User Tag List

Pagina 9 di 9 PrimaPrima ... 89
Risultati da 81 a 88 di 88
  1. #81
    Lumbard
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Località
    Lach Magiùr
    Messaggi
    11,729
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Adam5 Visualizza Messaggio
    se il 90% degli abitanti del nord volevano l'indipendenza ci sarebbe la padania
    1. in democrazia basta il 50%+1

    2. se la lega fosse andata avanti (senza l'inciucio mortale con berluska e mafie varie) adesso la maggioranza avrebbe chiesto a gran voce altro che la secessione

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #82
    email non funzionante
    Data Registrazione
    18 Apr 2008
    Messaggi
    163
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da stefano_splind Visualizza Messaggio
    ma lo capisci o no che non sto discutendo quello, ma ti sto spiegando LE CAUSE perchè quel 90% non c'è!! e a dire il vero non c'è neppure in Scozia, in Catalogna, nelle Fiandre, nei Paesi Baschi, e probabilmente non c'era neanche in Ucraina o in Slovenia e Croaziona, o in Repubblica Ceca e Slovachia...90% è davvero tantino..........
    i paesi che sono diventati indipendenti hanno quasi tutti livelli del 80/90%.Gli altri non riescono a diventare indipendenti

  3. #83
    email non funzionante
    Data Registrazione
    27 May 2008
    Messaggi
    642
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    1. in democrazia basta il 50%+1

    2. se la lega fosse andata avanti (senza l'inciucio mortale con berluska e mafie varie) adesso la maggioranza avrebbe chiesto a gran voce altro che la secessione

    io di questo ne dubito altamente (altrimenti lo avrebbe fatto prima)...anzi, mi pare che proprio per il fatto che la spinta indipendentista e il consenso stessero scemando (anche per i grossi errori fatti dalla lega, vedi Serbia, etc) la lega è dovuta scendere a compromessi e abbandonare quella via....poi diciamocelo chiaramente, senza gente che si esponga (ricordo le centinaia di dissidenti catalani e baschi incarcerati perchè volevano l'indipendenza..è questo che vuol dire esporsi) e che lotti non si va da nessuna parte, soprattutto se hai i "poteri forti" che remano contro.
    partiti localisti che abbiano più del 30% poi, in Europa, se escludiamo quello bavarese, ne vedo ben pochi. E non vorrei dire una cazzata ma se davvero si fosse potuto arrivare all'indipendenza bossi non si sarebbe mai alleato con berluscazzi per ottenere un minimo di federalismo, ma sarebbe andato per la sua strada.
    Sono cose che bisogna accettare. Io mi dico, se la gente è contenta cosi che ci dobbiamo fare?buon per la maggior parte della gente. Se sono tutti contenti di essere nel paese più ridicolo d'europa (e preso in giro da tutti), di avere servizi indecenti a fronte di tasse pagate elevatissime, di avere i più bassi stipendi europei, di esser SEMI-ESTINTI e con culture lingue locali ormai in via di sparizione...tutto ciò invece che essere una grande Svizzera. Beh, perchè devo farmi venire il sangue amaro se la maggior parte della gente accetta passivamente tutto ciò?

  4. #84
    email non funzionante
    Data Registrazione
    27 May 2008
    Messaggi
    642
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Adam5 Visualizza Messaggio
    i paesi che sono diventati indipendenti hanno quasi tutti livelli del 80/90%.Gli altri non riescono a diventare indipendenti

    io sto cercando di intavolare un dibattito con te sui motivi per cui non c'è questo famoso 90%.....l'ho capito che non c'è!!
    comunque secondo me Spagna e Belgio si sfalderanno anche senza il tuo famoso 90%...si spera in un effetto a catena e che qualcuno si svegli anche da noi..

  5. #85
    Registered User
    Data Registrazione
    20 Jul 2005
    Messaggi
    382
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    la maggior parte degli abitanti del nord sono persone imbelli e materialiste preoccupate principalmente di lavorare e risparmiare, l'ipotesi di prendere in mano armi e insorgere è pura fantascienza e personalmente, viste le mie convinzioni pacifiste, sono contento che le cose stiano così. Però... però come tutte le persone materialiste sostanzialmente prive di ideali, gli abitanti del nord guardano principalmente allo stato di salute del loro portafoglio e se lo stato italia non fosse più loro conveniente non esiterebbero a mollare Roma, pizza, pasta col pomodoro, nazziunala di pallone e altri feticci tricolori in un batter di ciglio.
    Pacificamente, è ovvio.

  6. #86
    email non funzionante
    Data Registrazione
    11 Oct 2008
    Messaggi
    904
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    1. in democrazia basta il 50%+1

    2. se la lega fosse andata avanti (senza l'inciucio mortale con berluska e mafie varie) adesso la maggioranza avrebbe chiesto a gran voce altro che la secessione
    Anche meno, le rivoluzioni sono spessissimo fatte da minoranze. Decise.

