Energia: un tema su cui ci giochiamo il futuro
La materia è ostica, apparentemente impopolare, di faticoso interesse. Eppure si tratta del tema portante per lo sviluppo futuro del nostro Paese.
Sull’energia, l’Italia e l’Europa si giocano la possibilità del rilancio economico e produttivo, e soprattutto la capacità di essere competitivi e trainanti nel mercato globale.
La questione dovrebbe essere al centro del dibattito politico del nostro Paese, e in cima all’agenda degli impegni di governo. E invece, su questo per lo più si tace. Gli scienziati lanciano l’allarme, il mondo produttivo segue con minore consapevolezza e determinazione, la gente resta indifferente, la politica non raccoglie. Non quanto dovrebbe.
Eppure la situazione che si profila, per l’Europa, ma ancor più per il nostro Paese, è davvero inquietante.
Due sono i problemi fondamentali che incombono. Uno è quello dei gas serra che stanno riscaldando il globo, che richiede una drastica riduzione di emissioni di carbonio e la ricerca di fonti energetiche pulite; un problema planetario, che va affrontato in sede internazionale con normative su grande scala, e da cui ogni Paese che ripensa questo settore non può prescindere. L’altro è quello del rischio, per l’Italia, di una crisi energetica dagli effetti devastanti, per l’eccessiva dipendenza dalle forniture estere.
L’Italia ha un fabbisogno ben superiore alla propria capacità di produrre energia. Le centrali idroelettriche e geotermiche non sono sufficienti, e il perché andrebbe indagato maggiormente, essendo il nostro territorio ricco di vulcani e di corsi d’acqua.
Mentre negli altri Paesi europei il mix di energia è più equilibrato e diversificato, in Italia l’approvigionamento dipende in massima parte (70%) dal gas e dal petrolio, e per il resto dal nucleare francese e svizzero. Tutte fonti d’importazione, sensibili alla fluttuazione dei prezzi e ai ricatti dei fornitori.
Guardiamo ad esempio quello che sta succedendo in Russia: Putin è il vero monopolista del gas, e sta acquistando dalla Bielorussia anche il residuo di gasdotti non controllati direttamente. Acquisizioni che saranno ottenute con la chiusura del gas alla fonte, mediante una vera e propria estorsione, che si ripercuoterà sulla distribuzione in Europa. Non solo, ma da gestore indisturbato, la Russia applica contratti e tariffe dettando legge. In Usa e Gran Bretagna il prezzo del gas ha raggiunto valori altissimi, ben tre-quattro volte quelli che paghiamo noi. Se dovessimo arrivare a quelle cifre, ci troveremmo di colpo in piena crisi, con esborsi addizionali capaci di metterci in ginocchio.
Per il petrolio, è lo stesso problema: basti osservare quanto la benzina sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Inoltre l’ASPO, una delle agenzie di valutazione più oggettive e credibili, stima che il picco di produzione mondiale sia raggiunto tra il 2004 e il 2010, e che quindi saremmo già a ridosso della fase calante, che porterebbe all’esaurimento delle risorse prima dei prossimi trent’anni, anche in considerazione del continuo sviluppo dei paesi emergenti.
Per il nucleare, il costo è elevato proprio per il sovrapprezzo dell’importazione.
Se dunque all'Italia l'energia costa mediamente il 30% in più degli altri Paesi europei (il 50% in più della Francia) per contro, le nostre bollette non rilevano un particolare incremento, perché gli oneri vengono affrontati soprattutto dalle casse dello Stato, che versano nelle condizioni che sappiamo. Se la cosa può sembrare vantaggiosa per il consumatore, è in realtà un’aggravante, poiché non sensibilizzando le tasche dei cittadini, non stimola l’opinione pubblica al cambiamento.
Di qui dunque, la necessità urgente, impellente, di pianificare una politica energetica a tutto campo, capace di farci uscire dal cul de sac in cui ci troviamo.
Esistono molte vie per implementare la produzione energetica. Ciascuna coi suoi pro e i suoi contro. Ma bisogna affrontare il problema con due presupposti di fondo.
Il primo è quello di investire massicciamente nella ricerca: il futuro si gioca da un lato sulla capacità di migliorare la sicurezza, i vantaggi economici e gli impatti ambientali delle tecnologie esistenti, e dall'altro sulla sperimentazione e l'affinamento delle fonti rinnovabili. I Paesi capaci di sfornare innovazioni saranno poi in grado di produrle, esportarle, di innescare un business di sviluppo su questo fronte strategico per l'economia e per l'ecosistema. Chi resterà indietro nella ricerca, invece si limiterà ad acquistare, o a regredire.
Il secondo presupposto è quello di valutare tutte le opzioni in campo, accantonando l’approccio ideologico in favore di un pragmatismo che dia il giusto peso al binomio costi-benefici (intesi anche come benefici ambientali). Perché la sfida è talmente importante da non permettersi preclusioni pregiudiziali o paure infondate. Essa richiede piuttosto lucidità e lungimiranza.
Dunque, quali sono le possibilità su cui operare, per dare all'Italia un nuovo assetto nel campo energetico?
C’è chi propone il ritorno al carbone. Costa poco, ce n’è in abbondanza, ha una tecnologia collaudata nei secoli. Il problema è che il carbone inquina moltissimo. Causa sbancamenti del territorio e deforestazione in fase estrattiva, e produce in fase di combustione grandi quantità di anidride carbonica, cioè il principale agente dell’effetto serra.
