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    Predefinito Riccardo Petrella: «L'acqua, un bene comune a rischio»

    Intervista a Riccardo Petrella, 67 anni, professore, consigliere della Commissione europea, fondatore dell'Ierpe e militante del diritto all'acqua. «Le guerre per l'oro blu sono già cominciate».


    Quando lo raggiungiamo a telefono, all'inizio di agosto, si trova a Verona, città nel nord dell'Italia. Il tono della voce è forte, vivace e la conversazione parte in automatico senza lasciarci formulare la domanda. Del resto, Riccardo Petrella è abituato a parlare in pubblico, a spiegare e rispiegare, i motivi che hanno fatto di questo “operaio della parola” – come lui stesso si definisce – uno dei più strenui difensori del diritto all'acqua. Da professore sperimentato, che ha insegnato Mondializzazione dell'Economia all'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, tenuto corsi alla Libera Università di Bruxelles (sezione olandese) e partecipato alla creazione dell'Università del Bene Comune – un progetto nato nel 2001/02 a seguito dei Lavori del Gruppo di Lisbona, che parte dal principio che la conoscenza è un bene dell’umanità – Petrella argomenta le sue idee con chiarezza, e senza disdegnare l'ironia. Per questo non ci si stanca di ascoltarlo ragionare.

    La coca-colizzazione dell'acqua

    Senz'acqua, si sa, non c'è vita. Ma l'acqua non è una risorsa inesauribile e i media ci stanno abituando alla prospettiva di una crisi e al conseguente aumento del prezzo del nuovo petrolio, l'“oro blu”. «La tendenza attuale, predominante nell'Ue, è quella di affidare la fornitura dell'acqua potabile ai privati, delegando al mercato l'allocazione di una risorsa e trasformandola, quindi, in merce». Perché? Per Petrella l'imperativo dominante sarà sempre più quello di mantenere alta la capacità di offerta dell'acqua, poiché la domanda è destinata ad aumentare, sia per l’aumento della popolazione, sia a causa della crescita economica. A tutto ciò bisogna aggiungere il degrado a cui l'acqua, a causa dell’inquinamento, va incontro. E per mantenere alta l'offerta, niente di meglio del ricorso a costose soluzioni tecnologiche, come la desalinizzazione dell'acqua di mare, la costruzione di grandi dighe e la depurazione.
    «Dal 2000 ad oggi si è creata una vera e propria nebulosa di fondi di investimento internazionali specializzati in acqua: raccolgono capitali pubblici e privati (hanno racimolato ad oggi 30-40 miliardi di dollari) per investirli nei grandi gruppi come Suez, Veolia ecc., leader mondiali in servizi ambientali»
    A questo punto, secondo Petrella, la domanda da porsi è: chi paga la tecnologia? «Il capitale privato, è ovvio. Dal 2000 ad oggi si è creata una vera e propria nebulosa di fondi di investimento internazionali specializzati in acqua: raccolgono capitali pubblici e privati (hanno racimolato ad oggi 30-40 miliardi di dollari) per investirli nei grandi gruppi come Suez, Veolia ecc., leader mondiali in servizi ambientali». Alla gestione dell'acqua sono interessati anche gruppi come Nestlé, Danone o Coca-Cola. «Ogni anno si producono 130 miliardi di bottiglie di Coca-Cola, il che vuol dire un grande uso di acqua... ecco che Coca-Cola ha tutto l'interesse ad acquisire i terreni con le falde acquifere, con la scusa che è interessata alla qualità dell'acqua che usa».
    La politica europea dell'acqua: a tutta liberalizzazione?

    Il business dell'acqua?

    Petrella, fondatore dello Ierpe, Istituto europeo di Ricerca sulla Politica dell'acqua, fa anche parte del Comitato internazionale per il Contratto mondiale sull'Acqua e ha scritto il Manifesto dell'Acqua, nel quale propone un governo comune della risorsa basato sul ricorso alla finanza pubblica e alla partecipazione attiva dei cittadini. Infatti, secondo lo studioso, solo de diventa un bene pubblico l'acqua potrà arrivare anche a chi (ad oggi un miliardo e mezzo di persone) ancora non ne ha accesso. «Negli ultimi anni abbiamo spinto il Parlamento europeo a dichiarare l'acqua un diritto umano, che perciò non deve essere regolato dai principi del mercato. Nel marzo del 2006 il Parlamento europeo ha sancito all'unanimità il diritto all'acqua, ma i limiti della sua azione sono risultati evidenti pochi giorni dopo, al quarto Forum Mondiale dell'Acqua di Città del Messico». In quest’occasione, sede infatti, la Commissione europea venne incaricata di trasmettere la risoluzione del Parlamento, ma la Conferenza Interministeriale a conclusione del Forum la ignorò totalmente, affermando che l'acqua era un bene economico. «Sa che cosa ha risposto la Commissione ai parlamentari europei che le chiesero spiegazioni? Che i suoi membri avevano il mandato del Consiglio dei Ministri dell'Unione, favorevole in maggioranza alla liberalizzazione dell'acqua!»


    Lobbie private e lobbie di Stato

    La differenza di vedute tra Istituzioni europee non deve trarre in inganno. «Lo stesso Parlamento ha in maggioranza una visione di questo tipo: l'acqua è un diritto, ma sempre più i diritti hanno costi che la finanza pubblica non può sopportare e diventa necessario ricorrere a soluzioni manageriali, ovvero alla privatizzazione dei servizi idrici».