  7. #87
    email non funzionante
    Data Registrazione
    27 May 2008
    Messaggi
    642
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da erciccio Visualizza Messaggio
    Infatti...ho tutto il rispetto possibile per gli indipendentismi di tutto il mondo tranne che per il "Padanismo", per due motivi:
    - ancora nessuno è riuscito a dare una definizione dignitosa di Padania. A parte l'antimeridionalismo e l'antiromanismo non c'è un solo comune denominatore nella "padania geografica" (ed anche sulla geografia ci sarebbe da ridire..)
    - sono 20 anni che va avanti sto chiacchericcio e brusio di sottofondo ("se qui al Nord..." "ehhhhhhh, sapeste..." )con fatti 0,00. Quaquaraquà incredibili, per un presunto popolo che vante presunti passati di grandezza
    Dateve una mossa, davvero...sta lagna continua rende ridicoli

    Se poi invece delle ridicola Padania qualcuno volesse "staccare" Insubria e Veneto, entità già meglio definite...fate pure.
    Anche se "i liberi-de-che-non-se-sa popoli" di queste due regioni decidessero di staccarsi, nessuno nel resto del mondo italiota e non soffrirebbe un gran che...

    Però MUOVETEVE...persino a Roma saremmo riusciti a fare prima e meglio...

    per quanto io preferisca pensare a quelle comunità che in passato ebbero realmente un'unità e una forma statuale come Il Piemonte o il Veneto, se vuoi sapere cos'è la Padania eccoti accontentato...

