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    Predefinito La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    Emiliano Brancaccio


    In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (Sole 24 Ore, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.

    Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”.

    Ciò che tuttavia sfugge a molte analisi è che i cosiddetti “pigs” sono accomunati dalla summenzionata tendenza ai disavanzi con l’estero, mentre per quanto riguarda i rispettivi debiti pubblici si somigliano molto poco. Del resto le indagini empiriche mostrano che i differenziali tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici dei paesi europei sono correlati alla dinamica dei conti esteri in rapporto al Pil più che all’andamento dei conti pubblici[1]. A quanto pare, dunque, gli speculatori contemplano il rischio di un default dei bilanci statali solo in via secondaria, mentre tendono soprattutto a sbarazzarsi dei titoli sia pubblici che privati dei paesi afflitti da una tendenza alla stagnazione o al disavanzo estero, o addirittura da una miscela di entrambe. Il sospetto che sembra dunque muovere gli speculatori è che tali paesi possano prima o poi decidere di affrontare i loro problemi di competitività attraverso l’abbandono dell’euro e la svalutazione. In tal caso i titoli denominati nelle valute deprezzate perderebbero valore, ed è bene quindi venderli prima che ciò accada.

    Gli squilibri commerciali rappresentano dunque il maggior pericolo per il futuro della moneta unica. L’attuale assetto istituzionale dell’Unione scarica tutto il peso del riequilibrio sui paesi in disavanzo con l’estero, i quali vengono continuamente forzati a comprimere i salari e la spesa sociale. Gli stessi “aiuti” alla Grecia saranno vincolati all’attuazione di tali politiche deflattive. Ma come abbiamo detto anche la Germania si caratterizza per una politica di schiacciamento delle retribuzioni e del welfare. I paesi in difficoltà commerciale sono quindi chiamati ad abbattere i salari e la spesa pubblica per compensare non solo la maggiore produttività delle imprese tedesche ma anche la stessa politica restrittiva della Germania. I dati ci dicono però che in questo modo il problema cruciale dei divari competitivi tra i paesi membri non viene risolto ma viene solo rinviato. Tali divari inoltre sono ormai così accentuati che la tentazione per qualcuno di mandare tutto all’aria e di sganciarsi dalla moneta unica potrebbe un giorno o l’altro farsi irresistibile. E se anche non vi fosse una espressa decisione politica in tal senso, gli attacchi speculativi potrebbero a un certo punto moltiplicarsi fino a rendere inesorabili le svalutazioni. Il caso greco rappresenta in questo senso solo un primo campanello di allarme.

    La zona euro è dunque attraversata da tendenze centrifughe poderose, che vengono oltretutto rafforzate dalla crisi. Per contrastarle bisognerebbe indurre le autorità tedesche ad accettare l’introduzione di un diverso criterio di riequilibrio commerciale, che si basi su una loro maggior disponibilità a spendere e più in generale su meccanismi di governo politico dell’Unione che compensino la superiore capacità dei capitali tedeschi di penetrare i mercati esteri. Tuttavia a Berlino non sembrano particolarmente scossi dalla eventualità che alcuni paesi arrivino a sganciarsi dalla moneta unica. Ciò non deve meravigliare. Il governo tedesco sa bene che le svalutazioni altrui potrebbero ridurre in via solo temporanea i divari di competitività rispetto alla Germania. Inoltre, una volta esaurita la spinta competitiva delle svalutazioni, le imprese tedesche avrebbero l’opportunità di rastrellare ingenti capitali dal resto d’Europa a prezzi di saldo. Una eventuale crisi dell’unità monetaria potrebbe quindi esser vista dai tedeschi come una normale fase di assestamento lungo l’inesorabile percorso di egemonizzazione economico-politica dell’Europa.

    Sparire o farsi assorbire: è questo dunque il destino di tante imprese situate in Grecia, in Italia e nelle altre periferie del continente? Bisogna cioè rassegnarsi al fatto che la testa pensante del capitale europeo si concentrerà sempre di più in Germania e che i “pigs” rimarranno popolati solo da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo? Nella sostanza è esattamente questo il futuro che ci riserva l’attuale assetto dell’Unione monetaria europea. La crisi economica rende però la situazione più dolorosa sul piano economico e quindi forse più accidentata sul terreno politico. Se una tangibile ripresa mondiale si facesse ancora attendere, i paesi deboli dell’Unione potrebbero arrivare ad accarezzare l’idea non soltanto di svalutare, ma anche di ridurre in modi più o meno surrettizi il grado di apertura internazionale dei loro mercati. Impensabile appena pochi anni fa, una reazione del genere trova oggi più di un riscontro tra gli stessi imprenditori “periferici” ed è forse l’unica mossa che potrebbe suscitare qualche dubbio a Berlino sulla aggressiva politica mercantilista fino ad oggi perpetuata dalla Germania[2]. Sembra paradossale, ma il rilancio dell’unità europea potrebbe scaturire proprio da una minaccia neo-protezionista avanzata da qualcuno dei “pigs”.

