattiche di disinformazione e di propaganda sulla vicenda di Gaza è cominciata prima del conflitto. Infatti, la notizia dell'imminente attacco a Gaza, quando sui tg tedeschi aveva già preso piede entro una copertura internazionale degli effetti della crisi, è stata abbondatemente sepolta sotto le notizie dedicate al maltempo e all'interruzione dei sentieri di montagna e rappresentata unanimemente come "operazione chirurgica", limitata, di breve durata ed escludente la popolazione nei suoi effetti. Il fatto che la breve durata dell'operazione sia stata smentita dallo stesso governo israeliano il giorno dopo, senza che i tg italiani abbiano dato notizia di questa contraddizione, mostra il doppio lavoro fatto a favore di Israele da parte dei tg italiani a reti unificate. Il primo neutralizzando la portata della notizia dell'attacco a Gaza , tenendo così calma l'opinione pubblica italiana ed evitando l' "effetto concerto" a livello di attenzione dell' opinione pubblica europea, il secondo evitando di contraddire il governo israeliano su una contraddizione palese rispetto a dichiarazioni così importanti.
    Il giorno dell'attacco israeliano a Gaza, viste queste premesse, ha rappresentato una delle tante Caporetto della libertà di informazione in Italia. Per rappresentare l'attacco chirurgico il media mainstream italiano ha estrapolato 155 (sui 200 complessivi) morti tra la polizia palestinese battezzandoli come "la polizia di Hamas", quando invece si tratta di giovani universitari che si arruolano nella polizia municipale per sfuggire alla disoccupazione e che non sono inquadrabili come Hamas. Il capo della polizia municipale deceduto è stato frettolosamente ribattezzato come "il capo della polizia di Hamas" per dare l'idea del fatto che era stato colpito un bersaglio eccellente e che, insomma, "solo" 45 morti su 200 bersagli colpiti possono essere classificati come effetti collaterali di una operazione chirurgica. In realtà secondo fonti della cooperazione internazionale si è semplicemente sparato nel mucchio, compresa una scuola elementare, e nessun obiettivo sensibile o capo storico di Hamas è stato colpito il primo giorno. Del resto la verità non la si può dire: se si vuol colpire una organizzazione bisogna fare terra bruciata del consenso che ha dalla popolazione circostante. Come è stato sperimentato nella "missione di pace" afghana, quella tenuta in piedi dal centrodestra e dal centrosinistra, dove si bombardano i villaggi per suggerire, ai villaggi restanti, che è meglio non dare solidarietà alla resistenza.
    Una volta costruita, anche se in maniera approssimativa, l'operazione chirurgica i tg unificati sono passati a rappresentare le reazioni politiche. Nei tg italiani la sproporzione, due israeliani intervistati ogni palestinese, tenuta dalla BBC è stata abbondantemente sorpassata. Nel tg1 delle 20,00 di sabato 27 il monologo delle posizioni ufficiali del governo israeliano è stato interrotto da un brevissimo flash di un rappresentante di Hamas che è stato solo citato nella seguente frase "è stata una provocazione" senza possibilità di far aggiungere una lettura dei fatti da parte di quella che è comunque una componente del conflitto. Ma dopo le posizioni politiche delle parti in conflitto, rappresentate in modo così sbilanciato, si è passati alla fase del commento. Il tg1 ha intervistato una giornalista del Corriere della Sera che ha semplicemente ripetuto le tesi del governo israeliano aggiungendo persino un beffardo "la guerra in fin dei conti fa comodo anche ad Hamas perché la popolazione palestinese tende a stringersi attorno a chi è attaccato".
