È certo molto istruttiva la vicenda di questi giorni che ha visto numerosi manufatti tessili cinesi bloccati alle dogane e, di seguito, un nuovo accordo tra Europa e Cina, grazie al quale – per quest’anno – si è ridotto il peso delle quote all’importazione dei prodotti provenienti da Pechino.
Le misure protezionistiche erano state introdotte, all’indomani di una massiccia campagna di stampa, con l’obiettivo dichiarato di tutelare talune imprese europee del comparto tessile. Come si sa, in Cina vi sono oggi aziende in condizione di realizzare con costi assai contenuti una parte rilevante dei capi di abbigliamento che usiamo quotidianamente. Da qui l’azione politica dei produttori europei, non certo contenti che in Europa i consumatori possano spendere pochi euro per quelle t-shirt che, se realizzate da noi, possono costare anche il doppio o più.
La teoria economica ha mostrato da tempo come il protezionismo sia indifendibile. Esso intralcia gli scambi e finisce per impoverire tutti. Nel caso specifico, si impedisce ai cinesi di migliorare la propria situazione, e si nega agli stessi consumatori nostrani la libertà di spendere meno. Sul piano strettamente economico, il protezionismo rappresenta una riduzione di stipendi e salari, realizzata attraverso una compressione del potere d’acquisto di quanti vivono in Europa.
Il commissario europeo Peter Mandelson alla fine è riuscito a soddisfare le attese dei paesi nordici (e della Gran Bretagna in primis) senza scontentare troppo gli altri; ma di fatto ha rinviato i problemi all’anno prossimo. Ed è facile prevedere che tra un anno, o meno, la questione riaffiorerà nello stesso modo, e forse in maniera anche più grave. La soluzione di questi giorni è quindi assai ipocrita, e non risolve i problemi di fondo.
L’episodio mostra quanto sia difficile parlare – in termini astratti – di “produttori” e “consumatori”, o di Europa e Cina. Se le quote sono state alla fine riviste non è stato, infatti, per rispettare i diritti dei consumatori (politicamente debolissimi), ma perché vi sono molte imprese europee che hanno pagato un costo assai alto per l’introduzione delle quote.
Quando nelle scorse settimane si è giunti al tetto prefissato per i vari capi d’abbigliamento (pullover, magliette, ecc.), le dogane hanno cominciato a bloccare la merce, che si è accumulata alla frontiera mentre molti scaffali dei negozi italiani o britannici erano desolatamente vuoti. Gli imprenditori attivi nel settore dell’importazione e – non ultimi – i negozianti europei si sono quindi trovati in difficoltà. C’era una domanda che essi non riuscivano a soddisfare, e c’erano profitti potenziali che venivano perduti. Al fine di aiutare alcune imprese (manifatturiere) si sono quindi danneggiate altre imprese (commerciali), fino a che queste ultime sono riuscite a modificare la situazione, soprattutto grazie alla pressione dei paesi d’Europa in cui il settore industriale tessile è meno influente.
Da questo emergono con nettezza alcuni elementi.
In primo luogo, che complessivamente il protezionismo è distruttivo. Se da un lato favorisce alcuni soggetti, dall’altro causa un danno molto maggiore, nel momento in cui impedisce i commerci e, con essi, il dinamismo che accompagna ogni economia basata sulla divisione del lavoro, in cui ci si sposta da un settore produttivo all’altro proprio per soddisfare le esigenze altrui e mettersi al servizio delle richieste che emergono dalla società.
In secondo luogo, è chiaro come il protezionismo sia frutto della volontà di quanti sono forti politicamente, che utilizzano tale posizione per sottrarre risorse a quanti sono politicamente deboli.
C’è infine un ultimo aspetto, che è meno visibile ma non per questo irrilevante.
Se in Europa vi sono talune imprese non più in grado di competere con le aziende cinesi del tessile, è ugualmente vero che in questo come in altri settori vi sono imprese europee che stanno crescendo proprio grazie allo sviluppo della Cina, dell’India e degli altri “nuovi dragoni”. Per ogni container di jeans cinesi che arriva in Italia c’è un altro container di macchine utensili, ad esempio, che prende la strada della Cina. D’altra parte, gli asiatici ci vendono i loro beni in cambio di euro solo perché con quei soldi possono acquistare nostri prodotti.
Quanti stanno crescendo nell’export indirizzato verso la Cina sono direttamente danneggiati, allora, da ogni forma di limitazione ai commerci. Con il risultato che per aiutare qualche impresa europea in difficoltà (non in grado di competere internazionalmente) si finisce per penalizzare i consumatori, gli importatori, i negozianti e anche quanti con il tessile non hanno nulla a che fare, ma che sono riusciti a trarre grande beneficio dalla nuova ricchezza dell’Impero Celeste.
In sintesi, il protezionismo finanzia le imprese inefficienti (che non soddisfano i consumatori) sottraendo risorse alle imprese efficienti, le quali sanno ciò che i consumatori vogliono e lo producono a prezzi competitivi. È una politica immorale, e suicida. Meglio abbandonarla una volta per tutte.
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