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    anarchico
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    Sindacalismo e sindacati in Italia

    Vorrei un vostro parere sulla riflessione sotto riportata di BC sul sindacalismo. Credo offra interessanti spunti di riflessione.


    http://www.ibrp.org/it/articles/2001...cati-in-italia


    Sindacalismo e sindacati in Italia



    Pubblichiamo il testo del contributo italiano al lavoro internazionale del BIPR sul sindacato. Questo lavoro raccoglierà le tesi essenziali della nostra corrente sul rapporto fra lotte operaie e sindacati e contributi delle sezioni nazionali nei paesi in cui sono presenti sezioni o gruppi simpatizzanti del Bureau. Il lavoro sarà pubblicato in diverse lingue, fra cui l’Italiano.

    Il sindacalismo in Italia ha radici salde e profonde, al punto che si rende possibile l’esistenza di sindacati confederali ufficiali e di sindacati autonomi, di sinistra radicale, di rilevanza numerica pressoché uguale. Come vedremo, entrambi i tipi di sindacato confermano la tesi centrale del nostro movimento: la difesa reale dei lavoratori dagli attacchi del capitale si rende possibile solo fuori e contro i sindacati, fuori da tutti i possibili modi d’essere del sindacalismo.
    I sindacati confederali

    Riferendoci alla storia sindacale, in estrema sintesi, abbiamo visto il sindacato apparentemente unitario, sorto durante ancora la guerra imperialista e contrapposto a quello fascista, la CGL (Confederazione Generale del Lavoro) dividersi, subito dopo la guerra mondiale, in due tronconi, e più: un’ala riferentesi al blocco imperialista russo, l’altra a quello americano.

    Il Primo Maggio del 1950 nasce la cattolica CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori). Pochi mesi dopo nasce, sempre uscendo dalla CGIL, la UIL (Unione Italiana del Lavoro) che rappresenta sul piano sindacale l’ala laica, anticomunista dello schieramento politico.

    In sostanza, all’uscita dalla II Guerra mondiale e all’inizio della guerra fredda, si attua la divisione dello schieramento sindacale sui fronti contrapposti dell’imperialismo (CGIL da una parte, col PCI filo-sovietico; CISL e UIL dall’altra) e un ulteriore divisione in base alla divisione storica della politica, ovvero della borghesia italiana, fra ala cattolica e ala laica. Va osservato peraltro che la grande maggioranza degli operai aderiva alla GCIL, mentre alla CISL e alla UIL rimanevano prevalentemente i terreni di caccia del pubblico impiego e dei settori impiegatizi.

    E’ evidente comunque che l’adesione di massa ai sindacati confederali così configurati è espressione significativa e piena del soggiacere completo del proletariato, nelle sue più varie componenti, alle politiche imperialistiche delle forze parlamentari, è significativa in sostanza del soggiacere del proletariato alle politiche della borghesia.
    Il 1968

    Un primo scossone si verifica nel 1969-69. Lungi dall’essere il momento di ripresa della lotta di classe — come alcuni anche dell’ex campo politico proletario vorrebbero credere e far credere — il grande fermento di quegli anni fu soprattutto espressione del malessere della piccola borghesia che esprimeva la propria reazione alle prime forze di ristrutturazione del complesso produttivo capitalistico e del corrispondente assetto sociale, e che, radicalizzandosi a sinistra, riusciva a catturare la simpatia di strati non indifferenti di proletariato.

    Va assolutamente ricordato, in questo senso, che il 1968 segue di pochissimo la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese guidata da Mao Tse Tung e la rottura della Cina con la Unione Sovietica, tacciata di social-imperialismo. Le masse studentesche che nel mondo “contestano il sistema” guardando alla Cina di Mao come alla Cuba di Castro non fanno fatica a trascinarsi dietro quegli strati operai che, vittime comunque delle mostruose deformazioni del marxismo operate dalla stalinismo sovietico, reagiscono alle forme di burocratizzazione dei partiti filosovietici plaudendo alla grande operazione cinese, presentata appunto come anti-burocratica. Schiere di intellettuali presunti marxisti sono caduti in quella trappola; era naturale che vi cadessero anche consistenti frange proletarie.

    A scanso di polemiche inutili, rileviamo che un movimento comunque si è dato nel tessuto sociale e politico metropolitano fino ad allora piuttosto ingessato nelle classiche contrapposizioni Usa-Urss. In tale movimento del tessuto sociale e politico è naturale che si creino le condizioni anche di un riemergere delle ragioni e delle forze politiche per una proposizione classista, fuori e contro i “capitalismi di stato” spacciati per socialismo. E’ cioè naturale che nel 1968 riprenda un poco di fiato il nostro movimento, così come è naturale che nascano nuovi gruppi e nuove tendenze di pensiero che cercano di recuperare i contenuti originali del movimento marxista e comunista. Ma un conto è riconoscere questo fatto come accessorio inevitabile di un processo avente caratteristiche sue proprie e diverse, ancora interne alla dinamica borghese, altro conto è scambiare la propria nascita, o il proprio sviluppo, come caratteristica fondamentale o ragione stessa di quel processo, equivocato come il dispiegarsi, quantunque iniziale, della contrapposizione di classe fra borghesia e proletariato.

    Nel 1969 dunque emergono i Comitati Unitari di Base (CUB) per prevalente iniziativa di uno dei gruppi maggiori della galassia sessantottina — Avanguardia Operaia. I CUB vogliono rappresentare e rappresentano le nuove forme della democrazia sindacale, in forte polemica con le direzioni burocratiche dei sindacati e le corrispondenti strutture territoriali e di fabbrica. Essi si presentano in alternativa alle Commissioni Interne della tradizione sindacale, accusate di eccessiva dipendenza dai vertici burocratici e di scarsa rappresentatività della loro stessa base elettiva: gli operai di fabbrica.

    I CUB, proprio perché unitari di base, sono comitati che raccolgono i militanti di tutte e tre le confederazioni che vi vogliono aderire.

