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    Predefinito Da dove ripartire_Il conservatorismo liberale di Marcello Pera

    Conservatori liberali

    Gubbio, 10 settembre 2005


    1. Tre modi di discutere

    Questo incontro di Gubbio avviene in un momento politico particolarmente caldo. Non c'è soltanto la competizione con la sinistra, normale in epoca pre-elettorale, ci sono le tensioni nella maggioranza e anche le discussioni dentro Forza Italia. Queste tensioni sono tanto forti che talvolta è sembrato che arrivassero a mettere in discussione le ragioni dello stare insieme della coalizione. Perciò mi concentrerò solo su questo punto.

    Quando in una coalizione si discute del "se" e del "perché" si deve stare assieme, lo si può fare in tre modi: o si discute in modo surrettizio, o si discute di divergenze politico-programmatiche, o si discute di identità.

    Un modo surrettizio è quello di parlare in superficie di politica e nel sottofondo del leader oggi e del premier domani. A questo modo di discutere mi sottraggo, perché la discussione comincerebbe dalla coda e non dalla testa. Uno può onestamente pensare che un leader abbia più appeal elettorale di un altro. Ma nessuno può ragionevolmente credere che solo il cambiamento di leader, lasciando tutto il resto inalterato (supposto che si potesse lasciare inalterato), conduca una coalizione alla vittoria. Le elezioni politiche sono una competizione di programmi e di credibilità. Se il programma è convincente e il leader lo presenta in modo credibile, il resto viene da sé.

    Un altro modo surrettizio è quello di parlare solo di formule e di combinazioni politiche. Una di queste è il "Centro", che sarebbe da rifare o da mettere assieme, con un bricolage che prenda pezzi da qualunque parte vengano. Trovo questa formula vuota, perché non è accompagnata da alcuna particolare indicazione di tipo programmatico diverso da quello che il centrodestra indicò agli elettori nel 2001. Né mi sembra convincente dire che, siccome le riforme non le ha fatte la destra che c'è e non le può fare, come già non le fece, la sinistra che c'è, allora le deve fare il centro, che però non c'è. Questo è un curioso paradosso. Le riforme le ha fatte la sinistra e le ha fatte la destra, l'una e l'altra seguendo programmi presentati ai cittadini. Se queste riforme non sono giudicate sufficienti, e ragioni certamente ce ne sono, è solo perché se ne vuole delle altre e di altro tipo. Ma chi vuole altre riforme non ha altro modo che indicare precisamente quali, convincere gli elettori, e impegnarsi in prima persona o a favore dell'uno o l'altro schieramento.

    Un terzo modo di discutere che a me sembra surrettizio è quello di parlare di legge elettorale proporzionale. Se c'è una conquista che dobbiamo mantenere e che da noi è arrivata persino più tardi che in Giappone, è la democrazia bipolare e dell'alternanza. Questa democrazia - che è l'opposto di quella ben nota dell'Italia repubblicana, secondo cui io, nelle urne, dò il voto alla tua lista e tu, in Parlamento, ne fai quel che ti pare - è l'unica che mette al centro i cittadini, i quali possono così scegliere il governo e alla fine del mandato giudicarlo, ed è l'unica che assicura quella stabilità di cui ogni governo ha bisogno per governare.

    Non c'è dubbio che il maggioritario scelto dall'Italia per realizzare la democrazia bipolare dell'alternanza sia uscito storto, perché concepito storto, voluto storto, realizzato storto. Non c'è dubbio che esistano sistemi elettorali proporzionali - si pensi alla Spagna e alla Germania - che assicurano ugualmente lo scopo dell'alternanza. E non c'è dubbio che i sistemi elettorali non sono dogmi di fede. Ma ai difetti dell'attuale maggioritario - primo fra tutti quello di rango costituzionale dei poteri del premier - non si può ovviare con la proposta di capovolgere, alla Camera, il rapporto fra quota maggioritaria e quota proporzionale. È persino banale dirlo. Quella proposta, primo, creerebbe due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento; secondo, a destra come a sinistra, aumenterebbe la conflittualità fra gli alleati, tanto più impegnati a farsi concorrenza quanto più il grosso dei loro parlamentari dipenderebbe dalla quota proporzionale; terzo, impegnerebbe i partiti più nella competizione fra limitrofi che in quella con gli avversari. Insomma, la legge elettorale si può correggere, ma per mantenere il bipolarismo e rafforzare la coesione delle coalizioni.

    Passo allora al secondo modo di discutere dentro la coalizione, quello che ho detto politico-programmatico. Questo è il terreno più promettente e più utile, ma, a dire il vero, mi è sembrato anche il più povero. Mi chiedo: quale parte del programma del 2001, presentato a nome della Casa delle libertà dal premier Berlusconi, deve essere cambiata, quale rifiutata, quale aggiornata? E siccome la situazione internazionale e europea è mutata, in particolare dopo il settembre 2001, che altro si deve aggiungere e che cosa si deve correggere?

    Purtroppo, la discussione oggi non verte su questo terreno.

    Vorrei ricordare che il programma del 2001 era la risposta alla sfida della modernità. Siccome l'Italia a questo appuntamento era arrivata per ultima e appesantita dall'eredità degli ultimi governi, furono messe al centro del programma una serie di innovazioni. Le ricordo: le istituzioni, la pubblica amministrazione, lo stato sociale, il mercato del lavoro, il sistema pensionistico, le liberalizzazioni, le infrastrutture, la scuola, la ricerca, l'università. Sappiamo come sono andate le cose: alcune riforme sono state fatte, per merito di tutti, altre meno, altre sono in cantiere. Il bilancio a me sembra positivo, ma è normale che se ne discuta. Ci possiamo lamentare di non aver fatto meglio e di non aver fatto prima. Possiamo dire che l'impresa era difficile e il tempo poco.

    Ma possiamo lamentarci del programma? È cambiato qualcosa rispetto alle esigenze allora individuate? Non è più il nostro programma? Eppure quello era, e resta, un programma tipicamente di centrodestra, e per il quale il centrodestra è più titolato del centrosinistra, perché si tratta di correggere e smantellare proprio ciò che storicamente il centrosinistra ha fatto. Prima di noi e anche più di noi, hanno già corretto e smantellato Reagan, la Thatcher, Bush padre, Bush figlio, e Blair, del quale si può dire che fa una politica di sinistra solo perché, nel suo paese, si chiama "laburista". E promettono di correggere e smantellare Sarkozy in Francia e la Merkel in Germania. Se anche altri seguono la nostra strada, perché noi dovremmo abbandonarla? Io non credo che ci siano molte alternative. Questo di oggi è il villaggio del mercato globale: o ti attrezzi e cambi gli assetti oppure non è che continui a galleggiare come ai tempi andati, un giorno con i dazi, un altro col debito pubblico, un altro ancora con la svalutazione: semplicemente vai indietro. Ricordate il discorso di Blair a Strasburgo il 23 giugno scorso? Chiedendo all'Europa di cambiare, ha detto: «ditemi: che tipo di modello sociale è mai questo che crea 20 milioni di disoccupati in Europa, con un tasso di produttività sotto quello dell'America, e che produce più laureati in scienze in India che in Europa?». Questo era lo stesso discorso di Berlusconi e del centrodestra del 2001. E questo è il discorso da fare ancor oggi. Del resto è l'unico discorso che i cittadini capiscono: perché è chimica sociale, non alchimia politica.

    Ma per affrontare la sfida della modernità, occorre alla destra soprattutto identità e consapevolezza di sé, tanto più adesso che le sfide della modernità aumentano e rinascono minacciose quelle della pre-modernità. E qui siamo al terzo modo di discutere le ragioni dello stare assieme. Qual è l'identità della destra? Siccome questo è il tema che da tempo più mi appassiona, perché lo ritengo il più importante, lo prenderò di punta.

    2. L'identità della destra alla prova

    La domanda dell'identità solitamente viene fuori in due modi: o perché qualcuno te la chiede, o perché qualcuno te la nega. Con il referendum sulla procreazione assistita ce l'hanno chiesta. Con il fondamentalismo e il terrorismo islamico cercano di negarcela.

    Che cosa era in gioco nel referendum? Non qualche emendamento alla legge, approvata il giorno prima e che forse si poteva correggere in Parlamento qualche giorno dopo. Non lo Stato laico, perché nessuno lo mette in discussione, se non gli stessi laicisti che vogliono ingabbiarlo nella loro ideologia laicista. Non la separazione religione-politica o morale-diritto, che i liberali hanno conquistato da secoli e che è ancora una conquista da tutelare, soprattutto a fronte delle teocrazie islamiche. Erano in gioco domande cruciali per la nostra identità.

    Queste: la dignità della persona è ancora un valore per noi o no? L'embrione è qualcosa o qualcuno? La vita di un embrione è uno strumento per soddisfare diritti e desideri oppure vale in sé? La ricerca scientifica è un bene supremo, un progresso sempre e comunque a cui subordinare tutti gli altri, o ha dei limiti etici? E alla fine: quei valori che fanno parte integrante, fondante, e identitaria, della nostra tradizione cristiana, sono ancora validi per noi, li dobbiamo ancora coltivare, dobbiamo cercare di collocarli nel miglior compromesso possibile con altri valori, oppure non contano più nulla, dobbiamo essere tutti secolarizzati, agnostici, atei, immemori della nostra storia?

    Se è questo che era in gioco - ed era questo - allora lì la destra la sua identità l'ha trovata. Ha risposto: noi, in politica, siamo laici, ma non siamo laicisti, e perciò, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, apprezziamo la tradizione cristiana nella quale siamo nati, ne professiamo ancora i valori e cerchiamo di combinarli gradualmente, prudentemente, saggiamente con gli altri valori che la storia ci propone.

    Questa risposta era giusta, mentre era sbagliata la risposta della sinistra. Era giusta - la risposta della destra - perché aveva capito che la maggior parte della gente non intendeva abbandonare la terra cognita in cui vive per la terra artificiale in cui domani forse si troverà a vivere. Era giusta perché aveva capito che Giovanni Paolo II aveva avuto successo nel suo invito a non avere paura. Era giusta perché aveva inteso perché la Chiesa cattolica aveva eletto Papa Ratzinger, proprio colui che, da cardinale, aveva invitato a togliere la religione dal "ghetto della soggettività".

    Era invece sbagliata la risposta della sinistra. Sbagliata perché supponente, perché arrogante, perché violenta. Sbagliata perché non si recidono così, a colpi di superciliosi articoli di giornale, le nostre radici. Sbagliata perché l'etica pubblica non è roba da pochi cosiddetti illuminati alla macchina da scrivere o in uno studio ginecologico. L'etica pubblica - cioè il nostro ethos - né si detta con un articolo di fondo né si paga con una parcella.

    La risposta giusta sull'identità la destra l'ha trovata anche sul problema del fondamentalismo e del terrorismo. Intanto, la destra chiama questo fenomeno per quello che è: oggi è fondamentalismo e terrorismo islamico, come ieri era di altro tipo. Già chiamare le cose col giusto nome serve. Così come serve distinguere, se si vogliono prendere le misure corrette, il radicalismo, il fondamentalismo religioso e il terrorismo nazionalista, quando e là dove sono diversi.

    Che cosa è questo fenomeno? Che cosa sta accadendo? Sta accadendo che alcune élites radicali islamiste, ora distanti, ora diverse, ora addirittura ostili alle masse islamiche, hanno da tempo - da molto prima dell'11 settembre - un disegno: si tratta, ai loro occhi, di una rivincita storica dell'Islam sull'Occidente, una "reconquista" al contrario, da ottenersi in due tappe, non necessariamente in successione cronologica: l'abbattimento di quei regimi arabi e islamici che mantengono rapporti buoni con l'Occidente, considerati corrotti, e la guerra all'Occidente stesso, considerato degenere, il Grande Satana.

    Sono deliri? Noi europei per primi dovremmo sapere che la categoria del delirio non paga: anche Hitler, con il suo Mein Kempf, delirava. Ma poi vennero le occupazioni naziste in Europa e la seconda guerra mondiale, che l'Europa pacifista aveva voluto scongiurare insabbiandosi la testa a Monaco nel 1938. Bin Laden è certamente molto diverso da Hitler, ma non c'è ragione per ritenere che sia meno conseguente di Hitler. Soprattutto dopo i morti di New York, Madrid, Londra e tanti altri posti, i suoi deliri dovrebbero essere presi sul serio.

    Come ha reagito la destra italiana? Io credo alla maniera giusta: ha fatto un'analisi corretta della situazione, si è adoperata affinché l'Europa non si dividesse, quando la Francia di Chirac e la Germania di Schroeder l'hanno divisa, si è schierata con l'America. E soprattutto ha difeso i fondamenti della nostra tradizione, che è la tradizione giudaico-cristiana, proprio quella che, nei loro comunicati, fondamentalisti e terroristi dichiarano di voler abbattere.

    Oggi la situazione non lascia scelte. Di fronte al fondamentalismo e al terrorismo, l'Occidente o si difende o si arrende. La destra italiana non ha mostrato di volersi arrendere. L'intervento in Afghanistan si spiega così. La nostra decisione di essere presenti in Iraq si spiega così. Perché, se il fondamentalismo o, come era nel caso del terrorismo di Stato di Saddam Husein, sfonda le linee e vince lì, allora può dilagare anche altrove.

