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    Predefinito Yoani Sanchez, la voce libera di Cuba

    La coda pelosa del gatto

    Octubre 17th, 2008


    Anche se è stata annunciata la persecuzione nei confronti di chi sottrae le risorse, specula sui prezzi e ruba alimenti, in questi giorni è andato in tilt pure il mercato ufficiale. Faccio un breve giro per le caffetterie statali del mio quartiere e constato la riduzione delle offerte. Un ristorante dove si paga in pesos convertibili e specializzato in pesce non vende più pizza ai gamberi né riso alla marinara. Perché? Perché in questa Isola nessuna attività può fare a meno del traffico clandestino, di braccia che nell’ombra dell’illegalità tengono in piedi persino ciò che parrebbe al cento per cento statale.
    Per sostenere le vendite nelle caffetterie e nei ristoranti, evidentemente servivano i rifornimenti del mercato nero. Una buona parte di ciò che veniva venduto sotto le sembianze di una forma ufficiale, in realtà era stato comprato dagli stessi impiegati presso i venditori clandestini. Facendo affidamento sulle risorse che le imprese distributrici di alimenti collocano nei centri pubblici non sarebbe possibile mantenere un’offerta costante. I camerieri e gli amministratori di questi esercizi commerciali lavoravano là fondamentalmente per il guadagno extra salario derivante dalla vendita dei prodotti illegali. Dal momento che certi dividendi non si possono più ottenere, hanno perso ogni interesse a tenere piena la bacheca delle offerte e i clienti se ne rendono conto.
    Per l’ossessione di cacciare il topo, il gatto si è visto acciuffare la sua stessa coda nella trappola. Quella pelosa prolunga di illegalità e corruzione che, una volta tagliata, in breve tempo lo dissangua.

    Traduzione di Gordiano Lupi
    www.infol.it/lupi

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  2. #2
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    Qui sotto pubblico la prima mail ricevuta da G. Lupi:

    Ciao ******,

    sono più che d'accordo con ogni tipo di diffusione del blog di Yoani.
    Puoi linkare il mio www.infol.it/lupi e soprattutto http://desdecuba.com/generaciony_it/.
    Ti allego un breve profilo di Yoani e un racconto - intervista.
    Ciao,

    Gordiano

  3. #3
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    Yoani Sánchez, un’eroica blogger cubana
    Ecco una vera rivoluzionaria, una donna eroica come soltanto le donne sanno esserlo, quando credono in quello che fanno. Ecco una donna della tempra di Haidée Santamaria, Hilda Gadea, Celia Sánchez, cubane d’un tempo che hanno avuto la forza di sovvertire un regime.
    Le parole di Yoani rischiano di far tremare il trono dei fratelli Castro, perché questa ragazza di appena 33 anni (l’età di Cristo, che pericolosa analogia!) lancia critiche ironiche e veritiere da un blog molto frequentato come Generacion Y.
    Yoani è laureata in filologia, vive all’Avana, è appassionata di informatica e lavora nella redazione telematica del portale Desde Cuba (http://www.desdecuba.com/), rivista indipendente ostacolata dal regime. Il suo blog (www.desdecuba.com/generaciony/) fa discutere perché è controcorrente, si autodefinisce “un blog ispirato a gente come me, con nomi che cominciano o contengono una y greca. Nati nella Cuba degli anni Settanta - Ottanta, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione”.
    Yoani nasce a Cuba nel 1975. Si specializza in letteratura spagnola, filologia ispanica e letteratura latinoamericana contemporanea, nel 1995, nonostante un figlio nato nello stesso anno. Dimostra un caratterino niente male discutendo una tesi incendiaria dal titolo Parole sotto pressione. Uno studio sulla letteratura della dittatura in Latinoamerica. Yoani termina l’università, comprende che il mondo degli intellettuali e dell’alta cultura non fa per lei, ma soprattutto non ha la minima intenzione di fare la filologa. Nel 2000 si impiega presso la Editorial Gente Nueva e si convince - come la maggior parte dei cubani - che con il salario di Stato non può mantenere una famiglia. Decide di continuare il lavoro statale ma comincia a dare lezioni (illegali) di spagnolo ai turisti tedeschi che visitano L’Avana. In quel periodo (come ancora oggi!) molti ingegneri preferiscono guidare un taxi che fare il loro mestiere, alcune maestre tentano di impiegarsi negli alberghi e nei negozi per turisti ti può servire un neurochirurgo o un fisico nucleare.
    Nel 2002 Yoani decide di emigrare in Svizzera, ma nel 2004 torna in patria, forse per la nostalgia della sua terra, anche se amici e familiari sconsigliano il rientro. Scopre la professione di informatica, lavoro che fa ancora oggi, si rende conto che il codice binario è più trasparente di quello intellettuale e spera di avere maggior fortuna con il linguaggio html di quanta ne ha avuta con il latino. Nel 2004 fonda insieme a un gruppo di cubani che vivono sull’isola la rivista di cultura e dibattito Consenso. Tre anni dopo lavora come webmaster, articolista e editorialista del portale Desde Cuba. Nell’aprile del 2007 comincia l’avventura del Blog Generacion Y, definito come “un esercizio di codardia”, perché è uno spazio telematico dove può dire quello che è vietato sostenere nella vita di tutti i giorni. Yoani vive all’Avana insieme al giornalista Reinaldo Escobar, con il quale divide la sua vita da quindici anni, e adesso può dirsi più informatica che filologa.
    Yoani Sánchez è un’eroina della nuova Cuba, esponente di una generazione Y che può dar vita a un nuovo esercito ribelle del cyberspazio, senza bisogno di nascondersi tra le montagne della Sierra Maestra. La guerra delle idee può dare buoni frutti, perché i dittatori temono chi pensa con la propria testa e poi non possono rinchiudere le idee in una galera.