    L'aspetto sicuramente caratteristico dei media italiani sta poi nel fatto che non sono neanche in grado di mantenere le forme. L'inviato dal fronte del tg1 delle 13,30 di domenica 28 ha testualmente detto in diretta "cito direttamente le conclusioni del briefing riservato delle forze militari israeliane al quale ho avuto l'onore di partecipare". Siccome i briefing riservati in momenti di crisi si fanno solo con i media strettamente amici, il giornalista italiano non si è reso probabilmente conto dell'enormità che ha detto in diretta: ha semplicemente sputtanato il ruolo di imparzialità apparente, buona norma di ogni giornalista schierato che fa lavoro di propaganda, per l'ansia di rivelare uno scoop. Del resto nella serata del 28 la Rai ha trasmesso una intervista praticamente a reti unificate del ministro degli esteri israeliano, futuro candidato a primo ministro.
    Nel circuito ufficiale dei media italiani si somma quindi la consolidata propaganda usata su temi nazionali, in funzione anche nettamente antisindacale, a quella di tipo internazionale. E quest'ultima è leggibile e riconoscibile secondo modelli consolidati dall'inizio degli anni '90 e che sono stati isolati dalla ricerca del Glasgow Media Group in questo lavoro sulla copertura britannica delle notizie sul conflitto israelo-palestinese.
    E qui tanto per sparare sulla croce rossa bisogna ricordare che il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, in quasi un quindicennio dopo il referendum del '95 sulla concentrazione proprietaria delle tv, ha mai messo in discussione questo sistema di integrazione tra politica e notizie sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Perché né è parte integrante. Per questo l'emergenza democratica dell'informazione in Italia non ha mai fatto veramente parte dell'agenda politica mainstream.
    Viene quindi da lontano il modello sovranazionale di copertura delle notizie: oltre a influenzare l'opinione pubblica, strutturare la percezione dei fatti quando i partiti sono televisivi (ovvero sempre) detta direttamente l'agenda politica. E inoltre influenza la politica estera perché questa la si fa sempre sul modo di coprire televisivamente i fenomeni. Non a caso una copertura televisiva globale sostanzialmente favorevole alla guerra all'Iraq ha favorito politicamente l'invasione del 2003, nonostante che l'opinione pubblica mondiale fosse contraria. Il modello di integrazione tra politica e media è questo: applicare tattiche di disinformazione e di propaganda alle notizie. Se l'opinione pubblica le recepisce bene, se no agire ugualmente. Tanto alla lunga l'opinione pubblica sfavorevole si disgrega mentre i media agiscono tutti i giorni plasmando e rimodulando la realtà politica.
    E' d'obbligo un parere da rivolgersi alle organizzazioni che si occupano di solidarietà con la Palestina, in questo contesto. A nostro avviso si tratta di intensificare le manifestazioni sotto la Rai e sotto Mediaset pretendendo di contrattare l'agenda setting delle notizie, delegittimando il ruolo di informazione di queste sedicenti televisioni. La solidarietà con la popolazione palestinese passa oggi da ciò che circola su antenne e parabole satellitari.
    di mcs da http://www.rekombinant.org, 31 dicembre 2008


