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  1. #1
    laico progressista
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    Predefinito Energia: un tema su cui ci giochiamo il futuro

    Energia: un tema su cui ci giochiamo il futuro

    La materia è ostica, apparentemente impopolare, di faticoso interesse. Eppure si tratta del tema portante per lo sviluppo futuro del nostro Paese.
    Sull’energia, l’Italia e l’Europa si giocano la possibilità del rilancio economico e produttivo, e soprattutto la capacità di essere competitivi e trainanti nel mercato globale.

    La questione dovrebbe essere al centro del dibattito politico del nostro Paese, e in cima all’agenda degli impegni di governo. E invece, su questo per lo più si tace. Gli scienziati lanciano l’allarme, il mondo produttivo segue con minore consapevolezza e determinazione, la gente resta indifferente, la politica non raccoglie. Non quanto dovrebbe.

    Eppure la situazione che si profila, per l’Europa, ma ancor più per il nostro Paese, è davvero inquietante.
    Due sono i problemi fondamentali che incombono. Uno è quello dei gas serra che stanno riscaldando il globo, che richiede una drastica riduzione di emissioni di carbonio e la ricerca di fonti energetiche pulite; un problema planetario, che va affrontato in sede internazionale con normative su grande scala, e da cui ogni Paese che ripensa questo settore non può prescindere. L’altro è quello del rischio, per l’Italia, di una crisi energetica dagli effetti devastanti, per l’eccessiva dipendenza dalle forniture estere.

    L’Italia ha un fabbisogno ben superiore alla propria capacità di produrre energia. Le centrali idroelettriche e geotermiche non sono sufficienti, e il perché andrebbe indagato maggiormente, essendo il nostro territorio ricco di vulcani e di corsi d’acqua.
    Mentre negli altri Paesi europei il mix di energia è più equilibrato e diversificato, in Italia l’approvigionamento dipende in massima parte (70%) dal gas e dal petrolio, e per il resto dal nucleare francese e svizzero. Tutte fonti d’importazione, sensibili alla fluttuazione dei prezzi e ai ricatti dei fornitori.
    Guardiamo ad esempio quello che sta succedendo in Russia: Putin è il vero monopolista del gas, e sta acquistando dalla Bielorussia anche il residuo di gasdotti non controllati direttamente. Acquisizioni che saranno ottenute con la chiusura del gas alla fonte, mediante una vera e propria estorsione, che si ripercuoterà sulla distribuzione in Europa. Non solo, ma da gestore indisturbato, la Russia applica contratti e tariffe dettando legge. In Usa e Gran Bretagna il prezzo del gas ha raggiunto valori altissimi, ben tre-quattro volte quelli che paghiamo noi. Se dovessimo arrivare a quelle cifre, ci troveremmo di colpo in piena crisi, con esborsi addizionali capaci di metterci in ginocchio.
    Per il petrolio, è lo stesso problema: basti osservare quanto la benzina sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Inoltre l’ASPO, una delle agenzie di valutazione più oggettive e credibili, stima che il picco di produzione mondiale sia raggiunto tra il 2004 e il 2010, e che quindi saremmo già a ridosso della fase calante, che porterebbe all’esaurimento delle risorse prima dei prossimi trent’anni, anche in considerazione del continuo sviluppo dei paesi emergenti.
    Per il nucleare, il costo è elevato proprio per il sovrapprezzo dell’importazione.

    Se dunque all'Italia l'energia costa mediamente il 30% in più degli altri Paesi europei (il 50% in più della Francia) per contro, le nostre bollette non rilevano un particolare incremento, perché gli oneri vengono affrontati soprattutto dalle casse dello Stato, che versano nelle condizioni che sappiamo. Se la cosa può sembrare vantaggiosa per il consumatore, è in realtà un’aggravante, poiché non sensibilizzando le tasche dei cittadini, non stimola l’opinione pubblica al cambiamento.
    Di qui dunque, la necessità urgente, impellente, di pianificare una politica energetica a tutto campo, capace di farci uscire dal cul de sac in cui ci troviamo.

    Esistono molte vie per implementare la produzione energetica. Ciascuna coi suoi pro e i suoi contro. Ma bisogna affrontare il problema con due presupposti di fondo.
    Il primo è quello di investire massicciamente nella ricerca: il futuro si gioca da un lato sulla capacità di migliorare la sicurezza, i vantaggi economici e gli impatti ambientali delle tecnologie esistenti, e dall'altro sulla sperimentazione e l'affinamento delle fonti rinnovabili. I Paesi capaci di sfornare innovazioni saranno poi in grado di produrle, esportarle, di innescare un business di sviluppo su questo fronte strategico per l'economia e per l'ecosistema. Chi resterà indietro nella ricerca, invece si limiterà ad acquistare, o a regredire.
    Il secondo presupposto è quello di valutare tutte le opzioni in campo, accantonando l’approccio ideologico in favore di un pragmatismo che dia il giusto peso al binomio costi-benefici (intesi anche come benefici ambientali). Perché la sfida è talmente importante da non permettersi preclusioni pregiudiziali o paure infondate. Essa richiede piuttosto lucidità e lungimiranza.

    Dunque, quali sono le possibilità su cui operare, per dare all'Italia un nuovo assetto nel campo energetico?

