
Originariamente Scritto da
dasein
L'opposizione della Cgil e di altri sindacati ai provvedimenti sulla scuola del Ministro Gelmini è comprensibile. Quei sindacati vedono minacciato il loro potere di interdizione di cui, da tempo immemorabile, dispongono nella scuola. Meno comprensibile è che li seguano acriticamente tanti altri. Il Partito Democratico, per esempio, nella vicenda della scuola, ha fin qui assunto (come facevano, del resto, i suoi progenitori, il Pci e la sinistra democristiana) il ruolo di megafono dei sindacati. Dando così un calcio alle cose dette in passato a proposito del "nuovo riformismo" che dovrebbe caratterizzarlo. Gli studenti, a loro volta, si agitano tanto (e, naturalmente, occupano). Anche loro si sono accodati ai sindacati. Perché accade ciò? Perché i sindacati dettano la linea sulla scuola e tanti li seguono?
Al netto delle convenienze politiche, ciò succede perché la visione sindacale della scuola, è diventata, per tanti, senso comune. Il cuore della visione sindacale consiste nell'idea che i problemi della scuola siano i problemi di quantità, non di qualità. Non conta la qualità dell'istruzione, ciò che si trasmette ai ragazzi. Conta solo salvaguardare i "livelli occupazionali" e, quando si può, avere "più risorse". Più risorse significa più insegnanti (necerssariamente mal pagati). Quantità, sempre e soltanto quantità. Per decenni questa è stata la vera politica dell'istruzione in Italia: assumere più gente possibile. Il fatto che poi tutta questa gente fosse malpagata non importava. Importava poter disporre di un'ampia "massa di manovra". E naturalmente nulla doveva esser fatto per accrescerne, o premiarne, la professionalità (un professionista ben pagato e sicuro del proprio status è poco manovrabile) né per esercitare controlli e valutazioni sul loro operato. Nulla importava che alla crescita dei numeri (degli insegnanti) corrispondesse, come era inevitabile, un declino della qualità dell'istruzione.
La visione sindacale si è fatta senso comune. Il governo propone una "riduzione dell'organico" (sia pure graduato nel tempo) e una razionalizzazione della spesa? Subito si parla di intollerabile "attacco alla scuola pubblica".
Ma è vero l'opposto. E' perché da decenni si è puntato tutto sulla quantità che la qualità della scuola pubblica si è drammaticamente deteriorata.
Non abbiamo bisogno di meno insegnanti solo per la ragione generale (e non è affatto una ragione disprezzabile) che dobbiamo ridurre in ogni comparto dell'amministrazione la spesa pubblica. Ne abbiamo bisogno soprattutto per ridare qualità alla scuola. Ricostituiremo una scuola di qualità solo se disporremo di un corpo insegnante più ridotto (e quindi anche meglio pagato), inquadrato in un sistema fatto di buoni reclutamenti e di carriere collegate alla professionalità e ai risultati. Riuscire (col tempo) a ridurre gli organici non è una condizione sufficiente per rilanciare la scuola ma è una condizione necessaria. Si tratta di passare dalla politica della quantità a quella della qualità. C'è per caso un sindacato (almeno uno, fra i tanti) che sia disposto a scommettere sulla qualità, sulla riqualificazione della scuola?
Corriere della Sera Magazine 23/10/2008