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    Predefinito ...ma da oggi le cose cambiano

    I bambini delle elementari bocciati in matematica.
    E nelle classifiche internazionali finiscono dietro gli alunni della Repubblica Moldava.
    È il dato più preoccupante che emerge dalla ricerca internazionale Timss, Trend in International Mathematics and Science Study.

    Indagine sul rendimento in matematica e nelle scienze partita nel ’95 e ripetuta con periodicità quadriennale nel ’99, nel 2003 e infine nel 2007.
    E se nel 2003 eravamo appena sopra la media, al 15° posto rispetto ai 22 Paesi partecipanti, scopriamo che le cose sono peggiorate nel 2007.
    Siamo scivolati al 26° posto rispetto ai 54 Paesi che hanno partecipato all’indagine e siamo sotto la media.
    Allora, forse, non è vero che la scuola elementare italiana è la migliore del mondo. Che il modulo con tre maestre è un modello imitato da tutti e il decreto del ministro Mariastella Gelmini lo distruggerà visto che a far di conto sono più bravi i piccoli moldavi dei nostri bimbi.

    Da quando il governo ha presentato il provvedimento l’opposizione si è sgolata per dimostrare che, da quando è stato inserito il modulo, le elementari rappresentano un meccanismo dagli ingranaggi perfetti.
    Ma davvero la primaria italiana è migliorata con il team dei tre docenti o le cose andavano bene o addirittura anche meglio prima?
    Il senatore del Pdl Giuseppe Valditara, dati alla mano, vuole sfatare il mito di una elementare perfetta e dunque immodificabile.
    Le cifre più interessanti emergono da un’anticipazione dei dati offerti dal Timss per il 2007,che verranno pubblicati integralmente a fine anno.
    «Già nel 2003 eravamo sotto la Moldavia - denuncia Valditara -. E le cose sono peggiorate nel 2007, perché nella classifica sono entrati Paesi africani che hanno punteggi bassissimi e dunque la media è scesa e noi siamo comunque sotto».
    Alla ricerca prendono parte 54 Paesi con elevata presenza di asiatici e pure di africani. Vengono analizzati i risultati ottenuti dagli studenti del quarto anno della primaria appunto in matematica ed in scienze. L’Italia si colloca sotto la media dei partecipanti.
    E proprio la matematica diventa alle superiori la bestia nera dei ragazzi italiani. Valditara sottolinea come il nostro Paese fosse già nel 2003 al 15° posto, dietro Cipro e la Repubblica Moldava. Nel 2007 poi assistiamo ad arretramento notevole, scivolando addirittura al 26° posto.
    Ci sono Paesi che hanno il 38 per cento di alunni che raggiungono rendimenti avanzati sempre nella matematica, mentre l’Italia è il fanalino di coda con solo il 6 per cento di studenti con prestazioni di eccellenza.
    Per le scienze le cose non sembrano andare meglio. Gran Bretagna, Usa e Giappone hanno tra il 12 ed il 15 per cento di studenti che hanno livelli avanzati di prestazioni, mentre l’Italia si colloca appena al di sopra della media internazionale con il 9 per cento.
    Rispetto alla lettura le cose vanno molto meglio, perché nelle classifiche internazionali gli alunni della primaria si collocano all’ottavo posto.
    Va detto però che negli anni ’70, sempre tenendo conto che si tratta di rilevazioni differenti, l’Italia era al quinto. Se si recuperano poi i risultati dell’Invalsi del 2005 (l’Istituto nazionale di valutazione messo in piedi dal ministro Luigi Berlinguer, reso operativo dal ministro Letizia Moratti e poi smantellato dal predecessore della Gelmini, Giuseppe Fioroni) si scopre che in prima media soltanto uno studente su quattro sapeva calcolare il perimetro di un triangolo. Un calcolo per l’appunto che sarebbe stato necessario apprendere durante le elementari.
    Due su tre poi ignoravano la forma di un triangolo rettangolo.
    Uno su tre poi non era in grado di fare le addizioni con i numeri decimali. Carenze accumulate durante il ciclo primario.

    Che il modello con tre insegnanti sia poi il più imitato, assicura Valditara, è una leggenda metropolitana che va assolutamente sfatata.
    Nessun Paese europeo basa la sua organizzazione didattica sulla compresenza dei docenti in classe. In molti esiste invece il maestro prevalente che copre circa l’80 per cento della didattica e gli specialisti (inglese o informatica), che lo affiancano come accadrà con la figura introdotta dal ministro Gelmini.

    la redazione de www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Attenti agli stregoni

    Quanto tempo è passato?
    Erano anni, tanti, che non si vedevano studenti di destra e sinistra prendersi a botte.
    Piazza Navona sembrava una macchia del passato. Quattro feriti, due arresti, bottiglie che volano, spranghe post moderne.
    Uno dei feriti racconta: «Ero a terra. Mi hanno colpito con cinte e caschi». Quelli del Blocco Studentesco, la destra estrema del movimento, rispondono: «Pubblicheremo su youtube e facebook. Mostrano una realtà ben precisa. Gli scontri sono fomentati dagli antifascisti che non accettano l’unità generazionale di destra e sinistra». Tutti, gli uni e gli altri, giocano alla rivoluzione e sfilano contro la Gelmini.