    «E siamo coscienti del fatto che le guerre per l'acqua sono già cominciate e aumenteranno in futuro?»
    Del resto, le Istituzioni europee sono influenzate, nelle loro scelte sia dalle multinazionali dell'acqua sia, dai singoli Stati. Un esempio? La Francia ha fatto approvare la direttiva quadro del 2000 nella quale, senza dirlo esplicitamente, l'Ue apriva alla privatizzazione dell'acqua. «La scuola francese è la più influente in Europa: non stupisce: nove delle prime dieci imprese idriche mondiali sono europee, e le più forti sono francesi. Altro dettaglio: il consigliere personale politico di Chirac tra il 2000 e il 2007, Jérôme Monod, era il Presidente di Suez-Lyonnaise des eaux».
    «Un utopista, io? Sì, è quello che mi sento dire in continuazione nelle sedi europee. Ma, secondo lei, cosa impedisce che la finanza pubblica si prenda a carico la gestione dell'acqua? Non copre forse le spese militari? E siamo coscienti del fatto che le guerre per l'acqua sono già cominciate e aumenteranno in futuro?»
    http://www.cafebabel.com/ita/article/26699/riccardo-petrella-lacqua-un-bene-comune-a-rischio.html
    -
    Adesso ho alcune domande molto "strane" da farvi
    Come si uccide un serpente?
    schiacciando la sua coda oppure schiacciando la sua testa?
    oppure come risolvere il problema della prostituzione?
    Criminalizzando le prostitute oppure colpire soprattutto chi le sfrutta ?
    e ancora..
    Come risolvere il problema dell'immigrazione?
    Criminalizzando tutti gli immigrati oppure colpendo anche e soprattutto coloro che li sfruttano?
    e così via...
    a voi le risposte.

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  2. #2
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    NON È TUTTO ORO (BLU) QUEL CHE LUCCICA

    di Antonio Massarutto 10.09.2008
    Molti lettori hanno inviato commenti al mio “Diamo una regolazione all’acqua”, con un leit motiv: l’acqua è un bene comune, un diritto fondamentale, una risorsa essenziale, dunque deve rimanere pubblica. Altrimenti i prezzi aumentano in modo insostenibile.
    Potrei cavarmela rispondendo che hanno sbagliato indirizzo, oppure non hanno letto con attenzione: non è mia l’idea di aprire ai privati il settore idrico, ma sta nei fatti oltre che nella legge. Il mio articolo sottolinea semmai le difficoltà insite nella strada intrapresa dal governo e avanza proposte correttive. Chi si illude che il settore idrico possa essere liberalizzato ricorrendo semplicemente alle gare, a mio avviso, commette un errore madornale.
    Tuttavia questa risposta è insufficiente, perché se condivido le preoccupazioni dei lettori, non condivido le motivazioni per cui sono preoccupati. Cosa significa veramente “privatizzare” in un contesto come questo? A chi o a cosa può servire? Finirà come in Bolivia? Ce l’ha ordinato il medico di introdurre addirittura l’obbligo di gara? (1)
    Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. Nessuno, neanche il più accanito mercatista, ha mai pensato di “privatizzare l’acqua” in quanto risorsa naturale: essa è oggi più che mai saldamente in mano pubblica, ogni suo uso deve essere autorizzato e regolato da un formidabile apparato di norme. La dir. 2000/60, che il nostro ordinamento ha in parte già anticipato, benché tra il legiferare e il fare ci sia di mezzo il mare, prevede che su tutti i corpi idrici venga raggiunto il buono stato ecologico, disciplinando le attività antropiche di conseguenza.
    Altra cosa sono i servizi idrici. Per dirla con una battuta, l’acqua è un dono di Dio, ma Dio, o chi per lui, si è dimenticato i tubi, gli impianti, i depuratori e tutto quello che occorre per farli funzionare. Quelli dobbiamo procurarceli da noi. I costi che dovremo sostenere per raggiungere l’obiettivo del buono stato ecologico e, insieme, ammodernare la rete sono molto ingenti. Si parla di investimenti per 50-60 miliardi di €, ma è una stima parziale. Cifre da fare impallidire una manovra finanziaria. Da qualche parte devono saltare fuori.
    Quello idrico è un servizio essenziale? Certo che sì, ma non nel senso che “il corpo umano è fatto di acqua al 99%”, “l’acqua è vita” e simili ovvietà. Stiamo parlando di quei circa 200 l/giorno con cui ci laviamo, puliamo casa, facciamo andare gli elettrodomestici, annaffiamo le piante, cuciniamo gli spaghetti, tiriamo lo sciacquone. Un servizio fondamentale per assicurare un moderno standard di vita urbana, quanto l’energia elettrica, ma non nominiamo il vangelo invano. L’acqua che basta a “dar da bere agli assetati” è una piccolissima frazione di quei 200 l.
    Orbene, cosa c’entra il privato con tutto questo? Anche qui bisogna evitare confusione. Due sono i temi in discussione: il primo è chi gestisce, ossia chi si assume la responsabilità e i rischi di farli funzionare (un soggetto pubblico o un soggetto privato, e secondo quali modalità di affidamento), il secondo è chi paga (l’utente, attraverso le tariffe, o il contribuente, attraverso la fiscalità).
    Riguardo alla prima questione, stiamo parlando di un servizio industriale, con livelli di complessità molto elevati, e che richiede gestione professionale, capitali ingenti, tecnologie avanzate, specializzazione, capacità di relazionarsi con il mercato (fornitori di tecnologia, costruttori, banche, professionisti). Richiede attenzione all’equilibrio di lungo termine tra costi e ricavi. Tutte caratteristiche che sollecitano un approccio commerciale e una visione imprenditoriale. Il che di solito fa rima con mercato; ma qui non è così facile. Non è tanto l’essenzialità del servizio il problema, quanto la sua natura pervicacemente monopolistica. Le soluzioni adottate con alterne fortune in altri settori come tlc, energia e gas risultano qui impraticabili, per i motivi che ho sinteticamente provato a spiegare nell’articolo, e anche dalle gare non ci si deve aspettare miracoli. Ma la gestione pubblica non è migliore: tutte le magagne da cui è afflitto notoriamente lo stato sono in agguato anche qui. Della più grande azienda pubblica italiana, l’Acquedotto Pugliese, si dice che “ha dato più da mangiare che da bere”. Perfino Nichi Vendola ha licenziato in tronco quel Riccardo Petrella che al grido di “fuori i mercanti dall’acqua” stava cercando di azzerare i pochi passi fatti finora per riportarlo ai fondamentali dell’economia aziendale (2). Molte delle società “in house” spuntate come funghi al nord come al sud sembrano motivate soprattutto da ragioni “di casta” (moltiplicazione dei consigli di amministrazione e relative prebende), a dispetto della retorica sull’acqua bene comune che non perdono occasione di sbandierare.