    http://www.contropiano.org/Documenti...Televisiva.htm

  4. #4
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    Le cinque maggiori menzogne sull’assalto di Israele a Gaza
    di Jeremy R. Hammond * - Foreign Policy Journal
    - Menzogna numero 1. Israele sta solo colpendo legittimamente siti militari e sta cercando di proteggere vite innocenti. Israele non colpisce mai civili -
    La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un crimine di guerra.
    Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi legittimi sono membri di Hamas, che Israele sostiene sia un’organizzazione terroristica. Hamas è reponsabile per aver lanciato razzi in Israele. Tali razzi sono estremamente imprecisi e perciò, quand’anche Hamas intendesse colpire obiettivi militari in Israele, sono indiscriminati per natura. Quando i razzi lanciati da Gaza uccidono civili israeliani, questo è un crimine di guerra.
    Hamas ha un’ala militare. Tuttavia non è interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii, come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini, insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra.
    Altri bombardamenti da parte di Israele su obiettivi dallo status protetto secondo il diritto internazionale includono una moschea, una prigione, stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni.
    Inoltre Israele ha a lungo tenuto Gaza sotto assedio, permettendo l’accesso solo al minimo degli aiuti umanitari. Israele bombarda e uccide civili palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per assistere i feriti.
    Anche queste persone sono le vittime della strategia di Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari ma direttamente concepita per punire la popolazione civile.
    - Menzogna numero 2. Hamas ha violato il cessate il fuoco. Il bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi -
    Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una “zona speciale di sicurezza” dentro la Striscia di Gaza ed ha annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero stati colpiti. In altre parole, Israele ha annunciato le sue intenzioni: i soldati israeliani avrebbero sparato a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la propria terra in diretta violazione non solo del cessate il fuoco ma anche del diritto internazionale.
    Nonostante alcuni episodi con spari, inclusi quelli in cui alcuni palestinesi sono rimasti feriti, Hamas ha comunque mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19 giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4 novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque persone e ne ferì parecchie altre. La violazione di Israele del cessate il fuoco avrebbe prevedibilmente dato luogo ad una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti agli attacchi di Israele.
    Era prevedibile che le azioni di Israele, inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa popolazione.
    - Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra -
    Non c’è prova che Hamas abbia usato scudi umani. Il fatto è che, come detto sopra, Gaza è un piccolo pezzo di terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che Israele nella sua propaganda definisce come “scudi umani”. Non c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore.
    - Menzogna numero 4. I paesi arabi non hanno condannato le azioni di Israele perché comprendono le ragioni dell’assalto di Israele -
    Le popolazioni di tali nazioni arabe si sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non rappresentano le loro rispettive popolazioni. Le popolazioni dei paesi arabi hanno inscenato proteste di massa in opposizione non solo alle azioni di Israele ma anche all’inazione dei loro stessi governi e a quella che loro vedono come compiacenza o complicità verso i crimini di Israele. Inoltre il rifiuto dei paesi arabi di intraprendere azioni che andassero in aiuto ai palestinesi non è dovuto al fatto che siano d’accordo con l’operato di Israele ma perché sono sottomesse alla volontà degli Usa che sostengono pienamente Israele. L’Egitto, ad esempio, che ha rifiutato di aprire il valico per permettere ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di Gaza.
    Persino il presidente palestinese Mahmoud Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti, il quale tramò con Israele e con gli Usa per mettere fuori gioco il governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare efficacemente.
    - Menzogna numero 5. Israele non è responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite -
    Israele reclama di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza.
    Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip ( www.magachip.info )
    Link articolo originale:
    http://www.foreignpolicyjournal.com/articles/2009/01/03/hammond_top-5-lies-about-israels-assault-on-gaza.html

    Jeremy R. Hammond, laureato in Scienze della Comunicazione, è titolare ed editorialista del “Foreign Policy Journal” pubblicazione online dedicata all’analisi critica delle politiche estere Usa con particolare attenzione al Medioriente. Hammond è autore di numerosissimi articoli ripresi sia da testate mainstream che da portali di informazione alternativa.



    http://www.contropiano.org/Documenti...riVergogne.htm

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    da Solidaire - www.ptb.be/fr/hebdomadaire/article/article/interview-le-journaliste-michel-collon-sur-les-evenements-de-gaza.html
    Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura di Lino Sturiale

    L'intervista: Michel Collon, giornalista belga, risponde sui fatti di Gaza

    09/01/2009

    Siamo realmente informati su Gaza? L'offensiva israeliana su Gaza mira a far scomparire Hamas? Michel Collon, specialista dei conflitti, risponde alle domande “provocatorie” di Solidaire.

    Julien Versteegh: La crisi economica e le preoccupazioni di questi giorni occupano gli animi e Gaza, forse, passa in secondo piano nella vita di tutti i giorni dei lavoratori. Per quali ragioni?

    Michel Collon: Coluche (noto comico antagonista francese) diceva: “Non si può dire la verità in televisione, c'è troppa gente che osserva”. La domanda da fare ai belgi è: pensate di essere bene informati? Credete che su una area geografica come il Medio Oriente, con tutta la ricchezza del petrolio, vi si dica realmente la verità?

