Per decenni si sono passati il testimone. Quando il
principe dava forfait, il consigliere prendeva
il suo posto, come accadde con
quella prima crisi che mise fine al miracolo
economico e portò in tutte le case,
grazie alla tv, l’esoterico termine congiuntura.
Allora, fu varata la famigerata
“stretta Carli-Colombo”. L’ordine dei nomi
non è solo alfabetico. Il ministro del
Tesoro, Emilio Colombo, faceva da braccio
esecutivo e il governatore usciva dall’ombra
per assurgere a gran timoniere
dell’economia. Ora che finisce il mondo
così come l’abbiamo conosciuto, tutto si
capovolge. Bastava osservare Mario Draghi,
lunedì 13 ottobre, seduto alla destra
di Giulio Tremonti durante l’annuncio
del piano salvabanche. Algido e silente,
profilo aguzzo e bocca sottile, con la piega
di chi ne sa tante e ne ha viste troppe
(simile a quella che appare sul busto di
Talleyrand scolpito durante la Restaurazione
e conservato al château de Valençay),
il consigliere cedeva il passo al
principe che – dicono i maligni – ormai si
consiglia da solo.
La prima stoccata parte il 18 aprile.
Draghi ha da poco presentato urbi et orbi
le proposte del Financial Stability Forum,
che riunisce i maggiori banchieri
centrali, per affrontare “le turbolenze
nel sistema finanziario”. Da Parigi, il designato
ministro dell’Economia, commenta
che “quella ricetta è un’aspirina
per la crisi mondiale”. Tremonti non
parla ex cathedra, ma a un convegno
dell’Aspen Italia (da lui presieduto). Tuttavia
non interviene a caso: lancia un
guanto di sfida che sembra replicare il
duello con Fazio del 2005. La posta è
sempre la stessa, il primato del Tesoro
sulla Banca d’Italia. Allora, il ministro
perse e fu costretto alle dimissioni, perché
si saldò un’alleanza trasversale nel
centrodestra (cattolici, fazisti, finiani).
Oggi come oggi non è in vista nulla del
genere. I supporter del governatore s’annidano
piuttosto nei grandi quotidiani.
Tra poteri forti diventati debolissimi o
tra globalisti e liberalizzatori superstiti.
Alle stilettate velenose, Draghi prova
a rispondere criticando la Robin Hood
tax. Si mette di traverso nella barocca
partita in Mediobanca tra sistema duale
o monocratico (i giornalisti scrivono che
appoggia Profumo contro Geronzi). E
Tremonti gli rinfaccia che “nel 2007 la
Banca d’Italia definiva la crisi finanziaria
un turbamento, e ancora nella relazione
finale la considerava quasi superata
e priva d’impatto reale”.
La tregua firmata sulla Finanziaria
dura lo spazio di un mattino. Il 2 luglio
arriva un colpo micidiale: “Gli Stability
forum non servono – insiste il ministro –
sarebbe come mettere i topi a guardia
del formaggio”. Topi; i sacerdoti della
moneta, ridotti al rango di finanzieri e
speculatori. Tornano in mente le caricature
di JPMorgan con il suo sigarone, i
dipinti di George Grosz, i grotteschi magnati
ritratti da Jack Levine durante la
Grande Depressione. Sono loro che ci
hanno condotto sull’orlo dell’abisso. Sono
loro che vanno messi alla gogna.
Un’interpretazione della realtà economica
e della crisi opposta a quella di
Draghi, che ha mangiato libero scambio
dai banchi dell’Università (quando Tremonti
scriveva sul manifesto). Quindi,
pensa a potenziare il mercato, non a imbrigliarlo,
a migliorare regole e controlli,
non a imporre limiti.
Ministro e governatore non sono fatti
per capirsi, al di là delle divergenze culturali
e politiche. Si considerano entrambi
molto, troppo svegli: “very smart”
direbbero, anglofoni entrambi. Ombroso
valligiano il primo, nato liberalsocialista,
educato a Pavia. Romanissimo il secondo,
studi al Massimo (collegio dei gesuiti
frequentato dal generone ricco e di
sangue blu), dove c’è anche Luca di
Montezemolo, con il quale condivide alcuni
tratti somatici e caratteriali, passa
veloce in via XX Settembre e il ministro
del Tesoro Giovanni Goria lo manda a
Washington per rappresentare l’Italia
alla Banca mondiale. Quando Draghi
consigliava il democristiano Goria, Tremonti
consigliava il socialista Formica.
