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    Crisi finanziaria: la Storia è veramente maestra?

    Di Piero Pagliani
    (Nota: nel testo ho evidenziato delle parole-chiave, per permettere di fissare più facilmente l’attenzione su alcuni temi.)

    Sulla crisi finanziaria se ne sentono di tutti i colori. Ma il bello è che non sembra che a nessuno dei nostri raffinati e intrepidi economisti, politici, filosofi ed intellettuali venga in mente di utilizzare il Presente come Storia.
    Si prosegue con idee sparse, “scattered” (un po’ qua, un po’ là, ma “scattered” è molto più fico), a volte addirittura “random”, cioè “a casaccio” (ma “random” è molto molto più fico, sembra un termine scientifico). Ciò che proprio non si vuol fare è tirare un po’ le somme, seguire un fil rouge con un minimo - non dico tanto, ma un minimo - di onestà intellettuale.

    I bei tempi andati: il Glass-Steagall Act

    Da più parti alcuni esperti si ricordano con nostalgia del Glass-Steagall Act, promulgato negli USA nel 1933.
    Ci si stava curando dalla batosta del ’29 e tra le misure prese negli Stati Uniti ci fu una serie di riforme bancarie che andò sotto il nome, per l’appunto, di Glass-Steagall Act, che stabiliva, tra altre cose come l’istituzione della Federal Deposit Insurance Company a garanzia dei depositi bancari, la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento.
    La decisione derivava dalla constatazione che se una banca commerciale sottoscriveva, deteneva, vendeva o comprava titoli emessi da imprese private, in linea di principio poteva nascere un conflitto d’interessi perché queste banche potevano collocare presso i propri clienti titoli emessi da imprese loro affidate che avrebbero poi utilizzato i fondi raccolti per rimborsare i prestiti concessi proprio da queste banche. Detto in parole povere, le potenziali sofferenze si potevano mutare in emissioni-truffa ai danni dei risparmiatori.

    Voglio subito sottolineare che questa misura fu del tutto secondaria nel processo di superamento della crisi, così come lo furono largamente i provvedimenti di tipo keynesiano, o sarebbe meglio dire “simil-keynesiano”, perché la crisi fu in realtà risolta solo con la Seconda Guerra Mondiale, come in pochi a sinistra e in pochissimi a destra ormai riconoscono onestamente.

    Excursus. Non è più umanamente possibile stare a sentire i soloni economicisti di sinistra che invocano l’aumento dei salari e la fine della precarizzazione del lavoro come misure “keynesiane” che rilanciando i consumi sarebbero in grado di risolvere la crisi, congiuntamente a una invocata “eticità” nel far profitti.
    L’aumento dei salari e la fine della precarizzazione sono esclusivamente richieste di giustizia sociale e in quanto tali del tutto legittime. Punto e basta. Con la soluzione della crisi o, al contrario, col suo aggravamento, non c’entrano niente.
    In quanto all’invocare una “eticità nella condotta economica”, ci sono almeno tre considerazioni da fare:

    1) Non capisco che tipo di eticità si possa chiedere a un sistema la cui anima è l’accumulazione senza fine (nel senso sia di “infinita”, sia di “senza un fine”) e il cui motore è il conflitto permanente. Gli spazi di “eticità” sono dati all’interno di quei due vincoli. Qualche volta saranno un po’ più ampi, altre volte saranno ridotti al lumicino e altre ancora del tutto annullati.

    2) La sapienza contadina ci ha tramandato che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo: i signori che gridano più forte “Eticità!” sono in generale proprio quelli che hanno tollerato e facilitato i più raffinati sistemi di rapina e ne hanno usufruito, economicamente e/o politicamente. Andrebbero solo “mandati in Siberia”, come si diceva una volta.

    3) Infine, sentire quel che rimane della Sinistra che invoca “eticità” è esattamente come sentire dei servi della gleba che invocano la magnanimità del signore feudale (così come si sperava attraverso le manifestazioni arcobaleno che gli Stati Uniti magnanimamente rinunciassero ad assalire l’Afghanistan e l’Iraq; non bisognava fare quelle manifestazioni? certo che sì - io personalmente non me ne sono persa una, né in piazza né tra quattro mura -, solo che senza un’azione politica incisiva non servivano a nulla, e infatti a nulla son servite - altro che “seconda potenza mondiale”, come pigliava in giro il New York Times e ripeteva gongolando Bertinotti! - e questa è anche un’autocritica).

