Non condivido tutto, ma nel complesso mi sembra un'analisi molto centrata.
Certo che fare i reggicoda di questi residui moribondi (ma duri a morire del tutto) del peggio che c'è stato in Italia negli ultimi quarant'anni non è che sia proprio il massimo. Loro sono la stanca continuità col peggio della storia italiana contemporanea, ormai autoreferenti e avulsi dalla realtà, nella folle convinzione di poter preservare i loro privilegi per l'eternità, come quelle aristocrazie parassitarie che vengono poi travolte dalla storia, e i nostri pensano bene di fare il codazzo (non richiesto, perché per quelli perfino Berlusconi è oro rispetto al fascista) a quella genia di zecche (nel senso letterale: succhiano il sangue altrui).
Che tristezza...
Ad ogni modo l'articolo, tratto dal blog di Gianfranco La Grassa,
http://ripensaremarx.splinder.com/
è questo:
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domenica, 26 ottobre 2008
TUTTI AI POSTI DI COMBATTIMENTO: TORNATE SUI BANCHI! Di G.P.
C’è qualcosa che non va in questa “rivolta” studentesca che dovrebbe fare riflettere i nostri giovani barricaderos. Questi ragazzi, con troppo slancio emotivo e poca capacità critica, stanno confondendo una operazione di bilancio statale, con tagli alla scuola per mancanza di risorse (discutibili ma non irrazionali), con una riforma che stravolgerebbe assetti consolidati, di cui tutto si può dire fuorché siano ottimali. Ma non solo. In verità non è in essere alcuna riforma in quanto non si può definire tale un semplice ritorno al passato, come nel caso della proposta del maestro unico.
Non diamo adito ai soliti proclami della sinistra che fomenta strumentali campagne da ultimo stadio a difesa della democrazia ogni qual volta la destra va al governo. Qui non è in questione la libertà dell’istituzione scolastica, né la messa a repentaglio del patrimonio culturale del Paese, il quale sarebbe perennemente sottoposto a saccheggio da parte dell’orda mongola dei berluscones, portatrice di una sottocultura filo-imprenditorialista. Se c’è crisi culturale, questa è trasversale e riguarda soprattutto la sottocultura sinistroide.
Ed è anche il caso di non tirare nuovamente fuori vecchie questioni sulle quali si sono costruite menzogne sesquipedali, dal ’68 sino ai nostri giorni. All’epoca si diceva che la scuola era la “staffa del padrone” (che bella scoperta!) e con questo imprinting, piuttosto ambiguo, si voleva dare l’avvio ad una rivoluzione socialista la cui scintilla sarebbe scoppiata, per l' appunto, dall’istituzione scolastica per poi dilagare nelle fabbriche. L’alleanza operai-studenti fu però un vero fallimento e quando quest’ultimi s’accorsero che con i primi si faceva poca fortuna, poiché troppo rozzi e inadeguati al raggiungimento del loro vero obiettivo, quello della scalata alla piramide sociale, pensarono bene di mollarli al loro irrevocabile destino di lavoratori produttivi (questa iattura della quale parlava Marx), rivolgendosi nuovamente ai loro padri ed affini per una buona parola e l’entrata in società.
Ciò che fu portato a compimento nel ’68 fu il sovvertimento valoriale di una società ancora contadina che, con tutto il suo armamentario di arcaiche convinzioni, mal si adattava alla “disinvoltura” necessaria nella nuova fase dei consumi di massa e di un vorticoso sviluppo industriale. Una rivoluzione culturale all’interno di uno spazio sociale già modificatosi che richiedeva una corrispondente sovrastruttura morale ed etica, molto più adeguata ai tempi. Tradotto: la vera rivoluzione la fece il sistema per l’estensione dei rapporti sociali capitalistici e per la sua incipiente accumulazione!
Ma le cose si spinsero troppo oltre e dopo le contestazioni studentesche del ’68 la scuola è divenuta quel “bordello democratico” del quale stiamo ancora pagando le conseguenze in termini di inefficienze e di spese mal gestite.
I vecchi contestatori hanno, nel frattempo, fatto carriera conservando la stessa mentalità furbina con la quale si muovono ancora mirabilmente sulle piazze, portandosi al guinzaglio la nuova generazione che non ne vuole proprio sapere di camminare sulle proprie gambe.
I maneggioni assiepati nei posti che contano, fattisi classe dirigente, di tanto in tanto emettono richiami di appartenenza invocando l’adunata di tutto il ceto semicolto (del quale gli insegnanti costituiscono la punta avanzata) sensibile alla belle epoque del “tutto e subito”. Questi e quelli hanno fatto un pezzo di strada assieme ed hanno difeso le piazzeforti sessantottine accatastando feticci culturalistici con i quali continuano ad ammorbare i giovani per meglio raggirarli. Questi snob “ex-cathedra”, forti dell’egemonia culturale, impartiscono lezioni di democrazia al mondo intero, indignandosi per la longa manus berlusconiana nelle tasche dei fondi scolastici (perchè magari preferirebbero gestirli in proprio), dopo aver lasciato che Prodi & C. facessero e disfacessero a proprio piacimento nel medesimo senso.
La scuola continua ad essere la staffa del padrone, proprio come prima del ’68, ma i reggitori non sono più i Malipiero ingessati della canzone di Gaber, bensì gli strilloni, un po’ smunti, che si sgolavano con il ritornello “i borghesi son tutti dei porci”, prima di prenderne, come camaleonti arrivati in cima al podio, le stesse movenze pantagrueliche.