    da rivistaindipendenza.org
    Sergio Salvi è uno studioso dei movimenti nazionalitari. Tra le sue opere ricordiamo Le nazioni proibite (Firenze, 1973) dedicato alle nazioni senza Stato dell’Europa occidentale, Le lingue tagliate (Milano, 1975) incentrato sulle minoranze linguistiche della repubblica italiana e Patria e Matria (Firenze, 1978) uno studio sull’applicazione del principio di nazionalità nell’Europa contemporanea.
    Delle più recenti segnaliamo la disUnione Sovietica (Ponte alle Grazie, 1990), che ha come sottotitolo Guida alle nazioni del Non Russia, scritto poco prima dell’implosione -o, se si preferisce, dello scioglimento politico formale- dell’URSS, nel ‘91, in cui Salvi dedica a ciascuna delle nazioni di questa non-Russia un ritratto ‘dall’interno’, ricco di dati e di informazioni inedite o rare, facendo il punto sulla cultura, la storia secolare, la lingua e la cronaca politica più recente di ciascuna di esse.
    La nazione padana
    Sul n.66/67 (1ª serie) di Indipendenza ho letto un articolo di Giulio Silvestri dove si afferma che la Padania, come nazione, non esiste. È sicuramente un’opinione condivisa dalla maggioranza degli italiani, sulla quale convengono e convergono non soltanto Fini e D’Alema ma anche Rauti e Bertinotti. L’opinione contraria sembra avere, al momento, soltanto la sponsorship, per giunta sospetta, di Bossi. Personalmente credo invece che la Padania, come nazione, esista. E mi dispiace che soltanto la Lega Nord sia di questo avviso. Vedrei volentieri una sinistra padana, anche di tipo tradizionale, che contendesse alla Lega il monopolio del padanismo. Anche se non escludo una sua prossima comparsa in tempi anche relativamente brevi, devo constatare che soltanto una ideologia apparentemente di destra fornisce, in questo momento, un supporto politico e culturale ad una realtà che mi appare sempre più inoppugnabile anche per una possibile sinistra al passo coi tempi. Del resto la nazione basca esisteva anche se il suo profeta, Sabino Arana Goiri, era un "reazionario" intinto di razzismo. Hanno creduto poi, ardentemente, nella nazione bretone tanto il "bolscevico" Yann Sohier quanto il filonazista Célestin Lainé.
    Ma torniamo alle argomentazioni di Silvestri che, per una parte almeno, sono le stesse di Veltroni e di Gasparri. Ciò appare evidente quando il collaboratore di Indipendenza ritiene impossibile che "la fantomatica Padania sia mai stata o possa oggi essere considerata un’entità nazionale distinta dal resto dell’Italia". La ragione addotta è "etnica", cioè, in fondo, linguistica: la supposta mancanza di una lingua propria e di una conseguente rivendicazione ("patrimonio imprescindibile di tutti i movimenti a base etnica") che caratterizzi i "nazionalisti" padani (cioè, attualmente, i leghisti). A parte il fatto che la Lega, ora che è possibile accorgersi di ciò che bolle nella sua pentola (grazie al quotidiano la Padania e alla maggior diffusione dei Quaderni padani), è piuttosto impegnata, sia pure in modo goffo, in rivendicazioni di questo tipo, mi sembra che gli argomenti a favore dell’esistenza di una lingua padana, sia pure priva di una forma standard, siano sempre più evidenti (anche se poco visibili sui mass media, del tutto trascurati dalla scuola dell’obbligo e pertanto ignoti, o quasi, all’opinione pubblica).
    Le lingue etniche dei cittadini italiani, tuttora vive e vegete col nome e il rango di "dialetti", sono sempre state celate dalle cortine di fumo e di incenso sprigionate dal culto e dall’uso (obbligatorio) della cosiddetta lingua italiana, in realtà il dialetto fiorentino del XIII secolo, normalizzato circa tre secoli dopo. Questo dialetto prestigioso si è imposto presso una limitatissima cerchia di intellettuali, soprattutto a causa dell’eccellenza della sua dimensione letteraria ed è stato poi imposto, per via politica e amministrativa, al resto degli italiani. Proprio a causa di questa dimensione letteraria esorbitante, i primi classificatori degli idiomi romanzi (Diez, 1836-43; Meyer-Lübke, 1890-1902; Wartburg, 1939), che non badavano troppo ai "dialetti" quando erano privi di rilevanza letteraria, parlano, nei confronti della penisola, soltanto di lingua italiana, anche se a partire da Meyer-Lübke il sardo e il retoromanzo (con il friulano) sono stati svincolati dal sistema dei dialetti italiani e hanno visto riconosciuta la loro identità.
    Come nelle scuole italiane non si insegna la musica, in esse non viene insegnata nemmeno la linguistica. A causa di questa situazione, pochissimi italiani colti, che pure mostrano di sapere che il francese e lo spagnolo non sono dialetti italiani, sanno che il sardo e il friulano sono lingue diverse dall’italiano. E soltanto qualcuno tra loro mostra di intendere, per questa ragione, l’esistenza di una nazionalità sarda e friulana distinte da quella italiana.
    Si contano forse sulla punta delle dita di una sola mano coloro che sanno come il linguista Clemente Merlo abbia (1924-37) ripartito i numerosi dialetti rimasti italiani (dopo la secessione classificatoria del sardo e del ladino-friulano) in tre gruppi: settentrionale, toscano e centro-meridionale. Tale tripartizione è diventata però canonica ed è stata accettata in quasi tutti i manuali di dialettologia. Ma le cose sono andate avanti, negli ultimi tempi, in modo forse imprevedibile. Nel 1952, un altro linguista, A. Monteverdi, ha riconosciuto al sistema dialettale "italiano settentrionale" una decisa e precisa autonomia, tale da separarlo dai dialetti fino allora considerati italiani. Nel 1972, un altro linguista celebre, G. B. Pellegrini, ha rilevato che, concessa a ragione un’identità precipua ai dialetti alto-italiani, non si capiva proprio perché una analoga autonomia non dovesse venire elargita anche a quelli italiani centro-meridionali. Ed ha stilato una classificazione autorevole (I cinque sistemi dell’italo-romanzo) secondo la quale i gruppi linguistici autoctoni del paese sono: 1) italiano settentrionale o cisalpino, nel quale vengono inclusi anche il ligure, il veneto e l’istrioto, che appaiono, a prima vista, dotati di una minore affinità con gli altri dialetti del gruppo; 2) friulano; 3) italiano centro-meridionale; 4) sardo; 5) toscano. L’"italiano settentrionale" o "cisalpino" può essere, oggi, definito "padano", in sintonia con la nuova terminologia politica.