    [1] Per un test sulla relazione tra i differenziali fra i tassi d’interesse su titoli italiani e tedeschi e gli andamenti dei conti esteri e dei conti pubblici di Italia e Germania, rinvio a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, Studi economici n. 96, 2008/3.
    [2] Sulle implicazioni della politica mercantilista della Germania si veda anche Sergio Cesaratto, “Notes on Europe, German Mercantilism and the Current Crisis”, contributo agli atti del convegno “La crisi globale” (Siena 2010; gli atti saranno pubblicati nei prossimi mesi da Routledge in un volume a cura di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana dal titolo The Global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy; gli atti provvisori e i materiali audio in italiano sono già disponibili nella sezione “atti” del sito TheGlobalCrisis.info
    Muntzer il Sopravvissuto

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    24/4/2010 (14:40)
    Grecia vicina al crac, l'Europa trema
    Sugli aiuti la Germania punta i piedi

    I giornali in un'edicola di Atene

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    La Merkel: "Basta speculazioni".
    Il partito: "Atene fuori dall'Euro."
    Gli Usa: "Ue e Fmi intervengano"
    BRUXELLES
    Tutto sembra quasi pronto per il via libera all’erogazione dei prestiti che dovrebbero salvare la Grecia dalla bancarotta. I tempi sono stretti e si punta a rendere operativo il piano dai primi di maggio. In tempo per permettere ad Atene di far fronte alle prossime scadenze sul fronte dei titoli pubblici.

    Un invito ad agire velocemente è giunto dal segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, e dallo stesso direttore del’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che a Washington hanno incontrato il ministro greco delle finanze Giorgio Papaconstantinou. Ma la strada degli aiuti (30 miliardi dalla Ue e 15 dall’Fmi nel 2010) non è proprio così in discesa. Almeno sul fronte europeo, dove Berlino continua a puntare i piedi chiedendo di intervenire solo se è veramente a rischio la stabilità della zona euro. Il giorno dopo la richiesta formale da parte del governo Papandreou, proprio dalla Germania arrivano numerose reazioni contrarie all’attivazione del piano salva-Grecia, con la proposta choc lanciata all’interno dello stesso partito della cancelliera Angela Merkel: fuori Atene della zona euro.
    Ad avanzarla sono stati alcuni esponenti di spicco della componente bavarese della Cdu, sottolineando come l’uscita del Paese ellenico da Eurolandia «non deve essere un tabù, ma dovrebbe essere presa seriamente in considerazione». Anche perchè - si argomenta - la Grecia non ha solo un problema di liquidità, ma anche problemi strutturali che gravano sull’intera economia e sulla crescita. Fa eco a queste posizioni il quotidiano popolare Bild, il più letto in Germania, secondo cui la Grecia dovrebbe abbandonare la zona euro di sua sponte, perchè sarebbe innanzitutto nel suo interesse. Finora l’ipotesi dell’espulsione di un Paese dalla zona euro, in caso di ripetuta violazione del Patto Ue, era stata presa in considerazione - anche dalla stessa Merkel - solo per il futuro. Mai per la situazione attuale della Grecia. Ma a determinare i toni delle reazioni tedesche sono anche le importanti elezioni del prossimo 9 maggio nel Nord Reno Vestfalia, il land più popoloso del Paese. Con i partiti che hanno difficoltà a spiegare agli elettori che dovranno sborsare 103 euro a testa per la Grecia.

    Berlino in totale dovrà versare 8,4 miliardi solo per il 2010. Il ministro delle finanze, Wolfgang Schauble, comunque, ha tentato di gettare acqua sul fuoco, definendo fuori dal mondo l’ipotesi di uscita della Grecia dalla zona euro. Ma sottolineando come «gli aiuti smetteranno di arrivare se ci saranno violazioni» degli impegni presi. A Bruxelles, intanto, è attesa una convocazione dell’Eurogruppo (forse ancora una volta in teleconferenza) che all’unanimità dovrà prendere la decisone formale sull’attivazione della macchina di aiuti targata Ue-Fmi. Mentre ad Atene le autorità greche continuano a lavorare con Commissione Ue, Bce ed Fmi alle ulteriori misure correttive da prendere nei prossimi due anni. Misure che dovranno essere pronte per i primi di maggio e necessarie per riportare il deficit sotto il 3% entro il 2012. Ma la prospettiva di un ulteriore inasprimento del programma di austerità fa inevitabilmente crescere la tensione sociale nelle città greche, già da settimane a livelli di guardia. Considerando che il governo socialista per ridurre di quattro punti il deficit 2010 ha già aumentato l’Iva e le tasse su alcol, tabacco e benzina. Oltre ad aver tagliato gli stipendi dei dipendenti pubblici e congelato le pensioni di tutti i lavoratori, pubblici e privati. Papandreou cerca comunque di rassicurare: «Non faremo più pagare i deboli».
    LASTAMPA.it