    Gordiano Lupi

  4. #4
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    Yoani Sánchez: una blogger ribelle
    Intervista – racconto di Alejandro Torreguitart
    traduzione di Gordiano Lupi
    Yoani ha 32 anni ma non li dimostra. Capelli lunghi e crespi, volto sorridente, pelle creola abbronzata dal sole dei tropici, sguardo fiero e sicuro da cubana incazzosa. Ha aperto un blog - Generación Y - per dare voce alla sua generazione, ché poi ci sarei pure io dentro, sono poco più giovane, anche se mi chiamo Alejandro, nome classico come pochi, non c’è traccia di Y greca, né all’inizio né alla fine. Il diario telematico di Yoani è diventato un mito, la conoscono ovunque, Time la mette tra le cento persone più influenti del mondo, El País le dà un premio, Repubblica dedica copertina e tre pagine. Pensa che lei a stento mette insieme il pranzo con la cena, un po’ come me. Com’è buffa la vita. E allora me ne vado a casa sua in Centro Avana, tanto la polizia sa mica chi sono, un ragazzotto come tanti che passeggia per la capitale e passa il tempo, senza un cazzo da fare.
    “Non so come fare con il blog. La connessione va e viene” dice.
    Entra subito in argomento. Lo so pure io che all’Avana nessuno possiede internet in casa e che ci sono solo un paio di alberghi dove si accede al servizio. Lo so perché ogni tanto mando una mail a mia cugina che vive in Italia e ricordo di farsi allungare un po’ di grana dal marito, ché lui Adiós Fidel l’ha tradotto e pubblicato, ma soldi ne manda pochi. Era meglio se facevo come Yoani. Era meglio se aprivo un blog. Le idee buone vengono sempre agli altri.
    “Aggiornare il blog è un calvario. Collegarsi un’ora a internet porta via mezzo salario mensile. Fai meglio tu con la carta, guarda…”
    “Ma chi mi legge? Qualche italiano rincoglionito”.
    Lei sorride. Yoani sorride sempre. È bella quando sorride. Nata e cresciuta a Cuba, Centro Avana, un po’ come me che sono di Luyanó. Un concentrato di povertà e squallore.
    “Mio padre si chiama Willy, faceva il macchinista di treni, fino alla crisi economica, ma quando le ferrovie sono scoppiate si è messo a riparare biciclette. Mia madre si chiama María, lavora nel settore dei taxi, ma non guida, sta in ufficio. Si occupa della casa…” dice.
    Yoani ha origini spagnole, come tanti cubani, la sua famiglia proviene dalle Asturie e dalle Canarie. Abbiamo un sacco di cose in comune, penso. È cresciuta insieme alla sorella Yulia, di un anno più grande, pure lei fa parte della Generación Y. Proprio come me. Io sono cresciuto con mia cugina, che buon per lei se n’è andata in Italia. Dico buon per lei tanto per dire, bada bene, ché io mica me ne andrei…
    “Ti rendi conto che il blog ti ha trasformata in un simbolo mondiale?”
    “So di avere molti lettori in tutto il mondo. Il governo mi ha censurato nel marzo scorso. È chiaro che non mi appoggiano. Da quella data il blog è inaccessibile dai siti pubblici cubani. Lo aggiorno grazie ad amici stranieri. Invio testi per e-mail e loro inseriscono nel blog”.
    “Non ti hanno fatta andare in Spagna per ritirare il premio Ortega y Gasset, del quotidiano El País…”
    “Mi è dispiaciuto, certo. Ho perso una cerimonia che nessuno mi può restituire. Un giorno importante. In compenso ho festeggiato con i miei amici e con i familiari mentre a Madrid consegnavano i premi”.
    Yoani scrive il blog in casa. Mostra il pc portatile e la stanza da lavoro all’ultimo piano del condominio dove vive, un luogo fresco, riparato dal sole, abbastanza ventilato. Batte i testi con il computer, li salva in un dischetto e quando può entrare su internet li pubblica.