    Non voglio fare di ogni erba un fascio. Il pubblico può, in astratto, creare buone aziende, e ce ne sono molte; l’esperienza tuttavia ci dimostra che è anche più sensibile ai ricatti politici (sindacato, lobby dei fornitori, utenti che non vogliono pagare) e tentato di indulgere in politiche gestionali insostenibili (come rinviare gli investimenti o gonfiare i debiti per non aumentare le tariffe). Il privato, in compenso, è in genere più efficiente, ma anche più interessato a tenere per sé le rendite di monopolio. Occorre trovare un compromesso; come ho affermato nell’articolo, vi sono nel mondo vari schemi alternativi, i cui risultati sono in tutto e per tutto confrontabili. Non sempre eccellenti, da una parte come dall’altra; ma se i dati vengono considerati con obiettività e generalità sufficienti, un po’ di privato di solito migliora le cose, a patto di mettergli di fronte un sistema di regolazione efficace, in grado di vincolare la sua azione al rispetto dell’interesse generale.
    E’ tuttavia la seconda questione – chi paga – ad essere cruciale. In passato, per varie ragioni, è stata la fiscalità a sobbarcarsi l’onere principale. Se questo potesse continuare, la gente a stento si accorgerebbe della privatizzazione, come finora mai si è accorta dei lauti affari fatti dai costruttori e appaltatori di opere, irrorati dal benedetto flusso di denaro pubblico.
    Ora, per altre ragioni, non si può più. Non è solo per la situazione contingente della finanza pubblica: una gestione industriale richiede che i soldi ci siano quando servono, dove servono, per fare le cose che servono. I canali della finanza pubblica non sono né tempestivi né selettivi; vanno bene quando si devono concentrare interventi a tappeto in poco tempo o realizzare grandi opere, vanno molto meno bene quando si tratta di fare manutenzione, rinnovo, adattamento, innovazione tecnologica. Basti un dato: negli ultimi 20 anni il sistema idrico italiano ha visto precipitare gli investimenti a praticamente zero. Il motivo è abbastanza ovvio: tra aumentare le tasse, tagliare le pensioni, licenziare i fannulloni, chiudere Alitalia o rinviare investimenti i cui benefici saranno goduti dai nostri figli, nessun politico avrà mai il coraggio di non scegliere l’ultima.
    E dunque non c’entra la privatizzazione: se il gestore, pubblico o privato non fa differenza, deve coprire i attraverso le tariffe i costi prima coperti dalla fiscalità, queste devono crescere. Oppure, gli investimenti continueranno a restare fermi. A voi la scelta.
    Complessivamente, tutta l’operazione dovrebbe portare le tariffe a circa 160 €/annui pro capite, mezzo caffè al giorno. Non faremo la fine della Bolivia, a patto di saper tenere conto del fatto che intorno a questa media le oscillazioni possono essere anche notevoli, in ragione della densità del territorio; e che siccome i poveri consumano quanto i ricchi, quei 160 € avranno un peso sul reddito molto variabile. Se a Latina le tariffe crescono del 300%, mi viene il sospetto che il livello di partenza fosse irrisorio. Le pur brave Milene Gabanelli e Alessandri Gaeta, prima di partire ad alzo zero sobillando l’indignazione popolare, farebbero bene a fare due conti.

    Cos’è che volete davvero: un’acqua di proprietà della collettività (ce l’abbiamo già), un’azienda dell’acqua gestita dallo stato (come detto sopra, non è qui il problema), oppure l’acqua gratis (ce l’abbiamo avuta finora, e non funziona) ? Oppure preferite continuare a dilapidare il nostro patrimonio idrico, come nei 20 anni passati?
    Gestione imprenditoriale e costi in tariffa, quindi. Questi principi vennero approvati all’unanimità o quasi del Parlamento, con la l.36/94. Da qui non si fugge. Facendo però attenzione a un paio di cose, però (e qui la regolazione ha un ruolo fondamentale).
    La prima: coprire i costi non deve significare “coprire qualsiasi costo”, anche quelli meno efficienti. Il pubblico indulge spesso in auto blu, organici gonfiati, acquisti di beni e tecnologie a prezzi eccessivi. Il privato può tentare di fare il furbo portando profitti alla casa madre dalla quale acquisterà, per poi riversarli in tariffa, servizi specializzati, impianti e lavori. In entrambi i casi, compito del regolatore è costruire un sistema tariffario che limiti questi rischi: in Inghilterra ci sono riusciti, possiamo riuscirci anche noi.
    In secondo luogo, attenzione agli effetti distributivi: quando un bene essenziale viene finanziato dalle tariffe, l’impatto è sempre regressivo; può però essere temperato, ad esempio non tariffando tutto al metro cubo, tanto meno “a blocchi crescenti” – ottimo sistema, quest’ultimo, per sussidiare i single benestanti a scapito delle famiglie numerose (3) - ma ricorrendo a tariffe con quote fisse spalmate in base a indicatori come la rendita catastale.
    La terza: attenzione al costo del capitale. Il profitto pagato agli azionisti – ma vale lo stesso per il tasso di interesse pagato sui finanziamenti ottenuti dal mercato, anche da parte di aziende pubbliche – è commisurato al rischio che l’investitore sostiene. In questo come in tutti i settori. Ma qui il costo del capitale incide di più, perché questa è un’industria capital intensive e i rischi imprenditoriali sono molto alti. Occorrono sistemi di finanza pubblica capaci di catturare risorse dal mercato garantendo il finanziamento, ma senza intaccare il principio secondo cui le rate di ammortamento le pagano le tariffe. L’intervento pubblico deve servire a far costare meno il denaro, non a finanziare gli investimenti a spese dei contribuenti.
    La quarta: se è sbagliato avere paura preconcetta del privato, è sbagliato anche il furore con cui i “talebani della liberalizzazione” insistono per adottare il modello della gestione delegata e affidata con gara, che non è né l’unico né il migliore. L’esperienza francese ci dice che il miglior concorrente del privato è la minaccia del ritorno al pubblico, così come il miglior incentivo all’efficienza del pubblico è la minaccia di privatizzare.
    (1) Ragioni di spazio mi costringono a semplificare al massimo e ad essere un po’ apodittico. I lettori mi perdonino se li rinvio per una trattazione più ampia al mio “L’acqua, un dono della natura da gestire con intelligenza”, Farsi un’idea, il Mulino, 2008.
    (2) Prima di diventare un bene comune, l’acqua deve diventare buon senso comune”, chiosa il governatore pugliese a questo proposito, in un’intervista rilasciata il 10 dicembre 2006 al noto quotidiano conservatore “il Manifesto”.
    (3) Per maggiori particolari su questo punto, si vedano la documentatissima indagine di K.Komives, Water, electricity and the poor: who benefits from utilities subsidies?”, World Bank, 2005 o il rapporto dell’Oecd, 2005.
    Da: http://www.lavoce.info/articoli/-con...na1000572.html

