Rubrica il Punto
Lo sfogo di Putin e Medvedev
di Lucio Caracciolo
Il premier e il presidente russo parlano della crisi georgiana: l'8 agosto è stato per noi come l'11 settembre per l'America. Stanchi delle ingerenze Usa.
(articolo pubblicato su la Repubblica il 15/09/08)
(carta di Laura Canali)
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"Chi te lo fa fare? Sei un presidente giovane, liberale, a che ti serve tutto questo?". Mentre i tank di Mosca, respinto l'attacco georgiano in Ossezia del Sud, erano in vista di Tbilisi, George W. Bush si rivolgeva quasi paternamente al suo omologo russo, in carica da nemmeno cento giorni. A raccontarlo è lo stesso Dmitri Medvedev. Siamo nel salone delle feste dei magazzini Gum, affacciato sul mausoleo di Lenin. Intorno al tavolo, un gruppo di giornalisti ed esperti americani, europei e asiatici, riuniti dal Club Valdai per quattro giorni di incontri informali con i principali leader russi, a cominciare da Putin e dallo stesso Medvedev. "Ho risposto a Bush che non è che io avessi bisogno di fare qualcosa, ma ci sono situazioni in cui l'immagine non conta nulla e l'azione efficace è tutto", continua Medvedev. E tiene a farci sapere di aver smontato il suo interlocutore: "In questo contesto tu avresti fatto lo stessa cosa, forse più duramente, gli ho detto. Lui non mi ha replicato".
Molti, anche in Russia, considerano Medvedev un passacarte di Putin. Non ha né potrà forse mai avere l'autorevolezza del suo mentore, il restauratore dell'impero russo. Ma la sua performance da comandante in capo delle Forze Armate durante la vittoriosa campagna di Georgia ne ha innalzato la statura. E poi il Cremlino conferisce a chiunque vi si insedi un'aura regale. Fatto è che in poche settimane il gradimento popolare del neopresidente è notevolmente cresciuto. E lui se lo sente addosso: "Dopo il Caucaso ho acquistato una migliore comprensione delle cose, quest'esperienza mi ha dato più sicurezza". Medvedev ha preso gusto al potere, e si vede. Non è affatto scontato che stia lì per scaldare la poltrona in vista del ritorno del leader massimo.
Quale che sia la dinamica psicopolitica di questo strano consolato, la squadra di Putin sembra piuttosto compatta. E univoca nel messaggio al mondo esterno. Medvedev lo riassume così: "L'8 agosto per la Russia è stato un po' come l'11 settembre per l'America. Quando la Georgia, appoggiata da un grande Stato che vuole fissare le regole del gioco internazionale, ha cinicamente attaccato l'Ossezia del Sud e ha sparato sui nostri peacekeepers, il mondo è cambiato e sono cambiate le nostre priorità".
Ne deriva il concetto di fondo, martellato dai leader russi, da Putin in giù, durante tutte le nostre conversazioni: la Russia è stanca. Vent'anni di umiliazioni, per un colosso di antico lignaggio imperiale, sono troppi. Non ci volete nella vostra famiglia? Pazienza, ce ne costruiremo una nostra, insieme ad amici vecchi e nuovi. Non solo con i vicini postsovietici, ma anche con i governi amici nel mondo arabo, in Asia, America Latina e Africa, che negli anni Novanta abbiamo trascurato.
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Il premier e il presidente russo parlano della crisi georgiana: l'8 agosto è stato per noi come l'11 settembre per l'America. Stanchi delle ingerenze Usa.
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