    Dobbiamo aver chiara la posta in gioco. Essa è molto di più degli equilibri internazionali, della coesistanza, della stabilità delle aree critiche. È in gioco la difesa della nostra identità. E così torno al punto. Quale identità?

    3. Il conservatorismo liberale

    In tutto il mondo, dire destra vuol dire conservatorismo. In particolare in Europa e in America, vuol dire conservatorismo liberale. Ora, l'aggettivo "liberale" da noi non provoca problemi: liberali in Italia oggi sono soprattutto quelli che non lo sono mai stati e che il liberalismo lo hanno sempre combattuto. Il sostantivo "conservatore" dà invece sospetto e fastidio a tanti, anche fra di noi, tanto che può accadere di sentire qualcuno dire che noi, in realtà, siamo la vera sinistra, con una inconscia attribuzione di nobiltà culturale a tutto ciò che viene dalla sinistra. Invece noi dovremmo rivendicarlo, il sostantivo "conservatore". E cerco di spiegare perché.

    Il conservatorismo liberale non è un ossimoro giornalistico, né una formula da equilibri politici di Palazzo. È una rispettabile e vecchia dottrina politica con tanto di autori insigni, di opere celebri, di leader politici. La signora Thatcher ne era un esempio. Il presidente Bush ne è un altro esempio. I cosiddetti "neo-conservatori" un altro esempio ancora. In questa dottrina, l'aggettivo "liberale" mette l'accento sull'autonomia degli individui, sul primato dell'individuo-persona rispetto allo Stato, sulla libertà della società civile, sugli ideali di libertà da estendere a tutti. Si tratta di quella parte della dottrina che, in politica, porta alle liberalizzazioni, alla sussidiarietà, alla competizione, al libero mercato, alla libertà di ricerca, alla riduzione della pressione fiscale, allo Stato non invasivo, eccetera.

    Il sostantivo "conservatore" integra tutti questi princìpi e queste politiche e li mette assieme in una cornice: la tradizione. Questo della tradizione è un concetto fondamentale, perché la tradizione è la fonte della nostra identità. Ed è un concetto quasi sempre trascurato dai liberali, mentre invece è sempre stato al centro dell'attenzione e delle politiche dei popolari, dei cattolici, dei democratici cristiani. Anche se si guarda dentro Forza Italia, si vede che la componente cattolica è quella più attenta alla questione dell'identità. "Moderato" di solito non vuol dire nulla, ma su un punto i moderati hanno ragione ad invocare la moderazione: sul fatto che dobbiamo essere prudenti, cauti, moderati, appunto, nel cambiare la nostra natura identitaria. La questione dell'identità si può mettere in questi termini. Perché noi siamo noi? In che cosa siamo diversi dagli altri? Qual è la nostra autocoscienza? La risposta è questa: noi siamo noi perché siamo figli della nostra tradizione. Quale tradizione? La risposta è questa: la tradizione giudaico-cristiana.

    Inutile, miope e anche rischioso girarci attorno. L'ho detto tante volte. Noi discendiamo da tre colline: il Sinai, il Golgota, l'Acropoli. E ci si siamo formati in tre capitali: Atene, Gerusalemme, Roma. Dopo, sono successe tante cose, abbiamo imparato tante lezioni, ci siamo mescolati, ora con violenza ora pacificamente, con tanta gente. Il risultato è che siamo meticci: meticci per razza e meticci per cultura. Ma questa è una banalità. È un fatto storico elementare e incontrovertibile.

    Ciò che non è banale e non è elementare è una domanda, che invece molti vogliono ignorare, esattamente come - pressoché gli stessi - avevano voluto, a loro dànno, ignorare la posta in gioco al referendum. E cioè: a questo nostro meticciato, per razza e per cultura, dobbiamo far corrispondere anche un'identità meticcia, cioè indistinta, cioè generica, cioè debole, cioè vaga, cioè, alla fine una non identità? Oppure possiamo e dobbiamo attribuirci un'identità ben definita?

    La domanda è più che fondata: è cruciale. In questo Occidente, in questa Europa, in questa Italia, possiamo ancora dirci chi siamo, da dove veniamo, perché crediamo in questo e quello? Possiamo ancora voler respirare l'aria delle tre colline da cui siamo scesi? Oppure, anziché la fonte battesimale della nostra identità, dobbiamo considerare quei colli altrettanti miti antichi, come pensano gli atei e i laicisti, i quali hanno così paura di sé e delle loro origini che considerano razzismo persino porre il problema della nostra, e anche della loro, identità?

    Il preambolo alla Costituzione europea ha cercato di dare soluzione a queste domande. Ma ha partorito questa risposta: l'Europa ha una "eredità spirituale e morale"; oppure quest'altra: l'Europa ha una "eredità culturale, religiosa e umanistica". Ma anche questo è banale e deliberatamente lacunoso: dire che noi in Europa abbiamo una eredità spirituale, morale e religiosa è come dire che i figli hanno dei genitori. La domanda vera è: quale eredità?

    Se non si dà una risposta a queste domande, perché si ha paura e si vuole nascondere la nostra identità, allora non si riesce neppure a mettere insieme una politica dell'integrazione degli immigrati, che sempre più numerosi vengono da noi e che noi accogliamo. Guardate che bel paradosso. Per integrare, bisogna includere gli altri nella nostra cultura. Gli altri vengono da noi per godere dei benefici - politici, sociali, economici, giuridici - della nostra cultura. E noi ci rifiutiamo di riconoscere e apprezzare la nostra cultura!

    Si dice: per integrare ci vuole la tolleranza con le culture altrui. Sembra un bel parlare e invece è una trappola. La tolleranza è una virtù debole, è una virtù passiva. Confina con l'indifferenza, la sopportazione, l'accondiscendenza. Si tollerano gli sciocchi, i molesti, gli inferiori. Non si tollerano quelli che si considerano uguali. Con gli uguali si usa un'altra virtù, ben più importante e ben più impegnativa. Si usa il rispetto. A differenza della tolleranza, il rispetto è la virtù dei forti ed è una virtù attiva, perché obbliga a mettere l'altro al nostro stesso livello. Del resto, se davvero ci ispirassimo alla tolleranza, perché non tollerare i predicatori d'odio? Perché non tollerare le classi scolastiche separate? Perché non tollerare le madrasse in cui si parla arabo, si insegna solo cultura araba, si semina risentimento? Perché non tollerare che sia tolto il crocefisso dalle scuole? Queste cose non solo non le tolleriamo, talvolta le consideriamo addirittura reati. E perché? Perché non tolleriamo chi non ci rispetta. Ecco perché la tolleranza vale poco e il rispetto vale tanto.

    La politica del rispetto, naturalmente, è difficile, molto difficile, assai più difficile di quella della mera indifferente tolleranza del multiculturalismo, la quale ha prodotto i ghetti nei quartieri delle capitali europee e i terroristi di seconda generazione. Perché comporta due obblighi: un atteggiamento di vera apertura verso gli altri, una considerazione di sé. Non dimentichiamolo: il rispetto comincia in casa nostra. Comincia con l'attribuire valore a se stessi, alla propria tradizione.

    Se si ragiona così - e soprattutto chi è stato educato nella cultura cristiana deve ragionare così - diventa chiaro perché dobbiamo essere liberali e conservatori. Liberali perché amiamo le libertà, per noi e per gli altri. Conservatori perché vogliamo conservare e rispettare la nostra identità, senza la quale quelle libertà non hanno senso e prospettiva. Non conservatori perché non dobbiamo fare le riforme: essendo liberali, dobbiamo farle. Non conservatori perché ci chiudiamo al futuro: essendo liberali, affrontiamo la modernità. Ma conservatori perché dobbiamo conservare i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra tradizione. Insomma, conservatori perché vogliamo custodire la nostra casa. Sembrava quasi che lo sapessimo, noi del centrodestra, quando ci siamo chiamati "Casa delle libertà": le libertà da introdurre, la casa da mantenere; le libertà come conquiste, la casa come luogo da cui trarre spirito e convinzione e forza per conquistarle.

    C'è qualcuno nella Casa delle libertà che non la pensa così? Che voglia contrastare questo pensiero? O che abbia paura a dirlo e si lasci intimorire se lo dice? Oppure che ritenga che queste idee, con le politiche conseguenti, non interessino alla gente? Quanto all'intimorire, ricordatevi il referendum. Per quel che mi riguarda, tentare di intimorirmi è la cosa più inutile e più sbagliata per farmi cambiare idea. Quanto al consenso, i miei sondaggi dicono che sì, la pensano come noi milioni di italiani, che oggi sono sconcertati da quel misto sentimentalista, buonista, retorico, gelatinoso, debole, cedevole, di chi non vuol farci dire chi siamo, ci suggerisce che non importa dirlo, o ci intima di non dirlo, se no offendiamo gli altri.

    Ma davvero offendiamo gli altri se gli diciamo come siamo fatti e perché siamo fieri di essere fatti così? Certo non siamo perfetti, ma siamo migliori non solo di chi ci dichiara la guerra santa, ma anche di chi non riconosce la parità uomo-donna, non considera lo stato laico una conquista, non distingue la religione dalla politica, non ama la democrazia, non riconosce i diritti universali, non apprezza la distinzione morale-diritto, e così trasforma un peccato in un delitto.

    4. Il partito unico

    Concludo, e scendo un po' più per terra. Anche perché, nonostante le amicizie e tante persone che mi dicono di ricordarmi nelle loro preghiere, non posso aspirare al cielo.

    Dalla tensione politica di questi giorni dobbiamo uscire, perché, come ho cercato di mostrare, non c'è ragione per tenerla o aggravarla. Uno strumento per uscirne c'è, ed è il partito unico o unitario o dei moderati o, come ora potremmo anche chiamarlo, dei conservatori liberali.

    Dico sùbito che considero un errore averlo rinviato al 2006, cioè alle calende greche. Le ragioni per cui avevo aderito a questa idea e per cui mi ero impegnato nel progetto le ho dette ad un convegno delle Fondazioni Magna Carta e Sussidiarietà a Milano con il Presidente Formigoni, ad un altro convegno di Magna Carta a Roma con il Presidente Casini, il segretario Follini, il coordinatore Bondi e Cicchitto, Urso e Mantovano, e molti altri, e le ho ridette nell'intervista a "Ideazione", oltre che in tanti incontri privati con i protagonisti e leader interessati. Dò atto onestamente al Presidente Casini e all'Udc di aver lavorato a questi tentativi e di essersi impegnati.

    Le ragioni per cui dobbiamo ancora impegnarci possono essere dette in breve. Primo, il partito unico rafforza il bipolarismo. Secondo, aumenta la condivisione del programma, perché diminuisce la cura del "particulare" da parte di ciascun alleato. Terzo, attenua la conflittualità interna alla coalizione. Quarto, trasforma una coalizione di partiti in un partito di coalizione e si rende più credibile agli elettori.

    Siccome, per me, il partito unico era una buona idea, lo resta. Avessimo proceduto sùbito a metterlo in cantiere, ci saremmo rispamiate tante discussioni sulla leadership, sulla discontinuità, sul centro, sul proporzionale, sulle intenzioni oblique. Non perché alcune di queste discussioni non abbiano fondamento, ma perché non avevano la casa comune entro cui svolgerle e dargli sbocco politico. Dentro la casa comune, si può discutere di tutto, compreso tutto.

    Ripeto: dobbiamo ancora insistere. E credo che sia necessario che Forza Italia riprenda l'iniziativa.

    Siamo in tempo? Certo che siamo in tempo. Possiamo vincere le elezioni? Che domanda! Si vince se facciamo discorsi vincenti, e noi facciamo discorsi credibili. Bisogna crederci però, e io, almeno nelle cose profane, sono un credente.

    http://www.marcellopera.it/contenuti...i_liberali.doc

  2. #2
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    I nostri valori, le nostre ragioni
    Incontro con Forza Italia

    Catania, 27 novembre 2005


    1. Il tema fondamentale

    Il tema che mi è stato assegnato per questo incontro - «I nostri valori, le nostre ragioni» - riguarda la nostra identità.

    Questo tema ha due aspetti: politico-programmatico e politico-culturale. Il secondo aspetto sorregge il primo, perché senza cultura politica aggiornata non c'è azione politica adeguata. Perciò comincio da qui, sia perché ancora adesso si sente ripetere che la destra in Italia è priva di cultura politica, sia perché talvolta mi par di capire che anche in Forza Italia qualcuno ci creda davvero e perciò, per dimostrarsi invece preparato e avanzato e colto e aperto e moderno, si mette piuttosto a scimmiottare i suoi avversari.

    Per me questo è un atteggiamento sbagliato e l'accusa di mancanza di cultura politica non corrisponde alla realtà, anche se è vero che sul terreno dei valori, dei princìpi, dell'identità, occorre più impegno. In particolare, occorre che il comune sentire - perché abbiamo uno spontaneo comune sentire - trovi voci e occasioni e sedi per manifestarsi e rendersi più esplicito.