    “Che effetto ti ha fatto ricevere quel premio?”
    “Non me lo aspettavo. Mi sono detta che non era possibile. Yoani, Dio mio, in che guaio ti sei cacciata! La responsabilità è diventata sempre più forte. Sono soltanto una cittadina che scrive impressioni sul mondo che la circonda…”
    “Ma come hai avuto l’idea del blog?”
    “Basta guardarsi intorno e vivere. Domande senza risposta, frustrazioni, problemi quotidiani non riportati dalla stampa. La voglia di fare il blog mi è venuta leggendo la stampa nazionale e registrando infinite omissioni”.
    “Fa incazzare pure me. Io ci scrivo racconti…”
    “Un blog raggiunge più lettori. Si parla in prima persona, in modo emotivo, non occorre essere specialisti della comunicazione o analisti politici. Voglio raccontare la realtà più che fare letteratura”.
    “Se è per questo pure io mica faccio letteratura. Tra me e Lezama…”
    “Non serve un genio, Alejandro. Cuba ha bisogno di persone con il coraggio di parlare”.
    “Ma non hai paura?”
    “Ho fatto una scelta di vita. Non riesco a vivere senza occuparmi dei problemi quotidiani. Non ce la faccio a evadere. La realtà mi risucchia prepotente. Voglio che mi spieghino, esigo informazioni. Leggere la stampa cubana è un magnifico esercizio e comprendo tutto quello che non si dice. Non mi piace parlare delle cose che non conosco. Scrivo su quello che mi succede, mi piace leggere la stampa per contestarla. Voglio parlare del mio paese e raccontarlo al mondo”.
    La comprendo. Fa le mie stesse cose, ma con più coraggio. Io mi nascondo dietro questo nome, non esco alla ribalta, pubblico in Italia. Tutto più comodo. Che ci volete fare? Se uno non ha coraggio mica se lo può dare. E io sono un vaso di coccio tra tante botti di ferro. Mi pare che l’ha già detto qualcuno…
    Yoani prosegue il racconto. Termina il preuniversitario e vorrebbe studiare giornalismo, ma le dicono che non ha i voti necessari.
    “Ironia della vita. Non ho studiato giornalismo e adesso vengo premiata come giornalista” dice.
    Yoani si iscrive alla scuola pedagogica, vorrebbe fare la professoressa di spagnolo, ma comprende di essere più interessata alla letteratura che alla pedagogia. Passa alla facoltà di Arte e Lettere dell’Università dell’Avana per studiare filologia spagnola. In quel periodo nasce Teo, che adesso ha dodici anni. Ha solo vent’anni, deve allevare un figlio e seguire i corsi universitari. Sono momenti di grave crisi economica a Cuba. Ne passa di brutte per sopravvivere. Vive con il marito, Reinaldo Escobar, giornalista e blogger, cacciato da Juventud Rebelde per aver pubblicato articoli critici nei confronti del regime. La vita di Yoani è dura. Il marito si impiega come meccanico di ascensori. Per un certo periodo ripara in Svizzera, ma la nostalgia è una brutta bestia e lei torna all’Avana. La comprendo. Non me ne andrei mai da Cuba. Adesso vive in un appartamento costruito da Reinaldo negli anni Ottanta con il metodo della microbrigada. L’ha fatto pure mio zio Pepín. Era un sistema che permetteva ai cubani senza casa di riunirsi, ricevere consulenze, materiali e costruire il proprio alloggio.
    “Reinaldo lavora per quattro anni, costruisce questo blocco stile sovietico dove viviamo, per vent’anni paga un riscatto mensile e diventa proprietario. Questo è il nostro rifugio. Il problema degli alloggi a Cuba è delicato. Il palazzo dove vivo è molto brutto, visto da fuori sembra una caserma, sono quattordici piani, abito nell’ultimo, ma l’appartamento è luminoso e ventilato. Lo abbiamo riempito di piante e di libri. Mi piace la mia casa. Mi assomiglia molto”.
