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    Predefinito Comuni, i conti del dissesto

    ILSOLE24ORE.COM > Italia ARCHIVIO Comuni, i conti del dissesto

    di Gianni Trovati


    Lunedí 13 Ottobre 2008






    I camion della raccolta rifiuti si fermano, le luci nelle strade si spengono. Piani faraonici di dismissioni immobiliari si sgonfiano al primo impatto con la realtà, i dipendenti con meno potere contrattuale rimangono senza stipendio e partono le richieste di un salvagente governativo. Spesso soddisfatte.

    Da Taranto, che ci è finita dentro nel 2006, a Catania, dove il mega-assegno Cipe offre un po' di ossigeno almeno per il momento, la piéce del "fallimento" comunale conosce sempre le stesse scene. A cambiare nel tempo è stato il finale, negli anni 90 rappresentato da una dichiarazione di dissesto che oggi si tende a evitare il più possibile. Dal 1989 a oggi sono stati 433 i Comuni che hanno alzato bandiera bianca: ma con l'eccezione, clamorosa, di Taranto, arenatasi a fine 2006 dopo una sarabanda di stipendi gonfiati, appalti strapagati e assunzioni allegre, i dissesti più recenti si concentrano in Comuni piccoli (3 nel 2008), trascinati al "fallimento" dai buchi di una partecipata o da una sentenza esecutiva. Sono solo 15, oggi, i Comuni tecnicamente «dissestati», nel senso che la procedura è stata avviata negli ultimi cinque anni, ma l'uscita dalle secche spesso dura più del quinquennio previsto dalla legge. Tre Comuni (Roccabernarda e Umbratico in Calabria, Thiesi in Sardegna), anche se dissestati da più di cinque anni, non hanno ancora presentato il piano di estinzione delle passività, prima tappa per il ritorno alla normalità, e altri 45 non sono ancora arrivati al rendiconto finale. In tutto, quindi, sono 63 i Comuni ancora alla prese con la procedura.

    Il cambio di passo dei default municipali ha una spiegazione semplice. Fino al 2001 fallire aveva una sua convenienza, perché a coprire i buchi interveniva un mutuo finanziato dallo Stato, oggi invece danneggia tutti: i dipendenti comunali (quelli in soprannumero rispetto alla media nazionale dipendenti/popolazione sono messi in disponibilità), i fornitori (la procedura semplificata permette di chiudere pagando il 40-60% del debito) e i cittadini, perché le aliquote schizzano in automatico al livello più alto. Ma anche oggi i dissesti comunali, dichiarati o solo sfiorati, non hanno smesso di pesare sui conti pubblici. Anzi.

    Il costo più evidente sono gli interventi statali scaccia-crisi. La polemica sui 140 milioni riconosciuti a Catania, e riconvertiti per decreto anche al finanziamento della spesa corrente, non si è ancora spenta, e le nuvole non hanno abbandonato la città visto che il «buco», per stessa dichiarazione comunale, viaggia assai più in alto, attorno ai 360 milioni, e ci sono categorie come gli assistenti negli asili nido che hanno subìto ritardi negli stipendi di dieci mesi. I 500 milioni di Roma, nati come anticipazione e subito accompagnati da generosa copertura statale, sono destinati a diventare strutturali con il federalismo fiscale, mentre nel 2006 toccò a Taranto che ricevette per decreto legge 130 milioni (altri 20 furono distribuiti fra gli altri enti in default). Non bastarono.

    Ma a gravare sul bilancio dello Stato è anche la storia, perché la norma è cambiata ma i mutui hanno vita lunga. Il ripiano statale per i 411 Comuni che si sono ingolfati prima del 2001 supera gli 1,2 miliardi di euro, e pesa per oltre 110 milioni l'anno in rate di ammortamento. Il 61% del contributo è finito in Campania, il 16% in Calabria. A questo si aggiunge il ripiano dei trasferimenti, che riporta alla media nazionale i fondi statali assegnati ai Comuni dissestati che eventualmente si trovano sotto media: un meccanismo che dura ancora, ma che ha un'incidenza più contenuta (43,3 milioni di euro fino al 2007, l'82,2% in Campania). Al conto si aggiungono i 9 milioni messi a disposizione di Enna (dissestata nel 2005) dalla Regione Sicilia, che ha destinato un milione anche ai Comuni non capoluogo finiti nella stessa situazione.

    Il primato campano si spiega con i dissesti storici di Napoli (Comune e Provincia, unico en plein in Italia): il default del capoluogo è stato da primato anche nella durata, 12 anni, ma Palazzo San Giacomo sta tornando a scricchiolare sinistramente anche oggi (si veda anche Il Sole 24 Ore dell'11 ottobre): è della scorsa settimana ad esempio la notizia del blocco dei buoni pasto ai 13mila dipendenti, figlio di un debito di 9 milioni di Palazzo San Giacomo nei confronti della società fornitrice. E non è un inedito, visto che nel 2005 a stoppare i ticket del Comune furono i commercianti, perché il debito del Comune nei confronti della società (la stessa) aveva toccato i 10 milioni e i buoni si erano trasformati in mini-assegni a vuoto.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...lesView=Libero

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  2. #2
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    Questa tabella, tratta dal link sopra indicato, secondo me è molto più esaustiva:



    Tenete conto, ovviamente, che più una regione è grande più è il numero di enti ivi presenti.

 

 

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