    Questa storia di ieri è, magari, solo un’interferenza spazio-temporale, una di quelle immagini che arrivano dalla storia e subito si dissolvono, una sorta di déjà vu. Magari davvero non succede nulla. Altri tempi, altra gente, le ideologie sono in soffitta e sotterrate sotto qualche muro. Quelle botte, però, sono un piccolo segnale d’allarme.
    Evocare la piazza, gli autunni caldi, gli studenti in cerca di identità e le paure di una generazione che non vede il futuro non è una scelta a costo zero. Quando gli apprendisti stregoni prendono in mano la scopa, e il megafono, si sa dove si parte, ma non dove si arriva.
    È quello che i sociologi chiamano «stato nascente».
    È una sorta di ebbrezza collettiva impossibile da controllare.
    Rotola. Ti fa sentire protagonista e si alimenta di odio, illusioni, violenza. Le parole, in questi casi, sono benzina.
    Il decreto Gelmini è appena diventato legge.
    I senatori dell’opposizione lasciano Palazzo Madama e come tribuni parlano agli studenti.
    La svolta è compiuta.
    Veltroni e Di Pietro si affidano completamente alla piazza.
    È la politica che straborda e non è più confronto, alternativa, dibattito duro di idee e programmi.
    È delegittimazione. Questo governo non deve governare. Punto. Basta. Non contano i voti. Non conta la democrazia. Non conta nulla.
    È la piazza, la volontà extrapolitica della piazza, che fa sentire la sua voce.
    E la piazza è quasi sempre una minoranza, rumorosa.

    Veltroni e Di Pietro ci avevano provato prima con gli operai, sognando un autunno caldo metalmeccanico.
    Ci hanno provato con il «popolo del no», i reduci del no global, no tav e vaffa vari. Ma questi ormai viaggiano dispersi nella blogosfera.
    Restavano gli studenti. Eccoli, con le loro ragioni e le loro paure. Le vittime di una scuola che non funziona, malandata e prigioniera del passato, che sfilano in piazza per difendere lo status quo. Questa società li ha già condannati e loro ballano sulle macerie. È questo che preoccupa.
    L’opposizione a questi ragazzi non può dare alcuna alternativa.
    È rancore e frustrazione.
    Non offre idee, ma solo il guscio vuoto di un’ideologia andata a male. Questi ragazzi dovrebbero dire a Veltroni e Di Pietro: cambiamo il welfare, adeguiamolo alle esigenze del nostro tempo.
    Sapete, il vostro stato sociale, i vostri sindacati, proteggono solo gente di 50-60 anni. A noi non ci vedono. Noi precari, noi flessibili, noi con il futuro da disegnare passo dopo passo non abbiamo uno straccio di paracadute.
    Se cadiamo ci facciamo male.
    Questo dovrebbero chiedere, ma non lo fanno.
    Non chiedono a Veltroni e Di Pietro: ma noi avremo mai una pensione?
    E perché in Italia ci sono due repubbliche del lavoro? Una di gente ipergarantita e un’altra, la nostra, senza tutele, senza diritti. Né ferie, né malattia.
    Questi ragazzi non chiedono al governo, a Berlusconi o alla Gelmini, di buttare giù quel pezzo di Medioevo che è l’università, terra di baroni e vassalli.
    Terra di sprechi e nepotismi.
    E in questo feudo di intoccabili i servi della gleba sono sempre loro, gli studenti.

    È questo il problema.
    Il decreto Gelmini non è neppure una riforma. Sono interventi, considerati urgenti, per coprire alcune falle.
    È legittimo dire: non basta, non mi piace, sono perplesso.
    È legittimo anche scendere in piazza. Anche se piove. Anche se c’è la crisi. Quello che fa paura è il resto.
    È trasformare il decreto Gelmini in un totem.
    È sussurrare, come una litania, la parola regime. È questa voglia di abbattere i governi nel nome di un’etica superiore, che si appoggia sul nulla.
    È parlare di fascismo e antifascismo.
    È strizzare l’occhio alle ideologie. Questa Italia non è una dittatura e gridarlo offende tutte le vittime delle vere dittature.
    È un’offesa ai martiri del fascismo e del comunismo, del Cile di Pinochet e dell’Argentina desaparecida. È una bestemmia contro i morti della Cina e della Cambogia.
    È uno sputo in faccia a chi, in nome della libertà, ha perso la vita.