    In breve i CUB diventano in certo modo il modello per la nuova struttura organizzativa che il sindacato si dà in fabbrica e che verrà presto regolata per legge. Le commissioni interne cedono il passo ai Consigli di Fabbrica.
    La socialdemocratizzazione

    Gli anni 1970 sono gli anni nei quali il nostro Partito parla insistentemente di socialdemocratizzazione della società, indipendentemente dalle forze politiche al governo: in questi equilibri (appunto socialdemocratici) il sindacato acquista la valenza di una possente forza politica nel processo di mediazione che sta alla base della amministrazione governativa: governo, rappresentanze industriali (Confindustria) e sindacati sono i tre attori della mediazione, o concertazione.

    In quegli anni si manifesta una forte spinta unitaria alla base dei sindacati, che si riflette al vertice con l’unitarietà delle posizioni, raggiunta attraverso consultazioni permanenti prima dell’incontro con le controparti. Questo nonostante il permanere della distinzione fra le tre Confederazioni.

    Si era ancora in piena guerra fredda e, nonostante il progressivo distaccarsi dalla madrepatria sovietica, il PCI rimaneva nell’immaginario collettivo il partito di Mosca. D’altra parte anche fra laici e cattolici, per naturale retaggio storico comune ai paesi dell’Europa Mediterranea (Italia, Spagna, Francia), l’abbraccio non è per niente facile, specialmente se direttamente organizzativo.

    La mediazione permanente operata dal sindacato degli immediati interessi operai nel rapporto col capitale inizia a trasformarsi, proprio in quegli anni e con quegli strumenti organizzativi, in mediazione degli interessi del capitale nei confronti della classe operaia, coerentemente con la dinamica capitalista. La fase di crisi del ciclo di accumulazione apertasi agli inizi degli anni 1970, è affrontata in Europa puntando sulla ristrutturazione industriale, cioè sull’aumento della produttività del lavoro e dello sfruttamento operaio. Lo Stato è chiamato a finanziare quella ristrutturazione (aumentando il debito pubblico e dunque il suo deficit di bilancio) e i sindacati sono chiamati a far passare presso gli operai che li devono subire, i primi contratti clamorosamente bidone. L’inganno sta in aumenti salariali inferiori di fatto al tasso di inflazione — il che porterà a far perdere in 10 anni il 12 per cento del potere d’acquisto del salario — e nel gestire insieme a stato e padronato le eccedenze di manodopera che le aziende si ritrovano, grazie alle ristrutturazioni. E’ il dilagare della Cassa Integrazione, (80 per cento del salario, pagato prevalentemente dall’Istituto di Previdenza) immediatamente percepita dagli operai come un male minore, quando non una fortuna. In cassa integrazione si prende appunto l’80 per cento del salario, si può integrare con qualche lavoro in nero o ci si può comunque dedicare ad altre attività, economiche o no. Il fatto che la Cassa Integrazione sia anticamera di licenziamenti è vero, ma perde di peso di fronte alla percezione immediata dei vantaggi. Così il sindacato si è permesso il lusso, per tutti gli anni 1970 e parte degli 1980, di consentire le stangate padronali ai lavoratori mantenendo sostanzialmente la fiducia dei lavoratori stessi o comunque il controllo su di essi, nonostante alcuni episodi, anche grossi, di reazione e di tentativi di organizzazione autonoma (ricordiamo per tutti, l’Assemblea Autonoma della Alfa Romeo di Arese, politicamente egemonizzata, ai tempi, da Lotta Continua).

    Oltre ai lavoratori i sindacati controllano ovviamente alcuni posti importanti nelle amministrazioni statali e di enti pubblici. Esiste addirittura un canale obbligato che conduce i vertici delle Confederazioni Sindacali a occupare le presidenze di Istituti come quello, per esempio, Nazionale di Previdenza Sociale.

    E’ alla fine degli anni 1980 che la pesantezza delle stangate padronali e il ruolo di “venduti” dei sindacati confederali viene percepito da un numero crescente di lavoratori che iniziano a ricercare nuove forme di organizzazione della lotta economica (Cobas Scuola, COMU nelle ferrovie) o a seguire gli eretici delle confederazioni. La paradossale condizione di un sindacato mediatore degli interessi capitalisti presso i lavoratori e le sue immediate più crude conseguenze, disturbano infatti anche strati non indifferenti della organizzazioni sindacale medesima. E’ in questo periodo che quadri sindacali prestigiosi nei rispettivi settori organizzano tendenze “di sinistra” all’interno delle confederazioni o praticano addirittura la scissione per costituire nuovi sindacati di categoria. E’ il caso delle RdB, piccolo sindacato nato addirittura nel 1979 nel pubblico impiego, o della Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti, nata nel 1990 per fondersi già nella primavera del 1991 con le RdB a fondare la CUB (Confederazione Unitaria di Base). Si tratta per lo più di iniziative di stampo prettamente sindacalistico, promosse però da un ceto politico riciclato dalle fallimentari esperienze politiche del 1968 (dalle formazioni operaiste a quelle maoiste) che incontrano il favore di minoranze, talvolta importanti, della forza lavoro nelle fabbriche, nei grandi uffici e nel settore pubblico.

    Per tutti gli anni 1990 la socialdemocrazia continua a penetrare tutti i rapporti politici e sindacali e mediante la concertazione permette di assestare ulteriori stangate alla classe operaia in termini salariali e occupazionali e di avviare la rapina del salario indiretto, con lo smantellamento del cosiddetto stato-sociale. Si inizia con la abolizione della scala mobile, ottenuta con un governo di centro sinistra e il placet dei sindacati, per continuare con i tagli alla sanità e alla scuola e gli attacchi al sistema pensionistico. Il primo attacco serio alle pensioni si presenta come una provocazione di destra: il primo governo Berlusconi (1994) avanza una proposta di riforma delle pensioni che nella radicalità e immediatezza dell’attacco si configura appunto come una provocazione ed è l’occasione d’oro attesa dal centro sinistra per affondare il governo Berlusconi.