  3. #3
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    Wink

    Citazione Originariamente Scritto da ceppo Visualizza Messaggio
    NON È TUTTO ORO (BLU) QUEL CHE LUCCICA

    di Antonio Massarutto 10.09.2008
    Molti lettori hanno inviato commenti al mio “Diamo una regolazione all’acqua”, con un leit motiv: l’acqua è un bene comune, un diritto fondamentale, una risorsa essenziale, dunque deve rimanere pubblica. Altrimenti i prezzi aumentano in modo insostenibile.
    Potrei cavarmela rispondendo che hanno sbagliato indirizzo, oppure non hanno letto con attenzione: non è mia l’idea di aprire ai privati il settore idrico, ma sta nei fatti oltre che nella legge. Il mio articolo sottolinea semmai le difficoltà insite nella strada intrapresa dal governo e avanza proposte correttive. Chi si illude che il settore idrico possa essere liberalizzato ricorrendo semplicemente alle gare, a mio avviso, commette un errore madornale.
    Tuttavia questa risposta è insufficiente, perché se condivido le preoccupazioni dei lettori, non condivido le motivazioni per cui sono preoccupati. Cosa significa veramente “privatizzare” in un contesto come questo? A chi o a cosa può servire? Finirà come in Bolivia? Ce l’ha ordinato il medico di introdurre addirittura l’obbligo di gara? (1)
    Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. Nessuno, neanche il più accanito mercatista, ha mai pensato di “privatizzare l’acqua” in quanto risorsa naturale: essa è oggi più che mai saldamente in mano pubblica, ogni suo uso deve essere autorizzato e regolato da un formidabile apparato di norme. La dir. 2000/60, che il nostro ordinamento ha in parte già anticipato, benché tra il legiferare e il fare ci sia di mezzo il mare, prevede che su tutti i corpi idrici venga raggiunto il buono stato ecologico, disciplinando le attività antropiche di conseguenza.
    Altra cosa sono i servizi idrici. Per dirla con una battuta, l’acqua è un dono di Dio, ma Dio, o chi per lui, si è dimenticato i tubi, gli impianti, i depuratori e tutto quello che occorre per farli funzionare. Quelli dobbiamo procurarceli da noi. I costi che dovremo sostenere per raggiungere l’obiettivo del buono stato ecologico e, insieme, ammodernare la rete sono molto ingenti. Si parla di investimenti per 50-60 miliardi di €, ma è una stima parziale. Cifre da fare impallidire una manovra finanziaria. Da qualche parte devono saltare fuori.
    Quello idrico è un servizio essenziale? Certo che sì, ma non nel senso che “il corpo umano è fatto di acqua al 99%”, “l’acqua è vita” e simili ovvietà. Stiamo parlando di quei circa 200 l/giorno con cui ci laviamo, puliamo casa, facciamo andare gli elettrodomestici, annaffiamo le piante, cuciniamo gli spaghetti, tiriamo lo sciacquone. Un servizio fondamentale per assicurare un moderno standard di vita urbana, quanto l’energia elettrica, ma non nominiamo il vangelo invano. L’acqua che basta a “dar da bere agli assetati” è una piccolissima frazione di quei 200 l.
    Orbene, cosa c’entra il privato con tutto questo? Anche qui bisogna evitare confusione. Due sono i temi in discussione: il primo è chi gestisce, ossia chi si assume la responsabilità e i rischi di farli funzionare (un soggetto pubblico o un soggetto privato, e secondo quali modalità di affidamento), il secondo è chi paga (l’utente, attraverso le tariffe, o il contribuente, attraverso la fiscalità).
    Riguardo alla prima questione, stiamo parlando di un servizio industriale, con livelli di complessità molto elevati, e che richiede gestione professionale, capitali ingenti, tecnologie avanzate, specializzazione, capacità di relazionarsi con il mercato (fornitori di tecnologia, costruttori, banche, professionisti). Richiede attenzione all’equilibrio di lungo termine tra costi e ricavi. Tutte caratteristiche che sollecitano un approccio commerciale e una visione imprenditoriale. Il che di solito fa rima con mercato; ma qui non è così facile. Non è tanto l’essenzialità del servizio il problema, quanto la sua natura pervicacemente monopolistica. Le soluzioni adottate con alterne fortune in altri settori come tlc, energia e gas risultano qui impraticabili, per i motivi che ho sinteticamente provato a spiegare nell’articolo, e anche dalle gare non ci si deve aspettare miracoli. Ma la gestione pubblica non è migliore: tutte le magagne da cui è afflitto notoriamente lo stato sono in agguato anche qui. Della più grande azienda pubblica italiana, l’Acquedotto Pugliese, si dice che “ha dato più da mangiare che da bere”. Perfino Nichi Vendola ha licenziato in tronco quel Riccardo Petrella che al grido di “fuori i mercanti dall’acqua” stava cercando di azzerare i pochi passi fatti finora per riportarlo ai fondamentali dell’economia aziendale (2). Molte delle società “in house” spuntate come funghi al nord come al sud sembrano motivate soprattutto da ragioni “di casta” (moltiplicazione dei consigli di amministrazione e relative prebende), a dispetto della retorica sull’acqua bene comune che non perdono occasione di sbandierare.