    È troppo facile, e vile, fare gli antifascisti senza fascismo. Non fate questo gioco. È stupido, pericoloso, anacronistico. Avvelena. E disegna nel cielo una macchia di piombo.

    Vittorio Macioce www.ilgiornale.it 30 10 08

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Ora che la "Gelmini" è legge

    Nell’aula magna della Statale di Milano
    ieri c’era Dario Fo, e con questo
    s’è detto tutto di quanto sia facile,
    per il presunto nuovo movimento studentesco,
    scivolare dal piano delle possibili
    ragioni alla parte del comprovato
    ridicolo.
    Ma non servirebbe nemmeno dirlo.
    Serve invece dire che con il decreto approvato ieri in Senato il ministro
    Gelmini ha compiuto nella direzione
    giusta un primo passo importante, seppur ampiamente segnato dal Tesoro,
    sulla via del risanamento e del necessario rilancio dell’istruzione.
    Ha iniziato a razionalizzare e questo è già molto, in un settore di inefficienze e
    sprechi e in un paese come l’Italia in cui, prima di potere impostare qualsivoglia riforma, è sempre necessario e salutare chiudere i rubinetti di spesa.
    Iniziando da quelli che perdono di più.

    Il suo risultato il ministro l’ha ottenuto, pagando però un prezzo politico, oltre
    che di personale popolarità, anche fin troppo alto: ha regalato la scuola al
    campo della protesta permanente e ha ammaccato malamente la sua immagine, finendo per ritirarsi dentro un fortino assediato, lasciando al suo vice il peso del dibattito in Aula e senza riuscire ad abbozzare un significativo confronto con gli studenti e l’opposizione.
    Può rimediare ovviamente, il ministro Gelmini, magari accettando qualche
    modesto e non richiesto consiglio.

    Ora che il decreto è fatto, esca innanzitutto dalla sua ridotta, si spieghi con la stampa e con i protestatari, accetti con sobrietà il rischio legittimo di qualche fischio.
    Se è convinta della sua azione, la difenda con magnanimità.

    Ieri ha annunciato che è pronto un “piano di riforma per le università”, che verrà presentato la prossima settimana.
    Perché aspettare, mentre la piazza brucia?
    In fondo un progetto di novità, un’indicazione di prospettiva è proprio ciò che tutti aspettano da lei.
    Convochi, il ministro, gli stati generali della scuola in cui ammettere gli studenti e i professori, i tecnici del ministero ma anche le famiglie.
    Lanci lei, senza aspettare, l’idea per un patto di stabilità delle università, con i rettori a fare da garanti di una gestione economica finalmente virtuosa dei loro atenei.
    Lasciando magari a loro la responsabilità di come e dove intervenire.

    Ha torto Massimo D’Alema quando dice che “agire a colpi di decreti è una scelta disastrosa per il paese”, a volte è semplicemente necessario.
    Ma adesso è il momento di recuperare il dialogo, la comunicazione, il progetto.

    G.F. www.ilfoglio.it 30 10 08

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Non sanno quello che fanno

    Quando diciamo “non sanno quello che fanno” non serviamo al lettore un luogo comune bensì una foto di gruppo.
    Un gruppo di persone irresponsabili (professori e studenti) impegnati a protestare nel modo più sgangherato e indegno, addirittura trascinando in manifestazioni chiassose i bambini delle elementari innocenti per definizione, quindi da rispettare e non da violare con cinismo.

    Nei giorni scorsi, e anche ieri, in molte città si è assistito a turbolenze.
    E oggi le proteste sfociano in uno sciopero generale della scuola organizzato da sindacati che confermano, nella circostanza, di essere fuori dalla realtà e di non comprenderla.
    Difatti che senso ha una astensione dal lavoro con relativi cortei e scritte offensive se destinata a non mutare di una virgola il decreto Gelmini ormai trasformato in legge dello Stato?

    Se proprio i tribuni dei lavoratori della cattedra e dei ragazzi volevano premere sul governo bloccando le attività didattiche dovevano farlo prima che il Senato approvasse il provvedimento.
    Ora è troppo tardi. C’è poco da condizionare. Cosa fatta capo ha.

    È pur vero che Veltroni ha annunciato un referendum abrogativo onde annullare le scelte della ministra.
    Ma anche qui occorre precisare.
    Ammesso e non concesso che il plebiscito vada in porto e che la legge passata ieri sia fra un anno cancellata, la sinistra e le sue greggi di docenti e discenti otterrebbero un misero risultato: il ritorno dei giudizi sulle pagelle e della terna in classe con tanti saluti al maestro prevalente.
    Null’altro.