    Prima di lavorare per il settore internazionale e sulle guerre, ho svolto reportage sociale in Belgio per quindici anni. In ogni settore in lotta, i lavoratori mi dicevano: i mass media non informano bene l'opinione pubblica, la gente!

    I mass media e la scuola nascondono accuratamente come Israele si sia imposto. Immaginate questo… voi Belgi vivete e lavorate qui da generazioni; d’improvviso, sopraggiunge nuova gente che dice: “I nostri antenati vivevano qui duemila anni fa, il nostro Dio ha detto che questa Terra appartiene a noi, andate via, levatevi di mezzo!” Venite costretti a lasciare la vostra casa, i vostri campi, le vostre ricchezze e ad andare a vivere nelle tende. Inizialmente, gli invasori prendono Bruxelles, Anversa, la Provincia dell'Hainaut. Poi ancora Liegi e le Fiandre occidentali. Bloccano tutte le vie di comunicazione con un muro gigantesco. Alla fine, vi trovate attorniati a Ostende e in fondo alle Ardenne. Vi si tratta come mentitori, violenti e terroristi. Ebbene, sostituite Ostende con Gaza e le Ardenne con la Cisgiordania, e capirete precisamente che cosa ha fatto Israele!

    A proposito di disinformazione, i Belgi hanno comunque recentemente avuto un indimenticabile avvertimento, no? La RTBF, Radio Télévision Belge Francophone, è riuscita a far credere che il Belgio fosse scomparso in una sera. Allora, prudenza, no? Negli anni ‘80, in Nicaragua, un governo di sinistra voleva eliminare la povertà e resistere agli Stati Uniti. Sono stati attaccati da terroristi finanziati dalla CIA, hanno bloccato i loro porti e i mass media li hanno criminalizzati. Quel Governo è stato rovesciato e il paese è piombato nuovamente nella miseria. Un sacerdote nicaraguense, allora Ministro per la Cultura, diceva: “Quando vedo ciò che i mass media affermano sul mio paese, che conosco perfettamente, mi dico che non devo credere nulla di ciò che raccontano sui paesi che non conosco”. Il grande problema per i Belgi, i Francesi, gli Europei, sul conflitto Israelo-Palestinese è che sono disinformati. Con alcune rare eccezioni, la televisione si mette dalla parte di Israele.

    J.V.: Però è stato Hamas ad attaccare per primo e poi tiene in ostaggio la popolazione palestinese, no?

    M.C.: No. A proposito dei razzi: non ci dicono che i palestinesi (Hamas, Al-Fatah e altri gruppi) lanciano su città dalle quali sono stati cacciati i loro congiunti. I palestinesi vi abitavano prima! Perché lo si nasconde?

    Ma, soprattutto, Hamas ha rispettato la tregua per interi mesi. Ma, questa tregua aveva numerose condizioni. Israele avrebbe dovuto smantellare il blocco che strangolava Gaza e non lo ha fatto. Non avrebbe dovuto più fare aggressioni militari e, invece, ne ha commesse parecchie. L'Egitto avrebbe dovuto aprire le sue frontiere e questo non è stato. In realtà, è Israele che non ha rispettato la tregua.

    J.V.: Hamas è comunque fondamentalista. Può essere mai sostenuto da forze progressiste?

    M.C.: Inizialmente, per decenni, quando Hamas non esisteva ancora, Israele ha fatto di tutto per distruggere Al-Fatah di Arafat e i movimenti palestinesi di sinistra.

    Poi, come Hebzollah in Libano, Hamas sembra propenso a rispettare il modo di vita dell'insieme delle popolazioni a Gaza.

    La gente ha votato Hamas ritenendosi tradita dai precedenti dirigenti palestinesi. Se domandate ai palestinesi di sinistra e laici, vi diranno che hanno votato per Hamas perché è l'unico partito che resiste. È falso dire che Hamas prende i Palestinesi in ostaggio; tutti i palestinesi rifiutano e rifiuteranno sempre la colonizzazione, pure se domani Hamas fosse completamente distrutto.