    Ma torniamo al Glass-Steagall Act.
    Una misura simile fu presa negli anni Trenta anche dal regime fascista, così come lo stesso regime prese altre misure per tenere sotto controllo il capitale finanziario e che sfociarono nella trasformazione dell’IRI in ente pubblico permanente nel 1937. Analoghi provvedimenti furono adottate dai nazionalsocialisti in Germania e da molti altri Paesi europei.
    Insomma, di fronte all’onda di marea della crisi del ’29, il mondo capitalistico rispose con una linea ben precisa: mettere l’economia - e in special modo la finanza - sotto il controllo della politica.
    Bisogna allora fare due considerazioni:

    1) La vulgata “antifascista”, specialmente marxisteggiante, ha sempre sostenuto che il fascismo e il nazismo erano espressione del capitale finanziario. Niente di più falso. Entrambi i regimi operarono a favore del capitale industriale, mettendo “lacci e laccioli” a quello finanziario. Quindi niente divisione “New Deal-capitale industriale-democrazia” versus “Fascismo-capitale finanziario-totalitarismo”.

    2) Dal canto suo l’URSS aveva imboccato una strada autonoma, ma sempre all’insegna del predominio della politica sull’economia. In effetti, il Novecento non fu caratterizzato dai “sogni totalitari e assassini”, come certi intellettuali - spesso ex estremisti di sinistra - ripetono a papera sulla scorta delle "Reflections on a Ravaged Century" del Dr. George Robert Ackworth Conquest (ex simpatizzante comunista, poi anticomunista al servizio diretto del Foreign Office e a quello editoriale della CIA). Il Novecento, se lo si vuole caratterizzare in modo unitario, fu un secolo dove l’economia fu posta sotto il controllo della politica, controllo che prese - nessuno lo nega, ovviamente - aspetti diversi. In particolare il nazionalsocialismo fu la reazione a un capitalismo finanziario totalmente subordinato a quello anglo-americano. Se la Storia è maestra, insegni almeno questo. Altrimenti saremo destinati a non capire la situazione e quindi né gli avversari, né i nemici e tanto meno con chi allearci (come vedremo tra poco).
    Il “nuovo che avanza”: la Sinistra all’opera (globalmente)
    Lo smantellamento dell’impianto del Glass-Steagall Act fu iniziato nel 1980, continuato con una legge del 1982 e completato dal Gramm-Leach-Bliley Act nel 1999, cioè in piena epoca Clinton.

    Excursus. Bill Clinton, come si sa, fu presidente degli Stati Uniti dal 1993 al 2001, anni cruciali. Viene ricordato come presidente erotomane - ma questo può essere un lato simpatico - e soprattutto stragista (Somalia, Sudan, Afghanistan, Serbia - con l’aiuto dei Tornado inviati da D’Alema - e infine il mezzo milione di bambini iracheni morti per il suo embargo, perché “il prezzo è giusto”, come dichiarò alla televisione nel 1996 il suo Segretario di Stato, Madelein Albright). Stragista, ma così tanto amato e rimpianto dalla nostra Sinistra che spera di rimpiazzarlo con Obama (che ha infatti già annunciato che non vuole essere da meno, concentrando però l’aggressività USA sulla Russia - invieremo i nostri Tornado a bombardare S. Pietroburgo? ce l’avremo il fegato?).

    Ma ritorniamo allo smantellamento del Glass-Steagall Act (o al “breaking the Glass-Steagall Act”, come intitolò spiritosamente “The Nation”), perché è storia ricca d’insegnamenti.
    L’attacco al decreto fu portato dalla lobby della finanza, del settore immobiliare e delle assicurazioni (dice niente questo trinomio? adesso fa venire la pelle d’oca, no?) maggior contributor delle campagne presidenziali statunitensi oltre che lobby più munifica di tutte le altre (a detta del Center for Responsive Politics - e c’è da credergli).
    In questa lobby brillò la Citigroup, la più grande banca statunitense, desiderosa di sottoscrivere e commercializzare prodotti come i mortgage-backed-securities (cioè titoli garantiti da un insieme di prestiti ipotecari derivanti da un processo di cartolarizzazione - securization è molto più chic, ma significa la stessa cosa, cioè conversione di attività finanziarie non negoziabili, in questo caso i debiti ipotecari, in titoli negoziabili sui mercati) e le collateralized debt obligations (ovvero titoli di debito emessi in seguito a un’operazione di cartolarizzazione di un portafoglio di posizioni incorporanti rischio di credito) e altre schifezze della finanza creativa. Proprio quella “robaccia poco etica” che adesso fa venire i brividi a tutti.
    La lobby fu accontentata. Si stava passando dalla cosiddetta “bolla Internet” (prima Amministrazione Clinton), alla vera e propria “bolla finanziaria”. Per dirla con termini presi in prestito da Marx, si era entrati decisamente nel ciclo di accumulazione abbreviato D-D’ (dove il denaro genera direttamente altro denaro).
    E siamo così arrivati alla cosiddetta (ma proprio solo “cosiddetta”) crisi dei mutui sub-prime.
    Tuttavia la nostra storia non finisce qui. Riavvolgiamo il nastro e vediamo cosa succedeva nella nostra Italietta.