    Perché i famigerati tagli nelle medie e nelle università non sono stati inseriti nel “pacchetto Gelmini”, ma nella Finanziaria tremontiana.
    Ed è noto perfino agli analfabeti costituzionali che le leggi in materia finanziaria e tributaria non possono essere sottoposte a giudizio popolare (referendum abrogativo).
    Si vede che gli intellettuali della sinistra, pur così colti, non lo sanno o sono smemorati.

    In ogni caso si stanno comportando in maniera scriteriata.
    Oppure, ed è più probabile, se ne infischiano della scuola e hanno altri obiettivi.
    Ho un sospetto. Avendo perso la base, compresi i metalmeccanici (che votano Lega o PdL), si sono gettati sugli insegnanti, cioè i nuovi proletari, pagati male ma col posto fisso, esentati dall’obbligo di rendere conto della qualità delle loro prestazioni, remunerati in ordine all’anzianità di servizio, progressione di carriera automatica, niente meritocrazia, trasferimenti facili, assenteismo a volontà.

    Tutto qua. Mi pare sia sufficiente, però.
    E chi ne volesse sapere di più legga l’articolo di Salvatore Dama, al solito documentato, e il commento dell’esperto e brillante professor Giorgio Israel.

    V.F. www.libero-news.it 30 19 08

    saluti

  5. #5
    Nun c'è problema.
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    Questa è la verità, ottimo.
    ........<>-Max-<>.......

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    I bambini delle elementari bocciati in matematica.
    E nelle classifiche internazionali finiscono dietro gli alunni della Repubblica Moldava.
    È il dato più preoccupante che emerge dalla ricerca internazionale Timss, Trend in International Mathematics and Science Study.

    Indagine sul rendimento in matematica e nelle scienze partita nel ’95 e ripetuta con periodicità quadriennale nel ’99, nel 2003 e infine nel 2007.
    E se nel 2003 eravamo appena sopra la media, al 15° posto rispetto ai 22 Paesi partecipanti, scopriamo che le cose sono peggiorate nel 2007.
    Siamo scivolati al 26° posto rispetto ai 54 Paesi che hanno partecipato all’indagine e siamo sotto la media.
    Allora, forse, non è vero che la scuola elementare italiana è la migliore del mondo. Che il modulo con tre maestre è un modello imitato da tutti e il decreto del ministro Mariastella Gelmini lo distruggerà visto che a far di conto sono più bravi i piccoli moldavi dei nostri bimbi.

    Da quando il governo ha presentato il provvedimento l’opposizione si è sgolata per dimostrare che, da quando è stato inserito il modulo, le elementari rappresentano un meccanismo dagli ingranaggi perfetti.
    Ma davvero la primaria italiana è migliorata con il team dei tre docenti o le cose andavano bene o addirittura anche meglio prima?
    Il senatore del Pdl Giuseppe Valditara, dati alla mano, vuole sfatare il mito di una elementare perfetta e dunque immodificabile.
    Le cifre più interessanti emergono da un’anticipazione dei dati offerti dal Timss per il 2007,che verranno pubblicati integralmente a fine anno.
    «Già nel 2003 eravamo sotto la Moldavia - denuncia Valditara -. E le cose sono peggiorate nel 2007, perché nella classifica sono entrati Paesi africani che hanno punteggi bassissimi e dunque la media è scesa e noi siamo comunque sotto».
    Alla ricerca prendono parte 54 Paesi con elevata presenza di asiatici e pure di africani. Vengono analizzati i risultati ottenuti dagli studenti del quarto anno della primaria appunto in matematica ed in scienze. L’Italia si colloca sotto la media dei partecipanti.
    E proprio la matematica diventa alle superiori la bestia nera dei ragazzi italiani. Valditara sottolinea come il nostro Paese fosse già nel 2003 al 15° posto, dietro Cipro e la Repubblica Moldava. Nel 2007 poi assistiamo ad arretramento notevole, scivolando addirittura al 26° posto.
    Ci sono Paesi che hanno il 38 per cento di alunni che raggiungono rendimenti avanzati sempre nella matematica, mentre l’Italia è il fanalino di coda con solo il 6 per cento di studenti con prestazioni di eccellenza.
    Per le scienze le cose non sembrano andare meglio. Gran Bretagna, Usa e Giappone hanno tra il 12 ed il 15 per cento di studenti che hanno livelli avanzati di prestazioni, mentre l’Italia si colloca appena al di sopra della media internazionale con il 9 per cento.
    Rispetto alla lettura le cose vanno molto meglio, perché nelle classifiche internazionali gli alunni della primaria si collocano all’ottavo posto.
    Va detto però che negli anni ’70, sempre tenendo conto che si tratta di rilevazioni differenti, l’Italia era al quinto. Se si recuperano poi i risultati dell’Invalsi del 2005 (l’Istituto nazionale di valutazione messo in piedi dal ministro Luigi Berlinguer, reso operativo dal ministro Letizia Moratti e poi smantellato dal predecessore della Gelmini, Giuseppe Fioroni) si scopre che in prima media soltanto uno studente su quattro sapeva calcolare il perimetro di un triangolo. Un calcolo per l’appunto che sarebbe stato necessario apprendere durante le elementari.
    Due su tre poi ignoravano la forma di un triangolo rettangolo.
    Uno su tre poi non era in grado di fare le addizioni con i numeri decimali. Carenze accumulate durante il ciclo primario.