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    24/4/2010 (8:20)
    G20, Tremonti sfida la Germania:
    dimostri di essere un grande Paese

    Tremonti

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    L'affondo del ministro dell'Economia
    FRANCESCO SEMPRINI
    In Europa è arrivato il momento che i Paesi grandi dimostrino di essere Grandi paesi». È perentorio il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che invita la Germania ad assumersi le sue responsabilità nella crisi greca, mentre il governo italiano è impegnato a definire il decreto legge per lo stanziamento di una somma massima di 5,5 miliardi euro in aiuto del Paese ellenico. «Se la casa del tuo vicino prende fuoco, anche se è piccola e magari la colpa è del tuo vicino, non ti conviene far finta di niente», spiega Tremonti a margine del G-20. «Conviene piuttosto dargli l’estintore, altrimenti il fuoco arriva a casa tua e non ci si può illudere di non rischiare, anche se la tua casa è più bella e più grande», prosegue il ministro. L’indicazione è chiara: «Sto parlando della Germania». L’ufficializzazione della richiesta di aiuto accelera la procedura di salvataggio per il Paese ellenico. «Chi ha dato fuoco, chi ha creato il problema lo deve risolvere, ma pensare che sia un problema solo suo è sbagliato», prosegue il ministro dell’Economia, convinto che «la posizione italiana è la più ragionevole».

    Nonostante la reticenza di Berlino, prevarrà il buon senso, è l’auspicio di Tremonti: «Credo che alla fine si consoliderà un’idea di intervento nell’interesse di tutti». I tempi della fase procedurale non sono ancora definiti, il decreto potrebbe essere approvato nel prossimo consiglio dei ministri o comunque nei prossimi. Un richiamo alle proprie responsabilità arriva anche dal ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, secondo cui «a questo punto ognuno dovrà fare i propri compiti». Parigi, che contribuisce con 6,3 miliardi, preme sull’acceleratore: «Presenteremo il decreto al mio rientro», ovvero agli inizi di maggio, precisa la Lagarde. Segnali chiari sono giunti anche dal direttore dell’Fmi, Dominique Strauss-Khan, «pronto a muoversi rapidamente». «È questione di qualche settimana» dice Ewald Nowotny, membro austriaco del consiglio direttivo della Banca centrale europea che in linea con la Lagarde, esclude, almeno per adesso, «un rischio sistemico nell’Eurozona». Non ne è sicuro invece il numero uno della Bundesbank, Axel Weber, il quale «non può escludere un effetto contagio» dalla crisi greca. Il riferimento è ad altri Paesi come quelli iberici, che hanno visto aumentare i costi di indebitamento. «La Spagna si trova in una posizione diversa e molto migliore», ribatte a distanza Elena Salgado, ministro delle Finanze di Madrid. Apprezzamento per la richiesta di aiuto da parte della Grecia è giunto dalla Casa Bianca, in coincidenza dell’inizio dei lavori del G-20, a cui l’Fmi ha presentato un rapporto nel quale spiega che il caso greco non inficia la ripresa globale. Tuttavia, ha sottolineato l’Istituto di Washington, si tratta di ripresa «asimmetrica», dettata da un «eccessivo ottimismo» dei singoli e da politiche finanziarie che rischiano di essere fra loro «poco compatibili».

    Il rischio, secondo le indicazioni contenute nel comunicato finale del G-20 - è che si creino degli squilibri tra Paesi ricchi, frenati dal debito, ed emergenti alle prese con eccessivi afflussi di capitali. Da qui l’appello ad individuare exit strategy credibili rispetto alle misure straordinarie di sostegno. è importante perseguire politiche economiche differenti «ma ben coordinate, con conti pubblici solidi, stabilità dei prezzi, sistemi finanziari stabili, la creazione di occupazione e la riduzione della povertà».
    LASTAMPA.it

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    24-04-10
    GRECIA: STAMPA FRANCESE, GERMANIA POCO SOLIDALE IN EUROPA

    ASCA) - Roma, 24 apr - Sugli aiuti finanziari dei paesi dell'Eurozona (30 miliardi) alla Grecia, la stampa francese critica l'atteggiamento della Germania.

