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    beduino italico
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    Predefinito Ricordando il comandante "Che" Guevara

    RICORDANDO IL COMANDANTE “CHE” GUEVARA.
    Il giorno 9 di ottobre ricorreva il quarantunesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara ma non è che i guevaristi d’abitudine si siano interessati più di tanto per ricordare questo avvenimento molto importante per i rivoluzionari di tutto il mondo, evidentemente è più importante recuperare qualche voto di qua e di là dopo la figura barbina rimediata alle ultime elezioni politiche.
    Quando più di quarant’anni fa noi, militanti nemmeno ventenni di un’area politica nella quale credevamo di trovare lo sbocco futuro delle nostre idee, venimmo a sapere della morte di Che Guevara ci domandammo stupiti chi fosse costui. Eravamo appunto nemmeno ventenni e le nostre conoscenze ideologico politiche erano alquanto limitate. Limitate anche da un ambiente e da “funzionari” di partito che immediatamente ci “spiegarono” chi era il “Che”. Si seguì la solita prassi in uso allora in quell’ambiente: rivoluzione cubana=rivoluzione castrista=rivoluzione comunista=Che Guevara compagno di lotta di Castro= Che Guevara comunista. Quindi noi anticomunisti per antonomasia dovevamo avere una visione del tutto negativa di Che Guevara. Ricordiamo che un dirigente dei gruppi giovanili propose addirittura di fare un manifesto in contrapposizione a quello delle sinistre scrivendo: “Il Che è morto, una carogna in meno”.
    Sarebbero passati alcuni anni e ci saremmo accorti da soli chi era veramente il Comandante Ernesto “Che” Guevara.
    Uno dei primi segnali ci venne all’inizio degli anni settanta da un semplice disco a 45 giri del cabaret romano del “Bagaglino”. Su un lato la canzone “Il mercenario di Lucera” dall’altra parte “Addio Che”. Era difficile capire quale fosse il legame fra un mercenario ( stereotipo del fascista) ed il Che (stereotipo del comunista). Il legame è la volontà di entrambi di fuggire dal grigiore borghese e di vivere la vita tutta in una volta. Il mercenario non vuole assoggettarsi ai dettami di maniera dei borghesi (rate, mutui, utilitaria, doppio mento) e mentre sta morendo senza un soldo in tasca canta “viva la gioventù” e poi manda un saluto agli amici che “invecchiano a Lucera”. Nella canzone del “Che” sì dice, rivolgendosi a lui, “sei morto in un giorno solo e non poco per volta”. Non sei mai invecchiato. Ecco uno dei primi segnali di vicinanza con il “Che”, poi ci sarebbero stati altri approfondimenti ma quello che avrebbe potuto già allora far capire che la figura del Comandante non era affatto una figura contrapposta a noi ed alle nostre idee sarebbe stato il leggere il messaggio di Juan Domingo Peron in occasione dell’assassinio del Comandante, in quegli anni inoltre circolava la voce che il testamento politico di Ernesto “Che” Guevara fosse dedicato ad Evita Peron. Già in altre occasioni Peron definisce “Che”Guevara “el mas grande revolucionario” e Peron è definito da molti l’ultimo capo di un vero stato Fascista. Anche da parte del “Che” verso Peron vi è una riconosciuta e nota simpatia e la lettera di Peron alle popolazioni latino/americane in occasione dell’assassinio del Comandante dimostra chiaramente quanto il capo del movimento giustizialista tenesse in considerazione il giovane rivoluzionario. Nella lettera Peron parla di un uomo dedito alla “lotta contro l’ingiustizia, la miseria, lo sfruttamento” e parlando dei governi delle nazioni dell’america latina li definisce “oligarchie senza patria, marionette nelle mani del Pentagono”. Juan Domingo Peron scrive, rivolgendosi alle popolazioni dell’America del sud, che “oggi è caduto un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto “Che” Guevara” e rivolgendosi soprattutto ai giovani dice che “la sua vita, la sua epopea, sono l’esempio a cui devono tendere i nostri giovani. Questo è il pensiero sul “Che” di uno dei capi politici che meglio ha saputo interpretare la più grande intuizione politica del XX° secolo: l’unione del nazionale con il sociale, la via nazionale al socialismo. Ecco quindi che già allora si poteva capire che la figura del “Che” per noi poteva e doveva essere qualche cosa di diverso.