    I sindacati giocano un ruolo determinante nella chiamata in piazza di quel milione di manifestanti (solo a Milano, più gli altri nelle altre città) che contribuiscono alla caduta del governo.

    Al loro fianco — contro la destra — ci sono i contestatori della “organizzazione di base” del sindacato. Con i nuovi governi, tecnico prima e di centro-sinistra poi (Prodi), si intensifica l’attacco al lavoro e viene rimessa mano alle pensioni secondo un piano di fronte al quale l’originale “provocatorio” progetto Berlusconi poteva sfigurare. Il sindacato, conscio delle difficoltà della “impresa Italia” collabora, e collabora in modo così spudorato da perdere gran parte della fiducia che ancora riscuoteva nella classe. Ormai gli iscritti al sindacato sono una minoranza della forza lavoro impiegata, ciononostante il sindacato continua ad essere l’elemento determinante nella definizione del prezzo e delle condizioni di vendita della forza lavoro, indipendentemente cioè dal fatto che quest’ultima sia d’accordo o meno. Il sindacato, in altri termini è diventato realmente, e percepibilmente quella istituzione dello stato borghese che noi denunciavamo già nell’immediato dopoguerra. Come tale, in tutti i casi, si comporta. Anche ora, mentre scriviamo, la CGIL appoggia la sua Federazione metalmeccanica (FIOM) nel respingere il contratto firmato dalle altre due Confederazioni e nel mantenere l’opposizione alla ennesima riforma del mercato del lavoro, promessa dal Libro bianco sul Lavoro del ministro leghista Maroni. Essa si comporta come responsabile elemento che, mentre solidarizza con la opposizione politica opponendosi alla delega al ministro Maroni per la riforma del mercato del lavoro, si rende disponibile a quella riforma, a patto che sia discussa con l’intero sindacato. Attaccare il lavoro, d’accordo, ma concordando i modi col sindacato — questa è la linea della CGIL, mentre le altre due confederazioni mostrano di capitolare con più immediatezza all’imperativo delle imprese capitalistiche e accontentarsi di alcuni emendamenti alla riforma del ministro.

    In generale, nella fase attuale, il sindacato confederale si divide in un gioco delle parti — nel quale CISL e UIL si inchinano al governo, la CGIL fa l’opposizione — al quale il proletariato sembra ancora credere e cedere (significativa in questo senso la grande manifestazione a Roma del 16 novembre) e nel quale comunque cadono stupidamente, ma obbligatoriamente, anche i sindacati della radicalità di sinistra e autonomi.
    I sindacati autonomi e di base

    Iniziano a sorgere come visto, nel 1979 per moltiplicarsi dividersi e aggrupparsi per tutti gli anni 1980 e 1990, in un processo che vede intrecciarsi le ambizioni lideristiche di spaesati reduci del 1968, che quantomeno, non si erano accomodati nei posti caldi e lautamente pagati del conservatorismo borghese, e alcune genuine spinte alla lotta di nuovi strati proletari. E’ questo il caso, per esempio, del movimento dei Cobas scuola (Comitati di Base) del 1987, al quale i nostri compagni parteciparono attivamente, fino all’Esecutivo nazionale, fintantoché non prevalse la spinta alla creazione di fatto di un nuovo micro-sindacato. Questo si verificò quando il movimento reale della base iniziò a declinare e ci si ritrovò a fare i conti, nell’isolamento della lotta stessa, con l’alternativa fra lo scioglimento dei Cobas e la riorganizzazione, fra chi ci stava, di organismi di propaganda e lotta politica contro la scuola del capitale o la cristallizzazione dei Cobas in un nuovo sindacato. E’ significativo — di un percorso comune alla galassia dei sindacatini radicali e autonomi — che una volta prevalsa, nelle assemblee nazionali e locali, la tendenza sindacalistica, il movimento stesso si scindesse, di fatto e senza clamori, in almeno due formazioni sindacali diverse e in competizione. D’altra parte va ricordata una scissione che si verificò all’origine del movimento stesso e che vide la nascita della Gilda. Raramente un nome è così appropriato: il corporativismo estremo di questa organizzazione ben ricorda contenuti e scopi delle Gilde medievali.

    E il corporativismo è un altra bruttissima base di aggregazione — perché arretratissima e sostanzialmente reazionaria — di altri sindacati autonomi nel mondo della scuola (SNALS) come nel mondo impiegatizio del Pubblico Impiego (UniCobas) o sulla quale arretrano organismi originariamente meno spudorati (COMU).

    La compresenza per tutti gli anni 1990 di più formazioni pretese “di base” e non corporative, divise sul terreno nazionale come sul terreno locale sulla base delle appartenenze politiche delle rispettive leadership, determinava una situazione in cui su ogni tema grosso e nazionale — in genere determinato dalle Confederazioni ufficiali e dai loro rapporti con governo e padronato, o da eventi esterni come… le guerre — queste organizzazioni andavano a indire agitazioni e lotte in ordine sparso e con risultati dunque risibili, di fronte alla portata degli attacchi capitalistici.

    Si parla di movimento dell’autorganizzazione, ma questo non riesce a manifestarsi come tale e dimostra piuttosto di essere espressione di diverse linee politiche della sinistra radicale, comunque molto minoritarie, piuttosto che di una genuina auto organizzazione del proletariato, sebbene sul terreno arretrato del sindacalismo.

