PANSA CHE TI PASSA – “MACCHé ’68. SONO STUDENTI COJONI: SCIOPERANO PER MANTENERE I PRIVILEGI DI DOCENTI CHE SE NE FREGANO DI LORO” – “LA POLITICA ADESSO LI USA, MA PRIMA O POI LI MOLLERÀ AI LORO INUTILI STUDI”…
Giampaolo Pansa per "Il Riformista"
Ma stiano a casa i ragazzi e le ragazze che okkupano, okkupano, okkupano! Anzi, ritornino a scuola. E riprendano a studiare quel poco che la scuola gli chiede. Quando li vedo sfilare con i megafoni, gli striscioni, i gesti ritmati dagli slogan, le urla contro la Gelmini, provo una gran pena. Stanno sprecando la giovinezza. Non otterranno nulla di quello che chiedono. Gli unici a perdere saranno loro.
I nostri cari okkupanti stanno già perdendo oggi. Le università che frequentano sono le peggiori d'Europa. Eppure ogni città ne vuole una. Le sedi distaccate nascono a ogni angolo. Ma sono atenei finti. Se lo studente non fa più il pendolare, lo fa il professore. Viene da lontano, si ferma due o tre giorni, poi riparte. E gli allievi lo rivedranno il mese successivo.
Le lauree triennali non servono a nulla. Sono una truffa. Costruita sulla voglia di non studiare. Mi è capitato di leggere qualche tesi di fine corso. Fascicoletti di cinquanta, sessanta pagine, che i docenti della mia generazione avrebbero respinto con ribrezzo.
Ma i prof di oggi, salvo poche eccezioni, accettano di tutto. Anche le tesi copiate. Anche quelle scritte da mercenari frettolosi. I docenti si lavano la coscienza dando voti minimi. E lasciando che le mamme piangano: «Ti hanno negato il centodieci e lode!».
E' colpa di questo tipo di prof il caos del 2008. Oggi stanno in cattedra anche docenti che nessuna seria scuola media accetterebbe. Sono ignoranti, presuntuosi e spesso accecati dalla faziosità politica. Si sentono difesi dalla tessera di partito che gli ha garantito la cattedra. Spiegano agli okkupanti che debbono lottare «contro il modernismo reazionario del governo Berlusconi-Gelmini». E gli studenti impazziscono d'entusiasmo, come davanti a una rock-star.
Gli okkupanti ci spiegano che questa rivolta non è il Sessantotto del tempo che fu. Ma dovrebbero ammettere che è peggio del Sessantotto. Allora gli studenti si erano ribellati ai professori. Oggi sono i docenti a fomentare la rivolta. Baroni, baronetti e baronini sono gli unici a sapere con precisione ciò che vogliono. Il loro scopo è che tutto rimanga com'è, compresa la pessima gestione e la copertura dei tanti debiti. Siamo al paradosso: gli studenti scioperano per mantenere inalterati i privilegi di docenti che se ne fregano di loro.
Avete mai visto una rivolta contro il moltiplicarsi dei corsi di laurea? Anche i piccoli atenei ne presentano un campionario folle. Con più docenti e impiegati che iscritti. Come il mago di Oz, i rettori promettono meraviglie. Il trucco si scopre soltanto alla fine: niente lavoro, disoccupazione garantita. Ma pure i corsi meno recenti sono un bluff. Sono migliaia gli iscritti alle facoltà di Scienze della Comunicazione. Troveranno posto nell'impero dei media? Farglielo credere è come dirgli che i bambini li porta la cicogna.
Restare a casa anche dopo la laurea. Ecco una tragedia che si presenterà sempre più spesso, con una progressione terribile. Ma qui siamo al cuore della rivolta studentesca. La mia opinione è che una parte dei ragazzi scenda in piazza non contro la Gelmini o Silvio il Caimano. Ma perché ha compreso che la scuola non gli garantirà nessun futuro.
Vedono il buio davanti a sé e sono disperati. Però non sanno respingere i pifferai che li portano a spasso. Hanno capito che soltanto pochi avranno un avvenire professionale sicuro. Per questo provano una rabbia prima sconosciuta. La rabbia di chi non scorge una via d'uscita. Oggi si rivoltano contro il centro-destra. Domani lo faranno contro il centro-sinistra. Perché la politica che adesso li usa, prima o poi, li mollerà. E gli dirà di tornare alle loro scuole di carta, ai loro inutili studi.