    Non voglio fare di ogni erba un fascio. Il pubblico può, in astratto, creare buone aziende, e ce ne sono molte; l’esperienza tuttavia ci dimostra che è anche più sensibile ai ricatti politici (sindacato, lobby dei fornitori, utenti che non vogliono pagare) e tentato di indulgere in politiche gestionali insostenibili (come rinviare gli investimenti o gonfiare i debiti per non aumentare le tariffe). Il privato, in compenso, è in genere più efficiente, ma anche più interessato a tenere per sé le rendite di monopolio. Occorre trovare un compromesso; come ho affermato nell’articolo, vi sono nel mondo vari schemi alternativi, i cui risultati sono in tutto e per tutto confrontabili. Non sempre eccellenti, da una parte come dall’altra; ma se i dati vengono considerati con obiettività e generalità sufficienti, un po’ di privato di solito migliora le cose, a patto di mettergli di fronte un sistema di regolazione efficace, in grado di vincolare la sua azione al rispetto dell’interesse generale.
    E’ tuttavia la seconda questione – chi paga – ad essere cruciale. In passato, per varie ragioni, è stata la fiscalità a sobbarcarsi l’onere principale. Se questo potesse continuare, la gente a stento si accorgerebbe della privatizzazione, come finora mai si è accorta dei lauti affari fatti dai costruttori e appaltatori di opere, irrorati dal benedetto flusso di denaro pubblico.
    Ora, per altre ragioni, non si può più. Non è solo per la situazione contingente della finanza pubblica: una gestione industriale richiede che i soldi ci siano quando servono, dove servono, per fare le cose che servono. I canali della finanza pubblica non sono né tempestivi né selettivi; vanno bene quando si devono concentrare interventi a tappeto in poco tempo o realizzare grandi opere, vanno molto meno bene quando si tratta di fare manutenzione, rinnovo, adattamento, innovazione tecnologica. Basti un dato: negli ultimi 20 anni il sistema idrico italiano ha visto precipitare gli investimenti a praticamente zero. Il motivo è abbastanza ovvio: tra aumentare le tasse, tagliare le pensioni, licenziare i fannulloni, chiudere Alitalia o rinviare investimenti i cui benefici saranno goduti dai nostri figli, nessun politico avrà mai il coraggio di non scegliere l’ultima.
    E dunque non c’entra la privatizzazione: se il gestore, pubblico o privato non fa differenza, deve coprire i attraverso le tariffe i costi prima coperti dalla fiscalità, queste devono crescere. Oppure, gli investimenti continueranno a restare fermi. A voi la scelta.
    Complessivamente, tutta l’operazione dovrebbe portare le tariffe a circa 160 €/annui pro capite, mezzo caffè al giorno. Non faremo la fine della Bolivia, a patto di saper tenere conto del fatto che intorno a questa media le oscillazioni possono essere anche notevoli, in ragione della densità del territorio; e che siccome i poveri consumano quanto i ricchi, quei 160 € avranno un peso sul reddito molto variabile. Se a Latina le tariffe crescono del 300%, mi viene il sospetto che il livello di partenza fosse irrisorio. Le pur brave Milene Gabanelli e Alessandri Gaeta, prima di partire ad alzo zero sobillando l’indignazione popolare, farebbero bene a fare due conti.