    C’è chi propone il ritorno al carbone. Costa poco, ce n’è in abbondanza, ha una tecnologia collaudata nei secoli. Il problema è che il carbone inquina moltissimo. Causa sbancamenti del territorio e deforestazione in fase estrattiva, e produce in fase di combustione grandi quantità di anidride carbonica, cioè il principale agente dell’effetto serra.
    Esistono nuove centrali in grado di recuperare la CO2 e di immagazzinarla nel sottosuolo, ma sono molto costose, e non danno assolute garanzie nel tempo sull’impermeabilità dello stoccaggio.
    In ogni caso, se si dovesse ricorrere a questa tecnica, in America è stato studiato un ottimo meccanismo di autoregolamentazione. Vengono stabilite le quantità di emissione di carbonio tollerate (entro standard di tutela ambientale), e poi vengono concessi crediti a chi resta sotto questi valori. Crediti che vengono acquistati da chi invece ritiene di volerli o doverli superare. Un metodo che premia economicamente chi inquina meno, e che aggravia chi inquina di più, ma che consente una libera scelta, mantenendo il livello medio entro gli standard. Una parte dei fondi ricavati dai crediti, poi, verrebbe destinata al finanziamento della ricerca sulle energie rinnovabili.

    Queste ultime costituiscono un’altra alternativa in fase di studio e di sviluppo nel mondo civilizzato. Solare, eolico, idrogeno.
    Sono tecniche oggi spendibili (in particolare il solare) nell’uso residenziale e nella mobilità. Ma l’Italia è molto indietro nella tecnica, nella diffusione e soprattutto nella legislazione in materia. Abitazioni a pannelli solari e con materiali ecosostenibili sono ormai uno standard in Olanda, in Germania e nel nordeuropa. In qualche comune nostrano si comincia soltanto adesso a prendere qualche timido provvedimento. Eppure, la costruzione di edifici con sistemi a risparmio energetico attivo (nuove tecnologie) e passivo (uso di materiali adeguati), si rivela sempre più improcrastinabile per ridurre le emissioni inquinanti (il riscaldamento è uno dei fattori che incide di più), e per contenere i consumi.
    Per non parlare poi del settore trasporti e mobilità. In questo senso, ci sarebbe molto da fare, soprattutto per le aree metropolitane, per sostituire i veicoli a benzina. L’automobile è diventato un mezzo assolutamente inadeguato per la circolazione urbana. Inadeguato, inquinante e dispendioso. Le alternative possibili sono impedite dalla consuetudine, dalla moda, dalla cultura dello status-symbol, e in definitiva dal mercato. Ma la politica può fare moltissimo per orientare il mercato stesso su nuove opzioni tecnologiche e nuove soluzioni di trasporto.

    Infine, c’è l’opzione nucleare.
    Una fonte di energia pulita, sicura e per noi economica, dal momento che, fatta in casa, ci permette di abbattere gli attuali costi di importazione. Il nucleare oggi costituisce la soluzione migliore, perché ha raggiunto standard di assoluta sicurezza, è adottabile in tempi rapidi e in grado offrirci un ottimo margine di autosufficienza, senza ricorrere ad emissioni dannose per l’ambiente. Gli esperti consigliano le centrali di terza generazione (terza+, per l’esattezza) quelle a circuito aperto, cioè senza riciclo delle scorie, che vanno pertanto interrate. Questo può essere l’unico problema, dovuto però soprattutto alla diffidenza dell’opinione pubblica, profondamente suggestionata dalle catastrofi di Three Mile Island e di Cernobyl. Va considerato però che sono allo studio le centrali di quarta generazione, a circuito chiuso (già in uso in Francia), che consentono di riutilizzare il plutonio delle scorie, e quindi di ridurne drasticamente l’entità. Inoltre, si tenga presente che quando si parla di scorie, ci si riferisce a quantità annue pari a una media di 3 metri cubi per centrale. Una quantità davvero irrisoria, se paragonata all’isterismo collettivo che innescano.

    Dunque, in conclusione di questo tedioso resoconto (che vuole essere solo una bozza lacunosa e superficiale) credo che alla politica italiana manchi una spinta propulsiva sul tema energia. E' un argomento vasto, articolato, che entra nel quotidiano ma anche nelle prospettive di lungo respiro.
    Trattandosi di una questione difficile e impopolare, che agita gli animi in base a pregiudizi e paure, che intacca interessi ed equilibri, il governo lo tiene ai margini del programma. Certamente pare difficile che una soluzione efficace possa sortire da una coalizione egemonizzata, su questi temi, da forze ambientaliste miopi e controproducenti, che finiscono per paralizzare il discorso a priori. Eppure sono proprio le questioni che scottano, quelle da affrontare subito, e con la debita serietà. Perché prima o poi esplodono.
    Mai come in questo caso serve la voce repubblicana. La voce di gente che guarda agli interessi supremi del Paese, che analizza il problema prima di giudicare e di scegliere. La voce di un partito che ha gli strumenti ideali per indicare le soluzioni migliori.
    Dovremmo rimboccarci le maniche, e prendere di petto la questione. Quello dell’energia è un tema su cui possiamo tornare propositivi, con idee forti, qualificanti, che ci ridiano il ruolo perduto e che stimolino il Paese a crescere.
    Occorrono seminari, convegni, approfondimenti, contributi dal mondo scientifico. E occorre elaborare proposte che diano al governo un buon canovaccio.

    Ci si riempie la bocca sulla credibilità, la competenza e l’utilità dei repubblicani. Questo è il terreno migliore per passare dalle vacue parole ai fatti concreti.

  2. #2
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    Considero da sempre il problema energetico il più grave in Italia, e avevo aperto anche delle discussioni a riguardo nel forum principale.

    Io personalmente sono a favore del nucleare di 4^ generazione, su cui ho letto articoli interessanti su "Le scienze", che potrebbero riciclare le scorie già presenti in Italia (che attualmente non sono stoccate e sono un pericolo per la comunità) e sfruttare le miniere di uranio italiane.
    Per il resto io sono a favore del solare per la produzione di acqua calda nelle abitazioni.
    I pannelli fotovoltaici invece oggi non sono ancora convenienti dal punto di vista economico.

    Il carbone non mi pare un'ottima idea, anzitutto perchè già oggi in Italia ci sono centrali a carbone e poi perchè comunque andrebbe importato e non risolverebbe il problema della dipendenza dall'estero.