    Specialmente adesso che stiamo andando verso la campagna elettorale principale, Forza Italia non dovrebbe limitarsi solo ai bilanci delle cose fatte e dei preventivi di quelle da fare. Le prime sono molte, più di quanto si ricordi, e delle altre ne restano ancora, perché il tempo non è stato sufficiente e perché non sempre è stato propizio. Ma, oltre a questo, c'è qualcosa d'altro su cui dovremmo insistere.

    Il tema dell'identità è un tema centrale, che deve essere sollevato e dibattuto. Secondo le mie sensazioni e i miei termometri, è addirittura il tema principale. Per questo, da tempo ci dedico particolari sforzi intellettuali. Ho incontrato molti avversari, ma pochi critici, cioè molti pronti a denigrare o insultare ma pochi disposti a confrontarsi e discutere. Ma io insisto, perché ho la convinzione delle mie idee e la percezione che esse siano molto diffuse.

    2. Fondamentalismo e identità

    La questione dell'identità solitamente viene fuori in due modi: o perché qualcuno te la chiede, o perché qualcuno te la nega. Con il referendum sulla procreazione assistita e poi con i dibattiti sui Pacs e ora sull'aborto ci è stata chiesta. Con il fondamentalismo e il terrorismo islamico si è cercato di negarcela.

    Comincio dal fondamentalismo e dal terrorismo islamico. Con una precisazione essenziale: che quando si parla di terrorismo "islamico" non s'intende affatto dire che l'islam sia una religione o una cultura che alimenta il terrorismo. Questo è falso. S'intende invece dire che i fondamentalisti e i terroristi agiscono nel nome di una versione dell'islam che essi piegano ai loro scopi, primo fra tutti quello di far credere alle masse islamiche che l'Occidente ha in corso una guerra di religione contro l'Islam. E anche questo è falso. Che cosa in realtà accade?

    Accade che alcune élites radicali islamiste, distanti e ostili alle stesse masse islamiche, e soprattutto ai paesi arabi moderati, coltivano da tempo - da molto prima dell'11 settembre - un disegno: una rivolta dell'Islam e una sua rivincita storica, una sorta di "reconquista" al contrario dell'Occidente. Ai loro occhi questo disegno si deve realizzare in due tappe, non necessariamente in successione cronologica: l'abbattimento di quei regimi arabi e islamici che mantengono rapporti buoni con l'Occidente, che i fondamentalisti e terroristi considerano corrotti, e la guerra all'Occidente stesso, che essi considerano degenere, o, come diceva l'ayatollah Khomeini, «il Grande Satana».

    Si potrebbe pensare che si tratta di deliri. Ma noi europei per primi dovremmo sapere che la categoria del delirio non spiega né paga: anche Hitler, con il suo Mein Kampf, delirava. Ma poi vennero le occupazioni naziste in Europa e la seconda guerra mondiale, che l'Europa aveva voluto scongiurare insabbiando la testa nel pacifismo a Monaco nel 1938. Bin Laden, o chi per lui o con lui, è certamente molto diverso da Hitler, ma non c'è ragione per ritenere che sia meno conseguente e meno pericoloso di Hitler. Soprattutto dopo i morti di New York, Madrid, Londra, Sharm el Sheik, e tanti altri posti, i suoi deliri dovrebbero essere presi sul serio.

    Come ha reagito la destra italiana al fondamentalismo e al terrorismo islamico? Qui è venuta fuori la sua identità. La destra, e soprattutto Forza Italia - io credo - ha fatto un'analisi corretta della situazione.

    Ha capito che un nuovo totalitarismo, pericoloso quanto quelli del secolo scorso, si era affacciato sulla scena mondiale a minacciare l'Occidente.

    Ha capito che in Iraq, come in Afghanistan, non si combatteva per il petrolio o per interessi economici americani.

    Ha capito che sostenere l'Iraq e condurlo alla democrazia è un interesse strategico dell'Europa.

    Ha capito che era essenziale che l'Europa non si dividesse, né si nascondesse dietro lo scudo dell'Onu, bloccata dai veti come già lo era stata ai tempi della crisi dei Balcani.

    Quando la Francia e la Germania hanno diviso l'Europa, la destra ha capito che, senza entrare in guerra, era nostro interesse nazionale schierarsi con l'America e l'Inghilterra.

    Insomma, la destra e in particolare Forza Italia ha capito che con il fondamentalismo e il terrorismo è in gioco la difesa della nostra identità. In proposito, i comunicati di Al Qaeda parlano chiaro. Noi veniamo colpiti o indicati a bersaglio perché «giudei e crociati», cioè veniamo aggrediti non per quello che facciamo, ma per quello che siamo, esattamente per essere gli eredi della tradizione ebraico-cristiana. Forza Italia questo l'ha capito e, con la sua politica estera e europea, ha difeso questa identità contro coloro che vogliono cancellarla. Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno, se non ai terroristi. Non abbiamo occupato nessun paese. Ci siamo tutelati, consapevoli che di fronte al terrorismo o ci si difende o ci si arrende.

    3. Etica e identità

    La questione dell'identità era in gioco anche nel referendum sulla procreazione assistita. Di che cosa si trattava, in realtà?

    Non si trattava di correggere qualche punto di una legge difficile approvata a larga maggioranza dal Parlamento poco tempo prima, perché un emendamento si poteva approvare sempre in Parlamento anche qualche tempo dopo.

    Non si trattava di rifiutare lo Stato laico, perché nessuno lo ha mai messo in discussione, se non gli stessi laicisti che vogliono ingabbiarlo nella loro ideologia laicista.

    Non si trattava di respingere la separazione religione-politica o morale-diritto, che i liberali hanno conquistato da secoli e che è ancora una conquista da tutelare, soprattutto a fronte delle teocrazie islamiche.

    Si trattava piuttosto di rispondere a domande cruciali per la nostra identità. Fra le altre, queste:

    La dignità della persona è ancora un valore per noi o non lo è più?

    L'embrione è qualcosa o qualcuno?

    La vita di un embrione è uno strumento per soddisfare diritti e desideri degli adulti oppure vale in sé?

    La ricerca scientifica è un bene supremo, un progresso sempre e comunque, a cui subordinare tutti gli altri, o ha dei limiti etici?

    E alla fine: quei valori che fanno parte integrante e fondante della nostra tradizione cristiana - in particolare il rispetto della vita umana e della dignità della persona - sono ancora validi per noi, li dobbiamo ancora coltivare, dobbiamo cercare di collocarli nel miglior compromesso possibile con altri valori, oppure non contano più nulla, e dobbiamo essere tutti secolarizzati, agnostici, atei, immemori della nostra storia?

    Quello che era in gioco sulla fecondazione assistita, lo è anche sulla questione dei matrimoni omosessuali, o pacs o comunque li si definisca, e anche sulla rinata discussione sull'aborto.

    Sul matrimonio la questione è: il matrimonio fra persone di sesso diverso, su cui, secondo la nostra Costituzione, è fondata la famiglia come «società naturale» - e si badi: naturale, non: sociale o culturale o giuridica - è ancora un'istituzione morale, oltre che naturale, valida per noi, oppure possiamo cambiarlo a nostro piacimento? La nostra risposta è: quel matrimonio eterosessuale rispecchia ancora un ordine morale e deve essere tutelato. Non c'entrano le discriminazioni. Contro le discriminazioni ci sono già le leggi e, se non sono sufficienti, altre se ne possono approvare, perché tutte le discriminazioni sono odiose. C'entra invece la volontà di non stravolgere un valore e un istituto, il matrimonio, tanto importante e fondante della nostra tradizione, e dunque della nostra identità.

    Quanto alla rinata discussione sull'aborto, credo che non sia corretto chiamarlo una «conquista di civiltà». L'aborto può essere una tragica necessità o una drammatica scelta - di una donna sola, se è sola, o di una coppia -, ma non è un atto di civiltà, perché con l'aborto si sopprimono una vita e una persona. La vera civiltà della legge 194 non consiste nell'aver introdotto un "diritto" ad abortire, ma nell'aver posto un divieto alla piaga degli aborti clandestini, umilianti, e insicuri. La vera civiltà non consiste nel lasciar sole le donne ad abortire, ma nell'aiutare le famiglie, con la solidarietà, l'assistenza, l'educazione, affinché quella tragica scelta o necessità si verifichi il meno possibile. Insomma, la vera civiltà consiste nel tutelare la vita, non nell'autorizzare la morte.

    Come il fondamentalismo islamico ci ha costretto a riscoprire la nostra identità - a chiederci chi siamo "noi", in che cosa crediamo "noi", su quali punti "noi" differiamo da "loro" -, allo stesso modo le questioni bioetiche ci hanno portato a riaffermarla. Ma, una volta ritrovata e riaffermata, questa identità, dobbiamo ragionare così: noi, in politica, siamo laici ma non laicisti, e perciò, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, apprezziamo la tradizione cristiana nella quale siamo nati, intendiamo professarne ancora i valori che ci uniscono e cerchiamo di combinarli gradualmente, prudentemente, saggiamente con gli altri valori che la storia ci propone.

    I laicisti non sono laici rispettosi della tradizione. I laicisti intendono sostituire la nostra tradizione con un'altra, quella, essi dicono, della modernità, della scienza, della ragione. Ma, mi chiedo:

    che ragione è mai quella che rinnega i valori su cui da millenni ci fondiamo?

    che ragione è mai quella che ritiene che tutto ciò che è possibile fare si può anche fare?

    che ragione è mai quella che sostiene che la nostra tradizione cristiana vale quanto qualunque altra?

    che ragione è mai quella che si vergogna di dire ad alta voce che libertà, democrazia, tolleranza, uguaglianza fra uomo e donna, rispetto, e così via, sono valori che valgono ora sì ora no, da una parte sì e da un'altra no, in un tempo e in un luogo sì e in un altro no?

    Sono i laicisti che sbagliano.

    Sbagliano perché ritengono di essere i soli illuminati, i soli che dispensano il pane della saggezza, i soli che forniscono il sale della terra, in nome della scienza e della ragione, trasformate in nuove divinità

    Sbagliano perché non considerano che quando si soddisfa un diritto, esso si deve contemperare con tanti altri diritti, quello del figlio con quello dei genitori, quello della vita con quello della salute, quello della persona con quello della ricerca scientifica, e così via.

    E sbagliano, i laicisti, perché mentre cercano di tagliare le nostre radici, non si accorgono che un bisogno di valori, un sentimento spirituale, una rinascita religiosa sta emergendo prepotentemente in Occidente e non si rassegna a farsi confinare nel «ghetto della soggettività», per usare un'espressione del Cardinale Ratzinger ora Papa Benedetto XVI.

    Ecco che cosa deve fare la cultura politica della destra. Deve cogliere questa rinascita, sentire quel bisogno, rappresentare quel sentimento. Forza Italia lo può fare senza tramutarsi da partito laico in partito confessionale, senza cambiare la propria natura liberale, senza abbandonare la propria storia di movimento moderno. Forza Italia può e deve essere il portatore e il motore di questa cultura dell'identità.

    4. Liberalismo conservatore

    Ma che tipo di cultura politica è quella dell'identità? Rispondo: è tipica, propria, sana, cultura liberale e al tempo stesso tradizionalista o conservatrice.

    Non c'è da scandalizzarsi per le parole "tradizionalista" o "conservatrice". Non c'è da avere paura a dire chi siamo e perché lo siamo. Del resto, un tempo i bempensanti si scandalizzavano anche della parola "liberale", che oggi invece si contendono tutti, a cominciare da quelli che liberali non sono mai stati.

    Il liberale conservatore è conservatore sui princìpi e sui valori e liberale sulle riforme da fare in tutti i campi.

    Il liberale conservatore è ostile a cambiare la pelle della propria tradizione o a venderla al presunto spirito della modernità o post-modernità, mentre è aperto a ogni riforma che rende più libera e dignitosa la vita degli uomini.

    Il liberale conservatore è bendisposto verso lo Stato leggero e maldisposto verso lo Stato invadente.

    Il liberale conservatore non è una specie strana o inconsueta. Per citare solo il mondo di oggi o di appena ieri, il liberale conservatore o tradizionalista è uno che applica le politiche di liberalizzazione della Signora Thatcher, di deregolamentazione di Ronald Reagan, del conservatorismo compassionavole di George W. Bush, delle riforme sociali di Tony Blair, e anche, sì, a dispetto del nome che allarma i pigri, dei "neo-conservatori" americani, anch'essi liberali e pragmatici in politica ma attenti a tutelare i princìpi della storia del proprio paese.

    Per racchiudere tutti questi personaggi in una formula sola, direi che il liberale conservatore è un liberale identitario, uno che, mentre chiede e attua riforme per affrontare le sfide della modernità, difende il più possibile la propria tradizione, perché nella propria tradizione è racchiusa la propria identità.