    Infine, ci ripetono, in maniera direi razzista, che questa gente è mussulmana e che sono dei fanatici… Mi si spieghi allora perché gli USA organizzano colpi di Stato per rovesciare Chavez, un fervente cristiano, o Evo Morales, un indio! In Venezuela, prima di Chavez, per ottant’anni la ricchezza petrolifera ha prodotto l'80% di poveri. Il denaro andava nelle tasche di Exxon. Chavez, Evo, gli Iracheni o i Palestinesi: nulla a che vedere con la religione, molto a che vedere con il saccheggio delle risorse di questi paesi.

    J.V.: Ma in Palestina, ci sono poche risorse naturali…

    M.C.: Il Medio Oriente forma un insieme. Gli Arabi si considerano come una sola nazione. Sono i colonizzatori che hanno diviso la regione per controllarla meglio. I Britannici, e poi gli Stati Uniti hanno provveduto a mettere il petrolio nelle mani dei re, dei ricchi Sauditi e di altri burattini mentre il resto del mondo arabo si tormenta nella povertà e nel sottosviluppo. Israele è iperarmato da Washington per essere il gendarme del Medio Oriente. Inoltre, il progetto di costruire un oleodotto farebbe di Israele il distributore del petrolio iracheno sul Mediterraneo.

    J.V.: Israele sostiene di non avere nessuna vera controparte per negoziare e che la pace è impossibile.

    M.C.: La pace in Medio Oriente è possibile. È necessario creare un solo Stato che garantisca tutti i diritti a tutti: ebrei, musulmani, cristiani o atei. Uno Stato non può essere fondato su una religione privilegiata, che esclude o che umilia gli altri. Un solo Stato - un uomo, una voce - e il diritto al ritorno per tutti coloro che erano stati cacciati.

    Molti Palestinesi e Israeliani pensano che occorrerà una soluzione transitoria con due stati. Sta a loro decidere. Certamente, che con tutto l’odio che è stato seminato, occorreranno una o due generazioni per arrivare a una coesistenza armoniosa. Ma continuo a ritenere che Israele sia lo Stato più razzista al mondo, poiché pratica la pulizia etnica contro gli Arabi. Per arrivare a una soluzione è necessario porre fine a questo razzismo. Uno Stato dentro al quale coesistano molte culture non rappresenta un immiserimento, ma un arricchimento.

    Penso che con queste provocazioni e queste distruzioni terribili, Israele non voglia la pace. Rifiuta di negoziare ben conscio del rischio di provocare attentati. Avrà così un pretesto per giustificare le sue ulteriori annesioni e deportazioni.

    J.V.: Il ministro belga degli affari esteri Karel De Gucht e i suoi colleghi europei sembrano prendere una posizione neutrale sulla vicenda…

    M.C.: De Gucht non è assolutamente neutrale, e neppure l'Unione Europea. Ha appena votato per Israele uno statuto di quasi-membro dell'Unione Europea, mentre Israele viola tutte le risoluzioni dell'ONU e il diritto internazionale da decine di anni! Ha qualificato come “terrorista” il governo Hamas eletto democraticamente, cosa che ha dato il via all'aggressione. Quando, davanti a Sarkozy, il ministro degli esteri israeliana dice che Israele difende i valori della Comunità internazionale, quello applaude. Quando si constata come Sarkozy, Merkel, De Gucht e soci hanno sempre sostenuto Israele, dico che sono loro che bombardano per nostro conto. Si deve continuare a tollerare questo stato di cose?

    J.V.: Finora, è soprattutto la popolazione belga di origine immigrata che si è mobilitata. Perché c'è ancora tanta indifferenza e passività dei lavoratori “belgo-belgi”?