  3. #3
    laico progressista
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    Naturalmente possiamo discutere sulla base delle nostre conoscenze, in una materia in cui la competenza tecnico-scientifica è basilare per orientare una scelta politica. Premesso dunque che sarebbe fondamentale avvalerci di un confronto col mondo scientifico, è comunque importante dibattere sulla questione anche tra di noi.

    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Io personalmente sono a favore del nucleare di 4^ generazione, su cui ho letto articoli interessanti su "Le scienze", che potrebbero riciclare le scorie già presenti in Italia (che attualmente non sono stoccate e sono un pericolo per la comunità) e sfruttare le miniere di uranio italiane.
    Il discorso sul nucleare di quarta generazione è molto interessante, ma investe il campo della ricerca e non dell'applicazione immediata. Solo Chirac ha annunciato nel gennaio dell'anno scorso la costruzione di una centrale di questo tipo a Flamanville, che sarà operativa nei prossimi anni. Ma sebbene la Francia si dimostri un Paese all'avanguardia sul nucleare, che sta investendo moltissimo nella ricerca in questo settore, tutti i progetti in cantiere nel resto del mondo prevedono un traguardo per il 2025-2030. Tempi biblici, che ci costringono ad affrontare soluzioni intermedie.
    D'altronde, è vero che il nucleare di quarta generazione si profili come risolutivo di tutti i problemi rimasti in piedi, in particolare per quanto riguarda scorie e implicazioni belliche. Provo ad approfondire, anche se immagino di parlare di cose che già conosci.

    Con la quarta generazione, si sviluppa e si perfeziona il meccanismo del "circuito chiuso", cioè quello che consente di separare il plutonio dal combustibile esausto, e di riciclarlo per nuove combustioni. Cosa che consentirebbe di ridurre ulteriormente la massa delle scorie radioattive fino al 5% dell'intero combustibile. Con un doppio vantaggio: il problema dello stoccaggio sarebbe gestibile in modo molto più semplice e contenuto, e l'esiguità degli ossidi residui non sarebbe più sufficiente all'impiego per uso bellico. Si avrebbero cioè centrali più efficienti per l'uso civile, meno insidiose per le comunità, e inefficaci per la produzione di bombe atomiche, che è l'altro deterrente alla proliferazione di questa tecnologia.
    Se dunque la quarta generazione è l'obiettivo, occorre però essere in condizione di arrivarci.
    In Italia il nucleare è un tabù. Le centrali sono chiuse e la ricerca sul campo è assolutamente ferma, non ha fondi e non dispone di un bagaglio di esperienze e di sperimentazioni su cui fondarsi. Gli altri Paesi studiano e fanno progressi, si preparano ad affinare le tecnologie nucleari disponibili, e noi restiamo eterodipendenti.
    Dunque, anche in quest'ottica occorre sbloccare al più presto la situazione.
    Soprattutto perché gli scienziati ci dicono che i sistemi disponibili oggi, hanno fatto passi da gigante rispetto al passato, ed offrono ottime garanzie di sicurezza e affidabilità. E si rendono necessari, perché per fronteggiare l'inquinamento da carbonio, il riscaldamento globale e le emissioni di gas serra, occorre triplicare nell'arco dei prossimi decenni il ricorso all'energia nucleare.
    Si tratta pertanto di una scelta fortemente improntata alla tutela ambientale.
    Poi perché le risorse di uranio, come anche tu sottolinei, sono ben sufficienti a garantire l'espansione di questa tecnologia (e a costi contenuti), per tutta la durata degli impianti (40-50 anni). Poi perché la sicurezza è ormai collaudata, essendo la terza generazione (e ancor più la terza+) in grado di spegnersi automaticamente, senza intervento umano, in caso di incidente. Ricordiamoci che a Cernobyl il disastro è stato causato proprio da una sequela di errori operativi dei tecnici.
    L'unico handicap è costituito dai costi di gestione, che sono teoricamente più elevati, rispetto ad altri sistemi, soprattutto per l'incidenza dello smantellamento a fine ciclo. Ma esistono numerosi accorgimenti in grado di parificarli ai costi delle centrali a gas e a carbone (nel caso auspicabile in cui emergano disincentivi all'uso di quest'ultimo sistema). E comunque, oggi paghiamo la fornitura con l'extracosto dell'importazione. Domani, invece, potremmo ammortizzare le spese e guadagnare noi sull'export.

    Insomma, concordo pienamente con te sul fatto che dobbiamo rilanciare il nucleare in Italia. E' assurdo che mentre il mondo avanza su una tecnologia pulita ed efficiente, noi restiamo schiavi delle nostre paure. Che sono poi assolutamente irrazionali, perché i rischi paventati, semmai dovessero esistere, ci provengono comunque dai vicini di casa.

    Sulle altre due tue considerazioni, mi riprometto di tornare a breve.

  4. #4
    laico progressista
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    Siccome siamo un Paese serio, alla radio trasmettono i consigli in pillole del ministro dell'Ambiente, per ridurre i consumi energetici.
    Ne riassumo i principali, giusto per farci quattro amare risate.

    1) ricordarsi di spegnere le luci dei locali dove non soggiorniamo;
    2) spegnere i led di monitor ed elettrodomestici;
    3) non superare i 20 gradi di riscaldamento nelle abitazioni;
    4) in caso di ristrutturazione, si consiglia l'uso dei doppi vetri.

    Mentre il ministro consiglia le sue banalità, invece di prendere provvedimenti efficaci (sui doppi vetri il "consiglio" è grottesco, dovrebbe essere imposto come standard, e non da oggi) continuiamo la nostra discussione.

