OMNIA SUNT COMMUNIA
LA DEBACLE DEL SISTEMA FINANZIARIO di M. Tozzato
1)
Riprendendo le annotazioni di G. Petrosillo, nel suo intervento del 14.10.2008 “riguardante la
chiusura del NYSE (New York Stock Exchange)” tra la fine di luglio e la fine di novembre del
1914, mi sembra utile riportare questa citazione tratta dal libro di Larry Allen Il sistema finanziario
globale. Dal 1750 a oggi (Bruno Mondadori – Milano 2002):
<<Nel 1914, il valore medio delle emissioni azionarie delle società commerciali e industriali
quotate alla Borsa di New York ammontava a 24,7 milioni di dollari, mentre il valore medio delle
stesse emissioni azionarie alla Borsa di Londra era di 1,03 milioni di sterline, ciò che fa ritenere
che le compagnie quotate alla Borsa di New York fossero mediamente di dimensioni cinque volte
maggiori di quelle quotate alla Borsa di Londra. New York si rifiutava di quotare i titoli statali e
quelli dei governi locali se erano troppo piccoli, e rifiutava di quotare i titoli delle compagnie
minerarie e petrolifere perché erano ritenute troppo a rischio, mentre questo giudizio non venne
mai condiviso dalla Borsa di Londra. La Borsa di New York accettava di mettere in listino
solamente compagnie che fossero saldamente costituite e i cui titoli avessero già un mercato
all’esterno della Borsa. L’accesso privilegiato al parquet della Borsa di New York, riservato alle
compagnie solide e a uso intensivo di capitale, può essere una delle cause che hanno accelerato la
tendenza alla fusione e alla costituzione di società per azioni sempre più ampie negli Stati Uniti,
dato che queste compagnie avevano maggiore probabilità di acquisire capitali rispetto a quelle più
piccole. In Gran Bretagna, verso la fine del secolo, la tendenza a realizzare fusioni e a costituire
compagnie di dimensioni sempre maggiori non era così accentuata, in parte perché le piccole
compagnie potevano ancora accedere alla Borsa di Londra, e ciò rendeva il loro capitale, che
poteva essere convertito rapidamente in denaro liquido, di grande valore per gli azionisti.>>
Gli Stati Uniti, dopo la fine della Grande Depressione (1873-1896), erano, in pochi anni, già
diventati la prima potenza produttiva del pianeta – anche grazie ad un mercato interno molto ampio
favorito da un sistema di trasporti decisamente efficiente – e le industrie continuavano nel loro
processo di concentrazione mentre il diffondersi delle società per azioni favoriva la sempre
maggiore centralizzazione dei capitali. Ovviamente bisogna intendere questo processo nel senso più
volte ricordato da La Grassa, per il quale questa dinamica rientra nel coordinamento e
approntamento di maggiori risorse materiali e di “potenza”, intesa in senso lato, per lo sviluppo del
conflitto strategico tra gruppi dominanti a livello nazionale, continentale-“regionale” e globale. Ad
ogni modo anche se il primato in campo finanziario rimaneva ancora agli inglesi i presupposti del
“sorpasso” anche in questo “settore” – certamente determinato in maniera definitiva dallo
sconvolgimento della Grande Guerra – si poteva già prevedere negli anni precedenti al primo
conflitto mondiale. Scrive infatti ancora Allen:
<<All’inizio del XX secolo, New York era diventata un centro finanziario di rilevanza mondiale, e
il 90 per cento di tutti i movimenti internazionali di capitale rappresentava investimento di
portafoglio, composto dalla proprietà di azioni di imprese controllate da una dirigenza separata
dalla proprietà.>>
2)
E ancora appaiono interessanti le osservazioni di Enzo Mingione (Sociologia della vita economica –
La Nuova Italia Scientifica – Roma 1997) che così descrive i presupposti del definitivo affermarsi
dell’egemonia economico-finanziaria americana rispetto ai concorrenti inglesi e tedeschi:
<<Tra il 1880 e lo scoppio della Prima guerra mondiale si diffondono in tutto il mondo
industrializzato i primi rudimenti degli interventi di welfare, in termini di previdenza,
scolarizzazione, assistenza medica. Allo stesso tempo, la ricerca di condizioni che consentano di
superare i limiti delle specializzazioni artigianali impone nuove forme di selezione della forza
lavoro e di organizzazione dei processi produttivi che rendano compatibile l’alta produttività con
l’impiego di lavoratori senza esperienza e specializzazione artigianale. Particolarmente in
Germania e negli Stati Uniti, se pure in termini differenti, emergono gruppi industriali complessi a
gestione manageriale, che esprimono esigenze regolative differenti rispetto a quelle maturate nelle
fabbriche inglesi, a gestione familiare e immerse in un clima di competizione disorganizzata.>>
E anche Arrighi (1996), in proposito, nota come mentre la Germania si indirizza verso forme di
integrazione “orizzontale”, cioè accordi di cartello tra tutti gli industriali che dovrebbero competere
tra loro, negli Stati Uniti prevalgono forme di integrazione “verticale” che tendono ad organizzare il
controllo dell’intero processo produttivo delle diverse “catene merceologiche” all’interno di grandi
gruppi a gestione manageriale. Riguardo alla costituzione dei primi elementi dello “Stato sociale” è
necessario, poi, sempre rammentare che l’Europa e gli USA hanno imboccato percorsi differenti
determinati fondamentalmente dalla genesi e dallo sviluppo specifico che ha caratterizzato la
società e le istituzioni degli Stati Uniti. Gli ostacoli frapposti dalla dissoluzione per gradi dei “lacci”
corporativi, che hanno condizionato fino a i primi del Novecento i rapporti di lavoro e le forme
societarie d’impresa in vaste zone d’Europa erano assenti , sin dall’inizio, negli States; è da rilevare,
poi, come il welfare negli USA non si è mai incardinato in strutture stabili che potessero costituire
un legame per la politica economica e per la gestione della spesa pubblica da parte dei governi. Il
nazionalismo “multietnico” puritano, in definitiva, ha caratterizzato in maniera indelebile e
continuativa la specificità della cultura e delle dinamiche sociali della superpotenza d’oltreoceano.
La formazione sociale capitalistica (in Occidente) è transitata dalla fase definibile come borghese a
quella denominabile come società dei funzionari del capitale a partire dalle trasformazioni che si
sono verificate negli Stati Uniti nel periodo storico al quale ho brevemente accennato in questo
intervento. Lo studio storico (non solamente di “storia economica”) di questo passaggio richiede e
richiederà l’impegno di persone che abbiano una specifica competenza in materia anche se, in
mancanza di meglio, anche gli interventi dei non specialisti che vogliano “fare uno sforzo” penso
possano essere utili.
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