    E’ per tentare (o per far finta) di porre rimedio a questo che nel 2000 si assiste alla creazione della Confederazione Cobas, che riunisce i Cobas-Scuola, il Sin Cobas e alcuni altri Cobas di categorie del Pubblico impiego. E’ un tentativo di riunire le sparse membra di un corpo omogeneo, ma solo perché appartenente a una medesima area politica del vasto mondo gauchiste italiano. Oltre alla Confederazione Cobas, rimangono attivi e concorrenti la Confederazione Unitaria di Base e lo Slai Cobas. Le rispettive forze organizzative non sono dissimili e ciò comporta che la indizione di giornate diverse di lotta e diverse piattaforma (anche se formalmente) sugli stessi temi, rendono irrilevante o meglio inesistente il preteso movimento complessivo di “autonomia organizzativa della classe”. Questo è un dato oggettivo, nonostante il fatto che qualcuna delle componenti di tali formazioni sindacali, come è il caso dei Cobas scuola nella Confederazione Cobas, riesca da sola a convocare scioperi e manifestazioni con decine di migliaia di partecipanti.

    Di fatto, al grido di sempre “Proletari di tutti i Pesi Unitevi” questi sindacatini continuano ad opporre le ragioni meschine della loro autonomia. Si fondono e uniscono ad altri nella misura in cui non viene meno il ruolo e il peso del “lider maximo”, o del gruppo politico che li “ispira”. Qualche “carismatico capo” può poi benissimo spingersi ad analisi e prese di posizione personali di livello elevato — consideranti il movimento di classe in rapporto alla dinamica capitalista, che lo dovrebbero portare ben lontano dal ruolo ricoperto — salvo mantenersi invece saldo alla gestione del sindacalismo più basso e financo corporativo.
    Conclusioni

    L’esistenza di tanti sindacatini, dai più “radicali” ai più corporativi, testimonia comunque una perdita di fiducia operaia da parte delle confederazioni. Dai risultati delle elezioni della RSU nello stabilimento di Arese (MI) nel giugno del 2000, traiamo questi dati generali e significativi.
    - Slai Cobas FLMU FIM (Cisl) UIL (Uil) FIOM (Cgil) Totale
    Totale generale operai e impiegati 622 219 275 229 771 2116
    Percentuali 2000 29,4% 10,3% 13,0% 10,8% 36,4% -
    Percentuali 1997 28,6% - 15,7% 9,1% 46,6% -

    Mentre è cresciuto il Cobas (aderente allo Slai Cobas) la FIOM ha perso molto, tanto a vantaggio del Cobas che, più sostanziosamente, a vantaggio della nuova (per lo stabilimento) FLMU.

    Ma quella perdita di fiducia nelle confederazioni non significa affatto di per sé, come è naturale che sia, una ripresa di capacità di lotta al di fuori delle compatibilità del sistema, se si tramuta in adesione a nuovi sindacatini, che si spera “difendano meglio”. E per ora, checché ne dicano ovviamente gli attori, i relativi successi del sindacalismo di base sono solo il segno di un radicato attaccamento operaio ai principi e meccanismi del sindacalismo, della mediazione, delle compatibilità.

    Fa parte del nostro patrimonio di elaborazione la tesi che la nuova ondata di lotte operaie, all’inizio essenzialmente di autodifesa, avrà tuttavia un più elevato contenuto politico che in passato e partirà da una organizzazione territoriale della classe operaia stessa, quantomeno di sue consistenti avanguardie, che deve necessariamente travalicare i limiti del sindacalismo. [1]

    In questo senso la strada appare, anche in Italia, tutta da fare e in salita.

    Un’ultima notazione riguarda il raffronto generale fra la situazione italiana e quella di altri paesi. Due sono gli elementi essenziali, che caratterizzano il quadro italiano:

    1. La divisione fra le confederazioni ufficiali corrisponde alla molto democratica divisione degli schieramenti politici: una principale, corrispondente alle vecchie divisioni fra i fronti dell’imperialismo, fra “comunisti” filosovietici e gli altri “occidentalisti”, e una seconda divisione tradizionale della borghesia e della società civile italiana fra area cattolica, legata alla Chiesa di Roma, e area laica.
    2. La pluralità di sindacati “alternativi”, più o meno “radicali” più o meno corporativi, corrisponde alla pluralità di gruppi e tendenze del gauchisme italiano impegnate sul terreno della propria concezione del sindacalismo, e quella che potrebbe apparire come “ricchezza” del movimento di classe segna invece la debolezza della classe e la ancora eccessiva vitalità dei residui della III Internazionale.

    Mauro jr. Stefanini

    [1] Vedi Il rapporto fra capitale e lavoro nel processo di crisi in Italia, Prometeo, V serie, n.5, giugno 1993 e Dopo la ristrutturazione la nuova composizione di classe — Veso la ripresa delle lotte proletarie, in Prometeo, V serie, n.6, dicembre 1993

  2. #2
    anarchico
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    Lightbulb Sulla natura controrivoluzionaria del sindacato

    In un'altra sezione del loro sito (http://www.ibrp.org/it/articles/2001...ernazionalisti) leggo :

    Siamo contro la logica sindacale che — proprio perché basata sulla contrattazione fra capitale e lavorovive unicamente sulla continuità della divisione in classi della società (capitalisti e finanzieri / operai e disoccupati) e dello sfruttamento del lavoro salariato.

  3. #3
    anarchico
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    Predefinito

    http://www.ibrp.org/it/forum/2008-10...-coi-sindacati

    E ‘chiaro che i sindacati non sono rivoluzionarie, è i maggiori sonno parte dagli apparecchi di Stato e la minoranza non può dare una risposta globale rivoluzionaria (in aggiunta al suo interno il settarismo e le piccole miserie). CCI definitive respinge qualsiasi collaborazione con i sindacati, ma forse è una visione troppo massimalista si ¿vostra posizione è la stessa? Ciò significa che, nei prossimi giorni ci saranno le lotte che, anche se limitato al Comitato economico e sarà gestito dai sindacati. Dobbiamo evitare qualsiasi intervento rivoluzionari, anche essendo al corrente dei suoi limiti. Anche, si potrebbe appartenere a un sindacato per avere influenza dalla base.

    Mi auguro che il vostro consiglio.