    Cos’è che volete davvero: un’acqua di proprietà della collettività (ce l’abbiamo già), un’azienda dell’acqua gestita dallo stato (come detto sopra, non è qui il problema), oppure l’acqua gratis (ce l’abbiamo avuta finora, e non funziona) ? Oppure preferite continuare a dilapidare il nostro patrimonio idrico, come nei 20 anni passati?
    Gestione imprenditoriale e costi in tariffa, quindi. Questi principi vennero approvati all’unanimità o quasi del Parlamento, con la l.36/94. Da qui non si fugge. Facendo però attenzione a un paio di cose, però (e qui la regolazione ha un ruolo fondamentale).
    La prima: coprire i costi non deve significare “coprire qualsiasi costo”, anche quelli meno efficienti. Il pubblico indulge spesso in auto blu, organici gonfiati, acquisti di beni e tecnologie a prezzi eccessivi. Il privato può tentare di fare il furbo portando profitti alla casa madre dalla quale acquisterà, per poi riversarli in tariffa, servizi specializzati, impianti e lavori. In entrambi i casi, compito del regolatore è costruire un sistema tariffario che limiti questi rischi: in Inghilterra ci sono riusciti, possiamo riuscirci anche noi.
    In secondo luogo, attenzione agli effetti distributivi: quando un bene essenziale viene finanziato dalle tariffe, l’impatto è sempre regressivo; può però essere temperato, ad esempio non tariffando tutto al metro cubo, tanto meno “a blocchi crescenti” – ottimo sistema, quest’ultimo, per sussidiare i single benestanti a scapito delle famiglie numerose (3) - ma ricorrendo a tariffe con quote fisse spalmate in base a indicatori come la rendita catastale.
    La terza: attenzione al costo del capitale. Il profitto pagato agli azionisti – ma vale lo stesso per il tasso di interesse pagato sui finanziamenti ottenuti dal mercato, anche da parte di aziende pubbliche – è commisurato al rischio che l’investitore sostiene. In questo come in tutti i settori. Ma qui il costo del capitale incide di più, perché questa è un’industria capital intensive e i rischi imprenditoriali sono molto alti. Occorrono sistemi di finanza pubblica capaci di catturare risorse dal mercato garantendo il finanziamento, ma senza intaccare il principio secondo cui le rate di ammortamento le pagano le tariffe. L’intervento pubblico deve servire a far costare meno il denaro, non a finanziare gli investimenti a spese dei contribuenti.
    La quarta: se è sbagliato avere paura preconcetta del privato, è sbagliato anche il furore con cui i “talebani della liberalizzazione” insistono per adottare il modello della gestione delegata e affidata con gara, che non è né l’unico né il migliore. L’esperienza francese ci dice che il miglior concorrente del privato è la minaccia del ritorno al pubblico, così come il miglior incentivo all’efficienza del pubblico è la minaccia di privatizzare.
    (1) Ragioni di spazio mi costringono a semplificare al massimo e ad essere un po’ apodittico. I lettori mi perdonino se li rinvio per una trattazione più ampia al mio “L’acqua, un dono della natura da gestire con intelligenza”, Farsi un’idea, il Mulino, 2008.
    (2) Prima di diventare un bene comune, l’acqua deve diventare buon senso comune”, chiosa il governatore pugliese a questo proposito, in un’intervista rilasciata il 10 dicembre 2006 al noto quotidiano conservatore “il Manifesto”.
    (3) Per maggiori particolari su questo punto, si vedano la documentatissima indagine di K.Komives, Water, electricity and the poor: who benefits from utilities subsidies?”, World Bank, 2005 o il rapporto dell’Oecd, 2005.
    Da: http://www.lavoce.info/articoli/-con...na1000572.html
    Guardi molti degli argomenti citati nell'articolo sono leggittimi e quindi ottimi ad aprire una discussione costruttiva in merito a questa problematica.
    il vero broblema è che in questo articolo si evince una evidente ricerca di settorializzazione di un problema che in realtà affligge milioni di persone in tutto il mondo e caso strano la presenza di grandi gruppi per la gestione dell'acqua spesso si concentrano in quei territori dove l'acqua è realmente una fonte primaria per la sussistenza e la sopravvivenza della popolazione
    e dove la povertà e la corruzione dei governi facilita lo sfruttamento delle risorse con una immensa percentuale di profitti da parte degli stati che controllano questi giganti economici.
    Rohatyn's Suez Booted Out of Argentina

    by Cynthia R. Rush
    Any American who wants a glimpse of what kind of "infrastructure development" fascist Felix Rohatyn has in mind for the United States, should take a hard look at what just happened in Argentina. On March 21, President Néstor Kirchner signed a decree rescinding his government's contract with the French utility giant, Suez Lyonnaise des Eaux-Dumez, charging them with breach of contract and negligence. From 2001 to 2004, Lazard Frère banker Felix Rohatyn sat on the Board of Directors and the Audit Committee of the Suez Group, which oversaw the utility's operations.
    Suez, the majority stockholder in Aguas Argentinas (AASA), failed to invest in vital infrastructure, Kirchner explained the next day, and much of the water it provided to 10 million people in metropolitan Buenos Aires, was contaminated with unacceptably high concentrations of nitrates. Aguas Argentinas even included warnings on its bills to customers, that children shouldn't drink tap water because it was unsafe!
    Enough is enough, Kirchner underscored. In view of such negligence and "appalling" service, "the Argentine State decided to take control of the company, to make the investments so that water can be given back to Argentines ... and that it return to being a social asset, rather than something available only to a very few." Suez has been in the country for 15 years, the Argentine President noted, and walked away with hundreds of millions of dollars. "But we had to beg to get just a drop of water."
    Much to the horror of international synarchist financiers, Kirchner signed a second decree March 21, establishing the new state company, AySA (Argentine Water and Sanitation Company), and authorized 400 million pesos to immediately build the necessary infrastructure, and close down contaminated wells. Financial sharks in London and on Wall Street brayed that the "authoritarian" Kirchner was on a "statist" offensive, and would soon take over other privatized companies.
    Suez, Halliburton, and Bechtel

