Mancano ancora tre giorni pieni ma è bene prepararsi. Sabato si svolge a Roma la manifestazione più bislacca della storia repubblicana. L’opposizione va in piazza contro il governo. E fin qui nulla di speciale. Da sempre chi non ha in pugno le leve del potere protesta nella speranza di riaverle: non ha la pazienza di aspettare il suo turno che dovrebbe coincidere con la vittoria alle elezioni politiche: nel nostro caso, fra quattro anni e rotti. Ciò che sorprende della marcia in programma è proprio la tempistica e la inopportunità. Quello in corso è un ottobre nero, nerissimo in cui è accaduto quanto di peggio potesse aspettarsi l’umanità: una crisi finanziaria epocale, il crollo delle Borse, l’inizio di uno sfacelo economico. L’Italia non è stata risparmiata, e le conseguenze sono note: posti di lavoro a rischio, consumi ridotti, gente spaventata. La paura è forse l’aspetto più grave di questa congiuntura. E non è paura degli stranieri, dei diversi, dei clandestini e della criminalità più o meno organizzata. Figuriamoci, queste sono sciocchezze, luoghi comuni di una sinistra in deficit di idee e perfino di argomenti polemici. Si è diffusa una vaga ma profonda incertezza sul presente e sul futuro; ombre indefinite rendono inquieta la vita dei cittadini. I quali più che mai in questo periodo sentono il bisogno di una guida forte cui affidarsi onde uscire dal pantano e non di capipopolo buoni solo a mugugnare e a gridare profittando delle disgrazie comuni allo scopo di ottenere un’effimera evidenza.
Quindi sfilare il 25 ottobre, mentre ciascuno di noi è impegnato a salvare il salvabile, ha un significato di iattura e basta.
Non so quanti accoglieranno l’appello di Veltroni alla mobilitazione. Pochi, credo. Probabilmente i soliti militanti avvezzi a ubbidir tacendo, i nostalgici delle bandiere rosse, i casinisti professionali, sindacalisti con la bava alla bocca, studenti di facciata, qualche pseudointellettuale militarizzato.
Che daranno luogo a un rito dal sapore antico ma ancora gradito ai palati grossolani degli orfani del comunismo in perenne ricerca della riscossa.
Il risultato finale è scontato: il Paese in difficoltà, già abbastanza legato a Berlusconi (come dimostra ogni sondaggio), lo sarà ancora di più. E il Partito democratico perderà ulteriormente il contatto con i suoi stessi elettori, incapaci di comprendere il senso della manifestazione in un momento nel quale chiunque avverte la necessità di lavorare e non di sprecare energie in piazzate gratuite, improduttive.
La sinistra è totalmente allo sbando.
Lo rivelano anche le sue contraddizioni, ai limiti del paradosso. Veltroni, a dire il vero, era partito bene. Gli va dato atto di aver semplificato la vecchia politica delle coalizioni innaturali da cui scaturivano governi pasticciati che consumavano ogni velleità in beghe senza costrutto con l’unico effetto di non fare. Walter eliminò in quattro e quattr’otto gli storici alleati dell’Ulivo e si apparecchiò per presentarsi in solitudine alle elezioni.
Gli italiani apprezzarono.
Poi il leader del Pd ebbe una sorta di pentimento alimentato dal timore di essere travolto dal Cavaliere, e imbarcò Antonio Di Pietro.
Così, per incrementare i numeri. E forse li incrementò, ma non in misura decisiva. Sconfitta inevitabile, direi prevedibile.
Nell’immediato la batosta sembrò non aver segnato Veltroni più di tanto. Successivamente, invece, il segretario si lasciò andare e passò dai toni signorili alle minacce: scenderemo in corteo, disse. Quando? Non adesso, dopo le vacanze. Il borghese piccolo piccolo si era smascherato. Intanto crescevano i malumori nel suo partito.
D’Alema si è contenuto, per carità, ma il suo sguardo tradisce sentimenti imparentati con la commiserazione. Non tiriamola per le lunghe: Veltroni è cotto.