    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Il carbone non mi pare un'ottima idea, anzitutto perchè già oggi in Italia ci sono centrali a carbone e poi perchè comunque andrebbe importato e non risolverebbe il problema della dipendenza dall'estero.
    In effetti il carbone sembra l'ultima spiaggia. Perché oltre ad essere un sistema antiquato e altamente inquinante, non offre grandi prospettive.
    Il carbone, con le centrali attuali, è sconsigliato con forza, perché è uno dei principali fattori che stanno causando gravi problemi ambientali. L'allarme nasce proprio da qui. L'unico modo per continuare su questa strada, è quello di utilizzare impianti con sistema a sequestro di anidride carbonica (CCS). Che possono limitare il danno del 90%, ma sono molto costose, quindi non appetibili. In compenso la produzione attuale a carbone è la più economica. La più dannosa e la più economica, quindi estremamente diffusa, in assenza di valide alternative.
    Nell'ambito di una politica energetica complessiva, dunque, sembrerebbe opportuno cominciare da un disincentivo all'uso del carbone, per coltivare in parallelo lo sviluppo di sistemi diversi, quale il nucleare, le fonti rinnovabili e, qualora fosse possibile, un migliore sfruttamento dell'idroelettrico e del geotermico. Ad esempio, a Larderello, in Toscana, ci sono i soffioni boraciferi, grandi giacimenti sotteranei di vapore naturale che viene sfruttato per il riscaldamento della val di Cecina. Ma le condutture potrebbero arrivare ben oltre, e approvvigionare un'area della regione molto più vasta.

    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Per il resto io sono a favore del solare per la produzione di acqua calda nelle abitazioni.
    I pannelli fotovoltaici invece oggi non sono ancora convenienti dal punto di vista economico.
    Sul solare termico e fotovoltaico il discorso si allarga alla bioarchitettura in generale. Non credo che il problema debba essere orientato sulle singole innovazioni, ma valutato nel contesto globale di tutti i provvedimenti volti al risparmio energetico e all'ecosostenibilità degli edifici. L'Italia, sotto questo aspetto, si muove in modo scomposto e improvvisato, brancolando un po' alla cieca e senza definire una cornice coerente e univoca.
    La finanziaria ha previsto qualche modesto stanziamento per ridurre l'extracosto sull'uso di tecnologie ecosostenibili, ma non ha fornito indicazioni vincolanti sulle nuove costruzioni.
    Il Lazio sta introducendo qualche iniziativa utile: la certificazione energetica per le nuove abitazioni, che dovranno garantire entro il 2007 la riduzione del 15% dei consumi odierni, ed entro il 2008 la riduzione del 30%. Si tratta di provvedimenti presi anche altrove, in Italia, ma un po' a macchia di leopardo, e in modo estremamente disomogeneo e rarefatto. La gamma di tecnologie da introdurre non manca. Dai sistemi di erogazione aria-acqua, alle pareti ventilate, ad accorgimenti distributivi in fase di progettazione, all'uso di materiali ad alto isolamento termico, ai sistemi a pannelli solari e a moduli fotovoltaici.
    In questo settore, il problema passa prima per la formazione univeristaria dei progettisti, ancora assolutamente inadeguata e poco aggiornata. Poi per una legislazione vincolante per tutto il paese, accompagnata da incentivi mirati alle aziende produttrici, a stanziamenti controllati, a verifiche e sanzioni.
    Ci sarebbe molto da riformare e da legiferare in campo progettuale ed edilizio, e occorre fare in fretta, perché ogni nuovo edificio costruito con sistemi tradizionali sarà un'occasione mancata per migliorare le condizioni di vita e venire incontro ai problemi energetici e ambientali.

    Ci sono montagne di cose da fare. E la nostra politica ha riflessi lentissimi.
    Credo che due settantenni al governo non debbano succedere più. Non si può consegnare il destino del Paese in mano a chi ha già fatto il suo tempo, e si limita ad arrancare goffamente dietro ad una modernità che corre agile e veloce.

  5. #5
    laico progressista
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    L'UE ci rimprovera l'inquinamento e ci sollecita al nucleare

    Bene ha fatto l'Unione Europea a mettere il dito nella piaga.
    L'Italia, con la sua dipendenza energetica e con la sua arretratezza tecnologica in materia, è uno dei Paesi europei ad inquinare di più. Oggi le polveri sottili e il carbonio stanno intossicando il pianeta, ogni Paese deve fare la propria parte per ridurre le emissioni, e l'Italia è molto, troppo indietro rispetto agli altri.
    Di fronte alle ultime stime, che segnalano un progressivo riscaldamento della Terra tale da configurare entro 70 anni (appena!) un graduale spostamento del baricentro temperato verso il nord del pianeta, con danni incalcolabili all'ecosistema e all'economia dei Paesi (si pensi solo alla desertificazione, allo sciogliemento dei ghiacciai e al conseguente innalzamento del livello del mare), un cambiamento di rotta si impone.
    E si impone soprattutto per noi anche per necessità di autonomia e di sviluppo economico, essendo assolutamente eterodipendenti, ed esposti alla fluttuazione dei prezzi del gas e del petrolio, oltre che al ricatto e alla sudditanza politico-economica.

    Dunque l'Europa invita anzitutto noi a fare seri investimenti nel campo delle energie pulite: le rinnovabili e il nucleare.
    E' assurdo pensare che una terra ricca di sole abbia molti meno pannelli solari di Germania e Finlandia. Ed è assurdo che il Paese derivi la produzione di energia elettrica dal carbonio, quando il nucleare potrebbe fornirla ad emissioni zero.
    Ci sono su quest'ultimo tema, troppi pregiudizi e troppe paure infondate, che non aiutano a sviscerare il problema e ad affrontare soluzioni possibili.
    In questo senso, gli ambientalisti italiani dovrebbero fare una seria autocritica sul passato e sul presente (visto che l'attività dell'attuale ministro è ferma ai futili e ovvi consigli), e cambiare linea. Le rinnovabili servono eccome, ma non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno. Occorre che almeno il 20-30% dell'energia sia prodotta dalle centrali nucleari. Avendole chiuse, abbiamo proseguito ad esalare veleni.

