E’ricominciato il chiacchiericcio sulla crisi di leadership del Partito democratico. Se le elezioni europee dovessero segnare un arretramento – si dice – si aprirebbe il problema della successione a Walter Veltroni. Naturalmente nessuno sa dove sia collocata l’asticella che Veltroni dovrebbe superare, ma in ogni caso pare che l’attenzione dei gruppi dirigenti sia tutta concentrata sulle manovre per la defenestrazione.
Naturalmente non c’è niente di riprovevole nel cambiamento di un leader considerato non competitivo: lo ha deciso l’Spd, ne stanno discutendo i socialisti francesi, dopo la sconfitta di Felipe González lo fecero i socialisti spagnoli.
Quel che disturba è il clima di congiura di Palazzo che aleggia sull’ipotesi di ricambio del segretario del maggior partito della sinistra italiana.
Le regole ci sono, le primarie sono già state sperimentate, non si capisce perché in caso di dimissioni più o meno spontanee di Veltroni non si debba dar vita a una limpida competizione interna tra candidati (magari con la tanto attesa sfida tra lo stesso Veltroni e D’Alema) che esprimano concezioni politiche riconoscibili.
Il coinvolgimento diretto degli elettori nella scelta delle candidature è uno strumento di cui il Pd dispone e rappresenta un vantaggio su altri sistemi di selezione pattizia dei gruppi dirigenti.
Quel che manca è solo il coraggio di usarlo.
Si dice che in un confronto davvero aperto sarebbe in discussione l’unità del partito, ma in realtà quella che si rischia di perdere è solo la continuità delle nomenclature, che nessuno rimpiangerà.

Editoriale su www.ilfoglio.it 15 10 08

saluti