    Serve '''solidarieta' europea'' per risolvere la crisi di Atene. Ma non appena il pacchetto di aiuti viene attivato,.

    la Germania punta i piedi', scrive Le Monde. Ieri, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che i prestiti alla Grecia dovranno rispettare condizioni molto precise per spingere Atene a risanare i conti pubblici. '''Incoerente e contradditorio l'atteggiamento di Berlino.

    Manda segnali ambigui ai mercati finanziari, invece una chiara dimostrazione di solidarieta' europea avrebbe gia' calmato le acque da tempo'' , scrive Liberation.

    men/min/ss

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    24-04-10
    GRECIA: STAMPA TEDESCA SCETTICA SUGLI AIUTI AD ATENE

    (ASCA) - Roma, 24 apr - Il soccorso dei paesi dell'Eurozona alla Grecia infiamma il dibattito sulla stampa tedesca. Su i 30 miliardi di euro di prestiti a disposizione di Atene, la quota maggiore spetta alla Germania con 8,4 miliardi.

    ''La violazione delle regole dell'unione monetaria ci portera' dentro un incubo. Dopo la Grecia bisognera' salvare Portogallo, Spagna e Italia'', scrive il Frankfurter Allgemeine. Di opinione diversa il Suddeutsche Zeitung '''catastrofe evitata, ma ad Atene va imposto un duro piano di risanamento, dovra' servire da esempio per gli altri paesi dell'euro''. Per il berlinese Tagesspiegel, '''se il programma di aiuti non funziona, la Grecia deve lasciare l'euro''.

    Per la cancelliera Angela Merkel non sara' facile il passaggio parlamentare che dovra'dare il via libera agli aiuti. Il governo tedesco ha gia' chiarito che il prestito dovra' essere subordinato al rispetto di condizioni molto stringenti da parte della Grecia.

    Tra due settimane si vota nel Nord Reno-Westfalia, il lander piu' popoloso della Germania, se dovesse vincere l'opposizione, la coalizione governativa cristiano-liberale si troverebbe in minoranza nella Camera Alta.

    men/min/ss

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    24-04-10
    GRECIA: CSU BAVARESE CHIEDE ESPULSIONE DALL'EURO

    (ASCA-AFP) - Berlino, 24 apr - L'ipotesi dell'uscita della Grecia dall'unione monetaria europea deve essere presa in considerazione ''seriamente''. Lo afferma Hans-Peter Friedrich, il capogruppo della Csu, il partito cristiano-sociale bavarese, frangia della Cdu del Cancelliere Angela Merkel, intervistato dal settimanale tedesco ''Der Spiegel''.

    La Grecia, ha aggiunto, ''dovrebbe prevedere seriamente di lasciare la zona euro'' e questo argomento ''non deve essere un tabu''' perche' ''la Grecia non ha solamente un problema di liquidita' ma anche un problema di fondo, strutturale e cronico''.

    Gli ha fatto eco il capo del gruppo dei conservatori tedeschi Cdu/Csu al Parlamento europeo, Werner Langen: ''Sono estremamente scettico sulla questione tesa ad accertare se questo pacchetto d'aiuti europei siano conformi al diritto europeo e al diritto costituzionale tedesco''. Secondo Langen questi aiuti non porteranno una soluzione duratura alla crisi della Grecia e ''la vera alternativa'' sara' che la Gracia ''esca dalla zona euro e ridiventi competitiva con l'aiuto di riforme strutturali''.

    L'eventualita' dell'uscita della Grecia dalla zona euro e' stata presa in consierazione anche da altri giornali tedeschi: ''La sola vera soluzione e' un taglio chiaro: la Grecia deve lasciare l'euro'', afferma il quotidiano popolare ''Bild'', il piu' letto in Germania, che titolava ''I greci vogliono il nostro argento''.