    Salutti rivoluzionari internazionalisti (dalla Spagna)

    -----

    Submitted by No Nick (editor) on Gio, 2008-10-09 19:45.

    il sindacato è un nostro AMBITO di intervento ( denuncia, propaganda, agitazione ) e non una CINGHIA DI TRASMISSIONE/STRUMENTO di consenso verso il Partito.

    l’influenza, se genuina e reale, dovrebbe tradursi in azione fuori e — molto probabilmente — contro il sindacato.

    sono estremamente sintetico per evitare “guai” con la traduzione automatica…

    -----

    Submitted by Gek (editor) on Gio, 2008-10-09 190.

    Il problema non è intervenire o meno nelle assemblee sindacali e nelle mobilitazioni indette dai sindacati. In questi giorni noi internazionalisti stiamo intervenendo in tutte le assemblee e in tutte le mobilitazioni indette dai sindacati, confederali e di base, perché gli iscritti ai sindacati, così come tutti i lavoratori, sono il nostro naturale referente ed è a loro che ci rivolgiamo quando interveniamo nelle situazioni di lotta. Il fatto è che, in tutte queste occasioni, noi CRITICHIAMO RADICALMENTE il sindacato e diamo come indicazione L’AUTORGANIZZAZIONE DELLE LOTTE e la ROTTURA DELLE COMPATIBILITA’ CAPITALISTICHE come unica strada per difendere concretamente i propri interessi di classe. Altre forze politiche che si spacciano per comuniste e rivoluzionarie, invece, non solo stanno dentro i sindacati, ma occupano all’interno di essi anche ruoli dirigenziali. E se occupi ruoli dirigenziali in un sindacato come la CGIL che è ormai a tutti gli effetti cinghia di trasmissione degli interessi padronali e di stato in seno alla classe lavoratrice, allora ti schieri dall’altra parte della barricata.

  4. #4
    anarchico
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    Sindacalismo in USA

    http://www.ibrp.org/it/forum/2008-10...-coi-sindacati

    Submitted by mic (editor) on Sab, 2008-10-11 22:18.

    Considera lo stato dei sindacati oggi. Negli USA forse l’11% della forza lavoro è in un sindacato. In Francia il numero è ancora minore. L’Australia, che una volta aveva il più alto tasso di sindacalizzazione al mondo, ha visto i suoi sindacati liquefarsi. i sindacati in una epoca di crisi capitalista diventano più reazionari. È routine per i sindacati come lo UAW fare accordi che distruggono i loro stessi membri in cambio di fondi pensione aziendali. i sindacati si impegnano a prevenire gli scioperi, più che ad avviarli.

    Prendi le più grandi ondate di scioperi a cui puoi pensare, per esempio. Quante di queste furono avviate dai sindacati? Il maggio del 1968 in Francia non fu avviato da un sindacato. Gli scioperi negli USA, la più grande ondata di scioperi nella storia degli USA, dal 1943 al 1946, non fu guidata dai sindacati. Per la maggior parte del tempo, i sindacati statunitensi avevano imposto un accordo di non-sciopero sottoscritto col presidente degli USA ai loro membri, finché questi non ne furono schifati. Se torni abbastanza indietro nel tempo, diciamo allo sciopero generale del 1877 negli USA, o lo sciopero generale di Seattle nel 1919, lì trovi i sindacati a condurre le lotte. La piccola ondata di scioperi negli anni 1970 negli USA non fu diffusa dai sindacati, furono piuttosto i lavoratori con i loro scioperi a gatto selvaggio a costituirne l’avanguardia. Conoscevo un uomo, di cui ho partecipato al funerale quest’anno, che prese parte allo sciopero dei camionisti Schneider negli anni 1970 e fu obbligato al gatto selvaggio dopo che l’azienda e il sindacato li presero per i fondelli. Furono schiacciati e messi al bando dal settore del trasporto su gomma; il sindacato appogggiò la loro messa al bando. Il movimento Nuova Direzione, con Ron Carey, fu sostenuto da un sacco di attivisti sindacali di base e trotskisti. Il loro tentativo di “riformare” i Teamster negli anni ottanta fallì e Carey fu sostituito da Jimmy Hoffa Jr.

    Più di recente, la coalizione trotskista di riformatori sindacali qui, Labor Notes, è stata attaccata durante una delle sue riunioni da gorilla della SEIU, che hanno mandato molte persone all’ospedale, letteralmente. Questo è ciò che puoi ottenere lavorando con loro. La SEIU è il peggior sindacato che abbia mai visto. La mia esperienza con la SEIU comprende un rimostranza per persecuzione presentata tre volte da tre diversi gruppi di lavoratori di una Assicurazione per la salute che richiedeva di procedere contro un supervisore che anch’io ho avuto. Il rappresentante sindacale, che si scoprì poi essere suo amico, si alzò ad una riunione e ci disse apertamente che nessuna rimostranza contro il nostro supervisore sarebbe stata esaminata. Io misi in discussione la cosa e mi pronunciai apertamente contro la situazione, contro il rappresentante e il supervisore. Dopo tre giorni fui licenziato. Ora non posso lavorare in nessuna delle maggiori compagnie di assicurazione sulla salute con sede nella mia città. Spesso, vedi, i sindacati sono più vicini alla dirigenza aziendale che ai lavoratori. Loro, anche i più piccoli rappresentanti sindacali spesso si vedono come co-gestori, o partner nella gestione.

    I capi dei sindacati, come il vecchio John L. Lewis, capo del Congresso delle Organizzazioni Industriali, usavano i sinistri per organizzare i loro sindacati. Quando interrogato al riguardo, rispondeva che in verità era lui che li stava usando, e non il contrario. I sinistri non hanno mai compreso abbastanza bene le cose a questo riguardo. I sinistri entrano in una organizzazione più potente della loro, pensando che useranno il sindacato. In fatti, i sindacati hanno visto i sinistri tentare questa strada per decenni e ci sono abituati. Sono i sindacati che ti useranno.