    È ovvio che la lingua italiana (quella ufficiale dello stato) appare collegata, storicamente e strutturalmente, soltanto al sistema dialettale toscano, dal quale gli altri sistemi dialettali divergono in maniera cospicua così come divergono tra di loro. Durante le recenti elezioni politiche, un autonomista siciliano ebbe del resto a dichiarare che se un italiano meridionale dice, nella sua lingua parlata, iu aju per io ho, un settentrionale direbbe, nella medesima circostanza, mi go: a prova della radicale diversità fra questi due popoli, perlomeno come idioma. Questo aneddoto, più politico che linguistico, è sufficiente a fare intendere una differenza che sarebbe stolto, in questa sede, esplicare con un elenco esaustivo delle caratteristiche specifiche dei diversi sistemi linguistici che si spartiscono territorialmente lo stato italiano.
    Spero che i lettori di Indipendenza, approfondendo per conto loro i tratti distintivi dei vari sistemi enunciati da Pellegrini, siano convinti che il dialetto di Torino, quello di Milano e quello di Genova siano segnati sì da differenze ma anche da un grado di affinità assai maggiore di quello rilevabile da un confronto tra uno di questi dialetti e il napoletano oppure il trapanese.
    Ciò significa, lo ripeto, che il nostro paese è diviso, al suo interno, in cinque aree linguistiche e culturali e che ognuna di queste aree si trova in condizioni non dissimili da quelle che caratterizzano, nello stato spagnolo, i territori di lingua castigliana, quelli di lingua catalana, quelli di lingua basca e quelli di lingua galaico-portoghese. Se dalla lingua si passa alla cultura, dalla cultura alla storia, dalla storia alla società e all’economia, si vedrà come queste aree si qualifichino come sedi di autentiche comunità. Secondo alcuni costumi terminologici ormai inveterati, queste comunità si definiscono "nazioni". Se ci sono ragioni evidenti per sostenere (da parte, evidentemente, di chi lo sostiene) che esiste una entità nazionale catalana diversa dal resto della Spagna (sto parafrasando Silvestri) non si capisce perché lo stesso discorso non valga anche per la Padania. Almeno da un punto di vista linguistico. Anche se per molti la lingua non è tutto, essa è, a mio avviso, la spia di tutto (o quasi). Soprattutto della dimensione nazionale dei popoli (e mi sembra che questa opinione sia, almeno teoricamente, condivisa da Silvestri).
    Secondo un determinato filone ideologico, fatto proprio tra l’altro dal pensiero marxista (oggi piuttosto disprezzato), non è necessaria la consapevolezza di un popolo di far parte di una determinata nazione perché la sua appartenenza nazionale possa essere revocata.
    Appare tuttavia inspiegabile come una coscienza nazionale padana non sia sorta almeno attorno alla metà del XIX secolo, come è accaduto nel caso dei baschi o dei catalani, dei lituani e dei lettoni, dei bretoni o addirittura degli occitani. Le condizioni c’erano tutte (meno quella, appunto, della coscienza). Ad ogni modo, questa coscienza oggi esiste, non importa quanto diffusa. Anche se esiste da pochi anni (forse mesi). Tramite la Lega Nord, si è addirittura manifestata in termini perentori, rilevabili sul piano politico e su quello elettorale.
    Su questo piano, la Padania ha già battuto l’Occitania, che pure si è risvegliata un secolo e mezzo fa. I partiti occitanisti ottengono, nelle elezioni politiche francesi, percentuali da prefisso telefonico. L’unico partito padanista purtroppo esistente, la Lega Nord, nella tornata politica del 1996 ha ottenuto, in Padania, più del 20% dei voti qualificandosi, nel computo proporzionale, come il maggior partito dell’Italia settentrionale. Dal punto di vista culturale, l’Occitania appare invece in netto vantaggio sulla Padania. La riflessione storica, l’attività linguistica e letteraria, l’indagine accurata della propria identità hanno prodotto, in Occitania, una serie rilevante di studi ineccepibili e di affermazioni non aprioristiche. I padanisti appaiono, al confronto, ancora fermi al nastro di partenza, con l’aggravante di tutta una serie di false partenze che sembrano segnare itinerari confusi e contraddittori. Ma sono soltanto all’inizio. L’Occitania appare, tra le comunità nazionali prive di stato dell’Europa occidentale, come il caso più simile a quello padano. Padania e Occitania sono infatti le comunità maggiori sia per territorio sia per numero di abitanti (24.000.000 di padani su 58.000.000 di "italiani"; 15.000.000 di occitani su 56.000.000 di "francesi"): riconoscerle come nazionalità significa mettere radicalmente in discussione la liceità e la permanenza di stati che vengono abitualmente quanto erroneamente considerati "nazionali" (uno di essi, addirittura come il prototipo dello stato nazionale moderno). La fatica intellettuale che un riconoscimento di questo tipo costa al cittadino medio di questi due stati (e lo sconcerto che ne deriva) è sicuramente devastante e soprattutto superiore a quella relativa al riconoscimento delle abituali minoranze ormai note. I corsi sono appena 250.000; i valdostani 100.000.
    Un altro aspetto lega tra loro queste due realtà per tanti aspetti emblematiche. Trattandosi di due comunità relativamente vaste, le varietà regionali esistenti al loro interno appaiono sensibili. Ma non tali da negare un chiaro denominatore comune. Ciò appare evidente sul piano linguistico. Le affinità tra i diversi dialetti nei quali si articolano i due ambiti sono comunque maggiori delle diversità: il provenzale è infatti assai più vicino all’alverniate che non al borgognone (che è infatti un dialetto francese). È la stessa situazione del romagnolo nei confronti del piemontese (ma non nei confronti del pur limitrofo toscano, con il quale le divergenze sono nette). Padania e Occitania recano entrambe, nei loro sistemi dialettali, alcuni esempi di "minore affinità" che possono dare luogo a qualche dubbio (comunque risolvibile e in effetti risolto). È il caso del guascone nei confronti degli altri dialetti occitani. È il caso del veneto nei confronti degli altri dialetti padani. Qualcosa di simile accade anche alla Catalogna, qualora la si intenda in maniera corretta, cioè non solo come la "comunità" amministrativa autonoma di questo nome dello stato spagnolo ma come una comunità nazionale comprendente, in Spagna, anche il Paese Valenzano e le Baleari.
    Sul piano linguistico, tuttavia, questa più grande Catalogna (10.000.000 di catalani su 40.000.000 di "spagnoli") può contare su un fatto di importanza fondamentale. La lingua catalana non è più soltanto una "federazione di dialetti". Ha sviluppato, al suo interno, addirittura nel 1913, una forma standard che è diventata, grazie alla costituzione spagnola del 1978, la lingua ufficiale (insieme ovviamente al castigliano) della Comunità Autonoma di Catalogna, di quella delle Baleari e perfino della Comunità Valenzana, la meno cosciente della propria nazionalità catalana: al punto che Valenza, per una rivalità storica nei confronti di Barcellona, chiama questa lingua "valenzana", anche se è identica a quella chiamata catalana in Catalogna e nelle Baleari, anche se è assai più vicina al dialetto di Barcellona che a quello di Valenza.