    I repubblicani hanno perso un'altra grande occasione, sul tema. Se avessero ripreso con forza questa battaglia e continuato a battere su questo chiodo, avrebbero aiutato a tenere viva nel tempo la discussione e a sviluppare soluzioni, e sarebbero oggi interlocutori naturali del mondo politico e degli organi di informazione.
    Dopo le tematiche di progresso civile sulla laicità, ci facciamo sfilare anche questo. Continuiamo così e spariremo del tutto.


    P.S. Non è mai troppo tardi per rinsavire. Rileggetevi per esempio l'intervento di Gizzi (e riascoltatelo, appena sarà disponibile su internet) all'assemblea del 30 settembre.

  6. #6
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    L' Italia, come noto, non dispone di centrali nucleari visto che uno scellerato referendum di Pannella e verdi ne bloccò la realizzazione e certo non potrà mai raggiungere l' obbiettivo richiesto dalla UE con le sole fonti rinnovabili.
    Gli eurosauri di Bruxelles già hanno cominciato a bacchettare l' Italia, infatti, ma- udite udite- la colpa sarebbe tutta dell' ENI e dell' ENEL (ossia due fra le aziende di punta rimasteci) che "mantengono una posizione dominante nei loro rispettivi mercati".
    Capito? La colpa sarebbe delle mancate privatizzazioni totali, non della mancanza di centrali nucleari.
    Un' ulteriore dimostrazione, insomma, del fatto che la UE non è l' Europa Nazione da sempre sognata dai repubblicani nazionaleuropei e sociali, ma solamente un sistema che permette agli usurocrati collegati con le centrali finanziarie statuntensi di mettere le mani sul nostro continente.
    Proprio perchè la cosiddetta Commissione UE non è stata eletta dai popoli europei e non rappresenta i loro interessi, mi indigna vedere i governanti italiani subito pronti a "recepire" le indicazioni che provengono da Bruxelles (cioè svendere ENI e ENEL), anche quando sono palesemente in contrasto con gli interessi nazionali. Anzi no, per una volta l' Itala dovrebbe essere pronta a "recepire" le indicazioni UE: quelle relative alle centrali nucleari, ovviamente, e non quelle che spingono verso un liberismo sempre più selvaggio.

  7. #7
    laico progressista
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    Un po' di cronistoria sul nucleare italiano.

    Quella del nucleare italiano è una triste storia masochista.

    L'Italia è un Paese con poche risorse energetiche proprie. Qualche piccolo giacimento di petrolio, un impianto geotermico in Toscana (importante, ma già ampiamente sfruttato e utile solo per un'area limitata), vulcani che sono fisiologicamente improbabili da gestire, un ampio parco idrico che frutta oggi il 6% del fabbisogno energetico nazionale, e che potrà essere incrementato ancora di un 20%, senza incidere quindi in modo sostanziale sulla produzione generale.
    Un potenziale che si è retto sulle proprie gambe finché il Paese era ad economia prevalentemente agricola, cioè fino agli albori degli anni '50.

    Poi, col boom economico, c'è stata l'esigenza imminente di moltiplicare le nostre risorse. L'invasione dell'automobile, l'espansione industriale, la crescente urbanizzazione, l'evoluzione tecnologica, triplicarono in breve tempo il fabbisogno energetico complessivo.
    Tra varie soluzioni disponibili, si optò con coraggio per il nucleare, allora una tecnologia d’avanguardia e in piena evoluzione.
    Il professor Felice Ippolito, insigne ingegnere esperto del campo (tra i cofondatori del Partito Radicale), fu designato a capo di quello che è poi diventato il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, un ente “senza portafoglio”, attraverso il quale però fu in grado di attuare diversi progetti di sviluppo nel settore, tra cui la costruzione delle centrali di Latina, Garigliano, e poi di Trino: negli anni Sessanta il nostro Paese era il terzo al mondo per la produzione di energia elettronucleare. Un Paese in notevole avanguardia, dunque, che si avviava alla nazionalizzazione dell’energia e all’indipendenza delle risorse.

    Parallelamente a questo, Enrico Mattei stava conducendo con grande abilità e spregiudicatezza una caparbia azione di rilancio dell'industria petrolifera italiana, svincolando il più possibile il Paese dalla dipendenza americana, e dando un serio filo da torcere al cartello delle Sette Sorelle.
    L'Italia insomma, tra molti ostacoli e difficoltà (di natura soprattutto di politica interna e di rapporti con gli Stati Uniti) stava guadagnandosi un ruolo importante nel panorama delle ricchezze mondiali. Un Paese in progresso veloce, capace di sostentarsi da solo, di badare a se stesso.

    Poi, tra il ’62 e il ’63 successe qualcosa di molto strano e inquietante.
    La potenza degli interessi americani stroncò tutto in due anni. Enrico Mattei, che aveva investito moltissimo nel petrolio e nel gas nazionale, morì nel famoso incidente aereo, uno dei tanti misteri irrisolti della nostra storia contemporanea.
    L’anno successivo, invece, il professore Ippolito venne coinvolto in uno scandalo sulla gestione del comitato, e condannato a 11 anni di reclusione, in un processo che suscitò molte polemiche, per l’arbitrarietà delle motivazioni e per la sua dinamica. L’indagine ministeriale partì da Giovanni Leone, che diventerà in seguito Presidente della Repubblica. Dopo due anni di carcere, Ippolito fu poi graziato dal presidente Saragat (e per la cronaca, finì la carriera al Parlamento Europeo come deputato del PCI).

    In seguito a questi “incidenti”, il programma nucleare italiano subì un brusco rallentamento: solo nel ’79 entrò in funzione la quarta centrale, a Caorso.
    Così, smorzato l'investimento nucleare, l’Italia aveva orientato le proprie scelte energetiche soprattutto sul petrolio (che salvo la crisi del ’73, fu per interi anni a basso costo), scontando una forte dipendenza dalle multinazionali estere, ormai liberatesi anche del guastafeste Mattei.