E mentre l’uno faceva il tecnocrate globale,
l’altro cominciava la traversata nel
deserto politico italiano. Dopo il collasso
del Psi, passava per Mariotto Segni,
prima di approdare a Berlusconi. Cercava
spazio e voti, creava un asse con Bossi,
si sporcava le mani senza dimenticare
i libri che segnano un complesso percorso
intellettuale. Fino a ritrovare il
primato della politica, la critica al mercatismo
(neologismo inesistente, secondo
Mario Monti), la paura e la speranza.
Ma la biografia non spiega tutto.
Per decenni la Banca d’Italia ha sbandierato
la sua autonomia e difeso come
un fortino assediato il quartier generale
di via Nazionale. Paolo Baffi ha rischiato
di finire in galera per troppa resistenza
al potere politico. E Mario Sarcinelli,
direttore generale, una notte a Regina
Coeli l’ha passata davvero. Poi lo hanno
liberato con tante scuse. Superato l’oltraggio
estremo, la banca centrale ha offerto
grandi riserve di uomini e idee alla
Repubblica per affrontare le più gravi
crisi politiche e istituzionali, fino a
portare al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi,
unico governatore dopo Luigi Einaudi.
Certo, tanta acqua è passata sotto i
ponti del Tevere. La banca centrale ha
perso, per scelta, il potere di emettere
moneta. E ha subìto, per necessità politica,
la desacralizzazione dei propri vertici.
Draghi è il primo governatore a tempo
(sei anni rinnovabili) catapultato dall’esterno
nel momento in cui un vuoto di
potere e un contrasto sui nomi del successore
rischiavano la paralisi (al pari
del suo mentore Carli nel 1960 dopo le
dimissioni di Donato Menichella). Anch’egli
un tecnocrate, uomo abituato a
muoversi nei grandi apparati con lo
scatto agile del tennista (sport che ama
e per il quale scambia volentieri una
barretta energetica per un piatto di pasta).
Portato al Tesoro da Carli, durante
l’ultimo governo Andreotti, resiste ad
Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi,
D’Alema, di nuovo Amato. Nel 2001, Tremonti
lo sostituisce con Domenico Siniscalco
(scelta fatale) e Draghi annuncia
che si dedicherà agli studi, prima di cedere
alle lusinghe di Goldman Sachs
che lo nomina vice president per l’Europa.
“Un abile schermidore”, lo ha definito
il senatore Trantino dopo averlo tartassato
inutilmente durante la commissione
per l’affare Telekom Serbia. E tuttavia
di Charles-Maurice de Talleyrand
ha solo la sgusciante abilità, non il supremo
cinismo. Draghi, nel suo modo gelido
e morbido come la neve, ha chiaramente
manifestato, con i fatti e le parole,
i propri principi ispiratori.
Non si conoscono pubblicazioni
scientifiche degne di una candidatura al
Nobel, nonostante una inattaccabile
competenza e una parentesi come docente
a Firenze. Laureatosi con Federico
Caffè, l’economista scomparso nel
nulla, forse sopraffatto dalla “solitudine
di un riformista” (come aveva scritto in
un suo saggio), s’è perfezionato al Mit di
Boston con Franco Modigliani (“un secondo
padre”). Alla World Bank tutti ne
apprezzavano la volée, l’ottimo inglese e
la velocità di pensiero. Pragmatico e
flessibile, ma pur sempre un mercatista
impenitente. Quando cominciò la grande
campagna per privatizzare le banche
e l’industria pubblica nel 1993, parlò di
una “rivoluzione culturale”. Adesso, gli
tocca mettere la firma su questo Termidoro
economico, anticamera della controrivoluzione.
Seduto accanto alla sua
nemesi, deve approvare il ritorno dello
stato. Certo, nessuno si sogna di rimettere
in piedi, pari pari, l’Iri che Draghi insieme
a Ciampi e a Prodi, ha smantellato.
Ma ce n’est q’un debut. Dopo i salvataggi
bancari, ci sono le nuove regole
per proteggere le grandi imprese (da Telecom
a Mediobanca), c’è un rafforzamento
dell’azionista pubblico in Eni,
Enel, Finmeccanica, c’è una gestione politica
delle fondazioni, potenti sovrane
delle banche, nonché azioniste della
Cassa depositi e prestiti, incrociatore
lanciamissili del Tesoro.
Il progetto è ambizioso ed è riduttivo
parlare di neostatalismo. Stato e mercato
sono strumenti, buoni finché servono.
“Market if possible, government if necessary”.
Come lo Zarathustra nietzschiano,
al di là delle vecchie categorie.