    Che il modello con tre insegnanti sia poi il più imitato, assicura Valditara, è una leggenda metropolitana che va assolutamente sfatata.
    Nessun Paese europeo basa la sua organizzazione didattica sulla compresenza dei docenti in classe. In molti esiste invece il maestro prevalente che copre circa l’80 per cento della didattica e gli specialisti (inglese o informatica), che lo affiancano come accadrà con la figura introdotta dal ministro Gelmini.

    la redazione de www.ilgiornale.it di oggi

    saluti
    Ennesima dimostrazione se ce ne fosse bisogno , che lo sproporzionato numero di docenti alle elementari era giustificato solo dalla necessità di assumere gente in un settore che di fatto è uno stipendificio di bassa qualità per giunta visti i risultati...

  7. #7
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    Walter Veltroni è quello che la spara più grossa. D’altronde il capo è lui ed è giusto che capeggi la colonna dei suoi.
    Approvato il decreto Gelmini al Senato, il segretario del Partito democratico convoca i giornalisti e annuncia un referendum abrogativo «contro i tagli alla scuola».
    Peccato che i tagli - ma il governo preferisce chiamarli “razionalizzazioni” della spesa - siano nella legge 133, la manovra economica votata in luglio.
    E che la Costituzione - articolo 75 - non ammetta referendum per le leggi di bilancio.
    Pazienza.
    Tanto quelli là, in piazza, si bevono tutto.

    zero tagli alle università
    Al Senato il dibattito sul decreto del ministro Mariastella Gelmini è arrivato agli sgoccioli. Prende la parola Anna Finocchiaro. Il capogruppo del Partito democratico ritira fuori la leggenda metropolitana: il provvedimento della ministra leva risorse agli atenei. «Tagli orizzontali alla scuola pubblica per 7,8 milioni di euro e all’università per 1,4 milioni», lamenta. Ed esorta: «Ritirate questo provvedimento».
    Tutto vero? Macché.
    In nessuno degli otto articoli del decreto convertito in legge si parla di università (se non per sanare la posizione dei laureati in scienze della formazione primaria).
    Le cifre, quelle, sono in Finanziaria. E i risparmi deriveranno soltanto dal blocco del turn over del personale accademico.
    In altre parole: meno professori, non meno soldi per la didattica.
    Logico allora che i baroni siano sul piede di guerra. Un po’ meno che gli studenti scendano in piazza.

    nessun professore licenziato
    Altro tema, altra bufala: la storia dei docenti che il governo lascerà a casa, senza lavoro.
    «In pochi anni», annuncia in aula “Pancho” Pardi, ex girotondino oggi senatore dell’Italia dei valori, «mancheranno 87mila insegnanti».
    Le cose, secondo il ministero, non stanno così.
    Non ci sarà nessun licenziamento, ha ripetuto fino alla noia Gelmini.
    I professori rimarranno quelli che sono (anche i 93mila di sostegno). Semplicemente non ne verranno assunti altri.
    Ciò perché, spiegano a viale Trastevere, la scuola italiana ha 1 milioni e 350mila dipendenti.
    E sono troppi, anche in base ai confronti internazionali.
    Razionalizzando gli organici, inoltre, il ministero conta di liberare risorse per dare premi in denaro agli insegnanti. Ma soltanto ai più meritevoli.

    il tempo pieno
    Non c’è verso di convincerli, però.
    Il ministro ombra dell’Istruzione Maria Pia Garavaglia mette in allarme le famiglie: «I genitori iscriveranno i propri figli a scuola senza sapere se ci sarà il tempo pieno».
    È così?
    L’articolo 4 del decreto Gelmini prevede il ritorno «all’insegnante unico nella scuola primaria». O “prevalente”, come preferisce chiamarlo il premier Silvio Berlusconi.
    A lui, al maestro prevalente, toccherà un orario settimanale di 24 ore.
    E il tempo pieno?
    La norma rimanda ai regolamenti attuativi, nei quali «si tiene conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola».
    Gelmini invita le famiglie a stare serene. Il tempo pieno ci sarà: è una semplice questione aritmetica. Se viene eliminato il principio delle “compresenze” - due insegnanti per una stessa ora di lezione - ci sono più maestri per il tempo pieno.
    Ancora numeri: entro il 2014 - riferisce viale Trastevere - ci saranno 82mila alunni in più che potranno usufruirne.