Se vogliamo parlare in termini assoluti non possiamo non rilevare che “la cultura che si impartisce nelle scuole non è mai altro che una cultura di secondo grado, una cultura che nelle intenzioni di un numero talvolta ristretto, talvolta più largo d’individui di questa società, e su degli oggetti privilegiati (le belle lettere, le arti, la logica, la filosofia, ecc.), “coltiva” l’arte di rapportarsi a questi oggetti: come mezzo pratico per inculcare in questi individui norme ben definite di condotta pratica nei riguardi delle istituzioni, dei “valori”, degli eventi di questa società. La cultura è l’ideologia d’elite e/o di massa di una società data. Non è l’ideologia reale delle masse (poiché in funzione delle opposizioni di classe, vi sono numerose tendenze all’interno della cultura): ma l’ideologia che la classe dominante tenta d’inculcare, direttamente o indirettamente attraverso l’insegnamento o altri mezzi (cultura per le elite, cultura per le masse popolari) alle masse che essa domina” (Althusser). Tutto ciò per ribadire come i pesci nell’acqua “non vedono l’acqua nella quale nuotano”. Così la cultura di cui sono imbevuti questi professori illuminati di sinistra, soprattutto quando cercano d’imporsi per una diversità che è solo elitismo spocchioso, veicola in ogni caso l’ideologia dominante, la quale al suo interno è strutturata per tendenze che fanno la soddisfazione di clienti differenziati.
Per questo ogni battaglia culturale deve essere dirottata sul terreno politico dove le forze in campo sono costrette a prendere posizioni più nette. Ed è qui che scopriamo quanto sono cialtroni i semicolti di sinistra che fingono di non vedere il disfattismo della parte alla quale appartengono.
Dopo questa breve digressione torniamo al tema che ci interessa. Cosa sta facendo il governo Berlusconi? Esso, sulla base delle indicazioni del Ministro dell’Economia Tremonti, il quale nella finanziaria di luglio ha approntato una serie di ricette per fare quadrare i conti del Sistema-Italia - fermo al palo a causa delle troppe inefficienze - sta tentando di recuperare risorse che altrimenti non saprebbe dove andare a prendere.
Mi dispiace dirlo, ma se la Nazione non è in grado di risollevarsi e di crescere produttivamente l’unica cosa che si può fare è risparmiare sforbiciando un po’ di qua, un po’ di là. Certo si può accusare il governo di non essere stato in grado di rilanciare lo sviluppo, di non aver approntato programmi di irrobustimento o di ripristino di un sistema economico ormai in piena decadenza, di essere stato ancora troppo tenero con i poteri forti (nonostante lo stesso Tremonti abbia tentato di porre un argine alla loro famelicità con l’introduzione della Robin Hood tax, già riassorbita dai previsti aiuti di Stato alle banche implicate nella debacle dei prodotti derivati) che hanno ridotto l’Italia con le pezze al culo, ma, del resto, esso è in buona compagnia e si spartisce equamente tutte queste responsabilità con gli altri governi che si sono alternati alla guida del paese da vent’anni a questa parte.
Le commistioni a distanza, in termini di indirizzi di politica economica, tra destra e sinistra sono così evidenti (anzi i sinistri hanno fatto anche di peggio) che ci si aspettava dagli studenti un’azione meno succube del solito tran tran antiberlusconiano, figlio di un’ideologia ingiallita che nemmeno i canti partigiani (che non c’entrano un cazzo!) possono ravvivare. Si va in passeggiata, cari studenti, gomito a gomito con i veri affossatori della nazione i quali, niente meno, si ritrovano in prima fila nei cortei con rinnovata verginità politica. Aveva torto Brecht quando diceva che il nemico marcia sempre alla testa degli sfruttati?
Da questo punto di vista ha ragione anche Paolo Barnard quando denuncia che nella finanziaria dell’Ulivo, quella del 2006, i tagli alla scuola erano di molto superiori agli attuali, eppure nessuno trovò motivazioni sufficienti per organizzare manifestazioni e sit in di contestazione. Ed ha ancora ragione Barnard quando sostiene che la vera protesta andrebbe fatta (non sono le sue parole ma il significato non tradisce) mettendo a ferro e fuoco le sedi del Pd, quelle di Rifondazione e di tutto il resto della sinistra (Sindacati compresi), per estirpare, una volta per tutte, queste metastasi partitico-confederali dal corpo del nostro pauvre pays sempre più pays pauvre.
La coperta è divenuta così corta che non si può tendere di più. Ad ogni movimento si lascia fuori qualcosa e la soluzione più comoda (ben incarnata da tutte le forze politiche, senza distinzioni di sorta) è sempre quella dei tagli ai servizi pubblici essenziali.
Forse l’austerità imposta agli italiani sarebbe più accettabile se almeno questi stessi servizi, seppur ridimensionati, funzionassero meglio e non venissero ridotti a camere di compensazione degli appetiti della politica. La classe dirigente italiana, da destra a sinistra, è colpevole sia per il fatto di limitarsi ad amministrare l’esistente (il che, in una situazione di crisi tremenda come quella in corso, equivale alla resa incondizionata su tutti i fronti) sia di approfondire lo sfascio italico con il suo voler arraffare quello che resta in cassa. Se il primo atteggiamento di passività sarebbe già da considerarsi un reato grave per il quale la pubblica fustigazione sarebbe il minimo della pena, per il secondo dovrebbero cominciare a rotolare le teste giù dai patiboli, e non in senso metaforico.
Detto ciò, caro studenti, la vostra discesa in piazza al fianco di questa gente è un vero e proprio controsenso. E quegli stessi paladini che dicono di voler difendere con i denti la scuola pubblica mandano i propri rampolli nelle migliori scuole private dove si impara a parlare con la “r” arrotondata e l’accento british. A questi tentativi di raggiro si deve rispondere con il giusto disprezzo, facendo sì volare le cattedre ma nell’unica direzione possibile…




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