    L’Occitania è ancora lontana da questo risultato. Ha comunque messo a punto, a cavallo dell’ultima guerra mondiale, una standardizzazione ortografica dei suoi dialetti, ispirandosi in larga parte alla grafia dei trovatori: è un sistema che riesce a diminuire considerevolmente le diversità registrabili al livello della lingua parlata. È ovvio che l’uso di questa lingua normalizzata soltanto ortograficamente non è ufficiale. La Francia è infatti, come e più dell’Italia, un paese rigidamente centralizzato. Tuttavia, in alcuni settori dell’educazione, questa lingua è riconosciuta e perfino impiegata. Dal 1951, con la Legge Deixonne, l’occitano è infatti riconosciuto dallo stato francese come una delle "lingue regionali di Francia" anche se si presenta come un ventaglio di dialetti (di cui si ammette evidentemente l’unità di fondo). Allo stesso titolo, concesso, ad esempio, al catalano di Francia (una parte del paese catalano fu annesso alla Francia del 1659, con la pace dei Pirenei) dove si parla, più o meno, il dialetto di Barcellona.
    La situazione linguistica della Padania è sicuramente peggiore di quella occitana in quanto non esiste ancora una minima standardizzazione ortografica tale da segnalare convenzionalmente l’affinità indubitabile tra i vari dialetti. La scrittura cervellotica con la quale si presentano i diversi dialetti sembra fatta apposta per celarne l’affinità. Manca poi, nel nostro paese, il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica (e della maggior parte degli intellettuali) dell’unità strutturale della lingua padana. Se il parlamento di Roma approvasse una sua Legge Deixonne, probabilmente non vi parlerebbe nemmeno di lingua padana ma di "lingue" piemontese, lombarda, emiliana e così via. È come se la Francia non riconoscesse l’occitano ma ponendoli sullo stesso piano (e sul piano del corso, del bretone e così via) parlasse solo di provenzale, di gavotto, di linguadociano, di alverniate, di limosine e di guascone, ignorando la loro unità di fondo.
    È innegabile che l’Occitania gode di un atout di grande peso culturale: è il paese della lingua d’oc, nella quale si è espressa, molti secoli fa, una grande stagione della letteratura europea. Se i primi classificatori degli idiomi neolatini hanno tenuto separato l’occitano dal francese, nonostante la frammentazione dialettale dell’occitano, ciò dipende esclusivamente da questa ragione.
    La Padania non ha invece espresso, nella sua lingua autoctona, una letteratura paragonabile, per importanza e per notorietà, a quella dei trovatori. Eppure, nel XIII secolo, alcuni poeti come Bonvesin da la Riva, Ugo di Perso, Girardo Patecchio, Uguccione da Lodi, Pietro da Bersagapé, Giacomino da Verona e altri scrivevano in lingua padana. Afferma in proposito Gerhard Rohlfs che "in Alta Italia si era sviluppata una koiné padana, di tipo lombardo-veneto, di ampio uso letterario. Nel corso del Duecento questa koiné era già sulla via di assurgere a lingua letteraria nazionale". Di quale nazione? Di quella padana, ovviamente.
    Poi le cose sono andate diversamente. La politica e le armi hanno sconfitto la lingua occitana dei trovatori con la vittoria del francese, nonostante la sua grande letteratura; così come, con modalità diverse, hanno sconfitto la lingua padana con la vittoria dell’italiano. I due popoli hanno bensì continuato a parlare i loro dialetti precipui ma hanno perso ogni modello di riferimento e l’idea stessa della loro appartenenza ad un’unica lingua. A volerla dire tutta, dovremmo segnalare che i dialetti padani sono più vicini ai dialetti occitani che a quelli considerati tradizionalmente "italiani".
    Se dalla coppia nazionale Occitania-Padania si passa alla coppia statale Francia-Italia, si assiste ad un vero paradosso. Mentre in Francia esiste una nazione francese che, ingrandendosi territorialmente a spese di altre nazioni, ha formato lo stato francese, in Italia esiste uno stato italiano ma non una nazione italiana. La conquista franca della Gallia ha mutato, del resto, il nome di quella regione trasformandolo in Francia. La conquista franca dell’Italia ha impedito che essa diventasse Lombardia (cioè Longobardia) e alla regione è rimasto un nome soltanto geografico, privo di connotazioni etniche.
    In Francia abbiamo dunque una nazione francese ma anche una nazione occitana, una nazione bretone e frange delle nazioni olandese, tedesca, "italiana", basca e catalana. In Italia, oltre a frange delle nazioni francese, occitana, tedesca, slovena, croata, albanese, greca e catalana, nonché a piccole nazioni come la sarda, la friulana e la ladina dolomitica, esistono in realtà una nazione padana, una nazione toscana e una nazione che al momento si definisce come "italiana centro-meridionale" (Nicola Zitara vorrebbe chiamarla Magna Grecia, il microscopico Fronte di Liberazione Meridionale avanza il nome di Enotria, la neonata Lega di Melfi quello di Ausonia e qualcuno suggerisce, con un certo acume storico, Repubblica delle Due Sicilie). Manca dunque la nazione italiana, a meno di non ritenere tale la sola Toscana, che ha dato allo stato italiano la sua lingua ufficiale (ma sarebbe una forzatura). Del resto, lo stato italiano è sorto in tempi magari recenti (durante i quali la linguistica muoveva però i suoi primi passi), convinto che esistessero davvero una lingua e una nazione italiana. Oggi sappiamo che una nazione e una lingua italiana non esistono (se non come finzione giuridica ed invenzione letteraria) e che esistono invece una lingua ed una nazione padane. O almeno dovremmo saperlo. I nomi delle nazioni sono, ovviamente, artificiali e spesso appaiono inventati per ragioni di opportunità e di visibilità. Se Francia deriva dalla conquista franca della Gallia, Occitania (coniato sull’oc della sua lingua) è stato ripreso da alcune cronache medievali nel nostro secolo ed è stato accettato a partire dagli anni Cinquanta.
    Padania è un nome che deriva da una divisione ormai classica operata dalla geografia fisica. L’Italia, come forse non si sa ma si dovrebbe sapere, è formata da due regioni fisiche contigue: una parte continentale, che i geografi hanno chiamato in tempi non sospetti Padania, e la penisola vera e propria, chiamata invece Appenninia. La Lega Nord si è impossessata in tempi recentissimi del primo di questi nomi per dotarlo di connotati nazionali. È chiaro che la Padania fisica e la Padania-nazione non coincidono: terre geograficamente padane come la Valle d’Aosta, il Tirolo meridionale e il Friuli, per citare soltanto le principali, non fanno parte della nazione padana. Del resto, ciò che all’interno dello stato italiano è stato denominato Appenninia dai geografi fisici, appare diviso in due entità nazionali diverse: la Toscana e il resto della penisola. La divisione tra Centro e Sud, abituale a livello statistico e assai diffusa, da un punto di vista linguistico proprio non esiste. E nessun cittadino italiano si definisce, o si è mai definito "centrale", quando tanti altri cittadini si definiscono "settentrionali" oppure "meridionali".