    Per il giornale berlinese ''Tagesspiegel'' ''la prossima soluzione per i greci, se l'aiuto non funziona, e' un'uscita dalla zona euro''.

    map/cam/ss

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    Quando questa gente parla di riforme strutturali di solito intendono i prestiti usurai del FMI e le imposizioni cravattaie del WTO

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    Grecia: 1° maggio in piazza e scontri. Il 5 maggio nuovo sciopero generale contro il massacro sociale targato UE-FMI
    di Marco Santopadre *
    Primo maggio in piazza per i lavoratori greci scesi in strada a decine di migliaia, per l’ennesima volta, contro il governo e i tagli imposti da Bruxelles. Circa 50 mila persone hanno manifestato ad Atene dando vita a tre diversi cortei che si sono congiunti in Piazza Syntagma, davanti alla sede del Parlamento. Il corteo più imponente è partito in mattinata dal Politecnico dietro lo striscione bianco "La crisi la paghino le banche". In piazza, gomito a gomito con gli anarchici protenienti dal quartiere di Exarchia, mamme con carrozzine, operai, portuali, la comunità del Bangladesh ad Atene, il Partito dei lavoratori comunisti iraniani e le associazioni anti-razziste.
    La partecipazione alla manifestazione è stata largamente superiore alle attese. "Non siamo mai andati in piazza in vita nostra - raccontano ad un’agenzia di stampa Omonia Mikis e Virginia Mikaloupolos, freschi sposi di 28 anni - Ora però siamo arrivati a un limite oltre cui non possiamo andare e siamo qui". Lui è insegnante di informatica a una scuola superiore e da fine marzo il suo stipendio è sceso del 15%, da 1.200 a 1.030 euro. "E non è finita - aggiunge - Se il Parlamento approverà il piano di Papandreou, da maggio prenderò 850 euro". Che fare? Virginia, assistente in uno studio di dentista è scoraggiata: "Così di sicuro non si può andare avanti. Non avrei mai pensato di arrivare a questo punto, ma da qualche settimana stiamo davvero pensando di provare a emigrare".


    Un altro corteo, il primo ad arrivare davanti al Parlamento, era animato dai pensionati, dalle donne e dai lavoratori chiamati in piazza dal Pame, il sindacato del Partito Comunista. ''Basta, é arrivata l'ora di un grande fronte popolare'' ha detto dopo la manifestazione di oggi la segretaria del partito comunista ellenico (Kke) Aleka Papariga che, parlando con i giornalisti davanti al Parlamento, ha affermato che i miliardi dell'Ue e del Fmi ''non significano nulla per il popolo greco, che continuerà ad essere sfruttato dal capitale''. ''E' arrivata l'ora di dire basta! ha aggiunto -Non dobbiamo piu' indugiare, dobbiamo costituire un grande fronte popolare degli operai e degli agricoltori per giungere ad un radicale rovesciamento'' del ''putrefatto sistema politico greco''.

    ''In autunno vi sarà un'esplosione sociale'' ha detto invece Liana Kanelli, deputata del Partito comunista greco (Kke). ''Questo che vedete qui oggi é solo l'inizio'' dice Kanelli, figura carismatica del Kke e membro della commissione esteri del partito. ''Tra quattro o cinque mesi, in autunno, ci sarà un'esplosione sociale perché lavoratori e pensionati non possono sopportare una riduzione del 30% dei loro redditi in un paese già ben al di sotto della media europea''. Kanelli dice che ''il debito é l'unica ricchezza del popolo greco'' e aggiunge che il Kke non vuole rinunciare all'Europa, ma invoca ''un' Europa dei popoli e non del capitale''. Il Kke, insieme agli altri gruppi della sinistra riuniti nella coalizione Syriza, si oppone al ricorso agli aiuti dell'Europa e del Fmi. ''Possiamo farcela da soli tassando il grande capitale, riducendo le spese a cominciare da quelle militari, costringendo l'Europa a pagare per il controllo delle frontiere e facendo sacrifici'' dice Kanelli assicurando che la un numero sempre maggiore dei Greci comincia a pensarla cosi'.
    Rabbia e paura sono i sentimenti predominanti tra i Greci oltre la metà dei quali sono pronti a scendere in piazza a protestare se saranno approvate i nuovi tagli che si aggiungono a quelli già imposti dai socialisti al governo nei mesi scorsi. Lo rivelano sondaggi pubblicati nelle ultime ore, secondo i quali solo il 50,6% dei cittadini riconosce che il sostegno internazionale é necessario per superare la crisi. Un'inchiesta pubblicata dal settimanale Proto Thema rivela che oltre il 51% dei cittadini é pronto a scendere in piazza il prossimo 5 maggio in occasione dello sciopero generale proclamato sia nel settore pubblico sia in quello privato, se il governo approverà, come scontato, le nuove misure che ridurranno del 30% il potere di acquisto dei lavoratori e ancor di più quello dei pensionati. Secondo un altro sondaggio pubblicato dal quotidiano socialista To Vima, il 61,8% dei Greci ha provato rabbia per l'intervento del Fmi, o paura di una grave recessione economica come conseguenza delle misure previste contro la crisi finanziaria: tagli salariali, sia nel settore pubblico che privato, tasse, congelamento dell'impiego pubblico e riforma delle pensioni. Il 70,5% è contrario ai tagli nel settore privato. La maggioranza dei Greci, secondo il sondaggio di Proto Thema, vuole che Papandreou accetti di costituire un governo di unità nazionale con gli altri partiti, tutti contrari all'intervento del Fmi, per il bene del paese.
    I giornali, a proposito delle manifestazioni, parlano di piccoli gruppi di ‘anarchici’ che avrebbero ingaggiato i soliti, rituali scontri con la Polizia. Ma a guardare le immagini diffuse dai media sulla giornata di oggi e sulle manifestazioni di giovedì e venerdì si vede benissimo che a partecipare agli scontri non sono solo i giovani incappucciati e preparati, aderenti all’area anarchica, ma anche giovani e lavoratori a volto scoperto.