    5. La tradizione

    Torno così al punto. Quale tradizione? L'ho già detto prima e tante altre volte. La nostra tradizione è quella giudaico-cristiana. Storicamente e culturalmente, noi discendiamo da tre colline: il Sinai, il Golgota, l'Acropoli. E siamo cittadini di tre capitali: Atene, Gerusalemme, Roma. Dopo, sono successe tante cose, abbiamo imparato tante lezioni, ci siamo mescolati con tanta gente, ora con violenza ora pacificamente. Il risultato di questa mescolanza - di questo "meticciato" come l'ho definito altra volta, scandalizzando non a caso i laicisti e coloro che negano la nostra identità - è che non possiamo, per nostra fortuna, rivendicare alcuna purezza. Ma la domanda non riguarda la purezza. La domanda che ci dobbiamo porre è: a questa mescolanza e impurezza di cui storicamente e culturalmente siamo fatti dobbiamo far corrispondere anche un'identità indistinta, generica, debole, vaga, cioè, alla fine una non identità? Oppure possiamo e dobbiamo ancora attribuirci un'identità ben definita, cioè la nostra, cioè, torno a dirlo, l'identità giudaico-cristiana? Per me, la risposta non ha dubbi.

    Abbiamo visto come vanno le cose in Europa quando questa identità viene negata o negletta. Esiste un clima laicista che cerca persino di nascondere ciò che siamo e siamo stati. Molti fenomeni e atti politici lo provano.

    Lo prova il mancato riferimento alle nostre radici nel Preambolo della Costituzione europea.

    Lo prova il "caso Buttiglione", un candidato ad una carica europea bocciato perché professa sentimenti cristiani.

    Lo prova il divieto di indossare il velo nelle scuole imposto alle ragazze musulmane.

    Lo provano le discussioni circa la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici.

    Lo provano le leggi sul matrimonio omosessuale, sulla clonazione, sulle sperimentazioni sugli embrioni.

    Da ultimo, lo provano le risposte sbagliate in fatto di politica dell'integrazione degli immigrati. Pensiamoci sopra un attimo su queste politiche, perché anch'esse riguardano la nostra identità.

    Una politica europea dell'integrazione è stata quella del multiculturalismo. Praticata soprattutto in Inghilterra, questa politica ha inteso integrare rispettando le comunità e consentendo che tutte vivessero secondo i loro costumi e stili di vita, senza interferenza dello Stato. Il risultato sono state tensioni sociali, ghetti, scuole in cui si educano i ragazzi ad una cultura diversa e spesso ostile a quella del paese ospitante, come nel caso della scuola di Via Quaranta giustamente chiusa dal ministro Moratti. Alla fine, questo multiculturalismo non ci ha salvato neppure dalla nascita di terroristi di seconda generazione.

    Un'altra politica europea dell'integrazione è stata quella del laicismo nazionalista. Praticata soprattutto in Francia, essa ha generato pressoché gli stessi risultati, come provano gli incendi nelle banlieues, o le stesse parole del Presidente Chirac che, con toni gravi e preoccupati, non ha esitato a parlare di una «crisi di identità».

    Tutte queste politiche sono sbagliate per un malinteso senso della tolleranza. Sembra un bel parlare, quello della tolleranza, e invece è una trappola. La tolleranza è una virtù debole, è una virtù passiva. Si confonde con l'indifferenza, la sopportazione, l'accondiscendenza, l'insensibilità. Si tollerano gli sciocchi, i molesti, gli inferiori. Non si tollerano quelli che si considerano uguali. Con gli uguali si usa un'altra virtù, che è ben più importante e ben più impegnativa della tolleranza. Si usa il rispetto.

    A differenza della tolleranza, il rispetto è la virtù dei forti ed è una virtù attiva, perché obbliga a mettere l'altro al nostro stesso livello. Del resto, se davvero ci ispirassimo alla tolleranza, perché non tollerare i predicatori d'odio? Perché non tollerare le classi scolastiche separate? Perché non tollerare le madrasse in cui si parla arabo, si insegna solo cultura araba, si semina risentimento? Perché non tollerare che sia tolto il crocefisso dalle scuole? Queste cose non solo non le tolleriamo, talvolta le consideriamo addirittura reati. Perché? Perché non possiamo scendere a patti con chi non rispetta la nostra identità. Oltre che attiva, il rispetto è una virtù reciproca.

    Ecco allora quale deve essere la nostra politica dell'integrazione: è la politica dell'insegnamento dei nostri princìpi e valori fondamentali, della nostra tradizione, della nostra identità collettiva, nella quale, con il solo vincolo del rispetto reciproco, tutti possono trovare cittadinanza.

    Ed ecco perché dobbiamo essere liberali e contemporaneamente conservatori o tradizionalisti. Liberali perché amiamo le libertà, per noi e per gli altri. Tradizionalisti e conservatori perché vogliamo conservare e rispettare la nostra identità, senza la quale quelle libertà non hanno senso e prospettiva. Non perché non dobbiamo fare le riforme: essendo liberali, alcune le abbiamo fatte e dobbiamo farne ancora. Non perché ci chiudiamo al futuro: essendo liberali, affrontiamo la modernità. Non perché vogliamo salvaguardare privilegi e interessi corporativi: essendo liberali, vogliamo e dobbiamo anzi abbatterli.

    No, liberali conservatori perché dobbiamo liberalizzare la nostra società e conservare i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra tradizione. Insomma, liberali perché vogliamo la società libera, e conservatori perché vogliamo custodire la casa dei nostri padri e trasmetterla più vivibile ai nostri figli.

    C'è qualcuno in Forza Italia che non la pensa così? Che non condivida queste idee? O che abbia paura a dirle e si lasci intimorire se le dice? Oppure che ritenga che queste idee, con le politiche che ne conseguono, non interessino alla gente? Io credo che non ci sia nessuno, e che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Appunto, come dite voi, "i nostri valori, le nostre ragioni".

    http://www.marcellopera.it/contenuti...tri_valori.doc

  3. #3
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    Il dovere dell'identità
    Convegno della Fondazione Magna Charta

    Roma 17 dicembre 2005


    1. Il nostro scopo

    A me spetta trarre le conclusioni di questo Convegno. Il còmpito non è difficile. Perché ciascuna delle relazioni che i miei amici e colleghi hanno svolto è già conclusiva, nel senso che esaurisce il problema dell'identità dai vari punti di vista affrontati. E perché il tema dell'identità noi di "Magna Carta" lo abbiamo sollevato più volte con tanti interventi, pubblicazioni e convegni, a Milano, a Roma, a Norcia, a Lecce, altrove. Non solo perciò mi richiamerò agli interventi che mi hanno preceduto, ma ne riprenderò temi e proposte. In particolare, mi soffermerò su tre questioni:


    Quale è la nostra identità?
    Perché
    dobbiamo difenderla?
    Come
    possiamo difenderla?



    Prima di prendere di petto queste questioni, è utile che dichiari il mio e il nostro scopo. Siccome se lo aspettano e ce lo chiedono in molti, è giusto non deludere tanta curiosità.

    Poiché la piega che stanno prendendo le cose in Occidente, soprattutto in Europa, non ci piace, e ne siamo preoccupati, noi di "Magna Carta" intendiamo dibattere e scuotere questa situazione. Cerchiamo di dire alla gente ciò che la gente - sempre di più - desidera le sia detto, perché avverte reticenza in tanti politici, ostilità in tanti intellettuali, irresponsabilità in tanta cultura.

    Assumendo questo ruolo, facciamo politica? Sì, la facciamo, e siamo ambiziosi. Perché, con la nostra azione culturale, vogliamo presentarci alla politica ufficiale, farla uscire dal torpore, richiamarla al suo senso più alto e nobile. E perché vogliamo sfidare i ritardi, le pigrizie, le inerzie di chi riteneva di avere l'egemonia culturale e pensava che la questione dell'identità, dei princìpi e dei valori della nostra tradizione, fosse monopolio loro, da coniugarsi alla maniera loro, da mettere nell'agenda politica della parte fissata da loro.

    Siamo intenzionati a dare voce chiara e parola non equivoca a tanta gente che ce lo chiede. A quelle forze politiche che per ideali sono più affini a noi chiediamo di essere ascoltati, perché temiamo che, se non prestano attenzione ai problemi che noi dibattiamo, tanti cittadini potrebbero sentirsi smarriti e incerti.

    2. Quale identità


    E ora vengo alla mia prima questione: di quale identità stiamo parlando?

    La risposta è facile. L'identità di un popolo la fornisce la sua tradizione, la sua storia. E la nostra storia è greco-romana e giudaico cristiana. Più volte ho ricordato che noi discendiamo da tre colline - il Sinai, il Golgota, l'Acropoli - e abbiamo abitato in tre capitali - Gerusalemme, Atene, Roma. In quei luoghi si è formata la nostra tradizione. La tradizione delle istituzioni pubbliche, da cui, con un lungo percorso, sono derivati i nostri attuali regimi liberali e democratici. E la tradizione della dignità della persona, da cui, con un percorso altrettanto lungo, sono discesi i nostri diritti, i nostri princìpi e i nostri valori.

    Pensiamoci con attenzione. Grazie alla polis e allo jus, siamo governati da leggi e istituzioni, e siamo cittadini uguali. Grazie al Dio creatore, siamo considerati persone degne di rispetto. E grazie alla polis e allo jus e al Dio creatore assieme, viviamo oggi in regimi liberali e democratici.

    Questa non è teoria, è un fatto. Questo fatto della nostra tradizione lo tocchiamo persino nell'aspetto delle nostre città: in quella piazza il parlamento, in quell'altra il governo, in quell'altra il tribunale, in quell'altra la scuola, in quell'altra ancora la chiesa o la basilica o l'abbazia. Lo stesso fatto lo vediamo nella nostra arte, lo leggiamo nella letteratura, lo comprendiamo dalle nostre costituzioni, lo sentiamo nella nostra musica, lo avvertiamo nei nostri ideali. Togliete questo fatto e avrete tolto la nostra identità.

    C'è un'obiezione: come negare che noi discendiamo anche da altro, non solo dalle tre capitali? Questa obiezione è fondata, ma è facilmente superabile. È vero, discendiamo anche da altre città. Dalla Firenze di Dante, dalla Pisa di Galileo, dalla Cambridge di Newton, dalla Konigsberg di Kant, dalla Amsterdam di Spinoza, dalla Ginevra di Rousseau, dalla Vienna di Freud, e da tanti altri posti ancora che hanno dato i natali ai nostri grandi padri. La storia ci ha mescolati, ma le nostre mescolanze sono state altrettanti innesti su un unico tronco e sulle stesse radici. Gli innesti hanno arricchito l'albero, ma sono le radici e il troncone che hanno dato linfa ai rami e alle foglie. Ancor oggi, se vogliamo definire chi siamo e capire perché siamo così e non altrimenti, dobbiamo dire che siamo i figli o i discendenti lontani di Gerusalemme, Atene e Roma. Dunque, non importa che siamo mescolati. Importa che abbiamo la stessa genealogia. E ancor più importa che ne siamo consapevoli.

    Esiste una seconda obiezione, ed è più seria. Essa riguarda in particolare la parte giudaico-cristiana della nostra identità e dice: se la nostra identità è giudaico-cristiana, come possiamo stare assieme agli altri che ne hanno una loro propria? Come possiamo condividere gli stessi princìpi e valori con coloro della cui identità è parte essenziale un'altra religione?

    Nel messaggio che ci ha inviato a Norcia, Papa Benedetto XVI ci è venuto incontro e ci ha anticipato la risposta corretta a questa domanda. Per i credenti cristiani - Egli ci ha detto - i diritti fondamentali sono «rinviabili direttamente al Creatore». Essi dunque sono diritti che preesistono «a qualsiasi giurisdizione statale». Ma anche per i non credenti, o per i credenti in altre religione, i diritti fondamentali dell'uomo vengono prima dello Stato, perché essi «trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo».

    Questa è la risposta corretta all'obiezione: le nostre diverse religioni non sono gabbie, non sono ostacoli ad una comune identità, perché anche chi non è religioso o ha religioni diverse dalla nostra può e deve riconoscere che in ogni uomo c'è una persona, che ogni persona ha un valore in sé, e che questo valore in sé rende la persona soggetto degli stessi diritti fondamentali. Dunque, anche se non possiamo tutti dirci figli dello stesso Dio, possiamo tutti dirci membri della stessa civiltà. Anche se le nostre religioni sono diverse, la nostra civiltà ci rende uguali, perché ci mette a disposizione un uguale patrimonio di diritti fondamentali.

    E questo arricchisce la risposta alla domanda da cui siamo partiti: qual è la nostra identità? Abbiamo detto: quella giudaico-cristiana. Ora possiamo completare la risposta: la nostra identità giudaico-cristiana è un'identità specifica e universale. È specifica, perché è la nostra, qui e ora. È universale, perché, se riconosce che la dignità dell'uomo viene prima della legge degli Stati, allora questa nostra identità vale per tutti, dà ospitalità a tutti, mette gli stessi princìpi e valori a disposizione di tutti.

    Tra questi princìpi, ne cito uno che noi siamo spesso accusati di negare: lo Stato laico. Noi invece questo principio lo affermiamo. Ma, ha ragione Benedetto XVI nel messaggio di Norcia, la laicità deve essere «sana». Che vuol dire? Non vuol dire che lo Stato è neutrale o indifferente, perché, dovendo basarsi sul principio della dignità della persona, lo Stato adotta una lunga serie di altri valori. Non vuol dire che lo Stato è senza valori, perché, se rispetta la persona, lo Stato protegge anche tutti gli altri valori connessi. Non vuol dire che lo Stato è laicista, cioè che confina le religioni professate dai propri cittadini nella loro sfera privata, le bandisce da quella pubblica, e le sostituisce tutte con una propria, così come si vede fare in Europa quando le autorità bandiscono i simboli religiosi dall'abbigliamento dei cittadini o dai luoghi pubblici. No, «sana laicità» è quella dello Stato che, quando legifera attorno a valori, rispetta comunque la natura dell'uomo, la dignità della persona.

