Berlusconi ricorda all’opposizione che andare nelle piazze a protestare contro le riforme non aiuta il Paese, tanto meno in una fase di difficoltà acute e straordinarie come quella della crisi finanziaria in corso.
Attenzione: non è che il premier dica che protestare è illegittimo, o che l’opposizione non sia libera di fare quel che crede.
Eppure, la reazione è come se il premier avesse minacciato la celere nelle piazze.

Veltroni ha subito replicato che la dichiarazione di Silvio era «imbarazzante», che conculcava il pieno diritto democratico a dimostrare.
E via così, in un crescendo che naturalmente non ha dimenticato le manifestazioni contro Prodi organizzate dal centrodestra.
Anche se, a dire il vero, si trattò di una sola: quella a fine 2006 contro le tasse dell’accoppiata Prodi-Visco.
E quel giorno la sorpresa per il centrodestra fu di toccare con mano che l’insofferenza degli italiani verso il taglieggiamento fiscale loro imposto era tale, che accorsero a riempire Roma molte centinaia di miglaia di italiani qualunque, al di là di ogni aspettativa o capacità organizzativa di quello che allora si chiamava Polo delle Libertà.

Il solito rito
Ora il problema non è certo quello di impedire al Pd il suo ennesimo rito piazzaiolo. Per la sinistra italiana la piazza è da sempre un momento sacrale. E’una liturgia della tradizione, scritta in un Dna continuista che dalle “giornate” del 1789 alle sfilate staliniste, dalla contrapposizione al “palazzo” democristiano sino a quando la piazza divenne anche teatro protestatario della sinistra antagonista contro Prodi stesso, non fa che riecheggiare il passato, riproponendolo in un eterno presente.
È come quando gli anziani provano a tornar giovani facendo scherzacci goliardici alla “Amici miei”, e questa volta tocca a Veltroni far la parte al Circo Massimo di Renzo Montagnani, ché quella di grandi come Ugo Tognazzi, Adolfo Celi o gastone Moschin francamente mi sembrerebbe troppo.

La faccenda nuova, da qualche anno a questa parte, è che la catarsi piazziaola alla sinistra non riesce più con lo stesso spirito di un tempo.
Per il semplice fatto che proprio la piazza è diventata un metro per misurare le sue divisioni e spaccature, prima che la sua forza relativa rispetto alla maggioranza.
Capitò quando l’Ulivo iniziò a perdere compattezza a sinistra, ed era inevitabile, vista la natura antagonista della componente nient’affatto ex-comunista.
Ricapitò coi girotondini, in prima versione e poi in versione grillina.
Ricapita oggi, quando in pochi mesi Veltroni ha dovuto cambiare due volte linea, e si trova ai ferri corti con l’unico interlocutore che si scelse come alleato alle elezioni di aprile, Antonio Di Pietro.

Il Veltroni della campagna elettorale era collaborativo, ricordate?
Non collaborativo nel senso di arrendevole, verso Berlusconi.
Collaborativo nel senso che prometteva un dialogo sulle istituzioni e sull’economia.
Poi fu sconfitta epocale e inizio di mormorio interno a un Pd tutto disegnato a immagine e somiglianza del leader, del suo partito “liquido” e promesso senza iscritti.
Venne poi l’estate del muto ripensamento, mentre le acque del mormorio interno salivano, e nelle Regioni strappi e scontri nel Pd proliferavano.
Poi è venuta la terza svolta, quella del Veltroni sanguignno che ogni giorno cerca lo scontro verbale più aspro con Berlusconi.
Per allontanare da sé ogni accusa di arrendevolezza, si disse all’inizio.
Per impedire che sia il solo Di Pietro a magnetizzare su di sé i consensi di un’opposizone corrusca e senza vie di mezzo, si direbbe oggi.
Cosa che al Pd e al suo alto lignaggio politico e intellettuale dà fastidio già solo all’idea, doversi misurare non tanto con Silvio che veleggia verso il 70% nei sondaggi, ma con l’ex pubblico ministero che ogni giorno picchia duro facendo da solo il mestiere di cento parlamentari e duecento dirigenti locali del Pd.

La maestria di D’Alema è quella di non aver avuto parte in nessuna di queste tre svolte. Lui ci ha solo messo lo zampino insieme a Franco Marini incastrando all’inizio Veltroni, a doversi temerariamente mettere alla testa delle truppe mentre il governo Prodi si sfaldava.
Ma, al contempo, per evitare ogni possibile accusa di antiveltronismo, ecco che D’Alema dopo cento interviste di tutt’altro tono non fa mancare al momento decisivo una parolina di apparente solidarietà al leader. E anche ieri, infatti, D’Alema non si è sottratto. Ha dato a Brunetta dell’«energumeno tascabile». Ha detto che nel centrodestra hanno la «faccia di tolla». Fantastico. Lo sanno tutti, che quella di D’Alema sono parole per far Veltroni “fesso e contento”, come si dice in gergo popolare.

Seminare e raccogliere
Del resto, Veltroni se l’è voluta.
Ha un bel dire ora che al Pd occorre uno «strappo generazionale» ancor prima delle prossime elezioni europee.
Una mossa che in apparenza richiama la preghiera del Getsemani, «allontana padre da me l’amaro calice».
Ma temo che finirà proprio come allora. Il calvario non sarà risparmiato, a Veltroni. Con la differenza che non si prevedono resurrezioni al terzo giorno. Ma un bel congresso dopo le europee, in cui tirare le fila di questa scombiccheratissima leadership del Pd.

A Berlusconi, in realtà, i picchetti davanti alle scuole e alle università e gli inutili riti di piazza non fanno alcun danno di popolarità. Per molti versi, anzi, ne rinforzano quell’immagine di leader dell’”Italia del fare” al quale tiene più di ogni altra cosa. Ma il Pd è come fosse in preda a un cupio dissolvi.
Marcia per non marcire.
Protesta per sentirsi vivo.
Grida per provare di aver voce.
Veltroni non ha coinvolto nessuno dei sindaci nordisti che nel Pd erano più vicini, a quell’Italia del fare di cui oggi è Silvio l’idolo.
Quando Cacciari deride Veltroni per le sue scelte di personaggi alla Calearo, e annuncia che in piazza lui non ci sarà, ricorda a noi tutti che non è vero, che Veltroni avesse come unica alternativa fare il deserto intorno a sé. Rimpiangeranno Prodi: io l’ho sempre pensato.
Anche se sabato riempiono di sicuro la piazza.

Oscar Giannino www.libero-news.it 22 10 08

d'accordo su tutto tranne che siano tanto imbecilli da rimpiangere Prodi.
Sopratutto se sabato riempiranno le piazze.
saluti