    Oggi intorno alle 12:00, quando il grosso dei tre cortei avevano già raggiunto la destinazione finale, un gruppo di manifestanti ha lanciato un paio di potenti petardi contro il ministero delle Finanze, che sorge su un lato di piazza Syntagma, e la polizia in assetto anti-sommossa li ha caricati esplodendo candelotti lacrimogeni. Pochi minuti dopo gli anticapitalisti hanno cominciato un fitto lancio di sassi e altri oggetti contro i poliziotti e un camioncino della Tv di Stato Ert. Un altro camioncino della Ert era stato assalito e dato alle fiamme un'ora prima davanti alla sede della vecchia Università, in viale Vanizelos. A quel punto é cominciato un confronto che è proseguito per circa un ora, con un centinaio di manifestanti che, armati di grossi bastoni, hanno prima scagliato alcune bottiglie incendiarie contro i cordoni posti a difesa del Ministero, e poi li hanno addirittura caricati. Allontanati da piazza Syntagma dalle cariche dei reparti antisommossa, i manifestanti hanno continuato il lancio di sassi e petardi lungo viale Venizelos, cercando di bloccare il passo ai poliziotti mettendo di traverso cassonetti incendiati, panchine, cabine telefoniche sradicate, pannelli strappati alle fermate degli autobus. Anche i gradini della Chiesa di San Dionigi sono stati presi a martellate per ricavarne sassi da lanciare contro la Polizia.
    Scontri si sono verificati in contemporanea davanti al Ministero degli Esteri, sempre nel centro della capitale ellenica. Anche qui un nutrito gruppo di manifestanti muniti di bandiere rosse ha attaccato un cordone di polizia posto a protezione del dicastero. Nel frattempo gruppi di anticapitalisti prendevano a martellate le vetrine corazzate dell'Hotel Grande Bretagne, ritenuto dai manifestanti la sede del «governo ombra dei plutocrati» perché vi alloggia la troika della Ue-Fmi e Bce con cui il Governo dovrà firmare un piano di tagli draconiani che lasciano intatti i privilegi delle classi possidenti.

    Anche oggi, così come nei giorni scorsi, gli scontri si sono avuti comunque al margine e in maniera complementare rispetto alle grandi manifestazioni popolari che ormai percorrono Atene e le principali città elleniche quasi quotidianamente dall’autunno scorso: secondo alcune fonti ci sarebbero stati alcuni arrestati. Il prossimo 5 maggio tutti i sindacati hanno indetto un nuovo sciopero generale che bloccherà il paese. Ma per gli analisti è assai difficile che la piazza riesca a convincere Papandreou a fare marcia indietro. Il premier continua a ribadire che non c'è alternativa al suo piano: «È in ballo la stessa sopravvivenza della Grecia in quanto nazione, nelle trattative che Atene sta portando avanti con Ue e Fmi sugli aiuti che ha richiesto. La sopravvivenza della nazione è la nostra linea rossa».
    Le condizioni imposte dal Fmi e dall’Ue per garantire gli aiuti - 120 miliardi in tre anni, 9 entro il prossimo 19 maggio per non far finire il paese in default - sono durissime. Gli aiuti, concessi a rate solo dopo che i controlli mensili sull'implementazione del piano verranno confermati da ispettori della Ue-Fmi, saranno concessi in cambio di un piano che prevede un gigantesco taglio del deficit pari al 10% nel 2010-2011 tutto a spese della classe lavoratrice. Un piano lacrime e sangue che attacca soprattutto i salari, congela le assunzioni e introduce una maggiore flessibilità contrattuale come l'abolizione dell'obbligo del ricorso all'arbitrato per i licenziamenti nel settore privato. Inoltre l'età pensionabile verrà portata a 67 anni. Si tratta di misure per 24 miliardi di euro che prevedono anche un aumento dell’IVA dal 21 al 23% (si tratta del secondo aumento quest’anno), l’abolizione di 13esime e 14esime per il pubblico impiego, la chiusura di circa 800 enti pubblici definiti inutili (con corrispondenti licenziamenti), privatizzazioni, con la vendita di aziende di Stato e immobili. Un massacro sociale che colpirà come una mannaia il già provato popolo greco. Ma che non soddisfa gli appetiti dei governi e dei poteri forti che sulla pelle dei greci stanno tentando di approfittare della crisi economica internazionale per ridisegnare i rapporti di forza a favore del capitale e delle potenze centrali dell’Unione Europea. Oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel, nel corso di un'intervista al settimanale Bild am Sonntag, è tornata ad avvertire i partner dell’UE che da ora in poi chi non rispetta le regole di bilancio perderà il diritto di voto nell'area euro, in nome di una maggiore stabilità della moneta unica. «Alla fine, in futuro dovrà essere possibile togliere il diritto di voto, almeno temporaneamente, a quei Paesi che non rispetteranno i loro impegni - ha detto la Merkel in una esplicita nuova minaccia nei confronti di Atene ma anche degli altri paesi sui quali potrebbe abbattersi l’ascia del risanamento: Spagna, Portogallo, Irlanda… e Italia.