E' questo il pericolo vero che si annida nel caos di oggi. Non temo i facinorosi che allarmano il Cavaliere. Ci sono anche loro e stanno spuntando in tutti i cortei. Non dimentichiamoci di Genova 2001, con quello che ne seguì. Ma il rischio più grande è la rivolta senza obiettivi e senza capi. Diretta contro tutto e tutti.
Un racconto di fantascienza narra di ragazzi che uccidono gli anziani, per prendersi le loro case e il loro lavoro. Non andrà così, perché le case e il lavoro degli anziani non sono un bottino appetibile per i figli di mamma. Non vogliono studiare, perchè lo studio vero è fatica. E non vogliono lavorare perché gli orari sono lunghi, le paghe basse e i padroni esigenti. Il traguardo sarà un paese di trentenni poveri, a carico di genitori pensionati.
Ma un giudizio ancora più aspro bisogna darlo delle tante sinistre, a cominciare dal Pd di Walter Veltroni. Qualche milione di militanti al Circo Massimo non cancellerà l'errore suicida di questo partito. E dei giornali che lo appoggiano, nella speranza di frenare la perdita di copie. La favola del dissenso proibito dal Caimano non funziona più. Siamo un paese dove tutti dissentono da tutti, anche da se stessi.
Prima o poi, la rivolta degli studenti lascerà perdere la Gelmini e il Berlusca. E si dirigerà contro qualcun altro. Per questo azzardo un consiglio alla Signora Ministro: lasci le cose come stanno. L'Italia di oggi non merita nessuna riforma, della scuola o di altro. Quando il disastro sarà completo, qualcuno davvero tosto chiuderà le aule per un anno.
Il giorno che verranno riaperte sarà più facile cambiare in meglio. A meno che un incidente grave, un morto in piazza, non faccia esplodere la polveriera Italia. Allora dovremo dirci tutti buonanotte. E chiuderci in casa. Con un buon fucile a portata di mano.
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Università, 37 corsi di laurea
con un solo studente Da Bologna a Moncrivello: i casi in tutta Italia. E il numero totale è raddoppiato in 5 anni STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Università, corsi raddoppiati in 5 anni
LA SCHEDA
C'è un Robinson disperso su un'isoletta universitaria di Forlì che non ha neanche un Venerdì con cui parlare: è l'unico iscritto al corso di Scienze della mediazione linguistica. Ma con chi può mediare, se non c'è un selvaggio con cui aprir bocca? Una solitudine da incubo.
La stessa che deve provare l'unico iscritto a Scienze storiche a
Università La Sapienza di Roma (Internet)
Bologna e l'unico a Ingegneria industriale a Rende e l'unico a Scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino e insomma tutti i solitari frequentatori di 37 corsi universitari sparsi per la penisola. Avete letto bene: ci sono trentasette mini-facoltà con un solo studente. Poi ce ne sono dieci con 2 frequentatori, altre dieci con 3, altre quindici con 4, altre otto con cinque e altre ventitré con 6 giù giù fino a un totale di 323 «universitine» che non arrivano a 15 iscritti. Con alcune situazioni piuttosto curiose. Come quella di Termoli, che come patrono ha San Basso ma accademicamente vola alto: dal sito del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario si può apprendere infatti che i ragazzi della cittadina molisana che non si sentono predisposti ai viaggi, hanno a disposizione non una ma addirittura due possibilità di diventar dottori sotto casa. La prima viene loro offerta dalla facoltà di medicina e chirurgia dell'Ateneo del Molise (29 iscritti), la seconda dalla Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La quale, invogliata dalle nuove normative, è salita ormai a 21 sedi diverse, posizionandosi anche in metropoli quali Guidonia Montecelio (32 iscritti a medicina), Pescopagano (33), Larino (37) e Moncrivello, ridente paesino in provincia di Vercelli con 1.477 abitanti, dei quali 14 decisi a diventare chirurghi, urologi o anestesisti. Un record da dedicare al santuario del Trompone, il cui nome ha una tale assonanza con certi professoroni universitari che il destino, diciamolo, era già prefigurato. Ma un record battuto, appunto, da Termoli. Dove gli iscritti a medicina, versante Cattolica, sono sei.