    Poi venne Khomeini, la guerra Iran-Iraq, e la crisi petrolifera diventò insopportabile. Bisognava trovare nuove soluzioni.
    Negli anni ’80 tornò pertanto in auge l’opzione nucleare. Nell’85 venne dato il via libera ai lavori per la centrale di Montalto di Castro, al raddoppio di quella di Trino, e a quattro nuove centrali doppie, da situare in località da definire. Sarebbe stato il rilancio su vasta scala del nucleare in Italia, che oggi ci vedrebbe, come la Francia, in pieno sviluppo su questo settore, in autonomia, e produttori di un’energia compatibile con l’ecosistema. E invece, ancora una volta, arrivò la pietra tombale: il disastro di Cernobyl, nell’87, bloccò tutto per la seconda volta.

    Un disastro che, rivisto oggi, è assolutamente unico. Frutto di un concatenarsi di leggerezze, inadeguatezze costruttive, follie ed errori umani. Anzitutto le centrali italiane erano totalmente diverse da quelle russe. Molto più sicure. Si pensi solo che a Cernobyl il reattore non era chiuso nel consueto cupolone di cemento armato, ma da una tettoia simile a quella di un prefabbricato…. E poi bisogna aggiungere l'errore umano, che è stato fatale nello sperimentare in modo assurdo un meccanismo di sicurezza, scherzando col fuoco.

    In Europa si seminò il panico. Invece di mantenere i nervi saldi, un Paese emotivo come il nostro si affidò subito ad un referendum abrogativo, nello stesso anno. Che abolì il nucleare e condannò l’Italia alla dipendenza energetica.

    Oggi versiamo in una situazione davvero pesante. Importiamo l’80% dell’energia di cui abbiamo bisogno, di cui il 54% petrolio, 30% gas, 8% carbone e 7% nucleare (da Francia e in minima parte Svizzera). Il 70% è cioè fornita dalle due risorse più costose, più fluttuanti nei prezzi, e (soprattutto il petrolio) più a rischio esaurimento. Il tutto con evidenti costi di produzione, sia per le aziende, sia per il cittadino, sia soprattutto per lo Stato, che in molti casi si sobbarca l'extra spesa.
    Più saggiamente, gli altri grandi Paesi europei si affidano ad un mix più equilibrato: 30% per cento petrolio, 30% gas, 30% carbone, 10% rinnovabili e altro.
    Alla faccia nostra (e di tutti gli altri) brilla l'esempio della vicina Francia: produce più del 75% dell'intero fabbisogno col suo nucleare, a basso costo. E vende energia nucleare ad altri Paesi.

    Questo il quadro.
    Sarà ancora più triste, quando parleremo, contrariamente agli stupidi luoghi comuni, delle grandi opportunità ecologiche e di sicurezza che il nucleare è in grado di offrire.

  8. #8
    laico progressista
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    Nucleare: due tesi da confutare


    “Il nucleare inquina”. “Il nucleare è pericoloso”. Queste le risposte istintive che tranciano l’argomento, al solo sfiorarlo.
    Niente di più falso. Niente di più falso in sé (con un minimo di tolleranza) e niente di più falso in rapporto alle sorgenti energetiche più utilizzate.

    Vediamo di spiegarci, a costo di riferire delle ovvietà per chi fosse già ben informato.
    A cominciare dall’inquinamento.

    Il pianeta ci sta dando allarmanti segnali di mutamento climatico. Tutti gli esperti e gli indicatori ci confermano questa tesi, che non può essere più relegata a mero catastrofismo. Un mutamento climatico generato dalle emissioni di carbonio e dai gas serra, che hanno formato una specie di “cappotto” nell’atmosfera, tale da contenere calore e innalzare le temperature.
    Secondo le previsioni, questo processo porterà a conseguenze tremende tra il 2070 e la fine del secolo. Conseguenze che non sono, naturalmente, concentrate su quelle date, ma che avanzano progressivamente, di anno in anno.
    E queste conseguenze sono principalmente due.
    Da un lato lo scioglimento dei ghiacciai e il susseguente innalzamento del livello dei mari (dai 20 ai 50 centimetri). Vale a dire che le coste attuali verranno mangiate, interi arcipelaghi spariranno, alcune città costiere saranno costrette a traslocare, morirà la nostra Venezia, cambierà tutta la geografia.
    Dall’altro lato vedremo dilagare la siccità, avanzare la desertificazione, spostare il baricentro temperato verso il nord e il sud del pianeta, con un’economia generale completamente stravolta (a nostro svantaggio). Senza contare il cambiamento della vita degli animali, e la cappa di inquinamento in cui saremo costretti a vivere.

    Dunque, questa sciagura è prodotta dalle esalazioni del gas-metano, del benzene, del carbone, di tutte quelle fonti energetiche su cui gli ambientalisti hanno preferito smorzare oltranzismi e severità, concentrandosi sul demone nucleare.

    Il nucleare non produce niente di tutto questo. Non a caso viene classificata come “energia pulita”.
    E’ un processo completamente diverso, con cui un reattore bombarda l’uranio e genera calore. La cosa finisce lì. Non ci sono emissioni inquinanti. Resta solo il problema delle scorie di uranio che, beninteso, sono radioattive.