    Venite! Venite! Si va in crociera!

    Abbiamo visto che anche in Italia negli anni Trenta si erano prese misure analoghe al Glass-Steagall Act. E, analogamente, negli anni Novanta queste misure furono smantellate.
    Il 2 giugno 1992 il panfilo della regina Elisabetta entra nel porto di Civitavecchia con a bordo i più potenti banchieri anglosassoni e imbarca un centinaio di boss della politica e dell’economia italiani, tra cui Mario Draghi, all’epoca Direttore generale del Tesoro.
    Il risultato di quel vero e proprio viaggio d’istruzione è lo smantellamento dell’economia pubblica italiana, che viene impostato dal governo Amato e attuato, nell’anno successivo, dal governo Ciampi. Bisogna comunque ricordare che il viaggio d’istruzione fu accompagnato da convincenti dimostrazioni pratiche, come l’attacco alla lira dello speculatore filantropo ed ecologista - oltre che gran sostenitore delle non-violente (sic) “rivoluzioni arancione” - George Soros, anche lui in crociera sul panfilo, a quanto sembra.
    Amato e Ciampi, ovvero due uomini che si schiereranno sempre col Centrosinistra.
    Si faccia anche attenzione alle date: 2 giugno 1992 crociera tirrenica sul panfilo di Elisabetta II, 17 febbraio 1992 inizio dell’operazione Mani Pulite. Lo smantellamento dell’economia pubblica italiana doveva andare avanti di pari passo con lo smantellamento dei partiti che la sostenevano e che da essa erano sostenuti (e su cui lucravano - certamente -, ma nelle strategie generali di potere non è questo che conta - siamo seri!).
    E infatti i governi Amato e Ciampi furono i due governi tecnici di trapasso dalla Prima alla Seconda Repubblica (diamo per buona questa suddivisione, tanto per intenderci).
    E chiudiamo il cerchio. Tra le misure adottate c’è la svendita dei beni dell’IRI, con tanto di privatizzazione delle sue banche e l'annullamento della distinzione tra i vari tipi di banca in relazione ai tipi ammessi di operazione creditizia, riaprendo la possibilità di dirompenti conflitti d’interesse. Insomma il nostro Gramm-Leach-Bliley Act. Si noti che all’uopo viene rimesso alla testa dell’IRI l’ineffabile Mortadella, cioè Romano Prodi, considerato dalla Goldman Sachs “un nostro uomo” (più precisamente “nostro senior advisor per l’Italia” - The Daily Telegraph), ben s’intende, nei limiti formali richiesti dal codice penale. Va da sé che presidente del Comitato governativo per le Privatizzazioni sarà Mario Draghi, pronto a diventare il futuro vice-president per l’Europa di Goldman Sachs (chissà quali sono i parametri principali del loro criterio di meritocrazia?).
    E la nostra Sinistra, sostenuta dalla stampa progressista, continua a sviare l’attenzione sul conflitto d’interessi di Berlusconi! Siamo oltre il limite del più vergognoso paradosso.