Meno male: tre maschi e tre femmine. Direte: quanto costeranno, certi atenei in miniatura? Valeva la pena di incoraggiare questa moltiplicazione di pani, pesci e cattedre finendo fatalmente per abbassare il livello medio degli insegnanti, visto che come nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e abbastanza Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri e occorre dunque ricorrere sempre più spesso a brocchi e ronzini? E' quanto cercheremo di spiegare. Partendo da alcuni numeri. Primo fra tutti quello delle università "storiche", italiane. Erano 27, figlie di una tradizione spesso secolare, e sono rimaste tali per un sacco di tempo. Salendo poi lentissimamente, dalla metà degli anni Cinquanta in avanti, fino ad arrivare alla fine del millennio a 41. Bene, da allora (c'è chi dice a causa delle scelte del ministro «rosso» Luigi Berlinguer e a causa di quelle del ministro «azzurro » Letizia Moratti) sono dilagate. Arrivando in una manciata di anni a 78. Più «ospiti» quali l'Università di Malta, più le «private» (sulle quali avremo modo di sorridere), più undici «telematiche» sulle quali esistono dettagli piuttosto curiosi da raccontare. Totale? Quelle col «bollino» sono 94. Ma il caos è ormai tale che la somma totale degli «atenei» veri o presunti (e meno male che qualcuno è stato burocraticamente raso al suolo da Fabio Mussi come quello fondato in una palazzina di Villa San Giovanni da un certo Francesco Ranieri che la dedicò al suo omonimo nonno) è ormai difficile da calcolare. «Evviva!», esulteranno certi liberisti nostrani: tante università, tanta concorrenza. Tanta concorrenza, tanta selezione. Tanta selezione, tante eccellenze. E' vero o no che lo stesso Salvatore Settis, acerrimo nemico della proliferazione, ha scritto che in America le cose chiamate «università» sono circa quattromila e dunque noi abbiamo ancora spazio per altre sei o settecento «atenei»? Verissimo, sulla carta. Non fosse per due dettagli sottolineati dal direttore della Normale di Pisa.
Il primo è che negli Stati Uniti chi non è all'altezza si arrangia: se trova studenti che pagano la retta per andarci bene, sennò chiude. Il secondo è che il titolo di studio, lì, non ha alcun valore legale: hai preso la laurea ad Harvard? Ti assumono tutti. L'hai presa in una pseudo- università allestita da un mestierante senza la biblioteca e senza laboratori e senza docenti di un certo livello? Non ti fila nessuno. Affari tuoi, se ti sei fatto imbrogliare. E non c'è concorso dove possa giocarti una laurea ridicola per accumulare punti in graduatoria e prenderti un posto immeritato. Qui è la prima contraddizione, denunciata da Francesco Giavazzi e Piero Ichino e Roberto Perotti e altri ancora: il via libera alla moltiplicazione degli atenei senza aver prima abolito il valore legale del titolo di studio è un errore fatale. Che toglie risorse, chiedendo una distribuzione a pioggia di stampo clientelare, alle università vere. Quelle serie. Sobrie. Spesso straordinarie. Che ci fanno onore in Italia e all'estero. Che hanno già levato alta la loro protesta. E oggi sono spesso costrette a mettersi in concorrenza coi furboni. E a cedere alla tentazione di aprire in città e paesi e borghi e contrade più o meno vicine nuove facoltà e nuovi corsi di laurea. Meglio: nuovi punti vendita. Basti pensare che questi corsi (per i quali non occorre l'autorizzazione ministeriale) erano 2.444 nel 2000/2001 e alla fine del 2005 erano già schizzati a 5.400. Numero destinato a un successivo incremento (più 861) nonostante, scrive l'ultimo rapporto del Miur, «le raccomandazioni a livello centrale di procedere a una semplificazione dell'offerta». E così, se le Università sono diventate 94, le facoltà sono cresciute fino a 610 e i dipartimenti fino a 1.864 e gli istituti a 319 e i «centri universitari» a vario titolo fino a 1.269. Fino a casi abnormi come quello della «Sapienza». Che da Roma ha alluvionato di sedi e «sedine» tutta l'Italia centrale fino ad avere oltre duecento (chissà se almeno il rettore conosce il numero esatto) indirizzi postali differenti. Dove sono stati coriandolizzati la bellezza di 341 corsi diversi: dall'infermieristica a Bracciano a logopedia ad Ariccia, dalle tecniche di laboratorio biomedico a Pozzilli all'architettura degli interni a Pomezia. Per un totale (professori ordinari e assistenti e ricercatori) di 4.766 docenti. Tutti bravi come Totti? Difficile da credere. Ma certo anche tra di loro c'è chi ama giocare. Come i docenti che hanno organizzato, tempo fa, un «corso di composizione floreale per imparare a realizzare decorazioni di Natale con rametti di pino, candele e bacche colorate». E poi dicono che l'Università italiana non punta sulle specializzazioni...
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella




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