Sotto i colpi della crisi, si sta via via
smontando una egemonia basata su
mercato, concorrenza, salotti buoni, autonomia
delle tecnostrutture (a cominciare
dalla Banca d’Italia), indipendenza
delle banche (fino alla irresponsabilità?)
non solo dal governo, ma dai risparmiatori,
soggetti tutelati dalla Costituzione.
Di questo blocco culturale, sociale
e politico, Draghi è un perno importante.
Si pensi alla legge che porta il
suo nome. Obbliga all’opa chi voglia acquistare
oltre il 30 per cento di una società
e impedisce che lo scalato usi pillole
avvelenate per proteggersi dallo
scalatore, senza prima avere i voti di un
terzo dell’assemblea. E’ la norma, contenuta
nell’articolo 104 del Testo unico
sulla finanza, che adesso si vuol “superare”
per difendere i campioni nazionali.
Sconfessando non solo il Draghi del
1998, ma quello odierno.
I suoi primi provvedimenti in Bankitalia,
infatti, sono anch’essi all’insegna
della concorrenza e della deregulation.
Niente più autorizzazioni preventive alle
fusioni bancarie, chiudendo un’era interpretata
da Antonio Fazio in modo
personale oltre che discrezionale, ma
certo non inaugurata da lui. Via libera
alla fusione tra Intesa e Sanpaolo, bilanciata
dal matrimonio Unicredit-Capitalia.
Bnl passa senza obiezioni alla francese
Bnp. Antonveneta, dopo il frenetico
balletto tra Abn Amro e Santander, finisce
al Montepaschi. Con Draghi riparte
il grande risiko, scrivono i giornali, a
Milano saltano tappi di champagne dalle
finestre delle banche d’affari. A cominciare
da Goldman Sachs.
Quel nome resta incollato al governatore
come una impronta indelebile, ancor
più del Britannia, con annesso mito
sulla “grande svendita” delle partecipazioni
statali alla lobby bancaria angloamericana.
Lasciare la direzione del Tesoro
dalla quale ha guidato le privatizzazioni,
per entrare in una delle istituzioni
finanziarie che si sono spartite una
torta da centomila miliardi di lire, non è
apparsa una scelta elegante. E ancora
non si è capito chi e che cosa abbiano
spinto Berlusconi a ripescarlo da Londra
per portarlo a Palazzo Koch in quelle
difficili giornate del Natale 2005. Si è
scritto che Gianni Letta è stato il grande
sponsor, come ricorda Elena Polidori
nel suo libro “Via Nazionale” (edito da
Longanesi). Ma Giulio Tremonti, tornato
vindice in via XX Settembre, ha approvato
la nomina. Si dice che per il ministro
era il male minore: fiero avversario
di Tommaso Padoa Schioppa, avrebbe
voluto Giuliano Amato, il quale, però, si
teneva in riserva per il Quirinale. L’altro
candidato, Vittorio Grilli, aveva meno
chance. Il più forte di tutti, Mario Monti,
s’era tirato indietro in vista, forse anche
lui, di un ruolo politico alle elezioni della
primavera successiva. E sul Colle era
assiso Ciampi, con un droit de régard
sulla Banca d’Italia.
L’arrivo di una figura come Draghi,
autorevole, ma non carismatica, senza
radici nel fortilizio di Palazzo Koch, ha
solleticato chi considera la Banca d’Italia
un’agenzia del governo (come direbbero
gli americani), oggi come oggi una
filiale della Bce, non più la banca delle
banche né, tanto meno, il vero centro
della politica economica. Un ruolo ancillare
rifiutato da Ciampi che, nel suo
ultimo intervento televisivo, ha cercato
di rincuorare gli italiani scioccati dalla
crisi, ma anche di difendere la “schiena
dritta” della banca centrale e mettere
in guardia da un eccessivo intervento
dello stato: fissi le regole, ma resti fuori
dalla parte operativa, ha ricordato il
presidente emerito della Repubblica.
Entrato a Palazzo Koch, il neogovernatore
ha lasciato gli emolumenti Goldman
Sachs in un blind trust. I puristi gli
suggerivano di vendere. Ma anche nella
virtù non bisogna mai esagerare. E Draghi
è senza dubbio un uomo prudente.
Lo ha dimostrato proprio nel caso del
Britannia. Il 2 giugno 1992, un club di
uomini d’affari legato ai Rothschild, i
British Invisibles, invita il fior fiore della
finanza italiana e anglo-americana,
insieme al direttore generale del Tesoro,
a bordo dello yacht di Sua Maestà
ancorato a Civitavecchia, per discutere
sul ghiotto boccone italiano. E’ la festa
della Repubblica e gli inglesi offrono oltre
al pranzo anche lo spettacolo delle
esercitazioni della fregata Battleaxe.
