Naufragio dell’Unione Europea?
Berlusconi ha dichiarato: “Noi per primi abbiamo già garantito, in Italia, che nessun risparmiatore perderà un euro, nessuno subirà delle perdite in questa crisi”.(Corriere 7/10) Si tratta della solita berlusconata, perché il cavaliere non è più in grado di garantire neppure le sue proprietà. Questa crisi, delle dimensioni di quella del 1929, è una sorta di Giudizio Universale economico, e non serviranno certo i pannicelli caldi del cavaliere a scongiurarla. Sono falliti ben altri giganti della finanza e del credito. Intanto il governo italiano ha proposto alla cancelliera tedesca la costituzione di un fondo europeo, ma la Merkel ha risposto picche.
I giornali non si nascondono la gravità della situazione e l’incapacità di agire in modo unitario della UE: “Su tutto infatti dominava l'incertezza manifestata dagli stessi governi europei, di fatto incapaci di trovare una soluzione comune. I membri dell'UE stanno andando infatti in ordine sparso. C'è chi come la Germania, e prima ancora Irlanda, Grecia, Svezia, Portogallo, Danimarca e Austria annunciava di garantire tutti i depositi bancari. Altri che, come il governo della Gran Bretagna bocciavano la proposta come irrealistica e si limitavano a fissare un tetto di garanzia per ogni deposito (50.000 sterline a conto). Chi ancora, come la Francia, vedeva bocciata, proprio dalla Germania, la proposta di costituire un fondo comune europeo per far fronte alla crisi.”(Corriere, 6/10/08) Salvo (forse) la dichiarazione del governo inglese, si tratta di chiacchiere.
Infatti, a distanza di poche ore, i governi europei si sono smentiti da soli: “A Lussemburgo i ministri delle Finanze dell'Unione europea hanno raggiunto un'intesa per alzare da 20 mila a 50 mila euro l'ammontare garantito dallo Stato sui conti correnti bancari in caso di fallimento di un istituto di credito: la discussione è stata articolata si era partiti da 100mila euro per scendere a 50 mila.”(Il Sole 24 ORE, 8/08/08) Altro che garantire tutti i depositi!
Chi pensava a un supergoverno europeo, in grado di prendere decisioni risolutive, comuni a tutto il continente, rimarrà spiazzato. Certo, troveranno qualche altra intesa per far credere agli ingenui che una collaborazione esiste, e Sarkozy ha già trovato la formula: “Tutti i leader dell’Unione Europea rendono noto che ognuno di loro prenderà qualunque misura sia necessaria per mantenere la stabilità del sistema finanziario, sia attraverso l’immissione di liquidità tramite le Banche Centrali, sia mediante azioni mirate su singole banche, sia attraverso il rafforzamento degli schemi di protezione dei depositi”. Naturalmente “i leader europei constatano la necessità di coordinarsi e cooperare strettamente”. Tra 27 stati diversi, ognuno dei quali prende le misure che ritiene necessarie? E’ come dire. “Ciascuno per sé e Dio per tutti”.
Il mito dell’Unione Europea va in frantumi. Sono distrutte le aspettative di chi, rompendo completamente con la visione classista, sperava che l’unità d’Europa potesse rappresentare un efficace rimedio allo strapotere degli Stati Uniti. Anche se la borghesia europea si contrapponesse effettivamente agli USA, non dimenticherebbe mai che il suo primo nemico è il proletariato, e, se questo rialzasse la testa, si accorderebbe immediatamente con Washington per reprimerlo.
Dovranno ricredersi anche quei militanti di sinistra che temevano lo sviluppo di un imperialismo unitario europeo, che sostituisse quello dei singoli stati. L’Europa è una giungla di nazionalismi, da decenni vediamo stati che si dividono (Cecoslovacchia, Jugoslavia, URSS) e un solo stato, la Germania, che ha ritrovato la sua unità. E’ la dimostrazione che, a livello degli stati, la tendenza centrifuga domina su quella centripeta. C’è una tendenza alla centralizzazione in campo economico, ma non esiste niente di simile per quanto riguarda gli stati.
Tutto questo non ci stupisce, abbiamo sempre sostenuto che l’Unione Europea è un cartello, che stabilisce le quote di produzione del latte, dell’acciaio, ecc., erige barriere protezionistiche a favore della propria produzione agricola, cerca di trovare un modus vivendi tra le diverse multinazionali che hanno la sede principale in Europa. Come tutti i cartelli, quando subentra la crisi economica, tende ad andare in frantumi. I singoli stati, che prima si nascondevano dietro la cortina unitaria, ora tornano in primo piano. Non è detto che l’euro riesca a resistere così com’è, o che gli stati più deboli non siano costretti ad uscirne. Si è già vista, negli anni ’90, la fine del serpente monetario.
La nostra non è una posizione nuova, è solo un’applicazione ai nostri giorni dell’analisi di Lenin, per cui gli Stati Uniti d’Europa erano una soluzione o impossibile o reazionaria. Non crediamo a una fusione pacifica tra stati borghesi diversi, questo processo può verificarsi solo nel corso di una guerra o di una rivoluzione.
Questa crisi è drammatica per miliardi di persone, e lo sarà ancora di più quando avrà esteso pienamente i suoi effetti al campo dell’economia reale. C’è anche un aspetto comico, ed è rappresentato da una sorta di ircocervo: lo speculatore borsistico “socialista” cinese. Siamo al “fallimento in borsa socialista”. Sentiamo il corrispondente de “Il Sole-24 ore: “Maledetti americani”, impreca l'uomo del borsino. “Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato”, gli fa eco un altro a fianco a lui... Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c'è l'enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall'altro, c'è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera... L'eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese”.(1)
La Cina è legata da intensissimi rapporti commerciali e finanziari agli USA, è una delle massime creditrici di Washington, ed è inevitabile che il terremoto finanziario di Wall Street la coinvolga pesantemente. E qui si rivela tutta l’inconsistenza della presunta pianificazione socialista mercantile. Le perdite finanziarie preannunciano prossime difficoltà commerciali e industriali, inevitabili per un paese che ha puntato soprattutto sulle esportazioni, e vede in crisi il suo massimo cliente.
Se qualche sedicente marxista ci racconterà ancora una volta la favola di una Cina impegnata in una gigantesca NEP, per incamminarsi in seguito su sicure vie socialiste, sarà accolto da sonore risate.
Tornando in occidente, la crisi ha consumato anche il mito della diversità di Barack Obama. Il sedicente innovatore ha contribuito a far votare la più grande rapina di tutti i tempi, il piano presentato dal segretario del Tesoro degli Stati Uniti Paulson. Ai 700 milioni iniziali si sono aggiunti altri 150,5 miliardi di dollari in sgravi fiscali e incentivi. Non solo si compreranno i titoli truffa, ma il fisco avrà un occhio di riguardo per gli speculatori. A pagare saranno i contribuenti, a cominciare dai più poveri. Prima ancora del responso delle urne, entrambi i candidati hanno dimostrato di essere docili burattini manovrati da Wall Street.
I lavoratori e le masse sfruttate degli Stati Uniti finiranno col rendersi conto che partito democratico e partito repubblicano sono soltanto due agenzie al servizio del capitale, e lavoreranno per la costituzione di un loro partito, che difenda i loro interessi, immediati e di lungo periodo. Fino ad allora, ci saranno soltanto delusioni.
Michele Basso
8 ottobre 2008
1) La crisi vista dalla Cina: «Gli americani ci hanno rovinato» Reportage del corrispondente Luca Vinciguerra- Il Sole 24 ORE.com, 6 Ottobre 2008.




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