    E poi ci sono gli altri princìpi: l'autonomia della società civile, il governo della legge, le istituzioni democratiche, la separazione dei poteri, il controllo circolare e il bilanciamento delle autorità, fanno parte anch'essi della nostra identità.

    Quanto ai valori, anche qui possiamo limitarci a ricordare i principali. La inviolabilità della vita, la dignità della persona, la libertà individuale, l'uguaglianza - prima fra tutte l'uguaglianza uomo-donna - la tolleranza, il rispetto, la solidarietà, la giustizia, e così via, sono tutti elementi della nostra identità.

    Possiamo allora concludere su questo punto dicendo: se accettiamo la nostra identità giudaico-cristiana, abbiamo un'eredità comune di cui tutti possono beneficiare. Tutti: cristiani, ebrei, islamici, credenti e non credenti. Tutti: purché accettino quella eredità di princìpi e valori.

    3. Perché difendere la nostra identità


    Ora che abbiamo identificato un'eredità comune - la nostra cittadinanza specifica e universale - possiamo passare alla seconda questione. Perché dobbiamo difenderla?

    Dò due risposte. La prima è perché la nostra identità è attaccata dal terrorismo e dal fondamentalismo che si richiamano all'islam. Ho già detto che possiamo convivere con cittadini di fede islamica. Ma i fondamentalisti non sono tutti gli islamici. Fondamentalisti sono oggi quegli islamici che non vogliono convivere con noi, perché intendono imporre le loro leggi a noi. Fondamentalisti sono quelli che ci definiscono «Grande Satana», ci considerano corrotti, ci dichiarano una «guerra santa», vogliono distruggere l'Occidente, cercano di rovesciare l'ordine mondiale.

    Attenzione alle loro parole. Quando ci chiamano con disprezzo «giudei e crociati», noi siamo accusati non di aver fatto qualcosa, ma di essere qualcosa, precisamente di essere i rappresentanti della tradizione giudaico-cristiana. E quando ci dichiarano la guerra santa, non lo fanno per rivendicazioni territoriali o economiche, lo fanno perché vogliono abbattere la nostra civiltà.

    L'altra ragione per cui dobbiamo difendere la nostra identità è perché la stiamo smarrendo. Proprio la risposta che stiamo dando al terrorismo e al fondamentalismo ne è un esempio. Come abbiamo reagito noi in Europa?

    Dapprima con la retorica, quando, dopo l'11 settembre, abbiamo detto «siamo tutti americani», senza crederci neanche un po'. Poi con l'appeasement con gli avversari, quando una parte dell'Europa si è divisa dall'altra e si è allontanata dall'America. Poi con la resa, quando, dopo la strage di Madrid, alcuni hanno ritirato le truppe dall'Iraq. Infine, con la dissimulazione, quando molti si sono nascosti dietro lo scudo dell'Onu per disattenderne sùbito le risoluzioni prese all'unanimità. E poi col pacifismo, con l'autocritica fino all'autoflagellazione, con l'acquiscenza.

    Ma, quanto al pacifismo, la nostra tradizione dice "beati i pacifici", non dice beati coloro che fuggono quando sono attaccati. E neppure dice beati quelli che non si prendono responsabilità. Pacifici sono i "costruttori di pace". Quale titolo di merito l'Europa ha oggi se si fanno progressi enormi verso la costruzione della pace nel conflitto fra Israeliani e Palestinesi? Quale contributo ha dato a costruire la pace e la democrazia in Iraq? Che cosa sta facendo per promuovere ed esportare la cultura dei diritti umani fondamentali in quei paesi che ancora non la rispettano?

    Quanto all'autocritica, perché l'Europa ritiene che il terrorismo sia colpa nostra? C'è solo una ragione: l'Europa ha così poca fede nella propria identità che crede che essa sia la causa e non il bersaglio degli attacchi che subisce. Perciò questa identità la cancella persino dal Preambolo della Costituzione. Perciò considera il terrorismo come un fenomeno di reazione e di difesa contro il nostro supposto espansionismo, e non invece quale in effetti è, un fenomeno di aggressione e di guerra alla nostra civiltà. E perciò tratta i terroristi come guerriglieri e i nostri soldati come occupanti anziché come liberatori.

    Non è così! I nostri soldati sono in Iraq non per conquistare qualcosa per noi, ma per dare qualcosa a loro, ai cittadini iracheni. Sono in Iraq non perché noi siamo imperialisti, ma perché noi siamo democratici e della democrazia vogliamo fare un bene per tutti.

    Infine, quanto all'acquiescenza, essa è la merce che l'Europa consuma di più. Si consideri il fenomeno dell'immigrazione, soprattutto quella islamica, che crea dappertutto i principali problemi di integrazione. Come ha risposto l'Europa? Con due modelli sbagliati.

    Il primo modello è quello del multiculturalismo. Esso dice così: accettiamo tutti gli individui, consentiamo e favoriamo che essi vivano nelle rispettive comunità, deleghiamo a queste comunità, mediante le loro chiese, scuole, associazioni, la cura dell'identità degli individui, e occupiamoci solo della convivenza di tutte le comunità. Risultato? Ghetti, incomunicabilità, conflitti, fino ai terroristi di seconda generazione. Dopo le bombe di Londra, il Presidente della Commissione per l'uguaglianza razziale inglese Trevor Phillips ha scritto: «L'indomani del 7 luglio ci obbliga a valutare a che punto stiamo. E io penso che stiamo a questo punto: camminiamo come sonnambuli verso la segregazione». Proprio così: noi siamo sonnambuli sul precipizio. Ci vantiamo della nostra ospitalità, ma, privi di identità come siamo e vogliamo essere, corriamo il rischio dell'assimilazione al contrario, dell'ospitante da parte dell'ospite.

    L'altro modello europeo di integrazione è quello nazionalista e giacobino. Qui è il laicismo che è responsabile del fallimento. Il modello dice: releghiamo la religione solo nella sfera privata degli individui, neghiamole qualsiasi ruolo pubblico, aboliamo tutti i segni e simboli di identità degli immigrati così come dei cittadini autoctoni, obblighiamo tutti ad un'unica identità, quella laica imposta dalla legge. Qual è stato il risultato? Lo stesso: segregazione, tensioni, incendi nelle periferie.

    Che cosa hanno in comune questi due modelli sbagliati? Hanno in comune il relativismo, l'idea che una cultura vale l'altra, che una identità è buona come un'altra. Hanno in comune il nichilismo, l'idea che non c'è più verità, neanche la verità dei diritti umani fondamentali. Hanno in comune l'atteggiamento della decadenza e il sentimento della rassegnazione.

    Mi chiedo: come si fa a non prendere atto dei risultati disastrosi che questa cultura e questa politica hanno prodotto? Giustamente, a proposito degli incidenti nelle banlieues, il Presidente francese ha detto che siamo in mezzo ad una «crisi di identità». Si può allora riprendere quanto si era voluto espungere dal Preambolo della Costituzione europea? Oppure si deve continuare in una politica di tolleranza, anche quando di fatto essa è scaduta a indifferenza, negligenza e malcelata sopportazione?

    4. Come difendere la nostra identità


    Ho detto che la nostra identità oggi è attaccata e che noi la stiamo disperdendo. Devo aggiungere anche che la stiamo violando. Questo accade su molti temi di bioetica. E da qui prendo lo spunto per rispondere alla mia terza e ultima domanda: come possiamo difendere la nostra identità?

    Tutti ricordiamo la campagna dei laicisti al tempo del referendum sulla procreazione assistita. Che cosa era in gioco?

    Nonsi trattava di correggere qualche aspetto di una legge, perché un emendamento si poteva approvare in Parlamento. E neppure si trattava di rifiutare lo Stato laico o la distinzione religione-politica, perché nessuno li aveva messi in discussione, se non gli stessi laicisti che sono i veri avversari, oltre che della religione, dello Stato sanamente laico.

    No. Si trattava di rispondere ad una sfida laicista su domande cruciali per la nostra identità. Fra le altre, queste:

    L'embrione è qualcosa o qualcuno, è persona o cosa?

    La vita di un embrione è strumento per soddisfare diritti e desideri degli adulti oppure vale in sé?

    La ricerca scientifica è un bene supremo a cui subordinare tutti gli altri, o ha dei limiti etici?

    Alla fine, la domanda era: quei valori che fanno parte integrante e fondante della nostra tradizione giudaico-cristiana - in particolare il rispetto della vita umana e della dignità della persona - sono ancora validi per noi?

    La nostra risposta è stata: sì, lo sono. Noi li dobbiamo ancora coltivare, dobbiamo cercare di collocarli nel miglior compromesso possibile con altri valori sapendo che qualunque compromesso è una perdita morale, ma non dobbiamo dimenticarli.

    Quello che era in gioco sulla fecondazione assistita, lo è anche sulla questione dei matrimoni omosessuali. Qui la questione è: il matrimonio fra persone di sesso diverso, su cui, secondo la nostra Costituzione, è fondata la famiglia come «società naturale» - e si badi: naturale, non: culturale o giuridica - è ancora un'istituzione morale, oppure possiamo cambiarla a nostro piacimento?

    La nostra risposta è: quel matrimonio eterosessuale rispecchia un ordine morale e deve essere tutelato. Non c'entrano le discriminazioni. La discriminazione in base a costumi sessuali in fatto di diritti politici, di diritto al lavoro, all'istruzione, eccetera, è odiosa e inaccettabile. Ma la discriminazione in base al matrimonio di persone dello stesso sesso, non è discriminazione: è un divieto morale dettato dalla nostra identità.

    Anche sul tema dell'aborto è in gioco l'identità. La nostra posizione è che l'aborto può essere una tragica necessità, ma resta una soppressione di una una vita e una persona. Quando si parla di "civiltà" della legge 194, dobbiamo aver chiaro che essa non consiste nell'aver introdotto un diritto ad abortire, ma nell'aver posto un limite e un divieto agli aborti clandestini. Non è genuina civiltà autorizzare la morte, lo è aiutare le famiglie, con la solidarietà, l'assistenza, l'educazione, affinché quella tragica scelta non si verifichi o si verifichi il meno possibile.

    Mi pare chiara ora la risposta al come dobbiamo difendere la nostra identità. La difendiamo affermando i nostri princìpi, sostenendo i nostri valori, rispettando la nostra tradizione, promuovendo la nostra civiltà. Possiamo farlo senza sentirci arroganti, dogmatici, colpevoli. Possiamo farlo con la consapevolezza dei nostri limiti ma anche con la serena coscienza dei nostri meriti. E se si può fare - e qui torniamo ad appellarci alle forze politiche - allora si deve fare.

    Per oggi, e per una "minoranza creativa", mi pare che sia sufficiente.

    http://www.marcellopera.it/contenuti...nti/dovere.doc

  4. #4
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    Noi, conservatori liberali