    In Francia esiste dunque una nazione francese che attraverso lo stato ha imposto la propria egemonia ad altre nazioni e brandelli di nazionalità territorialmente limitrofi. Parigi, la capitale di quella nazione, è anche la capitale dello stato e il suo dialetto, che è stato alla base della forma standard della lingua francese, è la lingua ufficiale di quel medesimo stato. La nazione francese ha poi colonizzato, a livello sociale, culturale ed economico, in quanto titolare dello stato, le nazioni conquistate nel tempo.
    Vediamo ora la situazione dello stato italiano, privo di una nazione italiana. La nazione padana, attraverso un suo staterello periferico, ha fatto quello che in Francia è stato fatto dalla nazione francese e dal regno di Francia. Ha infatti colonizzato le altre nazioni presenti sul suo territorio servendosi di una lingua che non era la sua (cioè del toscano). E si è scelta come capitale, non appena le è stato possibile, una città situata fuori dal suo territorio. Ha tuttavia promosso e conservato per sé l’egemonia sociale, economica e culturale sull’intero territorio dello stato (nell’interesse della propria borghesia). È ovvio che, di questo, le classi popolari padane non sono responsabili; le classi dirigenti, sì. Hanno ignorato la Padania e puntato sull’Italia.
    E qui le analogie tra Padania e Occitania terminano bruscamente.
    La Francia, che esiste davvero come nazione, ha brutalmente colonizzato, a tutti i livelli, l’Occitania (una volta chiamata Midi, "Mezzogiorno"). La Padania, travestita da Italia (che come nazione non esiste) ha, forse ancora più brutalmente, colonizzato il cosiddetto Mezzogiorno (che sembra non avere trovato ancora un nome nazionale nel quale riconoscersi). Soltanto che alla Padania, ora che ha costruito la propria dimensione economica inserita nel mercato globale, la colonia meridionale comincia a pesare troppo rispetto ai benefici che pure continua a trarne. Il cosiddetto Mezzogiorno, d’altra parte, si è prestato al gioco. Le sue classi dirigenti hanno aderito all’alibi dell’unità nazionale (che in realtà significava "unità statale": di uno stato che poteva esistere soltanto imponendo il sottosviluppo di una sua parte a vantaggio di un’altra parte, quella che è stata la costruttrice dello stato medesimo).
    Si è verificata, nel tempo, una divisione del lavoro tra le classi dirigenti dei due principali settori del territorio e della società dello stato (cioè delle due nazioni principali). I meridionali, anziché pensare alla liberazione della loro nazione, hanno cominciato a gestire in prima persona (e per "conto terzi") lo stato, collocandosi nell’ambito di una "nazione" presunta, quella italiana, rivelandosi così, in realtà, i dipendenti fedeli di una nazione reale, quella padana, che non era ovviamente la loro. Ne hanno ricevuto, in cambio, benefici personali e di classe. A favore del popolo da cui provenivano (e hanno tradito), dopo i ricorrenti (ed enormi) salassi dell’emigrazione, hanno ottenuto soltanto di ribadire la subordinazione attraverso la pratica dell’assistenzialismo. I settentrionali, nel frattempo, hanno continuato a fare i loro affari, all’ombra dei fedeli gestori meridionali dello stato, fino a quando il peso dell’assistenzialismo non si è rivelato, per alcuni di loro, insopportabile.
    Soltanto allora questi padani hanno revocato l’appartenenza alla nazione virtuale cui avevano deciso di essere parte ed hanno scoperto la loro vera nazionalità, cominciando addirittura a progettare un proprio stato, questa volta "nazionale" per davvero, da realizzarsi tramite la secessione. Così facendo, hanno però avuto il merito oggettivo (paradossale ma indiscutibile) di innescare la possibile liberazione economica, sociale, "nazionale", della nazione meridionale, che può risollevarsi soltanto prendendo in mano le chiavi del proprio sviluppo, spezzando la logica perversa che ha originato il sottosviluppo ed è la logica dello stato unitario (non più necessario alla nazione dominante, quella padana, ma ancora meno necessario, anzi, nocivo, al popolo meridionale). Questo stato "unitario", seguendo la logica del suo sviluppo, mostra oggi il 5% di disoccupati sul territorio della nazione padana e il 25% sul territorio della nazione meridionale. La Padania, che ha la responsabilità storica di aver fatto l’Italia, si è ora assunta la responsabilità di disfarla. Nel suo interesse ma anche in quello dei meridionali.
    Anche per chi non crede al "nesso indissolubile lingua-nazione" la presenza, all’interno dello stesso stato, di almeno due economie e due società, tra loro contraddittorie e contrastanti, è un dato di fatto indubitabile. Ma ci sono altre differenze di fondo (di cultura e di storia) che non possono essere trascurate (e delle quali la scuola e i mass media non parlano). Ne accennerò soltanto poiché questa non mi sembra la sede adatta: questo è soltanto un intervento polemico che vuole ribaltare alcuni luoghi comuni, purtroppo, nel nostro paese, patrimonio anche della sinistra (tradizionale e non). C’è una differenza genetica tra Nord, Toscana e Sud che permane dall’epoca preromana (si leggano gli studi in proposito di Cavalli Sforza e di Piazza); c’è una differenza storica nella progressiva romanizzazione del territorio in questo momento appartenente alla repubblica italiana che vede l’Appennino tosco-emiliano ergersi come confine preciso e le Alpi occidentali giocare il ruolo di trait-d’union (i dialetti padani sono più simili a quelli occitani e francesi che non a quelli toscani e centro-meridionali); c’è uno sviluppo politico-istituzionale del Nord che con la disgregazione del regno longobardo e poi franco porta alla nascita dei comuni, profondamente dissimile dal percorso di riaggregazione del Sud in un regno unitario (il primo stato moderno in Europa), a partire dai normanni e soprattutto con Federico II (sia pure con ricorrenti divisioni tra le "due Sicilie"). C’è, infine, una vocazione mediterranea del Mezzogiorno che contrasta con l’europeismo delle regioni padane e indica la via di un profondo riscatto di tutti i popoli meridionali d’Europa. Come si vede, la mia apologia della Padania è indissolubile da una prospettiva globale di rinascita di quella nazione proibita (e ancora senza nome: il "Mezzogiorno") dallo stato italiano e dalle proprie classi dirigenti che può (e deve) uscire dal baratro dove è stata sospinta dai padani d’antan e può farlo solo grazie all’"egoismo" dei padani di oggi.
    Sergio Salvi