    il maestro prevalente
    Il ministro dell’Istruzione respinge con forza anche un’altra critica.
    Mossa dall’opposizione e rimbalzata in piazza.
    Il fatto che la storia del maestro prevalente tagli le ore di inglese.
    Tutt’altro: lo studio delle lingue non subisce alcuna riduzione. Anzi, se richiesto dalle famiglie, sarà potenziato a cinque ore settimanali: tre di inglese e due di una seconda lingua comunitaria. Senza contare poi la reintroduzione dell’educazione civica come materia obbligatoria. Chiamata “Cittadinanza e Costituzione”.

    “salvi” gli studenti capresi
    Altra leggenda: le scuole con meno di 500 studenti sono a rischio chiusura. La rilancia ancora Garavaglia creando scompiglio all’ombra dei faraglioni: «Come faranno i ragazzi di Capri e delle Eolie», si domandava qualche giorno fa il membro del gabinetto ombra, «a raggiunge la terra ferma?».
    Semplice: non ne avranno bisogno. Perché il decreto non chiude scuole, ma accorpa il personale amministrativo. Presidi e segretari.

    bocciati in condotta
    Sempre lei, la responsabile Istruzione del Pd:
    scorre l’articolo 3 del decreto legge e allarma tutti.
    «È scandaloso», si indigna Garavaglia, «basta una materia in cui non si raggiunge il 6 per essere bocciati alle elementari e alle medie».
    Basta, sostiene lei, anche una sola insufficienza in condotta e si ripete l’anno.
    È così?
    Non è così. Specie perché l’articolo è il 2 e non il 3. E dice, testualmente: «La votazione sul comportamento dello studente determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso».
    La cosa non è automatica, però. Ma dipende dalla volontà collegiale «del consiglio di classe». In altre parole: il bullo va punito. Ma la bocciatura rimane il caso limite.

    meno soldi alle private
    Altro ritornello sentito prima nelle parole della minoranza, poi sui tazebao nelle piazze: il governo toglie soldi alle scuole pubbliche e favorisce le private.
    Pure qui la vulgata è smentita dai numeri del ministero: l’istruzione scolastica non statale perde 134 milioni di euro e passa dai 535 milioni del 2008 ai 401 milioni del 2009.
    Sono i numeri del bilancio previsionale dello Stato.
    Gli studenti degli istituti pubblici risparmieranno invece sui libri di testo.
    Che, lo stabilisce l’articolo 5, dovranno essere gli stessi per almeno un quinquennio.
    In più, la legge del ministro Gelmini stanzia soldi per la sicurezza degli edifici scolastici: «il 5 per cento dei fondi per le infrastrutture strategiche».

    le classi ponte
    Quelli del Pd e dell’Idv l’hanno definita norma “ghetto”, “apartheid”, “razziale”, “razzista”.
    Ma soprattutto sono riusciti a far passare l’idea che le “classi ponte” per gli studenti stranieri siano dentro il decreto del ministro Gelmini.
    Falso.
    Il progetto di differenziare il percorso formativo degli immigrati che non conoscono la lingua italiana c’è.
    Ed è stata votata dalla Camera.
    Ma sotto forma di mozione e non di legge.
    Un atto, cioè, che impegna il governo a prendere un provvedimento, non lo obbliga.
    Ma spiegare questa differenza, neanche tanto sottile, a chi è andato in piazza a gridare contro il governo xenofobo non conveniva.
    Evidentemente.

    Salvatore Dama www.libero-news.it 30 10 08

    saluti

  8. #8
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    Predefinito La sinistra? Ora rimpiange la Moratti!

    Mi si dica pure che sono un ingenuo, ma che delusione Anna Finocchiaro…
    Il suo intervento nel dibattito al Senato ha fatto letteralmente cascare le braccia. L’unico argomento avanzato è stato il preteso silenzio del ministro Gelmini e del governo, l’assenza di motivazioni di merito, se non finanziarie, al decreto sulla scuola.
    Ma come? Sono mesi che, di fronte all’esposizione delle ragioni del ritorno al maestro prevalente, dei voti in pagella e del voto in condotta, si fanno orecchie da mercante e si ripete la nenia della “scuola migliore del mondo”.
    E Finocchiaro che fa?
    Scodella un’altra volta lo slogan accompagnandolo con un rovesciamento di frittata: voi non parlate.