    Ma anche qui, accantonando fobie e isterismi, cerchiamo di ragionare sulle cose reali, e non sulle suggestioni. Il volume di scorie prodotte in un anno da una centrale nucleare di media grandezza è di 3 metri cubi. La dimensione di una stanzetta appena abitabile.
    Alla fine del suo ciclo vitale (30-40 anni), dunque, ogni centrale ha mediamente prodotto scorie che possono essere contenute nelle dimensioni di un appartamento. Si tratta dunque di un problema assolutamente gestibile, se non ci fosse terrorismo psicologico. Le scorie poi sono interrate in profondità, congelate, protette da una doppia blindatura. Non restano all’aria aperta.
    Consideriamo poi che le nuove centrali stanno sfruttando un sistema di riciclo energetico delle scorie, che vengono riutilizzate con un processo di “arricchimento” artificiale, per essere nuovamente fissili. Cosa che ridurrebbe notevolmente il materiale residuo radioattivo.

    Ma occorre anche approfondire il concetto di radioattività, che incombe nell'immaginario collettivo come uno spauracchio mostruoso.
    Tutto il pianeta è congenitamente radioattivo. E questo dipende dai raggi solari e da questioni geologiche. Ci sono località più radioattive di altre. E’ stato calcolato, ad esempio, che Roma ha una radioattività doppia rispetto a Milano.
    Ora, la presenza di una centrale nucleare o delle sue scorie, incide solo in parte minima sulla radioattività di base di un luogo. Questa radioattività, occorre ripeterlo, esiste già, e vanta differenze anche cospicue di zona in zona.

    Insomma, sotto questo profilo, davvero le paure superano ogni ragionevolezza.


    C’è poi il discorso legato al pericolo incidenti, con la mente a Cernobyl.
    A parte quanto detto sul caso specifico, e a parte il fatto che oggi le centrali prevedono una doppia cupola di cemento armato, studiata non solo contro eventuali disastri, ma anche per resistere ad eventuali attacchi terroristici dal cielo, oggi si sottovalutano i rischi e i morti delle altre energie.
    Ben più seri e concreti.

    Anzitutto il carbone. E’ un dato statistico, che ogni anno muoiono nel mondo migliaia di minatori nell’estrazione del carbone. Questo per la tossicità e per il pericolo del mestiere. Sono addetti ai lavori, certo, non è la popolazione comune. Ma i numeri dovrebbero contare per tutti, o non li vogliamo considerare?

    Poi il petrolio. Anzitutto sono innumerevoli i disastri ambientali dei naufragi delle petroliere. E poi gli incidenti sulla terraferma: nel 1981 a Tacoa in Venezuela l’esplosione di un complesso di serbatoi di petrolio causò 145 morti e 1000 feriti. A San Paolo in Brasile vi fu nel 1984 l’esplosione di un oleodotto che fece 508 morti.

    E infine il pericolo più terribile: il gas. Si ricorda a questo riguardo l’esplosione a catena dei serbatoi di gas liquido nel 1984 in Messico. Si contarono 550 morti, 7000 feriti, 300.000 evacuati, oltre all’immissione nell’atmosfera di grandi quantità di sostanze cancerogene.
    Senza contare poi che dal trasporto del gas liquefatto, potrebbe scaturire lo scenario più apocalittico in assoluto, che tra l’altro ci riguarda da vicino, essendo un Paese che vorrebbe investire sui rigassificatori. Se per incidente una grande nave metaniera dovesse naufragare e spezzarsi al largo di una costa, comincerebbe una sequenza di eventi catastrofici: il gas liquido trasportato, a contatto con l’acqua evaporerebbe, formando una nube che, più densa e pesante dell’aria, resterebbe appena al di sopra della superficie marina; basterebbe un po’ di vento per portarla sulla terraferma. E sarebbe il disastro, perché la prima scintilla genererebbe un’enorma esplosione, con effetti comparabili a quelli di una bomba atomica.

    Chissà perché, a queste cose non ci pensiamo. Pensiamo solo alla centrale-baracca di Cernobyl, e all’incubo nucleare.