    Io una volta ebbi uno scambio con un sinistro di un importante gruppo trotskista, gli Sparts. Capii che quando lui diceva che non lavorare nei sindacati sarebbe un “disastro”, intendeva che sarebbe un disastro per lui, dato che lui e i suoi compagni occupavano posti nei sindacati. I lavoratori iscritti al suo sindacato non entravano in nessun modo nel suo calcolo politico. Ho visto una generazione di organizzatori sindacali essere arruolata appena uscita dalle scuole dell’elite qui: posti come le università di Harvard, Yale, e Chicago. Questi organizzatori sono scelti dai sindacati per organizzare sindacati di cui molti, se non la maggior parte, non sono mai stati militanti di base.

    Sono stato in tre sindacati: la Service Employees International Union, la United Food and Commercial Workers e la American Federation of State County and Municipal Employees. Ciascuno di questi sindacati è fondamentalmente un sindacato dell’azienda, suo socio nello sfruttamento della forza lavoro. Raccoglitori di voti per il Partito Democratico. Cresciuto in una forte famiglia sindacale, la mia famiglia essenzialmente votava per i membri del Partito Democratico dalla lista dei candidati sostenuti dal sindacato nel suo giornale locale. Ho visto rappresentanti sindacali che realmente si importavano dei lavoratori bruciarsi e cambiar strada, perchè il sindacato non è un posto per rappresentare e difendere i tuoi colleghi di lavoro.

    Comunque, quello che voglio dire è che le persone che sostengono i sindacati e che lavorano al loro interno spesso non sembrano avere molta esperienza con loro. I lavoratori che cominciano a diventare coscienti della loro situazione qui invariabilmente finiscono con l’essere ispirati dalla IWW, me compreso. Guardiamo indietro a sindacati che non esistono più come allora e speriamo che ci sia qualche modo di riportare le cose indietro e trasformarle in organizzazioni dei lavoratori, che agiscano per mezzo e per la difesa dei lavoratori. Ma quei tempi sono passati per sempre. Per oltre cent’anni i più abili entristi sinistri hanno fallito completamente nel “riformare” i sindacati. I sindacati oggi sopravvivono e prosperano solo attraverso la collaborazione di classe e diventando integrati appieno nella produzione capitalista come apparato ausiliario della gestione capitalista della forza lavoro.

    Spesso nelle dispute sul lavoro, ai lavoratori non viene nemmeno permesso di vedere i testi completi dei contratti su cui votano nei loro sindacati, dato che i rappresentanti sindacali e i dirigenti non vogliono che loro leggano le clausole in piccolo. Spesso i sindacati qui non vogliono che nemmeno i loro stessi membri abbiano un manuale sindacale nemmeno vogliono far loro sapere dove si tengono le riunioni sindacali. I sindacati qui esistono come uffici di collocamento; non sono sicuro se operino allo stesso modo anche altrove. Le aziende assumono aspiranti apprendisti sindacali che lavorano per alcuni anni con salari sotto lo standard finché diventano operai a giornata. Spesso questo processo esclude la maggior parte dei lavoratori ed è territorio di nepotismo, collusione con la dirigenza e sfruttamento dei lavoratori giovani che spesso saranno scaricati prima di aver completato il loro apprendistato.

    A volte non hai altra scelta che essere in un sindacato. In un tale caso dovrai far lotta sia contro l’azienda che contro il sindacato. Tuttavia, considera la storia dei tentativi falliti di riformare i sindacati. Considera il ruolo che i sindacati ricoprono come soci della dirigenza aziendale. Ti chiedo poi di riconsiderare i sindacati per quello che essi sono e non per quel che noi potremmo volere che fossero.
    Pantaloons

    Pantaloons ha colto nel segno. La nostra visione dei sindacati è che essi non sono mai stati rivoluzionari, ma è stato solo all’inizio del secolo scorso che si sono schierati completamente con lo stato cpitalista. Il sindacalismo rivoluzionario fu una risposta a questa situazione, un tentativo di superarla che però, almeno in Gran Bretagna, fallì quando i sindacati capitolarono di fronte allo stato nello Sciopero Generale.

    Comunque la nostra opposizione, come Pantaloons mostra in maniera così vivida, non è basata solo sull’analisi teorica, ma anche sulla nostra esperienza pratica in ogni paese dove siamo presenti. Ogni volta che i lavoratori cominciano a muoversi, lo stesso fanno i sindacati — per assicurarsi che il movimento sia sconfitto. Nel corso degli anni abbiamo avuto diversi contatti che hanno sostenuto che potevamo fare di più nei sindacati (e noi non evitiamo i sindacati — lavoriamo nella loro base per conquistare le persone all’azione reale) ma alla fine questi compagni avevano concluso sulla base della loro propria esperienza (compresa l’espulsione dai sindacati ad opera dei comitati locali controllati dai trotskisti) che noi avevamo ragione, dopo tutto. Il nostro obiettivo è costruire nei posti di lavoro nuclei di lavoratori che siano pronti a combattere il capitalismo (anche se non accettano tutta la nostra linea politica) e in Italia abbiamo un paio di questi gruppi di fabbrica che sono piccoli ma sono visti come una minaccia da parte dei sindacati. Soprattutto nel momento in cui la lotta di classe si svilupperà a livello globale, noi proveremo a costruirne altri per mantenere una presenza politica continua nei posti di lavoro.
    Cleishbotham

  5. #5
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    Di chi è questa analisi assolutamente anti-leninista?

  6. #6
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    Di chi è questa analisi assolutamente anti-leninista?
    P. C. Internazionalista?

  7. #7
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    Di chi è questa analisi assolutamente anti-leninista?
    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    P. C. Internazionalista?
    Esatto. Ragazzi, perchè non mi date un vostro punto di vista sull'analisi di Battaglia Comunista ?. Sò poco di politica e vorrei saperne di più grazie al vostro aiuto .

  8. #8
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    Devo dire che mi sembra un'analisi abbastanza grossolana: già nella prima frase...
    Il sindacalismo in Italia ha radici salde e profonde, al punto che si rende possibile l’esistenza di sindacati confederali ufficiali e di sindacati autonomi, di sinistra radicale, di rilevanza numerica pressoché uguale.
    ...si legge un erroraccio madornale: i sindacati confederali non sono di rilevanza numerica pressochè uguale ai sindacati autonomi.