    La verità è però emersa quando Finocchiaro ha spiegato cosa intenda per dialogo: consultare e ottenere l’assenso di psico-pedagogisti, didatti, associazioni di insegnanti, e soprattutto sindacati.
    E ha svelato il suo vero cruccio: si è usciti da una continuità di gestione delle questioni scolastiche mai interrotta «neppure con il ministero Moratti».

    Proprio qui sta il punto, e proprio per questo sono importanti i provvedimenti pur molto parziali del ministro Gelmini: hanno rotto un andazzo che faceva del sistema dell’istruzione un comparto di proprietà esclusiva dei sindacati e subordinato all’egemonia culturale della sinistra per il tramite degli attori menzionati dalla Finocchiaro, che ha scoperto l’altarino quando ha rimpianto persino il ministero Moratti.
    Lo sappiamo benissimo.
    Infatti, il torto principale del ministro Moratti fu di subire il prepotere dei sindacati e di lasciare l’istruzione in mano a una consorteria psico-pedagogico-didattica ereditata dal ministero Berlinguer e che ha proseguito indisturbata la sua opera distruttiva.

    Questo sistema ha avuto, ed ha ancora, un potere enorme. Tuttavia, se è bastato che il ministro Gelmini si discostasse un poco dalla prassi dei suoi predecessori per provocare tanti sconquassi, è perché esso attraversa una crisi profonda di prospettive, di idee, di cultura.
    Lo si è visto nel discorso stesso di Finocchiaro, che si è arrabattata penosamente attorno al Vangelo: in principio era il “logos”, poi viene il “dia-logos”, non potrete sfuggire al “dialogo”…
    Ma il suo dialogo non ha niente a che fare con il confronto di idee sulle questioni educative.
    È un dialogo tra “poteri”: la gestione della scuola deve restare un fatto di mediazione tra governo, sindacati, associazioni, psico-pedagogisti “progressisti”.
    La cultura è ridotta a mediazione politica e gestione del consenso.
    Di qui la schizofrenia tra l’ammissione inevitabile che il sistema dell’istruzione è in crisi e la difesa a oltranza della statu quo da cui dipende l’egemonia che si teme di perdere.

    C’è chi lo fa con maggiore abilità, come l’ex-ministro Berlinguer, che tenta di aprire un dialogo con il nuovo corso, ma non può occultare le sue responsabilità nell’aver avviato lo sfascio del sistema.
    Egli vive nell’ossessione del fantasma di Giovanni Gentile.
    In un articolo su Il Sole 24 Ore ha proclamato che «è giunta l’ora di dare all’Italia il diritto di avere un liceo scientifico degno di questo nome, diritto di cui ci privò Giovanni Gentile cancellando l’istituto in cui avevano studiato Edoardo Volterra e (mi pare) Enrico Fermi».
    Gli pare male e poteva controllare.
    Vito Volterra – non suo figlio Edoardo, che non era scienziato bensì giurista – frequentò una scuola tecnica.
    E se era contrario alla riforma Gentile, la sua proposta di mantenere la vecchia legge Casati era perdente e non trovò il consenso di tanti scienziati che accettarono di buon grado la riforma Gentile: dal matematico Federigo Enriques a Fermi che era Accademico d’Italia.

    Siamo di fronte a un ceto intellettuale sull’orlo della crisi di nervi, anzi al di là dell’orlo. Basta guardarsi intorno e se ne vedono i segni dappertutto: negli slogan sgangherati che vengono proposti nelle “lezioni in piazza”; o nel cinismo con cui si giustifica l’abuso di minori che viene compiuto in questi giorni, persino costringendo dei bambini delle elementari a mettere in scena uno spettacolo antigovernativo apprendendo a memoria filastrocche contro la Gelmini e Berlusconi.

    Una manifestazione clamorosa di questa crisi di nervi è il non riuscire più a gestire un baluardo della cultura “progressista”, il politicamente corretto. Viene alla mente l’ingiuria contro Brunetta – «energumeno tascabile» – e soprattutto la leggerezza con cui tanti si sono precipitati a giustificarla “culturalmente”, in quanto reazione alla manomissione che il governo avrebbe fatto della legge sui disabili…
    Ma una vetta è stata scalata da Umberto Eco.
    Affermando che George Steiner avrebbe detto in 37 pagine quello che Hannah Arendt ha detto in 450, ha aggiunto: «senza nemmeno dover andare a letto con Heidegger».
    Quali reazioni avrebbe suscitato una manifestazione tanto incontinente di maschilismo se fosse uscita da una bocca “reazionaria”?
    Sono i segni di un ceto intellettuale in sfacelo e la cui crisi di nervi rischia di far attraversare al paese momenti difficili se non si proseguirà con decisione a smantellare il sistema di relazioni e di poteri che ha condotto l’istruzione e la cultura italiana in questo stato pietoso.

