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    Predefinito Interessante articolo dal Manifesto sulla crisi

    Le nostre vite nelle mani della finanza
    Marco Bascetta e Sandro Mezzadra

    Nel corso di un incontro dedicato proprio a discutere molti dei temi sollevati nell'editoriale di Rossana Rossanda di sabato 11 ottobre, ci siamo trovati a leggerlo e commentarlo insieme. Vorremmo allora, lungi dal pretendere di dare una risposta esauriente alle domande poste da Rossanda, offrire qualche riflessione a caldo su alcuni punti che ci paiono decisivi.
    Un primo dubbio sorge sull'interlocutore interpellato, «le sinistre», la cui natura - soprattutto in Italia - si dimostra quanto meno sfuggente. Non ci sembra all'ordine del giorno, tra le forze che si richiamano, con diverse tonalità, a quella tradizione, la volontà di ripensare posizioni politiche, categorie interpretative e prospettive generali di fronte all'enormità di ciò che sta accadendo. Semmai è proprio dall'assunzione radicale delle sfide poste dalla crisi, da un socratico so di non sapere, che una critica puntuale del capitalismo globale può cominciare a prendere forma nel momento in cui sembra andare in pezzi il profilo che, di quello stesso capitalismo globale, abbiamo fin qui indagato.
    Abbiamo poi l'impressione che, pur condividendo l'urgenza del momento e la portata dei problemi, ci sia da parte nostra una valutazione sensibilmente diversa sulla natura della crisi in atto. Sarebbe sbagliato considerare la finanziarizzazione e la sua implosione come il frutto di un semplice dilagare della speculazione e della «demenza» dei manager, che pur non hanno mancato di contribuire al precipizio, di una fuga dei capitali dalla materialità della produzione. Ci troviamo di fronte a un evento di portata sistemica, ben radicato nelle stesse trasformazioni che hanno investito i modi di vivere e di produrre negli ultimi trent'anni. Salvare il sistema è del resto il titolo di copertina dell'ultimo numero dell'Economist.
    Per comprendere la radicalità della crisi occorre, a nostro avviso, liberarsi da ogni secca opposizione tra processi di finanziarizzazione e «economia reale», e riconoscere che la finanziarizzazione è stata la forma perversa ma adeguata di espressione e comando su un'economia capitalistica radicalmente rinnovata rispetto a quella «industriale». Prendiamo sul serio la formula del «comunismo del capitale», circolata in queste settimane anche all'interno di ambienti direttamente legati al capitale finanziario: quel che questa formula indica è il rilievo inedito e cruciale che potenze comuni - dal sapere al bios, dalla cooperazione sociale agli «stili di vita», dal linguaggio alla comunicazione e alla mobilità - hanno via via assunto alla base dei processi di valorizzazione del capitale. La «crisi della misura», quella del tempo di lavoro che regolava il rapporto tra salario e profitto, ha trovato un tentativo di soluzione proprio sui mercati finanziari. È su questo terreno, proiettato sul futuro e sull'ipotetico, che in una forma distorta e coercitiva potenzialità singolari e collettive, che non corrispondono a un tempo e a un ruolo determinati, possono essere espropriate, sfruttate e valorizzate.
    Fuori della fabbrica funziona così; ma ormai anche al suo interno. È senz'altro vero che la «sinistra modernizzatrice» ha assecondato, come scrive Rossana Rossanda, la compressione dei salari in nome della competitività. Da quel momento in poi la leva per stimolare la domanda e la crescita è stato lo sviluppo abnorme, in particolare negli Stati uniti, del credito al consumo, che potremmo anche paradossalmente definire come un processo di privatizzazione del welfare e del deficit spending. Con il risultato di una brusca conversione dei diritti sociali in crediti, della restaurazione di una forma estrema (e perversa) di individualismo proprietario e patrimoniale, di uno spostamento della gestione del rischio dalle strutture sociali dello stato al singolo individuo. Se l'indebitamento ha funzionato da un lato come formidabile strumento di ricatto, controllo e regolamentazione della vita di tutti, era dall'altro esposto - come la crisi attuale mette vividamente in luce - a scontrarsi con l'impossibilità dei debitori di onorare gli impegni: la rovina delle loro vite si riflette sul sistema e viceversa, dimostrando quanto poco i bisogni sociali siano contenibili all'interno dei dispositivi finanziari.
    Ora, a noi pare che la registrazione di questa crisi - della crisi della finanziarizzazione neoliberista, se si vuole - debba andare di pari passo con il riconoscimento della irreversibilità delle trasformazioni, del tutto materiali, del capitalismo e della società contemporanea. Parlare di «lavoro» e «produzione» come di qualcosa di sano e contrapposto alla corruzione della finanza significa, nelle retoriche oggi correnti, proporre un'immagine caricaturale di quello che lavoro e produzione sono diventati.
    Significa, per riprendere i termini marxiani, disconoscere quella contraddizione, quella vera e propria sproporzione, tra forze produttive e rapporti di produzione che appare essere la vera radice della crisi. È del resto in questa direzione, di amministrazione autoritaria dell'immiserimento generale della società, che muovono le ricette «etiche» dei Tremonti e dei Sarkozy, pienamente inserite in una lunga tradizione della destra europea (a cui non sono estranei, come Rossanda ben sa, fascismo e nazismo).
    Dopo avere consegnato le nostre vite (tfr, pensioni, previdenza, assicurazioni) nelle mani del capitale finanziario, gli stati ci ricattano oggi chiedendoci di pagare per il suo salvataggio, da cui dipenderebbe a questo punto anche la nostra salvezza. È un ricatto inaccettabile. A cui tuttavia non ci sottrarremo puntando, nel nome di un keynesismo di maniera, su una rinnovata alleanza tra questi stati da un parte e dall'altra un capitale e un lavoro industriale che in quelle forme non esistono più. L'intervento pubblico non può essere un tabù, né uno strumento al servizio della restaurazione dei poteri finanziari. Ma è comunque qualcosa da ripensare interamente, entro una dimensione necessariamente sovranazionale (europea, per quel che ci riguarda), non nei termini semplicistici della moralizzazione e dell'efficienza.
    Il problema gigantesco che qui si apre è come liberare e conquistare risorse (reali, non immaginarie) imprigionate nei dispositivi della finanziarizzazione, e porle in comune, nella piena disposizione di quella composizione plurale del lavoro vivo contemporaneo che abbiamo cercato di evocare. La situazione in cui ci troviamo è gravida di rischi: immiserimento, autoritarismo, guerre (se gettiamo uno sguardo alle implicazioni «geopolitiche» della crisi). Ma ci presenta anche questa straordinaria opportunità: che non è altro, in fondo, che la riqualificazione della lotta di classe.

  2. #2
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    Molto molto bene! Veramente azzeccato!

 

 

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