    Not a bad idea. As Federal Planning Minister Julio De Vido observed in a March 22 press conference, "While Aguas Argentinas views potable water exclusively from the standpoint of a market economy, the State intends to ensure that [water] is valued and managed for what it is—a social and cultural product, which, in legal terms, means a human right."
    Suez has a long and sordid history of looting on behalf of the private banking interests it represents. In the developing sector, along with its "rival" Vivendi, also Lazard-linked, it has focussed on water privatization, and engages in electricity piracy as well. EIR economist John Hoefle suggests that Dick Cheney's Halliburton and George P. Shultz's Bechtel Corp. would better be called "the Suezes of America," given that their economic depradation in Iraq, the United States, and around the globe, mirrors Suez's crimes.
    In Argentina, as part of the privatization binge that characterized his 1989-1999 Presidency, the International Monetary Fund's poster boy, Carlos Menem, handed the former state company Obras Sanitarias (Sanitation Works) over to Suez in 1993, with the Spanish firm Aguas de Barcelona as a minority partner. Two years later, Suez took over the Santa Fe provincial sanitation company. The company also operates in Uruguay, Chile, and Bolivia, although Bolivian President Evo Morales is about to terminate Suez's concession to run Aguas de Ilimani in the working class municipality of El Alto next to La Paz.
    Suez's 15-year operation in Argentina is marked by usurious rate hikes and contract violations, for which it has been repeatedly fined by regulatory agencies. Although its contract stipulated that rates would be frozen for the first few years of the concession, it raised rates by 88% on average between 1993 and 2003, claiming "unforeseen operating losses." Those who couldn't pay, usually the vulnerable poor, lost their service.
    The 1993 contract obligated Suez to quickly address the nitrate problem and expand sanitation infrastructure. But by the eleventh year of its contract, in 2004, there were still several towns in the urban area it serviced, where well water had high nitrate concentrations, and where infrastructure was non-existent. In his press conference, De Vido pointed to the working class neighborhood of Lomas de Zamora, where nitrate levels in deep-water wells were 222% above the acceptable 45 milligrams per liter. Moreover, two million people in the concession area have no potable water, and 3 million have no sanitation services (sewers).
    Rather than use its own resources to invest in infrastructure, Suez borrowed money abroad. After the government defaulted on its foreign debt in December 2001, and then forceably converted all dollar debts to pesos, or "pesification," Suez started screaming—along with the IMF and allied vulture funds—that the government should allow rate hikes of 60% to compensate for losses caused by conversion to pesos. The increase wasn't authorized, and the company spent the next three years biding its time, continuing to lobby for the increase while engaging in shady business dealings, and planning its exit from the country. Not even George Soros was interested in buying AASA, when it was offered by a minority partner.
    Aware that Suez was preparing to leave the country, and that it intended to go to the World Bank's arbitration board to demand compensation, claiming breach of contract, the Kirchner government sent 50 undercover public sector agents into Aguas Argentinas to collect evidence of the company's misdeeds. The investigators discovered that just from its day-to-day operations, the company had more than enough revenue to resolve—in one year's time—the problem of excessive nitrate concentrations in drinking water. The investigation also discovered that the company had disbursed 25 million pesos annually for "consultants," and paid equally large sums to Suez-linked construction firms for equipment and "repairs" that were never done!
    French President Jacques Chirac made known, through his Foreign Ministry, that he was not happy about the rescinding of Suez's contract, and the lack of "juridical security" for French investors. To show his displeasure, he will not stop in Argentina when he visits South America's Southern Cone at the end of April.
    Kirchner wasn't cowed. In a March 23 speech before school children in San Isidro, he warned, "Let it be clear that I am not willing to let down my guard, and allow Argentines to drink contaminated water in exchange for a President's visit, or to make a Foreign Ministry feel better." As children in school, he said, "We learned that water is a public service which the State, minimally, must guarantee to reach all Argentines. There are companies ... that can be concerned with profitability; but there are others that [must provide service] to people as an act of justice and dignity, and be very well managed by the State." That is what he intends to do, he told his young audience.
    http://www.larouchepub.com/other/200...uez_argen.html

  4. #4
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    Poni due questioni completamente diverse:
    1) Il problema della gestione dell'acqua nei paesi che ne sono carenti, con il tentativo delle multinazioneali di mettere le mani su questa risorsa per aumentare il proprio peso politico;
    2) Il problema della gestione dell'acqua, o meglio degli impianti, nei paesi dell'UE, con il confronto tra i fautori del tutto al pubblico e quelli del tutto al privato.

    Sono due argomenti distantissimi, che hanno pochissimo in comune.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da ceppo Visualizza Messaggio
    Poni due questioni completamente diverse:
    1) Il problema della gestione dell'acqua nei paesi che ne sono carenti, con il tentativo delle multinazioneali di mettere le mani su questa risorsa per aumentare il proprio peso politico;
    2) Il problema della gestione dell'acqua, o meglio degli impianti, nei paesi dell'UE, con il confronto tra i fautori del tutto al pubblico e quelli del tutto al privato.

    Sono due argomenti distantissimi, che hanno pochissimo in comune.
    mi dispiace ma credo (e questa è una opinione personale) che con la globalizzazione queste due "questioni" tendono a convergere su uno stesso punto ad esempio il caso di Acqualatina s.p.a è avvenuto in "Italia".

  6. #6
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Zitti zitti ti privatizzano l'acqua: a quando l'aria?

    Acqua, passa inosservato l’articolo che la privatizza
    Blitz denunciato solo da Alex Zanotelli

    Scritto da Eleonora Gitto, 20/10/2008

    http://www.ecostiera.it/index.php?op...ionid=&idvis=1

    Dalla rete arriva un grido d’allarme: “Il Governo ha privatizzato l’acqua” e sembra che sia di questi giorni la decisione di sancire qualche infelice norma in merito. In effetti il Parlamento ha votato il 5 agosto 2008 l’articolo 23 bis del Decreto Legge numero 112, con il quale scatta la privatizzazione dell’acqua. L’unico ad accorgersene è stato Padre Alex Zanotelli che in una lettera inviata a Beppe Grillo aveva denunciato il blitz del Governo.

    Perché passò inosservata l’articolo? Perché si parla di blitz? Vediamo di ripercorrere le tappe.

    Il 25 giungo fu approvato il Decreto Legge 112 del Ministro Tremonti. In quel decreto all’articolo 23 si parla di contratti di apprendistato, e subito dopo c'era l'articolo 24. Non c’era traccia alcuna dell’articolo 23bis.

    Tale decreto viene trasformato in Legge (Legge 6 agosto 2008, n. 133 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”) il 5 agosto 2008 e fra l’articolo 23 e 24 spunta l’articolo 23 bis che titola "Servizi pubblici locali di rilevanza economica".

    L’articolo veniva votato con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del Pd, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta.

    Ed ecco cosa recita il primo comma dell’articolo 23 bis:

    "Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili".

    La mercificazione dell’acqua è così compiuta. E’ vero che la volontà di privatizzare questo “bene comune” è in atto da tempo (GORI in Campania e Veolia nel Lazio sono solo un esempio), ma adesso è sancita con una norma nazionale. Per il governo Berlusconi l’acqua non è più un bene pubblico, ma una merce e come tale sarà gestita da multinazionali internazionali, le stesse che già possiedono le acque minerali.

    Va da sé che far gestire i servizi idrici ai privati significa andare incontro ad aumenti improvvisi delle bollette, a contenziosi e a disagi paradossali. Ma al di là delle ovvie considerazioni che lasciano sconcerto, perché è impensabile privatizzare l’acqua essendo il “bene dell’umanità” per eccellenza, lasciano molto perplesse anche le modalità con cui questioni importanti come questa vengano risolte in una manciata di minuti e da poche persone chiuse nelle “stanze dei bottoni” del palazzo romano. Un problema di così grande rilevanza come l’ipotesi di privatizzazione dell'acqua non può avvenire senza un dibattito parlamentare e in assenza di dibattito pubblico.