    Frascati il 3 settembre 2006


    1. LA STAGIONE DEI PARADOSSI

    Nell’elenco delle attività di Magna Carta e anche nel programma di questa Summer School spiccano, su tutte le moltissime cose fatte e quelle progettate, due temi: la politica estera, in particolare i rapporti Europa-Usa e la difesa di Israele; e l’identità europea, in particolare il contributo dei laici e dei credenti per fissarne una. Chi ha prestato attenzione all’attività di Magna Carta si sarà anche accorto che questi due temi sono spontaneamente confluiti in uno, al quale abbiamo dedicato molte iniziative e energie: la difesa dell’Occidente.
    Io non intendo qui concentrarmi su questi temi, che saranno oggetto di dibattito fra i nostri docenti e i nostri allievi. Su di essi, e sulla loro “confluenza”, ho però due tesi che desidero esporre sommariamente.
    Prima tesi. La politica estera europea è una politica debole, più di accondiscendenza per i regimi dispotici che di lotta al fondamentalismo islamico. Il recente protagonismo europeo in Libano, favorito da una svolta del Dipartimento di Stato americano, non è una sconferma di questa tesi, ma un’altra prova che l’Europa va per un verso e l’America per un altro. Non mi è chiaro quale tipo di analisi sia nata dentro l’amministrazione americana e quali ragioni l’abbiano indotta a modificare sensibilmente le posizioni mantenute da anni. Lo stesso potrei dire per la politica di Israele. Osservo però due fatti.
    È innegabile che oggi l’amministrazione americana pratica tanto “multipolarismo” dopo tanto “unilateralismo”, tanta diplomazia dopo tanto ricorso alla forza, e tanto europeismo dopo tanta diffidenza per l’Unione europea. Allo stesso modo, è incontestabile che questa nuova politica ha coinciso, in Italia, con la vittoria elettorale della sinistra e somiglia tanto alle posizioni della nostra sinistra che essa ha potuto vantarsi di averla provocata.
    Siamo così alla stagione dei paradossi. Il paradosso di coloro che hanno accusato il presidente Bush e il premier Sharon di avere le mani lorde di sangue e oggi si trovano d’accordo col presidente Bush e con il successore di Sharon nell’inviare soldati in Libano per frenare quei terroristi che essi chiamano e considerano, oggi come ieri, dei “resistenti”. Il paradosso dei pacifisti che sono diventati militaristi, e che oggi marciano dietro quelle stesse bandiere che ieri bruciavano. Il paradosso di un appeasement di fatto con l’Iran che viene trasformato in una politica di distensione e dialogo. Il paradosso di una risposta positiva all’appello dell’Onu a cui oggi si concede in Libano quella “coalizione di volenterosi” che ieri veniva negata in Iraq. Insomma, rosa nel pugno, rami di ulivo fra i denti, e mitra a tracolla.
    Ripeto: non comprendo le ragioni della recente politica estera dell’America e di Israele. Credo di capirne le necessità contingenti. Certo a me pare che, se l’America, incaricando l’Europa della questione libanese-hezbollah, avesse pensato di avere in cambio dall’Europa un serio appoggio sulla questione iraniana, il calcolo si sta dimostrando sbagliato. Qui non si intende fare l’elogio dei muscoli a danno della parola. Qui intendo sostenere che i problemi non risolti oggi possono diventare più gravi domani. E quando l’America chiamerà, come già sta chiamando, gli odierni volenterosi alle loro responsabilità nella lotta al terrorismo, si accorgerà, come già si sta già accorgendo, che essi fanno piuttosto marcia indietro.
    Quanto alla seconda tesi, essa è: l’identità europea, a causa della cultura europea e delle politiche degli Stati europei, è oggi evanescente, indeterminata, informe. Anche qui sarò sommario. Ho la convinzione che la Carta dei diritti europei ― che è ciò che è avanzato dalle macerie della Costituzione europea ― non sia adeguata al bisogno di questa identità. Non è soltanto per via del Preambolo. È per via della procedura non democratica con cui la Carta fu adottata. È per via di quella teoria del “patriottismo costituzionale” che le è stata sovrapposta, un costrutto intellettuale a freddo, da laboratorio, che non ha riscontro nella realtà europea. Ed è per via di alcuni contenuti di quella Carta che violano i princìpi e i valori della nostra tradizione.
    Il fatto è che l’Europa si è drammaticamente secolarizzata. Non è più laica, è laicista, e il laicismo ha prodotto positivismo giuridico, relativismo culturale, multiculturalismo sociale. Le conseguenze basta guardarle. Alla fine, il laicismo ha generato una colossale crisi di identità. Nel Vecchio Continente cristiano passa di tutto: la critica alla tradizione, il rifiuto del cristianesimo, l’idea che ogni esperimento scientifico sia una conquista e non comporti alcuna perdita morale, la tesi che ogni desiderio, ogni voglia, ogni bizza, può diventare un diritto purché votato da una maggioranza parlamentare. Non è da stupirsi che qui si chiamino e si considerino “conquiste civili” l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica, il matrimonio gay, e da ultimo il partito dei pedofili e persino la poligamia. Non è neppure da stupirsi – anche se questo è un altro paradosso – che proprio coloro che si rifiutano persino di parlare di guerra di civiltà inconsapevolmente ce ne procurino una: quella fra la civiltà degli “altri” che vengono qui e continuano a credere nella propria tradizione, cultura, religione, e la civiltà di “noi” che non sappiamo più che cosa sia la civiltà. E perciò non è da stupirsi che del fondamentalismo islamico non si possa parlare, che non sia giudicato corretto usare l’espressione, e che le nostre libertà – come l’ironia, la satira, la documentazione cinematografica – vengano affievolite e censurate quando il fondamentalismo ce le rimprovera e ce le nega. Questi sembrano gli unici casi in cui torniamo cristiani: ci battiamo il petto e quasi chiediamo scusa.
    Ecco perché – e questa è la “confluenza” fra i due temi di cui ho detto all’inizio – l’Occidente oggi è a rischio e noi dobbiamo difenderlo.
    Ma, ho detto, questo non è l’argomento principale del mio intervento. Il mio argomento è un altro e riguarda che cosa intendiamo fare qui.

    2. IL CONSERVATORISMO LIBERALE

    Diciamo allora che qui non facciamo militanza politica, anche se alcuni di noi sono in politica e questa è una scuola politica. Qui facciamo cultura politica, più precisamente, rispetto al linguaggio che passa il nostro mercato politico odierno, facciamo cultura politica di destra. Anche se, come tutti, neppure Magna Carta saprebbe dire che cosa propriamente significhi oggi “di destra”, essa è nata per questo, anche se non solo per questo. Per affermare che una cultura politica di destra – sempre per cedere al vocabolario corrente – esiste ed è autorevole. Ma, sul punto, dobbiamo intenderci. E l’argomento principale di questa mia introduzione ai lavori vuol essere proprio un contributo ad intenderci.
    Per dirla con una sola espressione, cultura politica di destra, almeno per noi di Magna Carta, sta per conservatorismo liberale. Si tratta di una grande dottrina, una grande scuola, una grande tradizione politica. Si basa soprattutto su due pilastri: attenzione e difesa della nostra tradizione europea e occidentale, che è il riferimento da mantenere (da ciò il conservatorismo); e custodia della nostra autonomia individuale, che è la condizione su cui dobbiamo sempre vigilare (da ciò il nostro liberalismo). Il primo pilastro ci porta a stimare la tradizione giudaico-cristiana, che è quella che più ha plasmato la nostra civiltà, non solo in Europa. Il secondo pilastro ci porta a sostenere, nella terminologia di Isaiah Berlin, soprattutto le libertà “da” come distinte dalle libertà “di”, in particolare le libertà dalle invadenze della politica nella sfera economica, civile e privata.
    Possiamo dirlo in altra maniera. I conservatori liberali sono tenuti a conservare la tradizione e responsabilizzare la libertà. Conservare la tradizione non significa rifiutare le novità o impedirne l’avvento. Significa preservare una identità e perciò affidarsi ad essa come ad un sistema di orientamento alla luce del quale giudicare le novità e, se del caso, ammodernare la tradizione. Dall’altra parte, responsabilizzare la libertà non significa concedere valore ad ogni scelta degli individui. Al contrario, significa attribuire un onere morale a quelle scelte affinché esse non siano gratuite o bizzarre o motivate solo in termini personali, privati, soggettivi. È così che tradizione e novità, conservazione e libertà, si stringono e sorreggono assieme. Che il loro equilibrio sia sempre precario significa solo che la storia va avanti. Ma va avanti assorbendo novità a partire da uno stadio che rappresenta l’eredità della tradizione come tramandata e vissuta fino a quel momento.

    3. LA SITUAZIONE IN ITALIA

    Come è noto, la dottrina e la pratica del conservatorismo liberale sono nate in Inghilterra, e in lingua inglese e americana hanno espresso il meglio di sé. Sul Continente, solo poche, anche se grandi, eccezioni. Ha parlato un po’ in lingua tedesca con Kant e Humboldt, un po’ in lingua francese con Benjamin Constant e Tocqueville, un po’ in lingua italiana, con la destra storica, con la scuola del cattolicesimo liberale, con Luigi Einaudi e pochi altri. Oggi, in politica, continua a parlare prevalentemente inglese con Bush che fa séguito a Reagan, con Blair che segue le orme della Thatcher, con Cameron che insidia Blair sul suo stesso terreno, e con il premier australiano Howard che continua la sua tradizione.
    Altrove però le cose sono andate, e continuano ad andare, diversamente. È una questione di dottrina, prima che di politica. Quando il liberalismo ha traversato la Manica, anziché il vocabolario di Locke, Smith o Hume, ha usato quello di Rousseau, e così si è trasformato in democrazia, socialismo, costruttivismo. Facile capire perché sia stato assorbito dal marxismo, soprattutto in Italia, dove non pochi sedicenti liberali hanno a lungo civettato col comunismo fino al punto di ritenerlo l’inveramento della liberaldemocrazia.
    Ma in genere da noi il conservatorismo liberale non ha avuto fortuna, e quando l’ha avuta ― ricordiamo don Sturzo, De Gasperi e il già citato Einaudi ― l’ha avuta sotto altra terminologia e con altra veste concettuale. In Italia, il conservatorismo liberale l’ha osteggiato il marxismo e l’ha osteggiato anche gran parte del cattolicesimo politico del dopoguerra. Il marxismo perché non tollera la libertà e disprezza la nostra tradizione cristiana. Il cattolicesimo politico del dopoguerra e soprattutto del dopo Vaticano II perché in gran parte ha pensato che le virtù cristiane della solidarietà e della fratellanza siano l’antiporta dell’egualitarismo e dello statalismo socialisti.
    Noi invece difendiamo e intendiamo diffondere il conservatorismo liberale. Perché non è una contraddizione, ma un sistema teorico coerente, con un grande passato e significativi esempi recenti o presenti. E perché non lo riteniamo un’idea astratta, ma un’opportunità politica concreta, invocata da tantissima gente anche quando non ne conosce il nome o non sa che ha un nome o non ha interesse ai nomi. Credo che questa Summer School di Magna Carta sia il luogo adatto per approfondire, sui temi del programma che si è data, la dottrina e la pratica del conservatorismo liberale.

    4. IL DIBATTITO A SINISTRA

    Ma, presentati i lineamenti del conservatorismo liberale e il suo stato in Italia, dobbiamo coniugarli in concreto.
    Conosciamo da vecchia data l’ambiente in cui ci muoviamo. Molti superciliosi di sinistra ci dicono che la cultura di destra non esiste né potrà esistere. Purtroppo, alcuni timorosi di destra protestano in pubblico, ma in privato sospettano che gli altri abbiano ragione. Gli uni sono superciliosi perché hanno paura e sono in difficoltà. Gli altri sono timorosi perché ritengono di essere in pochi e con pochi argomenti. Sbagliano entrambi.
    Stiamo al concreto e limitiamoci al dibattito politico quotidiano. Uno sguardo a quello del periodo estivo che è appena trascorso serve bene allo scopo.
    La cultura politica di sinistra si è cimentata nella discussione sul partito democratico. Ad oggi, questa è una “cosa” che segue tante altre “cose” prodotte dalla disgregazione intellettuale del marxismo e dal crollo politico del comunismo. È una “cosa” post-marxista e post-comunista. Ed è anche una “cosa” post-cattolica o, come si dice, cattolica “adulta”. Ma se da “cosa nasce cosa”, da una “cosa” non nasce un’idea.
    È dal 1989 (per fermarci lì) che la sinistra italiana cerca di saltare le tappe della storia pur di non farci i conti. Ed è da alcun anni, dalla rinascita religiosa in Europa e in America, da Papa Giovanni Paolo II e da Papa Benedetto XVI, che il cattolicesimo politico italiano cerca di sfuggire allo spirito del cristianesimo pur di non mettersi in discussione. Con questi giochi a nascondino, il partito democratico non può nascere. Agli uni fa da ostacolo il liberalismo, che non predicano ma a cui devono consentire a cominciare dalla riforma dello stato sociale. Agli altri fa da ostacolo la conservazione delle radici cristiane, che non praticano ma sono talvolta costretti a subire, a cominciare dai temi di bioetica. Ad entrambi fanno da ostacolo proprio i temi del conservatorismo liberale.
    Quanto questi temi siano di impedimento al progetto di un partito democratico si vede bene se, dalle “cose”, si passa alle intenzioni degli individui che dovrebbero realizzarle.
    Contro i progetti democratici del sindaco Veltroni che accelera sta l’asprezza radicale del ministro D’Alema che frena. Contro il cristiano rinato Rutelli sta il democristiano conservato Parisi. Quale godibile nemesi è stato per noi di Magna Carta il duetto fra, da un lato, il ministro Rutelli che chiede che il nascituro partito democratico non si pieghi allo scientismo della sinistra e dice: «I valori cattolici entreranno senz’altro e dovranno far parte del pluralismo di idee che animerà il partito democratico»; e, dall’altro lato, il ministro Parisi che gli si oppone e dice: «Non mi sentirei di proporre da cattolico i valori cattolici come riferimento principale del partito democratico»! È sembrato, per un giorno, di tornare indietro alle discussioni sul Preambolo alla Costituzione europea: menzionare o no le radici cristiane dell’Europa? Solo che non credevamo possibile che si potesse tornare così indietro da assistere allo spettacolo di un cattolico che ha timore di essere un cristiano e che, per paura di danneggiare la laicità, rifiuta, o nasconde nel privato, la propria tradizione cristiana.
    Questo scampolo di dibattito ci fa capire una cosa importante: che la sinistra cerca di far nascere un partito democratico, ma la nascita di un partito democratico è impedita precisamente da quei temi del conservatorismo liberale che la sinistra aborre. Se sono accigliati con noi è perché sono imbronciati con sé e corrucciati per gli ostacoli che hanno davanti a sé.