    Poi si passa ad andare addosso a Lenin:
    Come vedremo, entrambi i tipi di sindacato confermano la tesi centrale del nostro movimento: la difesa reale dei lavoratori dagli attacchi del capitale si rende possibile solo fuori e contro i sindacati, fuori da tutti i possibili modi d’essere del sindacalismo.
    Battaglia Comunista (una delle tante scissioni e frazioni del PC Internazionalista, non so se sia quella che conta due sedi o una sola) afferma sostanzialmente che il sindacalismo è anticomunista, mentre è lo stesso Lenin, in Stato e Rivoluzione (se non erro) a dire che il sindacalismo è indispensabile per la riscossa del proletariato, dato che è l'organizzazione che più di tutte è a contatto ed è espressione del Popolo.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Lord Kefiah Visualizza Messaggio
    Poi si passa ad andare addosso a Lenin:


    Battaglia Comunista (una delle tante scissioni e frazioni del PC Internazionalista, non so se sia quella che conta due sedi o una sola) afferma sostanzialmente che il sindacalismo è anticomunista, mentre è lo stesso Lenin, in Stato e Rivoluzione (se non erro) a dire che il sindacalismo è indispensabile per la riscossa del proletariato, dato che è l'organizzazione che più di tutte è a contatto ed è espressione del Popolo.
    Per prima cosa ti ringrazio per il tuo contributo. BC www.internazionalisti.it ha almeno 4 sedi ed innumerevoli simpatizzanti sparsi per l'Italia. Non è settaria, anzi in più circostanze ha promosso, sia pure senza risultati a causa della chiusura altrui, incontri con altri movimenti internazionalisti i cui link sono riportati in una sezione del loro sito a riprova del fatto che si tratta di un movimento aperto a tutte le anime dell'internazionalismo comunista.
    Credo ci sia molto buon senso nelle loro analisi, anche in quella sul sindacato largamente condivisa da chi, come mio padre, ha lavorato per anni all'ILVA di Taranto maturando la convinzione che i sindacalisti vanno a braccetto col padrone e sono gente che ha scelto di esercitare quel mestiere perchè ha poca voglia di lavorare.

  10. #10
    anarchico
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    Predefinito Neutralità del sindacato

    http://www.ibrp.org/it/articles/1998...-del-sindacato

    La questione sindacale è tutt’oggi al centro di confusioni e perplessità sia in molti lavoratori che in alcune avanguardie di classe, operanti tra la base operaia. Nella maggior parte dei casi, gli uni e le altre sono alle prese con le implicazioni che tale questione presenta sul piano politico e organizzativo, tattico e strategico, nei confronti del sistema capitalistico e del movimento comunista rivoluzionario.

    Riprendiamo per un momento Lenin, spesso citato e interpretato a sproposito:

    La separazione tra lotta economica e lotta politica è una mascheratura ideologica con cui le burocrazie sindacali soffocano gli spunti politici, i contenuti di classe che si sprigionano dalle lotte operaie soprattutto durante gli scioperi. A chi giova questa ideologia opportunista? Unicamente agli interessi di classe della borghesia.

    Confrontandoci con le posizioni assunte da Lenin ci accorgiamo in primo luogo che l’obiettivo da conseguire era per lui quello della maturazione politica della classe operaia nella prospettiva della rivoluzione proletaria. Da qui la necessità di utilizzare le organizzazioni del proletariato per portare, là dove esse operano nella fabbrica, i temi politici fondamentali della lotta di classe.

    Lenin si batteva energicamente contro la “neutralità” del sindacato e cioè contro il carattere apolitico, unicamente economico delle lotte operaie, in quanto esso inchioda gli operai a uno spirito corporativo e va contro la fondamentale esigenza di una maturazione della coscienza di classe. L’incompatibilità tra lotta economica e lotta politica è invece altrettanto energicamente sostenuta dal sindacato, che difende però il quadro istituzionale e lo Stato nazionale entro il quale viene garantita e legalizzata l’esistenza della struttura organica del sindacato stesso.


    Il sindacato diventa a sua volta cosciente della azione frenante esercitata — dal corporativismo e dagli interessi contingenti e settoriali — sul muoversi degli operai verso prospettive di classe. Per questo ha fatto della “neutralità” sindacale un caposaldo della sua strategia politica, e vi ha adeguato anche la conduzione tattica delle lotte, delle agitazioni e degli scioperi. Il pericolo maggiore per il sindacato è che la teoria rivoluzionaria circoli fra il proletariato, così come è stata elaborata e con le finalità che le sono proprie.
    L’indipendenza del sindacato

    Quando si parla dei vecchi sindacati di classe si aggiunge “riformisti”. Con ciò si comprende giustamente una fase storica del capitalismo e delle sue sovrastrutture ideologiche e politiche. Una fase particolare del suo sviluppo (oggi non più ripetibile nella decadenza imperialistica), caratterizzata da manifestazioni della lotta operaia a cui corrispondevano strumenti per quelle esigenze economiche e sociali, compatibili con l’assetto generale del sistema capitalistico. Il limite entro il quale anche allora le strutture sindacali si “chiudevano” era pur sempre quello del rifiuto di ogni esigenza e di ogni linea rivoluzionaria. Tutta l’esperienza storica lo conferma.