    M.C.: Sono mantenuti nell'ignoranza. Ma la guerra in Palestina fa parte di una guerra globale tra Nord e Sud che si realizza nel nostro nome. Non si può comprendere il mondo d'oggi se non si comprende perché la ricchezza è al Nord e la povertà al Sud.

    Le grandi società europee hanno derubato oro e l'argento dell'America Latina, i minerali, la gomma e gli schiavi dell'Africa (con il nostro Léopoldo II, che tagliava le mani quando ci si rifiutava di lavorare per lui) e il petrolio del Medio Oriente. Oggi, il terzo mondo resta povero poiché le multinazionali si insediano pagando i lavoratori una miseria, proibendo i sindacati, corrompendo i dirigenti politici e la polizia. Quindi tutta la ricchezza del sud continua a prendere la strada verso il nord. Questo mette i lavoratori belgi davanti una scelta morale: porsi a fianco dei derubati o dei ladri? Pretendere giustizia o fare lo struzzo sperando di approfittare del grasso che cola?

    Dovremmo dimostrare più curiosità e maggior apertura mentale. In Belgio… Abbiamo in Belgio molti immigrati, tra cui lavoratori “sans-papiers”. Occorre parlare con loro, ascoltarli.

    Si può apprendere molto! Gli Arabi vi spiegheranno ciò che ha fatto l'Europa in Medio Oriente per secoli interi. I neri vi spiegheranno ciò che ha fatto in Congo. I Latino-Americani vi diranno perché nel loro continente ci sono ancora il 44% di poveri mentre l'America Latina è molto ricca.

    Paragono la situazione attuale con quella del Titanic. Con i super-ricchi in prima classe, le classi medie e i lavoratori in terza classe senza alcun conforto e pur sempre sulla stessa barca. E il Titanic va dritto verso il disastro proprio perché che il capitano, e soprattutto gli armatori, guadagnano troppo sulle spalle di chi rema: gli schiavi del Sud.

    I lavoratori belgi vogliono restare sul Titanic, fondato sull'impoverimento del terzo mondo, dopo la crisi finanziaria, mentre se ne preparano altre, forse ancora più gravi? Il fatto è che in tutto il mondo, da vent’anni, il numero di poveri non ha mai cessato di aumentare. Vogliamo colare a picco come il Titanic o scegliere un'altra maniera di navigare, basata su relazioni eque tra Nord e Sud?

    In Europa, questa scelta è distorta dal sistema dei media, proprio come denunciò Coluche.

    J.V.: Cosa fare allora?

    M.C.: Da qualche anno lavoro con il gruppo Investig'Action, e con il mio sito http://www.michelcollon.info per svelare notizie, dar parola agli esclusi dell’informazione ufficiale, mostrare le immagini sottratte al pubblico, far imparare a identificare le menzogne dei media.

    Molta gente mi scrive, indignata dalla stampa e scoraggiata dal fatto di non essere ascoltata. Occorre una strategia collettiva perché la gente possa verificare l’informazione e diventare attiva. L’informazione è un diritto che si conquista e che non arriva dal cielo. Come tutti gli altri diritti.

    Tutto questo necessita di un percorso dinamico. Ad esempio, se un responsabile sindacale ha ancora un dubbio su chi sia l'aggressore e il colonizzatore tra Israele ed i Palestinesi, che organizzi allora per tutti i suoi compagni un dibattito con le due parti in causa, che si informi, con Internet, presso i sindacalisti palestinesi e presso quelli che la televisione lascia fuori dai suoi dibattiti! Per conquistare il diritto a un'informazione di qualità, completa e non inquinata da interessi, abbiamo bisogno di un movimento civile di base per l'informazione. "Siamo tutti giornalisti!"