    5. IL DIBATTITO A DESTRA

    Si potrebbe pensare che, se i temi del conservatorismo liberale sono di impedimento alla sinistra, allora, per conversione logica, essi sono il principale propulsore della destra.
    Purtroppo, la logica non governa la politica. Anche per la destra è emblematico il dibattito di questa estate, che in gran parte è la ripetizione noiosa fino alla nausea di quelli degli anni precedenti. Qui due fatti sono significativi: la cosiddetta “questione della leadership” nella Casa delle libertà e la “questione cristiana”, come possiamo chiamarla, al Meeting di Rimini.
    Sulla questione della leadership, la cosa per noi è così chiara che siamo sbalorditi dal vedere che continua a restare così oscura. La leadership politica del centrodestra si può discutere, anche perché per primo l’ha messa in discussione l’interessato. Ma, a parte i carismi, che non li dà il certificato anagrafico, a parte il consenso che non lo distribuiscono i desideri, a parte le capacità, di cui non è prova un mestiere politico che risale ai tempi dei calzoni corti, una leadership si gioca su idee. E qui ci tocca dire che, su questo terreno, la destra rischia di inciampare.
    Di che cosa parlano, nello specifico, i politici di destra? Parlano di partito dei moderati, oppure parlano di partito unitario o di federazione, oppure ancora parlano di centro, di grande centro, di nuove aggregazioni, di aiuti alla maggioranza. Parlano persino di età, e ci fanno i conti. Purtroppo, raramente si sente parlare di programmi politici e soprattutto di cornici di cultura politica entro cui inserirli. L’idea di inizio di stagione estiva di un’alleanza fra “produttori di beni” e “produttori di valori” è buona. Per noi, è un altro modo di battezzare il conservatorismo liberale. Ma, allo stato, è ancora in erba, mentre fioriscono le bizze, i dispetti, i narcisismi. Noi siamo convinti che, per una nuova aggregazione, vi sia l’opportunità. Siamo anche convinti che una grandissima parte degli elettori aspetti di coglierla. Ma, per coglierla, si devono approfondire i temi della cultura politica. Si deve parlare di identità, si deve parlare di Occidente, si deve parlare di princìpi e valori, si deve parlare di bisogno di spiritualità. È lì, soprattutto lì, che si misura una leadership. Ed è lì che si avverte l’esigenza del conservatorismo liberale.
    L’opportunità di un partito e di un’aggregazione di tipo conservatore liberale e l’attesa, e anche il bisogno e il favore per questo tipo di cultura, le abbiamo viste e sentite anche a Rimini. Ma anche qui, come sulla questione della leadership, siamo rimasti colpiti da quella che ci è parsa una insufficiente consapevolezza della sfida.
    Ciò che i giovani cattolici da alcuni anni soprattutto vogliono – e da una classe politica soprattutto si attendono – è che la loro identità occidentale, il loro attaccamento alle radici cristiane, la loro voglia di autonomia liberale e di conservazione spirituale non siano sacrificate a ragioni di schieramento politico contingente o di protagonismo personale emergente. Prima che accordi o patti o aiuti o ammiccamenti trasversali, essi cercano chiarezza di idee e lealtà di impegni.
    Le meravigliose ragazze e i meravigliosi ragazzi di Rimini, e i tantissimi altri che anche noi di Magna Carta abbiamo incontrato, non desiderano che gli si dica come votare, e sarebbe perciò offensivo indicarglielo. Sono molto esigenti perché sono molto onesti: essi pretendono che coloro che hanno liberamente votato in nome di un credo siano poi fedeli a quel credo. Avremmo perciò preferito che chi si è rivolto a loro, da sinistra ma soprattutto da destra, avesse avuto più rispetto e consapevolezza dei valori richiesti da quella splendida platea e meno attenzione per le esigenze e le aspirazioni momentanee sollecitate dal palco.
    Ma questo per noi significa che occorre ancora più riflessione sulle ragioni del conservatorismo liberale e più impegno per diffonderlo, anche tra coloro che sono nostri amici. Oggi la destra è all’opposizione, fortuitamente, ma all’opposizione. Ci uscirà non facendo la voce grossa di chi protesta, o quella bianca di chi ammicca, ma usando la mente fine di chi riflette e si impegna.
    Noi, anche con questa Scuola, quella riflessione cerchiamo di approfondirla e quell’impegno cerchiamo di aumentarlo. Non siamo il sale della terra, ma camminiamo tanto con i piedi sulla terra e assieme a tanta gente che ci sembra di essere sulla strada giusta.

    http://www.marcellopera.it/contenuti...3.9.06.doc.doc

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    Forza Italia. Un partito liberalconservatore?

    7 Luglio 2007


    1. Partito-strumento e partito-progetto

    Questa 'Scuola di partito' di Forza Italia è sicuramente una iniziativa eccellente. È anche un'iniziativa di successo, a giudicare dal gran numero e dalla buona qualità degli allievi che hanno chiesto di frequentarla. Esprimo perciò la mia approvazione, assieme al mio plauso per chi l'ha pensata e organizzata, aggiungendo l'augurio che essa diventi un punto di riferimento fisso, un luogo altamente qualificato e distinto rispetto alle tante iniziative analoghe che stanno proliferando, le quali tutte mettono in luce lo stesso fenomeno nuovo e importante, e cioè che esiste una domanda diffusa, un bisogno crescente, di alta riflessione sulla, e di addestramento alla, politica, non solo quella di attualità quotidiana. Buon segno e di buon auspicio.
    Parlando ad una scuola di partito di Forza Italia, si dovrebbe ovviamente dare per concesso il presupposto - e cioè che Forza Italia sia un partito. Ma poichè questo presupposto non è di solito discusso, anche se è oggetto di tanti malumori, credo che questa sia la sede opportuna per affrontare l'argomento. Ne farò perciò oggetto della lezione che mi è stata chiesta. Naturalmente, non ho vocazione da maestro, solo il desiderio di dare un contributo.
    Dunque: Forza Italia è davvero un partito? E che tipo di partito è? Qual è la sua natura ideale? Perchè si definisce liberale? E questa definizione è adeguata o ce n'è una migliore?
    Come si vede, sono tutte questioni che hanno un duplice aspetto, uno organizzativo e uno culturale. L'aspetto organizzativo si riferisce al partito come strumento, quello culturale al partito come progetto, che sono facce della stessa medaglia, dacchè un partito - tradizionale o no - deve essere tutte e due le cose. Per capire la relazione fra entrambe, si potrebbe dire, ricorrendo ad una celebre frase, che senza lo strumento il progetto è cieco, senza il progetto lo strumento è vuoto. Dunque, in quale situazione ci troviamo?
    Certamente, all'esame comparativo, se si confronta Forza Italia con altri partiti, si può concludere che Forza Italia è anch'essa un partito. Procedendo dall'esterno all'interno, si vede che esistono sedi, dove si fanno incontri e si tengono assemblee. Poi ci sono gli iscritti che hanno le tessere, quasi tutte a titolo proprio, anche se forse, in qualche caso, donate a coupon da questo o quel capo. Poi ancora si vede che i detentori delle tessere celebrano i congressi locali dove gli aspiranti si scontrano anche duramente, oppure non si scontrano affatto e neppure discutono, perchè tutto è stato deciso prima. Infine, ci sono gli organismi, che i capi previdenti fanno funzionare e gli altri invece usano a titolo onorifico. Insomma, esattamente come in tutti i partiti. Però con una novità molto positiva che va a nostro merito: da noi c'è più entusiasmo, più partecipazione alla base, soprattutto da parte di giovani e donne, più opportunità e più ricambio. Questa scuola ne è un bell'esempio.
    E però, se vogliamo darci una pagella onesta sul nostro partito-strumento e non solo pacche consolatorie o ammiccanti sulle spalle, dobbiamo riconoscere che, oltre ai segni 'uguale' e 'più', ci sono anche quelli 'meno' e 'insufficiente'. Ad esempio, gli organismi eletti si fermano nella scala bassa della gerarchia. Un congresso nazionale fu fatto un decennio fa. Gli organismi decisionali nazionali sono pressochè di cooptazione, si riuniscono poco, oppure sbrigano solo pratiche amministrative. Questo fa sì che scarseggi la discussione politica importante, la conoscenza reciproca e l'informazione. Talvolta accade che uno di noi confidi in un altro o diffidi di un altro per ragioni di sentito dire o per simpatia o antipatia o telegenia. È come se si avesse timore del confronto e anche della lotta politica, che poi è l'essenza del partito-strumento. Oppure è come se non si volesse disturbare Lui.
    Il quale Lui, cioè il Presidente, che ora gli altri ci invidiano apertamente e ci vogliono imitare dopo averlo denigrato per anni, mostra di essere consapevole di questo stato chiaroscuro di cose e sembra voler correre ai ripari, investendo su un'altra formazione parallela, cioè i Circoli della libertà. La qual cosa ha i suoi vantaggi ovvi, che nessuno disconosce, se non altro per i meriti indubbi di chi li gestisce, ma crea altri problemi rispetto al partito, come si vede dal fatto che, lo dica apertamente o no, l'apparato diffida, si difende e fa resistenza, un po' come il bambino maggiore quando si vede nascere e portare in casa una sorellina, bella, rossa e con la voce squillante che sembra canti: Vittoria! Vittoria! Che fare? Non mancano gli episodi divertenti, come quello di chi, sentendosi escluso da una parte, pressa alla porta dell'altra, o quello degli incerti, che si pongono la domanda angosciante: quale sarà il cavallo giusto? Meglio puntare sul baio o sul puledro? Vincente o accoppiata?
    Non c'è da allarmarsi, perchè è anche così che si cresce. Meglio tuttavia dirsi tutto con franchezza, spiegare bene le intenzioni e chiarire i progetti. Per fare la somma provvisoria dello stato in cui siamo, io direi che, come partito-strumento, Forza Italia è oggi più di un movimento e meno di un partito tradizionale. Siccome un 'partimento' non si può dire, concludiamo che siamo uno strumento sui generis. E osserviamo con giusto orgoglio, ma senza consolarci troppo, che, anche per questo aspetto, siamo messi assai meglio della sinistra.
    Siccome il punto è importante, conviene spenderci qualche parola in più.


    2. Il Partito democratico senza progetto

    La ragione per cui in Forza Italia stiamo meglio del nascente Partito democratico deriva dal tipo di partito-progetto che la sinistra intende mettere in piedi. Per costruirlo, essa deve fare uno sforzo non indifferente. Dovendosi dare una cornice ideale, è costretta ad aderire a quella cultura, il liberalsocialismo o simile, contro cui la parte maggioritaria del Partito democratico, quella ex-comunista, ha sempre lottato. Sicchè essa si trova a dover conciliare la propria tradizione, che va in un verso, con l'obiettivo nuovo, che va nel verso opposto.
    Veltroni oggi cita Bobbio (ciascuno ne ha uno), ma non cita più Berlinguer e non desidera ricordare i giudizi che questo dava di quello. Il suo sforzo di sintesi è encomiabile, ma i suoi tentativi per crearla sono, allo stato, contorcimenti dialettici. Non è questione delle doti culturali di Veltroni. Nè è questione di volontà o impegno o buone intenzioni, da cui certamente Veltroni è alimentato e mosso. La sincerità di Veltroni è genuina. Davvero egli ha capito che la sinistra italiana ha ancora tanti tic del vecchio comunismo. Davvero è convinto che la cultura della sinistra da cui proviene è vecchia e non più utile per spiegare o convincere o attrarre. E davvero vuole uscirne. Il suo problema è che non sa come, perchè gli spazi culturali che cerca di coprire o sono già occupati da altri oppure sono per lui impervi.
    La conclusione è che il veltronismo, allo stato, è un autodafè ritardato e mascherato con un berlusconismo scenico. Ritardato, perchè l'autocritica ai fondamenti concettuali della sinistra è arrivata a tempo scaduto, e mascherato perchè le luci, lo schermo, l'immagine sono chiamati a supplire alle lacune dell'argomento, non a rafforzarlo o sottolinearlo o illuminarlo.
    Ritengo perciò di poter dire che se, nonostante i chiaroscuri della formazione sui generis di cui ho detto, Forza Italia sta meglio della sinistra anche come partito-strumento, è perchè sta meglio come partito-progetto. Le idee sincretistiche della nuova sinistra democratica come la concepisce Veltroni devono ancora dispiegarsi e mostrarsi sistematiche, coerenti, efficienti, mentre le idee che stavano alla base della intuizione originaria di Forza Italia avevano già, quando il partito nacque, mostrato il loro valore in tutto il mondo occidentale.
    Questo basti a dire quanto, in un partito, il progetto condizioni lo strumento. Se Forza Italia, nonostante tutto, è un partito unito e il Partito democratico invece nasce già diviso, è perchè il progetto di Forza Italia è unitario e coerente, mentre quello del Partito democratico, almeno allo stato attuale, è giustapposto e posticcio.
    Volgiamoci perciò al nostro progetto e alle ragioni della nostra politica.


    3. Il referendum elettorale

    Ho lamentato lo stato della nostra discussione interna. E vorrei darne un esempio cruciale per la sua attualità e urgenza: il referendum sulla legge elettorale. Perchè non se ne parla? Quali opzioni abbiamo in materia elettorale dopo che, su questa materia, nella scorsa legislatura abbiamo compiuto, magari perchè costretti da perniciose sirene, quello che secondo me era, ed è, un errore?
    Ridotte all'osso, vedo due opzioni di sistema e una opzione di convenienza. Quelle di sistema sono:

    (1) Puntare sul proporzionale, comunque si declini, alla tedesca, alla spagnola, eccetera;
    (2) Puntare sul maggioritario, comunque tecnicamente definito, anche quello a doppio turno, perchè anch'essa è un'ipotesi su cui discutere.