    Le posizioni e le indicazioni del partito di classe non hanno mai “conquistato” il sindacato. (Nel 1917, in Russia, i sindacati appoggiarono il governo Kerenskij e la sua politica di guerra, in nome della… neutralità politica.) E diventa idealisticamente assurdo, a questo punto, ritenere che tale possibilità sia subordinata al fatto — premessa e risultato al tempo stesso — di una sottrazione delle strutture sindacali allo Stato borghese. Ovvero, sostenendo che la prossima fase storica rivoluzionaria sarà caratterizzata proprio dalla “indipendenza” di strumenti che da mezzo secolo e più sono diventati la lunga mano del Capitale sulla classe operaia. La prioritaria necessità di un ritorno della “funzione storica” dell’associazionismo sindacale, con la visione idealistica di una resurrezione del sindacato di classe, diventa — in alcuni ambienti di una sinistra più o meno estremista — un vero e proprio imperativo categorico che condiziona la futura conquista delle masse alla guida del partito rivoluzionario.
    Il mito di una rigenerazione del sindacato

    Al di là di ogni astrazione di comodo, sarà bene sforzarsi di chiarire innanzitutto e concretamente che cosa si intende per “lavoro sindacale di classe”. Forse una minore o maggiore combattività; un rivendicazionismo più spinto e una critica alle strutture burocratiche delle attuali Confederazioni? Forse una opposizione da sinistra sindacale, costretta cioè a rivendicare “più democrazia” all’interno del sindacato per crearsi uno spazio di sopravvivenza concorrenziale? Oppure la creazione di organismi scimmiottanti i sindacati ufficiali e il loro rivendicazionismo contrattuale, e quindi destinati a essere manovrati da scarpe vecchie o rinnovate della sinistra piccolo-borghese?

    E’ evidente che le risposte a queste prime domande sono a loro volta condizionate da precise prese di posizione su alcune questioni di principio, nella visione strategica globale del movimento di lotta della classe.

    Si ritiene, dunque, reversibile la avvenuta istituzionalizzazione del sindacato, la sua subordinazione, come struttura politica e organizzativa, allo Stato borghese imperialista? Si può “pensare” che il sindacato si liberi dal proprio assoggettamento alle istituzioni borghesi e agli interessi nazionali senza una profonda crisi economica e sociale, e — come si ammette da alcuni — senza “lotte durissime contro le attuali strutture sindacali e il loro abbattimento”?

    Se la risposta a questi interrogativi è, come vedremo, negativa, diventa un presupposto della pura logica formale il ritenere — quale conclusione finale di certe lineari inscindibilità — che “i proletari si allontaneranno in massa dai sindacati per ricostruire altre strutture sindacali”.

    Dovrebbe invece essere chiaro che se la ripresa della lotta di classe si affidasse a un semplice ricalco di schemi tradizionali del passato (in questo caso storicamente perdenti, ma elevati a passaggi meccanicamente obbligati), non soltanto la conservazione del capitalismo resterebbe assicurata nei secoli, ma le stesse necessità e funzioni del partito di classe subirebbero un ben triste destino (un esempio: le esperienze legate alla manovra del Fronte Unico nel primo dopoguerra e fino allo sciopero dei metallurgici nel 1925).

    Quello che occorre è uno sforzo di analisi e comprensione delle condizioni economiche, dei movimenti sociali e delle situazioni politiche reali. Si devono usare strumenti e metodi che sono propri alla concezione materialistica, storica e dialettica. Occorre muoversi entro quella teoria rivoluzionaria che non ignora affatto le dinamiche e i processi propri allo sviluppo e decadenza del capitalismo nelle sue diverse fasi di movimento. Solo allora sarà possibile elaborare una esatta prospettiva strategica e indicare una corrispondente linea tattica.
    Natura e funzione dei sindacati

    C’è chi sostiene che:

    l’indipendenza incondizionata dei sindacati dallo Stato capitalistico non solo è una necessità storica della lotta proletaria, ma è un processo che non è per nulla escluso dal fatto che una tendenza storica porta i sindacati irreversibilmente in braccio allo Stato e al capitale.

    Questo e un altro esempio di ragionamento paradossale: una logica astratta che pretende di risolvere la contraddizione tra un desiderio di presunta necessità e una reale tendenza, attraverso una semplice affermazione di propositi e di supposti processi formali.

    Occorre invece partire dalla definizione dell’origine e della funzione storica del sindacato, per comprendere criticamente il rapporto fra il suo essere a composizione operaia e la sua politica obiettivamente conservatrice e reazionaria. Seguendo la metodologia marxista, le ragioni della politica controrivoluzionaria espressa dal sindacato vanno ricercate nella base oggettiva della loro determinazione.

    I sindacati sono nati dalla necessità della classe operaia, nel quadro storico del dominio capitalista, di contrattare la vendita della forza-lavoro (prezzo e condizioni). Quel concreto movimento di classe, quel ruolo e quella attività di primi centri organizzatori della classe operaia, avevano una loro funzione e legittimità storica.

    Nel seguito dello sviluppo capitalistico, e del maturare delle sue insanabili contraddizioni antagonistiche, sono progressivamente venuti meno gli spazi per ogni opera di mediazione fra capitale e lavoro. Il sindacato è stato costretto a far da tramite, presso la classe operaia, di quegli esclusivi “bisogni” del capitale, che la crisi del processo di accumulazione pone drammaticamente all’ordine del giorno.

    Fin dal 1945 (Convegno di Torino) il P.C. Internazionalista dichiarava:

    Questa trasformazione del sindacato da organo tendenzialmente di classe in organo di difesa legato allo Stato, non è che un riflesso della evoluzione generale del capitalismo verso forme monopolistiche: la fase dell’imperialismo imprime necessariamente anche ai sindacati, e in genere agli organismi di massa, un carattere di netta dipendenza dagli organi fondamentali dello Stato borghese.

    Quindi, i limiti economicistici della contrattazione sindacale (e non errori o deviazioni) hanno favorito la manovra capitalistica — dettata da esigenze di sopravvivenza del capitalismo stesso — verso l’inserimento delle organizzazioni sindacali nei tentativi di programmazione economica, e poi nell’ambito dello Stato borghese. I sindacati diventavano perciò “coefficienti determinanti per l’equilibrio economico e politico del sistema”. La linea politica attuata dai sindacati è diventata chiaramente la logica conseguenza della funzione dei sindacati stessi.

 

 
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