    Quando si parla di acqua si parla di falde, si parla di territorio: ambiti che non possono essere affidati a privati. Le esperienze di gestione privata del sistema idrico sono state fallimentari. I cittadini oltre a non ricevere servizi efficienti, perché spesso costretti a stare senz’acqua o, peggio a utilizzare acqua inquinata, si ritrovano a pagare ai privati bollette sempre più esose. Oltre il danno anche la beffa.

    Sarebbe bastato valutare questo per evitare una scelta così irresponsabile da parte sia della maggioranza di governo sia dell’opposizione che sulla privatizzazione dell’acqua si sono trovate unite in un unico afflato.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    Acqua, passa inosservato l’articolo che la privatizza
    Blitz denunciato solo da Alex Zanotelli

    Scritto da Eleonora Gitto, 20/10/2008

    http://www.ecostiera.it/index.php?op...ionid=&idvis=1

    Dalla rete arriva un grido d’allarme: “Il Governo ha privatizzato l’acqua” e sembra che sia di questi giorni la decisione di sancire qualche infelice norma in merito. In effetti il Parlamento ha votato il 5 agosto 2008 l’articolo 23 bis del Decreto Legge numero 112, con il quale scatta la privatizzazione dell’acqua. L’unico ad accorgersene è stato Padre Alex Zanotelli che in una lettera inviata a Beppe Grillo aveva denunciato il blitz del Governo.

    Perché passò inosservata l’articolo? Perché si parla di blitz? Vediamo di ripercorrere le tappe.

    Il 25 giungo fu approvato il Decreto Legge 112 del Ministro Tremonti. In quel decreto all’articolo 23 si parla di contratti di apprendistato, e subito dopo c'era l'articolo 24. Non c’era traccia alcuna dell’articolo 23bis.

    Tale decreto viene trasformato in Legge (Legge 6 agosto 2008, n. 133 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”) il 5 agosto 2008 e fra l’articolo 23 e 24 spunta l’articolo 23 bis che titola "Servizi pubblici locali di rilevanza economica".

    L’articolo veniva votato con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del Pd, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta.

    Ed ecco cosa recita il primo comma dell’articolo 23 bis:

    "Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili".

    La mercificazione dell’acqua è così compiuta. E’ vero che la volontà di privatizzare questo “bene comune” è in atto da tempo (GORI in Campania e Veolia nel Lazio sono solo un esempio), ma adesso è sancita con una norma nazionale. Per il governo Berlusconi l’acqua non è più un bene pubblico, ma una merce e come tale sarà gestita da multinazionali internazionali, le stesse che già possiedono le acque minerali.

    Va da sé che far gestire i servizi idrici ai privati significa andare incontro ad aumenti improvvisi delle bollette, a contenziosi e a disagi paradossali. Ma al di là delle ovvie considerazioni che lasciano sconcerto, perché è impensabile privatizzare l’acqua essendo il “bene dell’umanità” per eccellenza, lasciano molto perplesse anche le modalità con cui questioni importanti come questa vengano risolte in una manciata di minuti e da poche persone chiuse nelle “stanze dei bottoni” del palazzo romano. Un problema di così grande rilevanza come l’ipotesi di privatizzazione dell'acqua non può avvenire senza un dibattito parlamentare e in assenza di dibattito pubblico.

    Quando si parla di acqua si parla di falde, si parla di territorio: ambiti che non possono essere affidati a privati. Le esperienze di gestione privata del sistema idrico sono state fallimentari. I cittadini oltre a non ricevere servizi efficienti, perché spesso costretti a stare senz’acqua o, peggio a utilizzare acqua inquinata, si ritrovano a pagare ai privati bollette sempre più esose. Oltre il danno anche la beffa.

    Sarebbe bastato valutare questo per evitare una scelta così irresponsabile da parte sia della maggioranza di governo sia dell’opposizione che sulla privatizzazione dell’acqua si sono trovate unite in un unico afflato.
    scusate ma sto per vomitare
    Ti ringrazio per le news.
    La vedo dura per i popoli della penisola molto dura.
    Spero di sbagliarmi ma vista la situazione anche in Belgio temo il peggio.
    Comunque non capisco questo grillo il comico agitatore delle folle...cosa cova o cosa cavolo vuole dalla gente a me da i brividi perchè con la sua intromissione in problemi così seri trasforma tutto in una buffonata come lui.
    Forse è questo il suo compito rendere ridicole cose pericolose e disumane che vanno contro natura come questa.

  8. #8
    naufrago
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    Questo è il via libera alla distruzione programmata e definitiva del territorio, perchè come ben specificava l'articolo della Gitto, controllare l'acqua significa avere carta bianca sulla morfologia ambientale, da cui ne consegue l'intero ecosistema.

    Maledetti cementificatori.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    Questo è il via libera alla distruzione programmata e definitiva del territorio, perchè come ben specificava l'articolo della Gitto, controllare l'acqua significa avere carta bianca sulla morfologia ambientale, da cui ne consegue l'intero ecosistema.

    Maledetti cementificatori.
    Io stavo osservando la situazione solo da un punto di vista strategico-militare
    come tutti sappiamo chi controlla le risorse idriche di un territorio può controllare anche la sua popolazione .
    Adesso grazie alla tua intuizione si aprono scenari ugualmente pericolosi che non avevo preso in considerazione.
    Posso permettermi di chiederti quale è la tua visione in merito a questa situazione in modo più specifico?
    Come evolverà la situazione secondo te?

  10. #10
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    ecco perchè dal punto di vista strategico militare.
    purtroppo sono solo siti generalisti come wikipedia, encarta ecc. Ma comunque è facile intuire.
    http://fr.wikipedia.org/wiki/G%C3%A9rard_Mestrallet
    http://it.encarta.msn.com/encycloped...ue_Parigi.html
    http://www.liblab.it/ita/Terra-futur...ella-Correggia
    http://radiogamma5.blogspot.com/2008...u-rischia.html

 

 
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