Draghi si presenta, introduce il convegno
e poi se ne va, senza nemmeno toccare
un tramezzino (tanto, è eternamente
a dieta). Lo dirà alla commissione bilancio
della Camera che lo convoca ai
primi del ’93. “Mi si attribuisce troppa
importanza”, si schermisce, consapevole
di mentire. Lui è stato e resta un potente.
Ma, per il momento, l’onda della
storia gli si è girata contro.
Intendiamoci, nessuno l’ha colta
davvero quell’onda anomala. Scrive
Giampaolo Galli sul Sole 24 Ore: “Anche
il più pessimista degli economisti,
Nouriel Roubini, aveva previsto una
recessione (per l’anno scorso), non una
crisi sistemica di queste proporzioni.
Fra i banchieri centrali, molti avevano
messo in guardia contro i rischi eccessivi
cui le istituzioni andavano incontro.
Ma è evidente che i rischi sono stati
sottovalutati.”. Draghi ha seguito il
“consenso” dei banchieri centrali. Nei
suoi interventi pubblici e anche nelle
considerazioni finali all’assemblea di
Bankitalia (quella messa del potere
economico che vorrebbe tanto laicizzare
e de-ritualizzare), ha evocato la tempesta,
con una prudenza che ha deluso
anche Eugenio Scalfari: “Carli, Baffi e
Ciampi ci avevano abituato a imparare
molto di più dai loro interventi; c’era la
freddezza e l’oggettività dell’analisi –
ha scritto il Fondatore – ma anche l’impeto
della passione”. Dimentica volutamente
gli arcaici arabeschi lessicali
di Antonio Fazio (ormai condannato alla
damnatio memoriae). Certo, Draghi
non pronuncerà mai frasi come “le arciconfraternite
del potere” di carliana
memoria. Il suo stile è secco, stringato,
sincopato. “I sentimenti se li tiene per
sé”, insiste Scalfari. Di tutt’altra pasta
Tremonti. Eppure, in quelle misurate
parole, le tracce c’erano. Purtroppo sono
rimaste solo tracce.
In via Nazionale come nell’Eurotower
di Francoforte già da tempo si simulava,
con sofistifcati modelli econometrici,
la deflazione immobiliare e le
sue ripercussioni macroeconomiche. Il
servizio studi Bankitalia ha prodotto
nell’agosto dello scorso anno uno scenario,
al quale ha lavorato a lungo, per
calcolare l’impatto del fallimento di
una grande banca. Una, non tutte. Può
darsi che i paradigmi economici finora
conosciuti abbiano dato forfait e gli
economisti siano usciti di testa, ma mai
nessuno avrebbe pensato al collasso
del sistema creditizio americano e
mondiale. Gli storici ci racconteranno
quell’incommensurabile interrelazione
di fattori che determina l’agire umano.
Tremonti, fidandosi soprattutto della
propria intuizione, aveva strumenti
migliori per capire come stava girando
il vento. Ripristinando, così, il primato,
anche intellettuale, del principe sul
consigliere.
E adesso? Fianco a fianco per far
fronte al pericolo comune. Poi di nuovo
divisi, passata la tempesta? Questa
crisi non lascerà nulla come prima.
Nemmeno la Banca d’Italia. Che forse
torna all’antico, cioè a prima del 1963.
Rispondendo a Scalfari il quale gli
chiedeva come mai, nonostante le denunce,
non avesse bloccato la deriva
della spesa pubblica e del debito, Carli
ribadisce che la banca centrale, essendo
uno dei regolatori del sistema,
non può permettersi “atteggiamenti
sovversivi”. Memore, Draghi annuisce,
approva, applica. Anche quel che gli
sembra incoerente. Anche se è amaro,
per lui e per l’istituzione, ingoiare la
scelta di Mediobanca come primo advisor
del Tesoro. Il breve termine è tutto
per Tremonti. Ma Bankitalia è una istituzione
che dura nel tempo, dunque
potrebbe giocare un ruolo oltre la crisi.
In fondo, è quel che fecero gli Stringher
e i Menichella in tempi ben più
tragici, quando cavalcavano per davvero
l’uno a fianco all’altro i quattro cavalieri
dell’Apocalisse. Dall’Iri alla
nuova legge bancaria, dalla gestione
del piano Marshall al riciclaggio dei
petrodollari (proposta Carli degli anni
Settanta), Palazzo Koch è stato una fucina
di idee che hanno trovato gambe
concrete.
Forza, genietti di Palazzo Koch, rimboccatevi di nuovo le maniche.
Stefano Cingolani su www.ilfoglio.it di oggi
saluti




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