    Giorgio Israel www.libero-news.it 30 10 08

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Referendum truffa

    C’era una volta la legge truffa.
    Adesso c’è il referendum truffa.
    Benvenuti nelle meraviglie del new deal veltroniano.
    Povero Walter: una volta imitava Kennedy, ora si è ridotto a fare il verso a Di Pietro. E non riuscendo ancora a eguagliarlo nella raccolta di strafalcioni, si accontenta di scimmiottarlo nella raccolta delle firme.
    Ma così facendo si tira dietro il riluttante partito in un'avventura che, di fatto, è già un film.
    La «Stangata».

    Per rendersene conto basta ascoltarli. «L'obiettivo del referendum è ridurre i tagli», dice Veltroni. «Bisogna rimediare ai tagli irrazionali», proclama l'inconsapevole Pina Ridens Picierno, l'ombra delle politiche giovanili.
    E l'ex ministro Fioroni si lancia in espressioni barricadiere che fanno a pugni con il suo pacioso grigiore: «Le famiglie toccheranno con mano gli effetti dei tagli. E arriveranno al referendum con la baionetta tra i denti e la bava alla bocca».
    La bava alla bocca? E il fuoco dalle narici, no?

    L'inganno è evidente: gli italiani verranno invitati a firmare per «evitare i tagli».
    Facile, no?
    Vuoi che la scuola di tuo figlio contribuisca al risanamento dei conti pubblici o preferisci che abbia fondi illimitati e magari palestre con spalliere placcate in oro?
    Quasi viene voglia di firmare anche a me. Ma in realtà il referendum non c'entra nulla con la questione economica, che è contenuta non nel decreto Gelmini ma nella Finanziaria di Tremonti.
    Che non è (ed evidentemente non può essere) l'oggetto della consultazione popolare.
    Dunque, il walter-bidone è chiaro.
    Anche perché Veltroni si atteggia a Marco Pannella, ma in realtà sembra Totò, quando vuol vendere la Fontana di Trevi ai turisti.
    Ha la stessa faccia tosta.

    Lancia la raccolta firme dicendo che così si abrogheranno i tagli e invece, al massimo, abrogherà il grembiulino.
    Questo, infatti, è il contenuto del decreto Gelmini, vero oggetto del referendum: maestro unico, voto in condotta, educazione civica.
    E appunto il grembiule. Spenderemo quindi milioni di euro per sapere se è giusto che gli scolaretti vestano la divisa col fiocco? Proprio così. Se volete firmate. Ma attenti che sotto non ci sia una cambiale.

    Il raggiro democratico, d'altra parte, è l'inevitabile conclusione del caos organizzato con cui la sinistra ha mobilitato la piazza.
    Studenti liceali e studenti universitari hanno protestato per giorni e giorni chiedendo l'abrogazione del decreto Gelmini, fingendo di non sapere o non sapendo proprio che quel provvedimento non li sfiorerà minimamente.
    Li hanno imbrogliati.
    E siccome è venuta proprio bene, ora pensano di imbrogliare tutti gli italiani. Il prossimo passo che cosa sarà?
    Il referendum per l'abolizione della crisi internazionale?
    Il referendum per l'abrogazione dell'infelicità?
    Il referendum per il diritto a vincere il Superenalotto?
    La strada della patacca a democrazia diretta apre scenari inediti.
    E pericolosi.
    Walter, Pina e l'ex ministro con la bava alla bocca, si sa, sono buoni a nulla. Ma capaci di tutto.

    M.G. www.ilgiornale.it 31 10 08

    si chede il direttore del ilgiornale: fingono di non sapere o non lo sanno?
    Opto per la seconda ipotesi: non lo sanno.
    Non possono saperlo, i poveracci, conoscendo la "scuola" da dove provengono.

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    ok,tu posti tutto il giornale,e va bene....pero'e c'e'un pero',ho l'impressione e questoa fammela passare che il governo sia un po'impantanato e chiuso nel palazzo,come quando c'era prodi...tu mi dirai...sono una minoranza di comunisti o sono strumentalizzati dall'opposizione...ok,va bene,ma quando il tuo protettore andava in piazza a manifestare,quelli che erano?credi che non fossero strumentalizzati dal tuo padrone?Comunque e su questo ne sono convinto,se il tuo capo non riuscira'a recuperare il polso della situazione,la vedo un po'brutta per lui,anche se mi dirai sempre che la maggioranza silenziosa e'sempre con lui...ti ricordo che i processi storici,le svolte ecc sempre li fanno i movimenti minoritari che poi diventano maggioritari,non le maggioranze silenziose....

 

 
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