    L'opzione di contingenza e di apparente immediata convenienza è:

    (3) Lasciare tutto com'è attualmente e puntare sulle elezioni anticipate, con la probabilità di vincerle, ma anche con la probabilità che si crei, al Senato, una situazione poco diversa dall'attuale, sia pure a parti rovesciate.

    Io mi sono chiesto: Forza Italia è nata come il partito del maggioritario, del bipolarismo, del presidenzialismo? Sì. Poi mi sono chiesto: ci crediamo ancora in questi obiettivi? Sì. E allora, siccome il tempo passa e la possibilità di rifare una legge elettorale in parlamento diventa sempre più remota, soprattutto se si tratta di una legge che assicuri la governabilità e non titilli solo la voglia di rappresentanza dei piccoli partiti, ho concluso: dobbiamo firmare per il referendum. Oltre a invitare anche voi a farlo, spiego perchè.
    In primo luogo, per una ragione che riguarda il merito del quesito referendario. Un 'sì' non risolverebbe bene nè i problemi della legge elettorale nè quelli del sistema politico. Di per sè, il referendum non ci consegnerebbe neppure il partito unico del centrodestra. E però andrebbe verso tutte queste direzioni. Soprattutto, il referendum fissa uno stop non reversibile rispetto al degrado della frammentazione politica attuale. Non si potrebbe tornare indietro rispetto al maggioritario. Si potrebbero apportare solo correzioni per andare avanti.
    La seconda ragione della mia decisione a favore del referendum è il timore dell'opzione di convenienza. Lasciare le cose come stanno, o semplicemente correggerle marginalmente, anche nel caso probabile di vittoria, non ci porta ad un sistema politico stabile. Tutto è opinabile, naturalmente, e perciò se ne dovrebbe discutere. Questo è un caso di scuola in cui occorre un dibattito interno al partito. E siccome questa è una scuola, io approfitto per discuterne.


    4. Liberale e basta?

    Sempre per discutere, desidero ora introdurre il tema del partito-progetto. Ho appena identificato Forza Italia rispetto alle sue originarie opzioni istituzionali di sistema (maggioritario, bipolarismo, presidenzialismo). Ma, oltre a ciò, Forza Italia si è sempre definito un partito liberale. Continuo ad esprimere la mia piena soddisfazione in proposito, ma credo che anche su questo punto dobbiamo fare qualche riflessione in più.
    'Liberale' basta ancora sul terreno economico. Tante riforme liberali e anticorporative restano da fare, comprese quelle che non abbiamo fatto al Governo. Basta per dire che dobbiamo abbassare la spesa pubblica, e per dire che dobbiamo diminuire gli adempimenti per i cittadini, la burocrazia, le invadenze dello Stato.
    'Liberale' basta ancora sul terreno delle riforme istituzionali, a cominciare da quella della giustizia (compreso la certezza della pena per chi vìola le leggi). Su questo terreno, 'liberale' vuole almeno dire separazione dei poteri, che oggi esiste poco. Vuol dire esecutivo forte e controlli veri. Vuol dire riforme della Costituzione (e dei regolamenti delle Camere, negletti nella scorsa legislatura).
    'Liberale' basta ancora sul terreno scolastico e universitario, su cui ben poco si è inciso per mancanza di convinzione e di forza.
    'Liberale' basta ancora sul terreno sociale. È il contrario di pubblico e parapubblico. Ed è il contrario di 'concertato'. Ed è giusto così, perchè la concertazione produce effetti paralizzanti e deleteri. E poi come individuare gli interlocutori con cui concertare? I magistrati sono un potere? E i sindacati? E tutte le corporazioni professionali?
    Infine e ovviamente, 'liberale' basta ancora sul terreno fiscale e su quello dei servizi pubblici da privatizzare.
    Ma mi chiedo: 'liberale' basta ancora quando si tratta dei problemi e dei temi che possiamo chiamare temi dell'identità, come quelli dell'integrazione, della società multietnica, della difesa della società occidentale, dell'opposizione al fondamentalismo islamico, della laicità, della bioetica? Oppure non basta e c'è bisogno di qualche integrazione o chiarimento?
    Io sono convinto che ce ne sia bisogno, l'ho detto tante volte e vi ho dedicato tanti interventi. Siccome non vorrei ripetermi troppo, riprendo solo una questione cruciale.
    Qual è oggi il terreno di confronto e su che cosa si gioca realmente lo scontro fra destra e sinistra?
    Con questa domanda, mi riferisco al terreno di confronto e scontro ideale e culturale, non a quello politico e programmatico, perchè questo terreno è definito dalle proposte elettorali, le quali però possono creare incertezza rispetto alla demarcazione destra-sinistra. Non a caso si dice che la sinistra talvolta fa ciò che dovrebbe fare la destra (vedi Tony Blair e l'eredità della Thatcher), o viceversa, che la destra talvolta fa ciò che dovrebbe fare la sinistra (vedi, in politica estera, la lotta di Bush contro gli stati-canaglia o a favore della esportazione della democrazia e dei diritti fondamentali).
    Dunque, mettiamo a fuoco la divisione ideale fra destra e sinistra per saggiare se 'liberale' oggi basti a distinguerle.


    5. Destra e sinistra: il discrimine del laicismo

    Come si ricorderà, Norberto Bobbio, in uno dei suoi ultimi libri più fortunato che illuminante (Destra e sinistra), sostenne le equazioni:

    sinistra = uguaglianza; destra = disuguaglianza.

    Ma questo discrimine è palesemente insufficiente perchè ogni definizione negativa è poco o nulla informativa, è povera e generica. Bobbio avrebbe dovuto porre la distinzione in termini positivi, a cui pure era aduso, ad esempio,

    sinistra = giustizia sociale; destra = libertà individuale,

    oppure:

    sinistra = uguaglianza; destra = autonomia.

    (Detto per inciso, se si adottano queste ultime coppie di equazioni, si capisce perchè la dottrina normale della sinistra sia la democrazia e quella estrema il comunismo, mentre la dottrina normale della destra sia il liberalismo e quella estrema l'anarchismo. Detto sempre per inciso, si deve osservare che i sistemi degli stati moderni e delle attuali forze politiche sono ibridi: nessun liberale, oggi, è sordo alla giustizia sociale e nessun socialista alle libertà individuali. Per questo si parla di liberal-democrazia, liberal-socialismo, liberalismo sociale, conservatorismo compassionevole, eccetera).
    Ma quando si passa a trattare i temi dell'identità, è chiaro che i discrimini tradizionali come quelli ora indicati non bastano più. Ad esempio, se si deve affrontare il problema del fondamentalismo islamico, che cosa significa essere liberali? Basta sostenere che il liberalismo è per l'autonomia individuale per avere una politica? Lo stesso quando si tratta di bioetica. Basta invocare la libertà per distinguersi dalla sinistra?
    È evidente che non basta e che altri discrimini si devono aggiungere. In particolare, uno è cruciale proprio per comprendere e fissare il terreno di confronto e scontro fra destra e sinistra. Si tratta del discrimine seguente:

    sinistra = laicismo; destra = laicità

    il quale si basa, o implica, altri discrimini ancora, come:

    sinistra = multiculturalità; destra = identità
    sinistra = critica dell'attuale; destra = difesa della tradizione
    sinistra = innovazione; destra = conservazione.

    Alla luce di questi discrimini, in che cosa precisamente consiste la principale differenza fra destra e sinistra? Consiste nella conservazione della tradizione, che la destra persegue e la sinistra no. Quale tradizione? Quella europea ed occidentale. Esattamente? La tradizione cristiana.
    Se uno obietta che la destra è laica, rifletta che la laicità è diversa dal laicismo. Laicità e laicismo convergono sulla libertà religiosa, sulla tolleranza, sulla separazione Stato-Chiesa. Ma poi divergono profondamente sul modo di intendere questi concetti e istituti.
    Per il laicismo, la libertà religiosa è libertà privata (nel foro interiore) della religione. La tolleranza nasce dal riconoscimento (relativistico) dell'uguale valore o disvalore di tutte le religioni. E la separazione Stato-Chiesa significa ostilità della sfera statale alla sfera del magistero ecclesiale. Per questo il laicismo è anticristiano, antitradizionale e illuministico. E per questo la sinistra polemizza con il Papa, la Cei, i vescovi, e denuncia le loro 'interferenze'.
    Invece, per la laicità, la libertà religiosa vuol dire riconoscimento del ruolo pubblico della religione. Tolleranza significa rispetto di tutte le fedi e confessioni religiose, ma con obblighi e vincoli basati sui princìpi che sono propri di una tradizione, la nostra, e spesso codificati in una costituzione. Quanto alla separazione Stato-Chiesa, essa indica l'autonomia della sfera politica, ma non la sua autosufficienza o egemonia. Per questo la laicità non è anticristiana, antitradizionalista, illuminista.


    6. Forza Italia, partito liberal-conservatore

    Tiriamo le somme e torniamo al punto. I laici, a differenza dei laicisti, oggi sono sì liberali, ma sono liberal-conservatori, non liberal-illuministi. E perciò Forza Italia, che è un partito laico, è, o deve essere, un partito non solo liberale (sui terreni politici e economici tipici che ho prima indicato) ma un partito liberal-conservatore (sui temi dell'identità che ho ricordato). E liberal-conservatore nel senso preciso che intende conservare, sostenere, difendere, la tradizione della libertà, compresa la tradizione di quella religione che alla nostra libertà ha dato più alimento.
    So che esistono opinioni diverse in proposito, ma ritengo che chi, anche tra noi, sostiene che il liberalismo politico ed economico implicano il liberalismo etico commette un doppio errore. Storico, perchè il liberalismo classico dava per acquisita (addirittura come razionale o come naturale) una cornice di valori che ha fondamento o origine cristiane (l'uguaglianza, la dignità della persona, la parità, eccetera). E filosofico, perchè il liberalismo politico implica il rispetto da parte dello Stato delle opinioni dei cittadini (ovviamente con il vincolo della compatibilità), ma non implica che lo Stato non si fondi su valori propri (con l'obbligo dell'adesione da parte di tutti).
    La questione non è naturalmente solo teorica, perchè una dottrina politica ha conseguenze pratiche. Se si parte dalla prospettiva del liberalismo conservatore, si traggono conclusioni di giudizio e di azione politica diverse da quelle del liberalismo e basta. Ad esempio, si traggono imperativi etici e politici del tipo: no al laicismo; no al relativismo; no al multiculturalismo; no alla tolleranza come resa alle culture altrui; no all'ex-Preambolo della ex-Costituzione europea; no alle avventure bioetiche (dalla sperimentazione su embrioni ai matrimoni gay). In altri termini, si traggono esattamente quegli imperativi che, secondo me, sono, o dovrebbero essere, parti del partito-progetto di Forza Italia, ciò che profondamente la distingue dalla sinistra.
    Non entro nel merito del perchè tutte queste derivazioni di 'no': o sono intuitive o occorrerebbe un'altra lezione. Concludo dicendo che tutti questi 'no' si possono e debbono coniugare in positivo. Che per ogni formulazione positiva occorre trovare gli argomenti corretti e appropriati. E che uno dei còmpiti oggi più urgenti della scuola politica di Forza Italia è fare proprio questo: individuare bene la nostra cornice ideale, i modi per sostenerla e gli strumenti per realizzarla. Dunque: buon lavoro!



    Riferimenti bibliografici


    -Berman, Paul, Liberalismo e terrore (2003), trad. it. Einaudi, Torino 2004.

    -Bobbio, Norberto, Destra e sinistra, Donzelli, Roma 1994, 19952.

    -Cardia, Carlo, Le radici della laicità, Edizioni San Paolo, Milano 2007.

    -De Mattei, Roberto, 'De Europa'. Tra radici cristiane e sogni postmoderni, Casa Editrice Le Lettere, Firenze 2006.

    -Gheddo, Piero, La sfida dell'Islam all'Occidente, Edizioni San Paolo, Milano 2007.

    -Pera, Marcello, Interventi sul conservatorismo liberale: 'Noi, conservatori liberali' (Frascati, 3 settembre 2006); 'Conservatori liberali' (Gubbio, 10 settembre 2006); 'I nostri valori, le nostre ragioni' (Catania, 29 novembre 2006); 'Un partito antilaicista' (Napoli, 2 febbraio 2007). Interventi su laicità, laicismo, Europa: 'Chiesa, Stato, religione, politica. E fondamentalismi' (Norcia, 23 settembre 2006); 'Che cosa è andato storto in Europa?' (Madrid, 11 dicembre 2006); 'Laicità e laicismo' (Roma, 7 maggio 2007). Tutti i testi sono reperibili sul sito www.marcellopera.it, sotto la voce 'Interventi'.

    -Ratzinger, Joseph, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005.

    -Scruton, Roger, Manifesto dei conservatori (2006), trad. it. Cortina, Milano 2007 (Capitoli 1 e 9).

    http://www.marcellopera.it/index.php...nt=1324&next=9

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