Esistono nuove centrali in grado di recuperare la CO2 e di immagazzinarla nel sottosuolo, ma sono molto costose, e non danno assolute garanzie nel tempo sull’impermeabilità dello stoccaggio.
In ogni caso, se si dovesse ricorrere a questa tecnica, in America è stato studiato un ottimo meccanismo di autoregolamentazione. Vengono stabilite le quantità di emissione di carbonio tollerate (entro standard di tutela ambientale), e poi vengono concessi crediti a chi resta sotto questi valori. Crediti che vengono acquistati da chi invece ritiene di volerli o doverli superare. Un metodo che premia economicamente chi inquina meno, e che aggravia chi inquina di più, ma che consente una libera scelta, mantenendo il livello medio entro gli standard. Una parte dei fondi ricavati dai crediti, poi, verrebbe destinata al finanziamento della ricerca sulle energie rinnovabili.
Queste ultime costituiscono un’altra alternativa in fase di studio e di sviluppo nel mondo civilizzato. Solare, eolico, idrogeno.
Sono tecniche oggi spendibili (in particolare il solare) nell’uso residenziale e nella mobilità. Ma l’Italia è molto indietro nella tecnica, nella diffusione e soprattutto nella legislazione in materia. Abitazioni a pannelli solari e con materiali ecosostenibili sono ormai uno standard in Olanda, in Germania e nel nordeuropa. In qualche comune nostrano si comincia soltanto adesso a prendere qualche timido provvedimento. Eppure, la costruzione di edifici con sistemi a risparmio energetico attivo (nuove tecnologie) e passivo (uso di materiali adeguati), si rivela sempre più improcrastinabile per ridurre le emissioni inquinanti (il riscaldamento è uno dei fattori che incide di più), e per contenere i consumi.
Per non parlare poi del settore trasporti e mobilità. In questo senso, ci sarebbe molto da fare, soprattutto per le aree metropolitane, per sostituire i veicoli a benzina. L’automobile è diventato un mezzo assolutamente inadeguato per la circolazione urbana. Inadeguato, inquinante e dispendioso. Le alternative possibili sono impedite dalla consuetudine, dalla moda, dalla cultura dello status-symbol, e in definitiva dal mercato. Ma la politica può fare moltissimo per orientare il mercato stesso su nuove opzioni tecnologiche e nuove soluzioni di trasporto.
Infine, c’è l’opzione nucleare.
Una fonte di energia pulita, sicura e per noi economica, dal momento che, fatta in casa, ci permette di abbattere gli attuali costi di importazione. Il nucleare oggi costituisce la soluzione migliore, perché ha raggiunto standard di assoluta sicurezza, è adottabile in tempi rapidi e in grado offrirci un ottimo margine di autosufficienza, senza ricorrere ad emissioni dannose per l’ambiente. Gli esperti consigliano le centrali di terza generazione (terza+, per l’esattezza) quelle a circuito aperto, cioè senza riciclo delle scorie, che vanno pertanto interrate. Questo può essere l’unico problema, dovuto però soprattutto alla diffidenza dell’opinione pubblica, profondamente suggestionata dalle catastrofi di Three Mile Island e di Cernobyl. Va considerato però che sono allo studio le centrali di quarta generazione, a circuito chiuso (già in uso in Francia), che consentono di riutilizzare il plutonio delle scorie, e quindi di ridurne drasticamente l’entità. Inoltre, si tenga presente che quando si parla di scorie, ci si riferisce a quantità annue pari a una media di 3 metri cubi per centrale. Una quantità davvero irrisoria, se paragonata all’isterismo collettivo che innescano.
Dunque, in conclusione di questo tedioso resoconto (che vuole essere solo una bozza lacunosa e superficiale) credo che alla politica italiana manchi una spinta propulsiva sul tema energia. E' un argomento vasto, articolato, che entra nel quotidiano ma anche nelle prospettive di lungo respiro.
Trattandosi di una questione difficile e impopolare, che agita gli animi in base a pregiudizi e paure, che intacca interessi ed equilibri, il governo lo tiene ai margini del programma. Certamente pare difficile che una soluzione efficace possa sortire da una coalizione egemonizzata, su questi temi, da forze ambientaliste miopi e controproducenti, che finiscono per paralizzare il discorso a priori. Eppure sono proprio le questioni che scottano, quelle da affrontare subito, e con la debita serietà. Perché prima o poi esplodono.
Mai come in questo caso serve la voce repubblicana. La voce di gente che guarda agli interessi supremi del Paese, che analizza il problema prima di giudicare e di scegliere. La voce di un partito che ha gli strumenti ideali per indicare le soluzioni migliori.
Dovremmo rimboccarci le maniche, e prendere di petto la questione. Quello dell’energia è un tema su cui possiamo tornare propositivi, con idee forti, qualificanti, che ci ridiano il ruolo perduto e che stimolino il Paese a crescere.
Occorrono seminari, convegni, approfondimenti, contributi dal mondo scientifico. E occorre elaborare proposte che diano al governo un buon canovaccio.
Ci si riempie la bocca sulla credibilità, la competenza e l’utilità dei repubblicani. Questo è il terreno migliore per passare dalle vacue parole ai fatti concreti.




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