    Dopo essere stato, assieme a Castro e Cinfuegos, uno dei capi della rivoluzione cubana che liberò il popolo dalla dittatura serva delle multinazionali e del capitalismo il “Che” avrebbe potuto vivere una vita borghese e tranquilla seduto alla scrivania del ministero dell’industria ma egli credeva necessaria una tensione rivoluzionaria permanente al fine di dare ai popoli libertà dagli sfruttamenti e dall’ingiustizia. Questo suo pensiero lo esterna chiaramente alla televisione americana e all’assemblea generale dell’ONU dove egli riafferma la sua posizione anticapitalista. Dal 1965 il “Che” rinuncia alla vita pubblica e praticamente scompare. Andrà in Congo ad aiutare i rivoltosi di quel paese poi ritornerà in sudamerica a preparare la guerriglia in Bolivia. E in questo periodo che sorge il dubbio sull’ideologia comunista di “Che” Guevara ed anche sui suoi rapporti con Fidel Castro. I detrattori del presidente cubano diranno che egli favorisca l’uscita del “Che” da Cuba perché poteva diventare un suo avversario politico ma queste sono teorie. Non è teoria invece il fatto che all’Unione Sovietica il “Che” non fosse simpatico perché troppo rivoluzionario ma soprattutto per la sua ammirazione verso la Repubblica Popolare Cinese. Catturato l’8 di ottobre 1967 dall’esercito boliviano il Comandante “Che” Guevara verrà assassinato il giorno dopo da militari boliviani assistiti da agenti della CIA. Anche in questa vicenda gioca una parte sporca il Partito Comunista Boliviano che osteggia l’azione del “Che”. E anche questo la dice lunga sul “comunismo”del Comandante. Della biografia del “Che” ci piace ricordare un episodio di quando egli era ministro dell’industria e si recò in visita ad una fabbrica di biciclette. Assieme a lui c’era la figlia cui piacque una bicicletta e immediatamente il direttore della fabbrica si offrì di regalargliela. Prontamente il “Che” disse al direttore che lui non poteva regalare niente perché la fabbrica era di proprietà del popolo.
    Vogliamo chiudere qui i nostri ricordi della vita del “Che” soprattutto per non voler scadere nel “guevarismo di maniera” che tutto fa meno che rendere onore alla figura del Comandante.
    Ci riferiamo al lercio e vergognoso commercio che oramai da diversi anni è cresciuto attorno alla figura di “Che” Guevara. Un commercio che si sviluppa nei centri di turismo alla moda ed è fatto di magliette, medaglie, portachiavi ed ammennicoli vari. Un commercio che va a riempire i portafogli di persone che nulla hanno a che vedere con le idee di Ernesto “Che” Guevara.
    Ci riferiamo ad una delle ultime trovate in voga nei centri di turismo alla moda dove si vendono immagini del “Che” con in bocca al posto dell’immancabile sigaro uno spinello, dando così un’immagine totalmente falsa e fuorviante delle idee e dei concetti di vita dell’uomo. Tutto avrebbe voluto il “Che” meno che i giovani vivessero rimbecilliti da droga, spinelli, canne e alcol.
    Ci riferiamo a quei personaggi che in questi centri di turismo si aggirano ornati di magliette che riportano immagini e frasi del “Che”. Un ricordo personale di questo nuovo tipo di fauna visti in durante un periodo di vacanza. Uno portava una maglietta con effigie ed immancabile “Hasta la victoria . . .”, il tutto ridicolmente firmato e griffato. Un altro personaggio oltre all’effigie del “Che” sul petto in testa portava il solito berrettino scemo di stile yankee che pubblicizzava una nota bibita multinazionale. La ciliegina sulla torta era quando questi esseri andavano a cena e siccome la formula della vacanza era il cosiddetto “tutto compreso” riempivano a dismisura i loro piatti lasciando popi sul tavolo più della metà delle cose da mangiare. Alla faccia della fame nel mondo e dei problemi economici che lo stesso paese che li ospitava per le vacanze aveva.
    Ci riferiamo ai telecomunisti italiani i quali per anni hanno portato effigi e motti di “Che” Guevara in testa ai loro cortei salvo poi correre ad occupare le poltrone di un governo guidato dall’affossatore delle partecipazioni statali ed infarcito, quasi palesemente, di adepti della finanza internazionale.
    Probabilmente se il “Che” prima di portare la rivoluzione nei paesi dell’America latina avesse fatto un giro da queste parti molti dei padri politici dei telecomunisti nostrani si sarebbero presa qualche bella pedata nel sedere. Mao Tse Tung diceva che la rivoluzione non è una festa di gala ed il “Che” l’aveva capito e praticato.
    Hasta la victoria siempre Comandante Ernesto “Che” Guevara.



    Fabio Pretto
    23 ottobre 2008


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  2. #2
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    E' morto crivellato dal piombo. E io me la rido!

 

 

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