    Morale

    Beh, la morale è, banalmente, che non c’è nessun tipo di morale o eticità che tenga. Né a destra, né a sinistra. E per quanto riguarda la Sinistra, che non si parli di errori! Draghi fu messo sì a capo di Bankitalia dal governo Berlusoni III, ma la lotta feroce per scalzare il filo legionario di Cristo e filo-opusdeista Antonio Fazio e mettere al suo posto il laico vicepresidente della Goldman Sachs fu sostenuta con fervore oltre che da Giulio Tremonti, dalla Sinistra. E, manco a dirlo, dal Mortadella (“Una scelta di alto profilo”).
    E l’uomo è tuttora usato - così come lo sono “The Economist” e “The Financial Time” - come “autorità tecnica” su cui la Sinistra si appoggia per cercare argomenti, si fa per dire, contro la Destra, allo stesso modo in cui si appoggia al Papa quando ha bisogno di una “autorità morale”. Perché di suo non ha niente da dire. Ma, come si vede, ha molto da fare.
    E questa sarebbe “la minoranza parlamentare che da sola [cioè senza il pungolo e il sostegno della cosiddetta sinistra radicale, N. d. A.] non può contrastare le manovre reazionarie di Berlusconi”, come quasi alla lettera recitava il manifesto di convocazione per la manifestazione dell’11 ottobre, quella della riscossa della Sinistra?
    Questi signori sarebbero quindi ancora possibili interlocutori della cosiddetta “sinistra di classe”?
    Poveri noi. E poi ci si sorprende della “svolta a destra”. Ma è andata ancora bene! Alla Repubblica di Weimar andò molto peggio, se si vogliono fare paragoni storici (che sono sempre utili, specialmente quando si tengono bene in conto le differenze).
    E poveri noi se solo il Picconatore è riuscito a dire di Mario Draghi “un vile affarista... socio della banca d'affari americana Goldman Sachs ... responsabile della svendita dell'industria pubblica italiana quand'era Direttore generale del Tesoro” (a dir la verità lo aveva già detto a suo tempo anche qualche giornalista di estrema sinistra silenziato, a volte con insulti, come Fulvio Grimaldi e qualche giornalista molto di destra - oddio! di destra! chi ho osato citare! quanto sono politicamente scorretto!).

    P. Pagliani


    PS
    Se qualcuno pensa che anche adesso, pur se con mille reticenze, si rincomincia a pensare di rimettere l’economia sotto il controllo della politica, io posso solo rispondergli: ad occhio e croce sembrerebbe di sì; d’altronde man mano che gli scontri geopolitici si fanno più duri (e la crisi è una conseguenza di questi scontri, non la causa), la politica dovrebbe - almeno in teoria - prendere il sopravvento. Ricordiamoci che il grande Karl Polanyi sottolineava che l’iper cosmopolita e internazionalizzata Haut Finance non era comunque mai riuscita a scongiurare nemmeno una guerra. Questo non vuol dire che io pensi che si andrà necessariamente ad uno scontro militare - nemmeno penso che sia molto probabile - ma solo che la politica, cioè il Potere Territoriale (e la guerra è il suo eventuale prolungamento militare), è alla fine quella che decide.
    Ma siamo solo all’inizio dell’analisi. Per ora, riguardo al dilemma politica/economia, segnalo un controesempio a quanto appena detto, degno quasi d'una commedia dei Fratelli Marx.
    Un gruppo ristretto di manager della American International Group Inc. (la famigerata AIG salvata per i cinque capelli dall’Amministrazione Bush) hanno speso circa 86.000 dollari durante una recente battuta di caccia in Inghilterra. Evidentemente volevano festeggiare i 37,8 miliardi di dollari ricevuti dalla Federal Reserve.
    Non stupitevi: il ministro del Tesoro statunitense è anch’egli un ex Goldman Sachs. E sa che è a Wall Street che tornerà.
    Una garanzia.