    http://www.resistenze.org/sito/te/cu...a19-004356.htm

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Soso. Visualizza Messaggio
    Compagni, vi sottopongo alla vostra attenzione quattro articoli su Palestina e la comunicazione riguardo ad essa.
    Nel primo si sostiene che nella comunicazione televisiva la narrazione dei fatti, veri o falsi che siano, sia estromessa, e c’è solo spazio per una messa in scena della “conversazione”; ciò porta ad un’esigenza di riportare al centro “i fatti”, che rievoca lo stile di Travaglio, di Stella e l’idea che i fans di Beppe Grillo hanno dei mass-media. Ma nel secondo uno studio del Glasgow Media Group sulla percezione del pubblico televisivo britannico di ciò che accade in Palestina dimostra che il pubblico ha recepito una narrazione dei “fatti”, storici e non solo contingenti, seppur tra approssimazioni, decontestualizzazioni e confusione. E infatti nel terzo articolo si confutano punto per punto cinque “fatti” diffusi dai media che si rivelano essere cinque menzogne, e nello stesso senso va il quarto articolo.

    C’è quindi una contraddizione. Da una parte una rappresentazione della comunicazione televisiva come chiacchiericcio vuoto e pubblico lobotomizzato; rappresentazione non propriamente falsa, ma parziale e superficiale: parziale perché prende in esame solo i salotti televisivi, che sono in realtà visti da addetti ai lavori e pubblico di nicchia colto o pseudocolto, mentre l’informazione televisiva di massa viaggia attraverso i telegiornali, che non fanno chiacchiericcio fumoso, ma danno rappresentazioni grossolane, nette e schematiche della realtà; superficiale perché non vede come il pubblico che arriva ai dibattiti-salotti televisivi, ha già una sua “narrazione dei fatti” sedimentata nel tempo dagli altri organi di comunicazione, tra cui anche i telegiornali, e vi arriva convinto di essere ad una fase superiore della conoscenza rispetto alla fantomatica gente comune, mentre è ad una fase superiore del lavaggio del cervello, che si chiama opinionismo.
    Ci si trastulla compiaciuti o amari di quanto siano stupidi e vuoti il mezzo e le masse oppure si prefigurano populistici media alternativi, scambiando per ampiezza di vedute la propria superficialità e non accorgendosi di quanto complementare e alternativo fenomeno di costume si crea.

    Dall’altra parte invece si controbatte punto per punto alle menzogne-fatti con incontrovertibili verità-fatti, si fa insomma controinformazione contro la disinformazione dei mass-media. Cosa indispensabile, e innanzi tutto per chi lo fa, ma che è, vista la potenza materiale della controparte, come voler svuotare l’oceano con un cucchiaino. E non è solo una questione quantitativa, ma qualitativa e solidificata nel tempo: Siamo in presenza di un senso comune impermeabile e dalle forti fondamenta, che non può essere abbattuto solo controbattendo ogni cosa che dice e fa; per quanto lo si scardini bene ed a fondo nei suoi punti particolari rimane in piedi e si riproduce. Per cui anche questa parte, seppur diversissima dall’altra, non superficiale e priva di quello snobismo che può assumere forme ultrapopulistiche, rischia di riprodurre meccanismi alternativi, parziali ed alla fine di esaurirsi in un modo o nell’altro nella “fattualità”. Questo senso comune può essere abbattuto andando alle sue radici e cause storiche di essere, e studiando il metodo di funzionamento dei suoi mezzi che lo producono e diffondono, e costruendo contemporaneamente un senso comune migliore, cioè più chiaro e più conforme alla realtà presente ed agli interessi della collettività nel suo insieme.

  7. #7
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    Questo thread mi era scivolato via.

    Interessante.

    Su questo, ad esempio


    Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra -


    i mass media nazional popolari stanno battendo moltissimo...anche con testimonianze di palestinesi....

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Questo thread mi era scivolato via.

    Interessante.

    Su questo, ad esempio




    i mass media nazional popolari stanno battendo moltissimo...anche con testimonianze di palestinesi....
    stessa identica tecnica che utilizzarono con Hezbollah... purtroppo per i nostri media a smentirli sono i consensi in aumento alle 2 fazioni (Hezbollah e Hamas).

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Questo thread mi era scivolato via.
    Veramente l'ho aperto poco più di un'ora fa

  10. #10
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