    L’AUTONOMISMO CISALPINO

    di Lorenzo Busi

    Il 19 dicembre 1943, esponenti della Resistenza delle Province di Aosta e Torino elaborano la “Carta di Chivasso”, in cui si manifestano le tesi autonomiste che saranno alla base dell’Union valdôtaine e di analoghi gruppi; fra loro c’è Emile Chanoux, torturato a morte nel 1945 dai tedeschi, che arriva a teorizzare una “Repubblica delle Alpi”. Precedenti autonomisti celebri in ambito cisalpino si hanno da subito dopo l’unificazione italiana; ricordiamo il Movimento per il Libero Stato di Milano di Dario Papa, la cui avanzata elettorale negli anni ’90 del 1800, incoraggia i Savoia ad inviare in città nel 1898 lo stragista Bava Beccaris. O le tendenze federaliste dei Turati, dei Grieco e dei Gramsci, sfociate al congresso comunista di Colonia del 1931, nella proposta di una macroregionale “Repubblica del Nord” come parte di un’Italia federale. Negli anni ’20 fra l’Appennino ligure e la Valtellina si espande il Partito dei Contadini, abituato a tenere i propri congressi in lingua locale; nel ’24 elegge 4 deputati, uno nel 1946.

    Dal confino presso l’isola di Ventotene nel 1943, viene predisposto il Manifesto federalista di Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, ispirato ad un’idea di Europa federale basata su Regioni e Macroregioni. O ancora il foglio clandestino “Il Cisalpino” di Gianfranco Miglio, che nel 1945 propugna la nascita di un Cantone padano nell’Italia liberata; nel frattempo desta preoccupazione nelle questure orientali la diffusione dell’organizzazione “San Marco per Forza”. A guerra finita i valdostani incoraggiano, più o meno direttamente, lo sviluppo di autonomismi di successo: quello trentino dell’Asar e del Patt, bolzanino della Svp, udinese del Maf, triestino del Melone, sloveno della Skupnost, bergamasco del Mab, ossolano dell’Uopa e della Lega lepontina, valsesiano del Mav, occitano del Mao, così come il fenomeno delle Leghe regionaliste degli anni ’70-’80. Dalla Valle d’Aosta vengono Alessandro Passerin d’Entreves, maestro di Miglio, Severino Caveri, promotore di una manifestazione dell’Asar che nel ’47 vedrà la mobilitazione di 30.000 persone e l’arrivo dell’esercito, e Bruno Salvadori, ispiratore della Lega autonomista lombarda del 1982. Negli anni ’50 esplode il fenomeno Marp, il Movimento autonomista regionale piemontese, che arriva ad conquistare 70.000 voti; fuori dal Piemonte il Movimento si presenta con egual sigla, ma con l’aggettivo finale di “padano”. Nel 1971 si candida in diversi collegi il Movimento Libera Padania. Nel 1973 autonomisti di sinistra fondano l’Alp, che concentra le proprie attività nei paesi di montagna del torinese, e propone un’alleanza con gli immigrati dal Sud. Nel 1975, quando trova completa attuazione il dettato costituzionale sulle Regioni, Guido Fanti, ex-sindaco di Bologna e primo Presidente della Giunta regionale Pci-Psi dell’Emilia-Romagna, propone l’accorpamento delle neo-nate Regioni cisalpine in un’entità che egli chiama Padania. Le violenze compiute negli anni ’60 a danno dei militanti tirolesi, vengono portate a valle dai settori meno tolleranti della destra italiana (ma non solo), e trovano il loro culmine con l’uccisione a revolverate, nell’ottobre del 1989, del dirigente dell’Union piemontèisa Mario Costero.