  2. #2
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    La peste economica e il collasso ambientale
    La crisi vi preoccupa?
    Non avete visto nulla
    Crisi finanziaria e crisi ambientale hanno la stessa radice: l´avidità degli speculatori Reuters
    George Monbiot*
    Quello che è accaduto è niente. Niente, se lo compariamo a quello che ci attende. La crisi finanziaria per la quale siamo chiamati a pagare così pesantemente ci preannuncia quello che sarà il vero collasso, quando l'umanità andrà a sbattere contro i suoi limiti ecologici. Mentre strabuzziamo gli occhi davanti alle cifre svolazzanti della finanza, un altra serie di numeri ci passa accanto. Pavan Sukhdev, l'economista della Deutsche Bank che guida lo studio europeo sugli ecosistemi, ha riferito di alcune cifre: a causa della deforestazione si perdono ogni anno dai 2 ai 5 trilioni di dollari. Sukhdev è arrivato a queste cifre stimando i valori dei beni, dal carbone e all'acqua pulita, che le foreste ci forniscono e quali sarebbero i costi sostituendo questi beni o facendone a meno. La situazione difficile del credito è ben poca cosa se comparato a quella della natura.
    Le due crisi hanno la stessa causa. In entrambi coloro che sfruttano le risorse chiedono in cambio tariffe impossibili e invocano crediti che non potranno essere pagati. In entrambi i casi si negano le probabili conseguenze. Ho sempre pensato che la negazione collettiva era un fatto peculiare rispetto al cambiamento climatico. Oggi so che è la prima risposta ad ogni incombente delocalizzazione.
    Ecologia ed economia derivano entrambe dalla parola greca oikos , che significa abitazione. La nostra sopravvivenza dipende dalla gestione razionale di questa casa: in poche parole lo spazio dove la vita è sostenibile. Le regole sono uguali in entrambi i casi. Se consumi risorse ad una velocità superiore a quanto occorre per riprodurle i tuoi beni crolleranno. Questo è un'altro termine che ci ricorda di questa connessione. Ci sono 69 definizioni per il termine stock (titoli, azioni). Quando si parla di fondi o di azioni, ci si riferisce al tronco di qualcosa, dal quale "i guadagni sono un appendice". Il collasso si determina quando si sfronda un albero così pesantemente che muore. L'ecologia è il tronco, lo stock da cui tutte le ricchezze e il benessere cresce.
    Le due crisi si alimentano fra di loro. Una delle conseguenze del collasso finanziario dell'Islanda è stata la sua conseguente richiesta ad entrare nell'Unione europea, il che significherà la resa dei sui spazi marini alle politiche europee relative alla pesca. Il primo ministro islandese Haarde ha già suggerito ai suoi concittadini di concentrarsi nello sfruttamento dei suoi mari. Il disastro economico porterà ad un disastro ecologico. Nel suo libro "Collassi", Jared Diamond ci ha raccontato come spesso una crisi ecologica sia il preludio di una catastrofe sociale. L'esempio più clamoroso è quello dell'isola di Pasqua, dove l'intera comunità si disintegrò proprio quando raggiunse il suo più alto numero di abitanti, quando gli ultimi alberi furono tagliati e la costruzione di statue di pietra raggiunse il suo culmine. I capi dell'isola fecero a gara per ereggere quei monoliti, per fare questo occorrevano corde e e legno per trasportarle, cibo per i lavoratori. E così mentre gli alberi e i terreni da cui dipendeva la sopravvivenza degli isolani scomparivano, la popolazione collassò e i sopravvissuti si diedero al cannibalismo. (Speriamo che non accada lo stesso in Islanda). Diamonds si chiede cosa pensava l'abitante dell'isola di Pasqua mentre abbatteva l'ultima palma dell'isola. Come i taglialegna di oggi avrebbe detto «"Lavoro, non alberi!» oppure: «La tecnologia risolverà tutti i problemi, non abbiate paura, troveremo un sostituto del legno».
    Il collasso ecologico, ci mostra Diamond, può essere il risultato di un successo economico come di un fallimento. Ad esempio i Maya. Fu tra la le civiltà più avanzate del suo tempo. Ma una combinazione di aumento demografico, di stravaganti progetti di costruzioni e di cattiva gestione della terra portò alla loro scomparsa. Il collasso fu accelerato «dalla competizione tra i re i nobili che portarono ad una cronica passione per la guerra e alla costruzione di monumenti piuttosto che alla ricerca di soluzioni per i problemi». Vi suona familiare?
    Ed ecco alcune delle ragioni per cui le persone non intervengono per prevenire i collassi ambientali. Le loro risorse appaiono all'inizio essere inesauribili. La tendenza all'impoverimento di lungo termine viene mascherato da fluttuazioni a breve termine. un piccolo numero di persone potenti difendono i loro interessi a scapito della maggioranza. Profitti a breve prevalgono sulle prospettive di sopravvivenza. Lo stesso accade nei collassi dei sistemi finanziari. E' questo il modo a cui sono destinati a comportarsi gli esseri umani? Uno dei benefici della modernità è la nostra abilità a riconoscere le tendenze e a predire risultati. Se il pesce in un ecosistema sfruttato cresce del 5% mentre la pesca si espande del 10% all'anno, è facile prevedere che il sistema pesca collasserà. Se l'economia globale continuerà a crescere del 3% all'anno (o 1700% ogni secolo) anche questa sbatterà contro il muro.
    In tal senso la crisi ci offre l'opportunità per ripensare alle nostre prospettive. I governi che dovranno ristrutturare le loro economie farebbero bene a leggere il libro di Herman Daly "Steady-State Economics". In breve quello che Daly suggerisce è che le nazioni ricche dovrebbero provvedere alla crescita (magari con le stesse materie prime) attraverso lo sviluppo. Una solida economia di Stato deve avere una quantità di capitale non più alta di quanto il suo ecosistema potrà assorbire. La povertà affrontata con una redistribuzione della ricchezza. Le banche potranno prestare denaro solo in quantità di quanto ne posseggono. In alternativa possiamo persistere su come abbiamo fatto fino ad oggi. La crisi ci mostra cosa accade quando proviamo a far coincidere i fatti con i desideri. Ora dobbiamo imparare a vivere nel mondo reale.


    Dal Guardian 14 ottobre 2008
    ARDITI NON GENDARMI

 

 

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