    In conclusione, potendo scegliere a tavolino, oggi, tra un ventaglio di energie subito disponibili, non ci sono dubbi. Il nucleare ad occhi chiusi.
    Il problema è che quel dannato referendum ci ha tolto la possibilità di avere a portata di mano questa opzione ottimale.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Arsena Visualizza Messaggio
    Chissà perché, a queste cose non ci pensiamo .
    Non è che non ci pensiamo, caro Arsena.
    Il vero problema è che siamo in mezzo ad una accolita o di banditi o di deficienti.
    Il problema centrale è la totale mancanza di visione strategica dei nostri ceti "dirigenti" – economici e politici – che non dirigono più un bel nulla, né in economia né in politica, poiché hanno abdicato ad ogni loro ruolo di minima dignità nazionale per mettersi sotto le ali dei dominanti centrali (imperiali) statunitensi; poco importa se la preminenza spetta, di volta in volta, a questa o quella frazione (economica e politica) di tali (pre)dominanti. E’ ovvio che l’Italia, da sola, non è in grado di aspirare ad una politica dotata di sufficiente potenzialità sul piano della competizione globale. Tuttavia, il nostro non è un paese totalmente ininfluente in Europa; ed eventuali e radicali sconvolgimenti degli strati "dirigenti" (che attualmente non dirigono un bel nulla) produrrebbero effetti anche in altri paesi. L’Italia potrebbe tranquillamente essere un "esempio" – ma soprattutto un supporto, una "testa di ponte" – per analoghi rivolgimenti in alcuni paesi europei, perfino fra quelli di maggior rilievo.
    Sarebbe però necessario ci fosse "qualcuno" capace di spazzare via radicalmente i ceti (sub)dominanti servili odierni. Occorrerebbe infliggere un colpo decisivo all’attuale prevalenza del capitale finanziario (a partire dalla "SanIntesa"), assolutamente subordinato a quello americano. Sarebbe necessario azzerare il potere degli attuali vertici confindustriali e di quelli – proni di fronte a questi ultimi – delle organizzazioni delle piccole e medie imprese dell’industria e del commercio; e bisognerebbe infine liberare i lavoratori salariati dalla loro obbligata "sudditanza" rispetto ad organismi sindacali corrotti e legati a filo doppio al potere capitalistico italiano, servo degli USA. Una vera "rivoluzione" di stampo mazziniano, per intenderci.
    Per il momento, sarebbe già tanto – perfino incredibile nel suo coraggio di osare – il proposito di potenziare effettivamente il nostro apparato economico, dando impulso ai settori di punta della nuova "rivoluzione industriale"; e senza "rompere i coglioni" – come fanno sparuti gruppi di "compagni" e di pacifisti – nel caso, ad es., di imprese quali la Finmeccanica perché "produce armi". Essa produce anche, ed essenzialmente, nuove tecnologie avanzate in settori decisivi, che avrebbero poi, se assistite da una politica di "non asservimento" agli USA, ricadute importanti e generali su gran parte del sistema produttivo complessivo (e non solo italiano).
    Il vero limite del capitalismo italiano non è certo la politica imperialistica, bensì un dominio esercitato – con modalità sempre meno "democratiche" (pur quelle soltanto formali di tipo "borghese") – sul piano interno, ma solo per favorire i progetti globali del vero imperialismo, quello americano, cui si oppongono con sempre maggior vigoria e qualche successo (intanto sul piano "regionale") altre potenze che, "in prospettiva", sono anch’esse imperialiste e non certo interessate al "socialismo", ormai accantonato per un lungo periodo storico. Non tentare nemmeno di pensare qualcosa di nuovo in una situazione di involuzione come quella odierna, che durerà per anni e decenni, è pura attitudine a "ritirarsi dal mondo
    Per il momento, sarebbe "gran cosa" se venisse spazzata via tutta questa genia di servi e di incapaci, che effettuano un autentico "sfruttamento"; non nel suo effettivo significato scientifico, ma più semplicemente in quanto rastrellamento di reddito a favore di finanzieri parassiti, di industriali incapaci, di politici disonesti, privi di una qualsiasi strategia tesa a perseguire interessi minimamente generali; questi scadenti dominanti nostrani cercano solo di sopravvivere e di farsi "belli" di fronte ai padroni americani. Per il momento, mi accontenterei di una organizzazione politica (non di un generico movimento) capace di ripulire ogni angolino da costoro, onde dare forza al sistema complessivo e a quei settori che dovrebbero assumere il ruolo di effettiva avanguardia e traino di quest’ultimo. E vorrei una politica estera di avvicinamento alle nuove potenze in crescita; non certo però per cercare nuove sudditanze, bensì per controbilanciare il predominio imperiale statunitense e, se possibile, favorirne il declino. Questo è nel nostro interesse, (cioè contro l’egemonia globale statunitense); di questo è necessario convincere il nostro popolo.
    Una forza politica del genere avrebbe anche un impatto "popolare". Essa la smetterebbe sicuramente di mettersi alla coda delle indicazioni, pressanti e arroganti, degli organismi europei e di quelli internazionali (subordinati agli Stati Uniti), che – con la solita e ormai "scoperta" solfa dell’insostenibilità del debito e del deficit pubblici – vogliono sgretolare il nostro sistema pensionistico, quello sanitario, accentuare la "flessibilità" del mercato del lavoro, ecc. Tali organismi chiedono cioè un attacco frontale e generalizzato alle condizioni di vita delle grandi masse del nostro paese, al solo fine di aiutare i peggiori, fra i nostri ceti (sub)dominanti, a procurarsi i mezzi per prolungare il (per loro lucroso) servaggio, in perfetta combutta con i loro simili di questa inqualificabile area europea. Una forza politica, appena un po’ repubblicana e indipendente e interessata a promuovere un effettivo sviluppo del paese, si appoggerebbe ai ceti popolari – lo farebbe per necessità, non "per bontà" – e ne manterrebbe, per l’essenziale, il tenore di vita. Inoltre essa – interessata al sistema complessivo e non ai Bazoli, Montezemolo & C., o alle varie cosche ormai in sorda lotta fra loro (con, al momento, il relativo soccombere dei Tronchetti, Benetton, Geronzi), ecc. – non promuoverebbe azioni tali da mettere il lavoro salariato e quello autonomo, indipendentemente dalle loro varie stratificazioni di reddito, l’uno contro l’altro. Ma guarderebbe a guadagnarsi l' appoggio e l' apprezzamento di quei settori di punta del capitalismo italiano che vivono anch' essi con sofferenza l' attuale vergognosa capitolazione (l' intervento di Scaroni con cui ho arricchito l' altro thread sull' ENI e sulle manovre dei goldmanian-prodiani ne è un segnale significativo).
    Occorrerebbe una "grande scopa" contro la cianfrusaglia, il ciarpame economico e politico (e culturale), che impedisce ai più di guardare al futuro con maggiore ottimismo.
    Riscoprire il repubblicanesimo mazziniano oggi significa intanto ridare slancio a nuove prospettive, che sono comunque favorevoli alla maggior parte della popolazione – e incrinano il divide et impera tipico dei vili (sub)dominanti italiani, con le loro appendici "di sinistra".
    Per questo, non per le futili e meschine liberalizzazioni inventate da "progressisti" retrogradi e parassiti, vale la pena di battersi nell’immediato futuro.

  10. #10
    laico progressista
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    Ho copiato qui un thread da me aperto tempo fa sul forum Movimento Repubblicani Europei.
    Mi piacerebbe che ilProgressista, se ha tempo e voglia, lo leggesse (in particolare i due miei ultimi post sul nucleare) per poter continuare una discussione su un tema che personalmente mi interessa parecchio. Naturalmente l'invito è esteso a tutti.


    P.S. Se gli altri intervenuti sul thread (Venom, Filippo Strozzi) hanno qualcosa in contrario a vedersi partecipi anche qui (non credo Venom, essendo già presente), me lo dicano pure, che rimuovo i loro post.

 

 
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