A far divampare le fiamme sotto il suo sedere è stato Di Pietro. Il quale, per cominciare, non ha voluto fondere l’Italia dei valori con il Partito democratico; e si è dato anima e corpo all’antiberlusconismo sapendo che, così facendo, avrebbe spiazzato Walter e lo avrebbe superato addirittura a sinistra, lui che di sinistra non è mai stato.
A questo punto l’elettorato non ha più capito un accidenti. Tonino quando apre bocca riesce in un colpo solo a dare una botta in testa a Berlusconi e una a Veltroni.
Insulta il primo col solito rosario: fa leggi ad personam, è attento agli affari suoi, è un dittatore e via snocciolando; e insulta il secondo accusandolo di non essere all’altezza della situazione, di avere un temperamento inadeguato, di non opporsi allo strapotere del premier.
In questo modo l’ex pm si assicura - con abilità pari alla sfrontatezza - il consenso entusiastico degli antiberlusconiani inossidabili, quelli che comunque detestano il Cavaliere in tutte le sue espressioni, cioè uomini e donne che ieri stavano con l’extrasinistra (ora assente dal Parlamento) e con la sinistra e che oggi trovano soltanto in Di Pietro una voce incazzata e attrezzata a rappresentarli nella lotta senza quartiere al centrodestra.
Il leader dell’Idv, piaccia o no, ha assunto questa funzione: molestare il PdL e rubare la scena ai signorini del Pd inclini a considerare troppo volgari le istanze della base.
Ha intuito da mesi di essere l’unico parlamentare con una quantità di pelo sullo stomaco idonea ad affrontare sul terreno della veemenza verbale il popolarissimo Silvio. È consapevole che il ruolo assegnatosi non lo condurrà molto in alto, però è altrettanto consapevole che rubando voti alla sinistra ferocemente antiberlusconiana (in parte anche ex veltroniana) può uscire dal ghetto del 4 per cento e contare sempre di più, condizionando gli equilibri politici e ponendo se stesso sotto i riflettori.
Tonino è tutto ma non stupido e sa usare il randello meglio di chiunque altro. Nei panni di Berlusconi me lo terrei caro: finché Di Pietro saccheggia suffragi negli orti dell’opposizione provocando l’ira di Walter, fa il gioco del Cavaliere scavando un fosso incolmabile fra la maggioranza e gli avversari di questa. I quali avversari, se uniti, fanno una forza; se divisi, fanno due debolezze.
L’ex magistrato in un decennio e oltre di attività politica ha imparato molto. Come rompiscatole non ha rivali. La stessa efficacia che gli veniva riconosciuta perfino dai detrattori quando indossava la toga e faceva piangere gli imputati (non tutti colpevoli ma quasi nessuno con la coscienza pulita), gli viene riconosciuta ora.
Lui è un animale con artigli e zanne lunghe. Dotato di un istinto infallibile, identifica le prede e le stana con audacia per non mollarle finché non ode applausi e ovazioni.
Il suo pubblico gode anche nel sentirlo parlare. Ama il suo linguaggio apparentemente approssimativo ma puntuto. Ama la sua faccia di tolla che gli consente di demolire qualunque interlocutore. Ecco perché Veltroni, che ha fatto della vasellina il suo stile oratorio, non si è trattenuto dal ricorrere alle banalità nel tentativo di rintuzzare gli attacchi di Tonino: gli ha dato dell’antidemocratico, cioè del fascista.
Se uno di sinistra è alle corde, estrae sempre l’arma della disperazione: il manganello. Ti mette addosso la camicia nera ed è convinto d’averti zittito. Taci fascista.
Il fascista è il nemico per antonomasia, indegno di stare nel consorzio umano, un reietto. Questa è la subcultura del progressista. L’orecchiante culturale sa che pronunciando la parolina magica, fascista, attizza quelli come lui ed è soddisfatto. Ma con Di Pietro le prestidigitazioni verbali non funzionano. Walter andrà in piazza ed avrà contro non solo il Paese responsabile, stanco di sopportare le litanie buoniste, ma anche Di Pietro. Che lo seppellirà con una risata. E Berlusconi si fregherà soddisfatto le mani.
Sciocchi si nasce e sciocchi si rimane.
V.F. www.libero-news.it
saluti




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