    Pure casa mia, anche se casca a pezzi e pare un porcile. Mia madre dice sempre che sono un maiale. La vecchia casa coloniale di Luyanó, tra odori del porto e polvere spazzata via dal vento, donne che vagano in cerca di qualcosa da mangiare, venditori di maní e bambini che giocano a baseball. Non l’abbandonerei mai. Mi piace la vecchia casa di Luyanó che confina con solares e disperazione.
    “Mia nonna diceva sempre: povera ma pulita. La pulizia e l’igiene sono importanti. Mi trucco poco, amo le cose naturali, porto i capelli come sono e non faccio niente per eliminare le rughe… Non indosso vestiti di marca. Faccio durare le cose. Cucio, aggiusto, riciclo, sistemo a modo mio. Non dipingo le unghie, non taglio le sopracciglia, invece di perdere tempo per queste attività leggo, scrivo e indago la realtà. Leggo di tutto: poesia, saggistica, romanzi. Mi piacciono autori cubani, brasiliani, spagnoli. Sono sempre stata una divoratrice di libri. Mio padre aveva studiato poco, ma amava la lettura”.
    “Come passi le tue giornate?”
    “Tu lo sai che a Cuba non si pianifica niente. Tutto è un imprevisto. Mi alzo alle sei e mezza, sveglio mio figlio che frequenta la scuola secondaria, preparo la colazione, stiro l’uniforme e lo accompagno a scuola. Entra alle sette e trenta. Subito dopo comincia la lotta quotidiana. Faccio la coda per il pane, compro il giornale, organizzo una visita medica, sistemo qualche pratica burocratica. Tutta la mattina se ne va in affari domestici”.
    La coda per il pane. Che incubo. Mia nonna ci manda sempre me quando vado a Toyo. Proprio sotto il vecchio condominio annerito dai fumi della raffineria di petrolio resiste una delle panetterie più famose dell’Avana, almeno era così un po’ di tempo fa, quando sfornava pane di Parigi, pure se adesso non trovo nemmeno pagnotte cubane. La coda può durare cinque minuti come un’ora, dipende se hanno prodotto abbastanza pane, ma se arriva un corto circuito addio colazione…
    “A Cuba la giornata comincia all’insegna di una nuova difficoltà. Alle dodici e trenta esco per portare il pranzo al bambino. A scuola danno solo un po’ di yogurt e un pezzo di pane. Mio figlio è molto magro. Non può mangiare soltanto yogurt e pane”.
    “Pure io lo sono, cara Yoani. È la famosa dieta Fidel che ha fatto sgonfiare i culi alle mulatte. Ma tu come te la cavi per mettere insieme due pasti al giorno?”
    “Sono una vera maga, come tutte le donne cubane. Invento quello che devo mettere in tavola. I prezzi degli alimenti salgono sempre di più e c’è poca varietà. Ho vissuto gli anni peggiori del periodo speciale. Si vede da quanto sono magra. Mio figlio è nato in piena crisi economica, ha una taglia e un peso inferiori alla media dei bambini della sua età. Questo mi fa preoccupare. La sua alimentazione viene prima di tutto ed è fonte di stress mettere insieme pranzo e cena. Ho smesso di preoccuparmi al mattino, perché se continuo a vivere così mi prendo un’ulcera gastrica”.
    “Che lavoro fai?”
    “Per guadagnare qualche soldo traduco dal tedesco allo spagnolo, faccio la guida turistica per L’Avana, insegno spagnolo agli stranieri, ma sono lavori precari. Passo in casa i periodi senza lavoro, mi chiudo nella mia stanza, leggo, scrivo e osservo la realtà”.
    Brava Yoani che hai coraggio da vendere per tutti noi ma non vuoi essere chiamata eroina e nemmeno pioniera. Brava Yoani che non hai bisogno di pseudonimi per gettare in faccia al mondo quello che pensi della vita. Brava Yoani che sei coerente con te stessa. Mica è facile…

