Il rischio in questi giorni di terremoto finanziario è ripetersi e dire sciocchezze non solo perché le scosse continuano e non accennano a diminuire di intensità, ma anche per un altro motivo: una crisi come quella in atto non ha precedenti ed è impossibile appellarsi all’esperienza per prevederne la conclusione. Non esistono i termini per una comparazione e ciascuno di noi, più in base all’intuito che alla propria scienza, azzarda ipotesi nelle quali crede fino a un certo punto. Ieri le Borse sono state colte da un attacco di isterismo e hanno reagito in modo irrazionale. Abbiamo toccato il fondo? Forse.
È un fatto che in molti casi la quotazione borsistica delle aziende è stata inferiore al valore effettivo. E ciò è assurdo, incomprensibile se non ricorrendo a metodi di giudizio estranei alla logica di mercato. Ho una sensazione. Dato che peggio di così è difficile andare, d’ora in poi la situazione deve per forza migliorare. Mi rendo conto: sembra un ragionamento di Bertoldo. Ma non me ne viene uno di livello superiore. Fino adesso si è trattato di crisi finanziaria, che era nell’aria da tempo però è stata presa sottogamba perché si pensava interessasse prevalentemente gli Stati Uniti dove, per questioni legate al costume, il comportamento dei cittadini e delle banche è assai diverso rispetto agli stili di vita italiani.
Noi siamo restii ad indebitarci e puntiamo piuttosto sul risparmio. La nonna ci ha insegnato: compra soltanto se hai soldi; altrimenti rimanda l’acquisto a quando ne avrai. Gli americani invece, più fiduciosi nel futuro, oltre a spendere quanto hanno già guadagnato, spendono anche quello che sperano di guadagnare domani o addirittura fra un anno. E si indebitano allegramente. Usano le carte di credito con disinvoltura perché il loro sistema glielo consente (consentiva). La card come una cambiale a scadenza pressoché illimitata. Per anni è stato così. Gli istituti di credito anziché frenare l’esposizione l’hanno incoraggiata convinti anch’essi che per pagare c’è sempre tempo. Vi era un senso in tutto questo tant’è che la giostra non ha mai smesso di girare con apparente profitto. La concessione dei mutui immobiliari si era ispirata al medesimo principio. Quanto costa la casa che vuoi acquistare? Dieci. Eccoti il prestito di dieci. Garanzia, l’appartamento. Si trattava però di alloggi supervalutati da un mercato euforico. Un aspetto questo, sul quale le banche hanno sorvolato potendo coprire i crediti con la vendita degli stessi sotto forma di prodotti finanziari da collocarsi presso clienti golosi di alte redditività. Io vendo a te, tu vendi a lui e lui vende a Pinco Pallino. Una vera e propria catena di Sant’Antonio destinata a bruciare le dita al fesso rimasto col cerino in mano.
Perdonate se procedo nella ricostruzione dell’accaduto con tecnica grossolana, ma qui occorre parlare evitando voli pindarici. Insomma. Siccome il futuro non si può prevedere né ipotecare, è successo che il prezzo degli immobili è inopinatamente sceso e il castello di carta costruito dagli aruspici della finanza ottimistica (e da rapina) è crollato.
Di qui la cosiddetta bolla. Infatti il debito originario di chi aveva acceso i mutui si è rivelato in pratica inesigibile (per bolletta manifesta) e quanto stava sopra, pure. Risultato: un disastro. Al quale se ne aggiungerà un secondo nel momento in cui le carte di credito non fossero più onorate dai possessori stroncati da una eventuale ricaduta della crisi finanziaria sull’economia reale. Che comporterebbe disoccupazione eccetera eccetera. Urge pertanto contrastare l’eccessivo rallentamento della produzione di beni: per difendere i posti di lavoro.
Il problema che parecchi non hanno afferrato: questa è una crisi di sistema e anche una crisi strutturale della finanza internazionale. I bidoni americani non sono girati e non girano solamente negli Usa: sono stati esportati in Europa e quindi in Italia. Le nostre banche hanno abboccato e smerciato le schifezze in una quantità non ancora accertata. Serpeggia il terrore - inconfessato - che i titoli tossici si nascondano nella pancia di vari istituti, e la diffidenza tra un istituto e un altro cresce bloccando la circolazione di denaro liquido e mandando in apnea le imprese bisognose di contanti allo scopo di gestire l’attività ordinaria.
Se poi la bolla incombente delle carte di credito dovesse esplodere come quella dei mutui... Vabbé, meglio non pensarci.
Per la maggioranza dei cittadini è inspiegabile anche la contaminazione dell’Italia: non si sono rassegnati alla globalizzazione dalla quale dipende la velocità con cui i virus finanziari si propagano da un continente all’altro. Siamo afflitti da un gap culturale, anzi di mentalità.
Ora che deve fare il nostro governo? I Paesi europei si sono mossi ciascuno per propria convenienza. Ovvio. Manca una gestione politica unitaria della Ue. L’Italia dunque è costretta ad arrangiarsi. Per prima cosa dovrebbe forzare il patto di stabilità (deficit pubblico) e abbassare le tasse. Non abbassarle tout court, così un tanto al chilo. Bensì defiscalizzare gli investimenti delle aziende. È la sola strada che conduca fuori dal pantano. Oggi le imprese pagano troppo all’erario (sugli utili), e il denaro da reimpiegare a sostegno delle ditte è troppo poco, insufficiente ad un rilancio potente dell’economia.
Quanto alla finanza non va comunque demonizzata, ma rapportata alla produzione e al valore delle società quotate. Non sbaglia pertanto Berlusconi se afferma: non c’è alcun motivo per non investire su Eni e Enel, notoriamente robusti visto che all’energia la società contemporanea non è in grado di rinunciare. Suscita invece perplessità l’idea di sospendere temporaneamente le contrattazioni borsistiche per arrestare il collasso dei titoli.
Non è nascondendo la testa nella sabbia che si modifica la realtà. E la realtà è che la Borsa va ripulita, non chiusa per lutto nazionale. Dopo, tornerà la fiducia.
Un’ultima riflessione sulla crisi. Ieri l’asta dei Bot ha esaurito tutto. La gente si fida di più del debito pubblico che delle banche. È un errore? Sarà. Ma se lo Stato ha ancora una buona reputazione al punto che gli affidiamo a palpebre abbassate i quattrini nostri, piuttosto di lasciarli sul conto corrente o altrove, c’è un perché. Ed è questo: meglio lo Stato pasticcione che non gli speculatori maledetti della finanza sporca.
Vittorio Feltri www.libero.it 11 10 08




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