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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    Se Atene piange, Roma non ride…
    Facciamo come il KKE e il PAME:
    CHE LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI!

    Immaginiamo cosa potrebbe accadere se anche in Italia - come è certamente possibile - la crisi strutturale dell’economia capitalistica globale si manifestasse nei prossimi mesi con caratteristiche particolarmente virulente. Se, in altre parole, si verificasse uno scenario simile a quello della Grecia.


    La crisi è presente da anni nel settore produttivo ed è stata utilizzata dal grande capitale finanziario - dalle banche e da un’imprenditoria non meno stracciona, criminale e sfruttatrice di quella italiana - per spremere fino all’osso le risorse pubbliche e il lavoro salariato. Ora che la fragile economia greca è arrivata al collasso, il governo socialdemocratico del Pasok ha proposto una manovra lacrime e sangue che colpisce ancora al cuore i lavoratori e tenta di far passare tutte le controriforme che in questi anni, i padroni e la destra non erano riusciti ad imporre per la dura resistenza del movimento operaio greco.


    Il pacchetto di misure annunciate comprende l’abolizione delle tredicesime e quattordicesime sia nel settore pubblico che privato; il congelamento di già miseri stipendi e pensioni per altri tre anni; l’aumento dell’età pensionabile; l’aumento della soglia degli esuberi dal 2% al 4%. Inoltre, si impone l’aumento dell'IVA sui beni di largo consumo dal 21% (risultato dell’aumento di due mesi fa) al 23%, l’abolizione dei contratti collettivi di lavoro, tagli drastici delle prestazioni e indennità di licenziamento, licenziamenti di massa nel settore pubblico e nelle amministrazioni locali. E come se non bastasse questa manovra assicura l’aumento dei profitti capitalistici con la totale destrutturazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro a vantaggio delle imprese private. In questo modo il governo Papandreu farà pagare gli enormi costi del debito pubblico non a chi lo aveva accumulato e ne aveva tratto enormi profitti (l’ampia evasione fiscale è in Grecia comparabile a quella italiana), ma ai lavoratori che erano già stati spremuti fino all’osso. L’Europa di Maastricht, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale approvano queste misure e si apprestano a chiedere altre controriforme strutturali in cambio di prestiti e sostegno all’economia greca. Questo a dimostrazione della natura antidemocratica e antipopolare delle principali istituzioni internazionali.


    La reazione della classe operaia greca e di tutto il lavoro dipendente di fronte a questa offensiva senza precedenti della grande borghesia è stata pronta, radicale e inflessibile. Atene è in rivolta e per la prima volta dopo decenni di fantasmagorie mediatiche e di manipolazione dell’opinione pubblica la cruda materialità delle cose si riprende la scena: il conflitto politico-sociale e la lotta di classe tornano sul suolo dell’Europa a fare tremare di paura i padroni.

    Totale deve essere la solidarietà internazionalista dei comunisti di ogni paese nei confronti dei compagni greci che fronteggiano la violenza delle forze di sicurezza e che difendono il proprio futuro e quello delle loro famiglie. Per questo è forte la nostra ammirazione nei confronti del Partito principale che guida e sostiene la protesta, il KKE (il Partito Comunista della Grecia) da sempre, nonostante il suo indiscutibile radicamento, denigrato sui mezzi di informazione come un reperto del passato perché intransigente e indisponibile a svendere la propria identità comunista e antimperialista.