    Alejandro Torreguitart, 22 giugno 2008
    Traduzione di Gordiano Lupi

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    Dado concentrato

    Octubre 19th, 2008


    Ho discusso con una signora mentre facevo la coda per acquistare la malanga. Lei voleva far passare avanti due amiche e io ho considerato che in questo modo non sarebbero bastate le dieci libbre di tubero - razionata dopo il passaggio degli uragani. Alla fine ho lasciato che le due vecchiette si infiltrassero e non le ho neppure insultate quando il venditore mi ha annunciato: “È finita!”. Il fatto è che mi deprime litigare per la roba da mangiare; forse per questo sono così magra. Nel collegio dove ho frequentato il liceo, non ho mai mostrato le unghie per ottenere una razione migliore, come invece facevano i più forti. Quando mi trovo costretta a lottare per ottenere un alimento mi sento male e preferisco tornare a casa con la borsa vuota. Chiaro che alla mia famiglia non fanno certo piacere i miei eccessi pacifisti.
    Per consolarli, ho comprato alcuni dadi di brodo concentrato, che sono diventati il pranzo abituale per la maggior parte degli abitanti di questa città. Quando qualche turista distratto mi domanda qual è il piatto tipico della cucina cubana, rispondo che non ricordo, ma in compenso conosco le ricette più comuni e quotidiane. Elenco il “riso con dado di costolette”, “riso con hot dog”, “riso con concentrato di pancetta” o il manicaretto di “riso con dado di pollo e pomodoro”. Quest’ultimo piatto presenta un colore tra il rosa e l’arancio che risulta molto divertente.
    Se digeriamo costantemente notizie precotte in televisione, discorsi inscatolati e fuori data di scadenza, dadi di pazienza e calma per sopportare il quotidiano, è normale che anche il nostro piatto rispecchi sempre più questi acri sapori.
    Per questo motivo mi rassegno e compro l’alimento placebo che mi farà credere che il riso contiene una saporita costoletta o un pezzo di pollo. Dopo una “complicatissima” operazione metto sul tavolo il piatto fumante. Mio figlio, appena sente l’odore, mi domanda con aria di rimprovero: “Perché non hai lottato di più nella coda per comprare la malanga?”.

    Traduzione di Gordiano Lupi
    www.infol.it/lupi

    Nota del traduttore: Ho già spiegato in precedenti note che la malanga è un tubero tropicale. L’espressione è intraducibile in italiano, perché non esiste un corrispettivo. Ho già detto che il termine cubano vianda comprende le patate, le banane verdi, il boniato (patata dolce americana), la malanga, tutto quello che serve per fare un buon brodo e per guarnire un piatto forte. Ho già parlato in precedenza della beca, che traduco con il termine italiano collegio solo per semplicità. Il preuniversitario è parificabile al nostro liceo, pure se non è proprio la stessa cosa. (Gordiano Lupi)

  6. #6
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    bellissima idea
    bravo nico'

  7. #7
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    Gli imbrogli di Lia