    Nello stesso anno nasce il cartello elettorale autonomista “Alleanza nord”, che porta all’Europarlamento due deputati. Nel 1991 il raggruppamento si ricompone in modo stabile col nome di Lega nord, con l’adesione di Lega lombarda, Liga veneta, Piemont autonomista, Lega emiliano-romagnola ed altre forze. La Lega – su indicazione di Miglio – propone una riforma costituzionale che ristrutturi lo Stato in tre cantoni: Padania, Etruria, Sud. È dunque abbracciando l’opzione macro-regionalista, e abbandonando definitivamente gli ormai sterili e inadeguati micro-nazionalismi regionali, che l’autonomismo diventa un fenomeno di massa. L’idea di una razionale tripartizione della Repubblica, mutuata dal Federalismo risorgimentale e dal Trattato di Plombières del 1858, conquista vasti strati dell’opinione pubblica centro-meridionale. I primi anni ’90 vedono il crollo del Pentapartito e l’ascesa della Lega, che nel 1993 arriva a conquistare il Comune di Milano (quasi il 40% dei voti al primo turno). A determinare questo, ed altri successi, è la capacità dei leaders leghisti di appassionare alle tematiche localiste persone di provenienze culturale e politica molto differenti, perseguendo una linea “centrista” nello scenario interno, critica verso l’unilateralismo statunitense in quello internazionale. A sostegno dell’esistenza della Padania si pone convintamente l’ex Dc Piero Bassetti, padre nobile e primo Presidente della Regione Lombardia, nel corso di un convegno dell’ottobre del ’98 a Erba.

    A partire dall’occitanismo del marxista François Fontan (che considerava i distretti meridionali della Francia come parte di un unico blocco socio-culturale detto Occitania), e dai catalanisti anti-franchisti di Jordi Poujol (che vedono le regioni orientali della Spagna, pur differenti, comporre l’unica Catalogna), si consolida l’idea di padanismo, a cui la Lega si dedicherà per una decina di anni, in modo tuttavia non sempre efficace, e qualche volta poco confacente. Formazioni padaniste di peso minore sono il Partito dei cattolici padani e il Movimento comunista federalista padano. In sintonia col pensiero macro-regionalista, e compensandosi con questo, tornano alla ribalta identità locali trascendenti i confini regionali, come nel caso dell’Arpitania, dell’Insubria, della Ladinia, della Romagna o della “mazziniana” Lunezia. Si sviluppa così una proficua e armonica dialettica fra i princìpi di Macroregione (Padania), e di Entità sub/sovra-regionale (es. Insubria), che bypassano i confini regionali “ufficiali”, spesso sentiti per un verso come non coincidenti con realtà omogenee, per l’altro limitanti le relazioni inter-cisalpine.

    Il concetto di Padania come Macroregione colorata da decine di differenti identità, ma coesa da una medesima “anima”, stimola un interesse trasversale alle ideologie e ai partiti, tanto che la legge 127/97 “Bassanini”, approvata dalla coalizione dell’Ulivo, arriva a prevedere la possibilità per le Regioni di aggregarsi in entità superiori. Nel 1998 il linguista Sergio Salvi, già Direttore del Centro Mostre di Firenze e critico letterario, uomo di sinistra radicale mai stato vicino alla Lega, dà alle stampe “La lingua padana e i suoi dialetti”, in cui, paragonando con i dovuti distinguo la realtà cisalpina a quella dei Paesi baschi (Macroregione divisa in Navarra, Vascongadas e Euskadi “francese”), arriva a sostenere l’esistenza di un’unica “Nazione padana”. Nel 2002 il Nobel Dario Fo lancia il cartone animato “Joan Padan a la descoverta de le Americhe”, ispirandosi alla koinè padano-medioevale di Bovesìn de la Riva e Ruzzante, da Fo stesso definita in un recente spettacolo “Lingua padana”. Al contrario fallisce negli ultimi anni ‘90, la riproposizione in chiave anti-padanista – fortemente incoraggiata dal centro-destra – di partiti neo-regionalisti ed etno-frazionisti (soprattutto in Veneto e Piemonte), da parte di persone spesso confluite, a fine avventura, nelle non propriamente autonomiste fila di Alleanza nazionale.

  8. #88
    Moderatore
    Data Registrazione
    12 Apr 2002
    Località
    parma
    Messaggi
    3,105
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Adam5 Visualizza Messaggio
    non sarebbe una enclave comunista.Sarebbe una secessione ottenuta anche grazie all'aiuto di una nazione straniera.Sarebbe un paese totalmente indipendente.Anche altre secessioni si sono fatte con l'aiuto di altre nazioni
    OK ! Fatto il " miracolo " ottenuta la ....secessione , della famosa Padania cosa ne resterà ? La lascerete in mano alla banda bass.. scusate banda bossi ? berlusconi ? dalema ? cofferati che tornerebbe in campo ? Ma dai siamo seri .....

    Questi giochetti fateli per favore il giorno dopo che la maggior percentuale di popolazione avrà asseso il collegamento cervello col resto del ....corpo, dopo aver distrutto l'idea federalista per pura " ignoranza " , cercate di infinocchiarci con dei falsi federalismi oltreìmodo IRREALIZABILI ( visto che i poteri maffiosetti di partiti & affini mai MOLLERANNO I CORDONI della borsa ....anche se leggera) ,auspicare che il popolo anzichè dare il proprio voto a tizio e caio ,prenda in considerazione il .....mattarello allora si che dopo potreste auspicare una bella ...secessione .

 

 
Pagina 9 di 9 PrimaPrima ... 89

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226