    Octubre 22nd, 2008

    Si possono avere 23 anni e vedere le cose in modo chiaro come chi ha vissuto molto. È possibile possedere un catorcio di computer distrutto dal calore e scrivere un blog senza perdere colpi nell’impresa. Si possono dire le cose più dure - che buona parte della gente borbotta solo in casa - in maniera pubblica, sfacciata e persino sensuale. Per ottenere questo risultato singolare devi chiamarti Lía Villares, vivere a Luyanó, suonare la chitarra e avere il desiderio di cambiare le cose. Un giorno ha unito il nome della sua città alla perdita cronica di globuli rossi e ha inaugurato il suo blog Habanemia (http://www.habanemia.blogspot.com). Nel suo caso l’assenza di emoglobina è stata causata dalla scarsità di sogni di una generazione che ha potuto fantasticare pochissimo. Lía è stata tra coloro che hanno cominciato ad andare a scuola contemporaneamente all’ingresso del Periodo Specialenelle nostre vite. Questi ragazzini non ricordano la tessera di razionamento industriale che, contrassegnata da una sfavorevole lettera “E”, mia madre conservava come il documento più prezioso della casa. Quella generazione ha ritenuto normale non bere latte a colazione, non ricevere regali per i compleanni e ascoltare - inebetiti - storie di manicaretti antichi, che raccontavano i più vecchi.
    I grandi occhi di Lía esprimono calma e domande - migliaia di interrogativi contemporaneamente -. Nel Blog si scioglie la capigliatura e si trasforma in un’altra persona. Grida, canta, mostra il pane e olio, unico alimento conseguito in questi giorni privi di rifornimenti. La sua angosciata fiducia nella vita * è uscita fuori con gli amici sfogandosi nella calle G, durante la notte, ci sono libri che la distraggono dal tetto con le travi fuori: “Io nella mia casetta di Luyanó, che cade a pezzi come tutta L’Avana, passo come posso le ore senza Internet, cerco di dormire e di finire L’idiota”.
    “È meglio venti volte essere uno straniero nell’Isola fatale che essere un cubano con le carte in regola” ci dice in uno dei suoi post. Malgrado ciò, adesso Lía non è “un cubano con le carte in regola”. Habanemia (http://www.habanemia.blogspot.com/) le ha permesso di scrollarsi di dosso quella massima generale che lei ha descritto come “inattività e silenzio. Inerzia collettiva di un popolo assorto”.

    * Dalla poesia “El ausente” (http://desdecuba.com/generaciony/wp-...el_ausente.mp3) di Eugenio Florit. Vi lascio qui una versione in musica di Ray Fernández.

    Traduzione di Gordiano Lupi
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  8. #8
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    E' una bellissima iniziativa, che supportiamo.
    Scrivete a Yoani!

  9. #9
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    Intorno a etichette ed elenchi

    Octubre 23rd, 2008

    Mettere nei cassetti, classificare ed etichettare non è lavoro soltanto per impiegati e burocrati. Ci sono persone che provano un piacere speciale nell’attaccare cartellini ai cittadini. A Cuba, negli ultimi dieci anni, l’arte di classificarci per categorie è stata una pratica abituale. Un giorno vai a finire nell’indirizzario degli “scomodi” o nel tranquillo elenco dei “collaboratori”. Le delazioni possono toglierti all’istante dai “seguaci” e trasferirti nel complesso file dei “nemici”. Ci sono alcuni che entrano nell’elenco con le sigle “CR”, che rappresentano l’aggettivo più usato contro coloro che pensano in modo diverso: controrivoluzionario.
    Gli archivisti escono di testa quando non sanno in quale elenco inserire un individuo. Si infastidiscono quando le loro vecchie categorie non vanno bene per classificare i fenomeni recenti. Bisognerebbe che questi “etichettatori del pensiero” inserissero nuovi aggettivi nel loro antiquato repertorio, perché quasi nessuno batte ciglio quando viene accusato di essere un “impiegato dell’Impero”. La schematica scaffalatura dove hanno voluto disporre i cubani è piena di tarli, però noi stessi malinconicamente continuiamo a usare gli epiteti che “loro” hanno inventato.
    Mi sono rifiutata di appartenere a qualsiasi elenco e tuttavia sono compresa in tanti! Preferisco, nonostante tutto, la fila indiana di coloro che vogliono farla finita con questi ridicoli cataloghi di cittadini. Confido che un giorno sarà sufficiente l’appartenenza a questa terra, per sapere in quale inventario ci troviamo tutti.
    Questa sono io. E tu, a quale lista appartieni?

    Traduzione di Gordiano Lupi
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  10. #10
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    L’impunità dei matti

    Octubre 25th, 2008

    Un matto totale prende a calci le auto in mezzo a calle Ayestarán. Indossa abiti logori e nelle braccia porta i segni della “risposta” ricevuta da alcuni veicoli. Un altro pazzo cammina per Centro Habana offendendo il presidente e suo fratello, mentre una donna folle sputa la sua trasgressione davanti a tre poliziotti impavidi. Viene voglia di godere della stessa impunità che hanno i matti. Viene il desiderio di fermarsi in un angolo di strada ed esclamare “il re è in bikini” - come farebbe un bambino -. Però l’età adulta e il buon senso implicano di per sé il castigo. Allora non resta che comportarci come un demente o come un bambino.

    Traduzione di Gordiano Lupi
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