    Il forte radicamento dei comunisti in queste lotte dei lavoratori e degli strati colpiti dalla crisi è testimoniato dal ruolo guida negli scioperi del loro fronte sindacale, il PAME, che mai ha svenduto i diritti dei lavoratori di fronte alla concertazione delle principali sigle di categoria e mai, nemmeno di fronte a governi di centrosinistra, ha rinunciato alla centralità del conflitto in nome di un malinteso senso di responsabilità per “battere le destre”.


    Per questi motivi una domanda s’impone con forza: se in Italia la crisi precipitasse, una risposta popolare potente, consapevole e organizzata come quella greca, troverà delle difficoltà, perché le forze comuniste sono frammentate, delegittimate e prive di identità, che non ci sarebbe praticamente nessuna possibilità, per loro, di farsi riconoscere dai lavoratori, di porsi alla loro testa e di dare un senso politico alle lotte.


    In Italia si aprirebbe uno scenario di mero ribellismo diffuso. Oppure, ancora peggio, uno scenario nel quale il legittimo malcontento popolare non si incanalerebbe sui binari di una lotta di classe capace di mettere in discussione gli assetti della proprietà e della ricchezza nazionale, ma sarebbe cavalcato dalle forze eversive della destra, da quelle forze che si ispirano all'egoismo sociale più bieco e al secessionismo.

    Così come anche a prescindere da un’eventuale escalation della crisi economica, incombono ulteriori progetti di disgregazione politica e sociale nel paese, fortemente perseguiti da una forza solo in apparenza “imborghesita”: la Lega Nord. Una forza che è pronta a conquistare attraverso la partecipazione al governo quelle posizioni chiave che le consentiranno di operare una secessione di fatto (federalismo fiscale) per poi minacciare una separazione politica vera e propria, imponendo gabbie salariali, tagliando risorse al Meridione e realizzando un regime di apartheid nei confronti della forza-lavoro immigrata a basso costo. Mai come oggi la questione “nazionale” è in realtà una questione sociale di classe.

    Tutto cambia vertiginosamente in superficie ma la sostanza del conflitto di classe permane immutata: il problema non è solo Berlusconi, contro il quale continueremo a lottare finché non sarà uscito di scena attraverso la mobilitazione di piazza e non certo grazie a inciuci di governo.

    Ma non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo finale dei comunisti resta l’uscita di scena definitiva del capitalismo intero dalla storia.


    Mentre ribadiamo la nostra solidarietà verso i lavoratori ed i compagni greci, invitiamo le forze comuniste italiane a fare altrettanto e a prendere esempio da questi e dalla loro coerenza. Le invitiamo anche a non perdere tempo con soluzioni organizzative sentimentalmente distanti dalla maggioranza dei lavoratori salariati, ripiegamenti incomprensibili verso soggetti politici genericamente di Sinistra e a non cedere alle sirene di chi, come Vendola, è pronto a mettere nuovamente la sinistra di classe al servizio del Partito Democratico e dei suoi progetti liberisti non dissimili da quelli del Pasok in Grecia.

    Riproponiamo invece con forza la questione comunista in Italia, prendendo atto che una fase è ormai definitivamente chiusa e che è necessario un atto di discontinuità e rottura. Anche ai comunisti che nel PdCI e in alcune componenti del PRC hanno mantenuto un impianto marxista e antimperialista, chiediamo con forza di aprirsi e di rinnovarsi, mettendosi a disposizione di un processo di ricostruzione sulla linea dell'autonomia e del conflitto che unisca tutti i comunisti oggi dispersi in mille rivoli in Italia.


    Sin dall’aprile 2008 e con il rilancio e l’attualizzazione dell’appello di gennaio 2010, Comunisti Uniti invoca con forza l'apertura di questo processo di unità e autonomia ed ha continuato sino ad oggi a diffonderne l'esigenza sia dentro i partiti che tra quei compagni che da molto tempo non si riconoscono in essi.

    Nel momento in cui un tale processo dovesse partire, noi saremo pronti a fare la nostra parte.
    Il tempo, tuttavia, rischia di scadere e lo scenario greco incombe: comunisti e comuniste uniamoci e organizziamo la resistenza e la lotta, prima che sia troppo tardi!


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    Predefinito Rif: La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

    Citazione Originariamente Scritto da Epifanio Visualizza Messaggio
    Se Atene piange, Roma non ride…
    Facciamo come il KKE e il PAME:
    CHE LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI!

    Immaginiamo cosa potrebbe accadere se anche in Italia - come è certamente possibile - la crisi strutturale dell’economia capitalistica globale si manifestasse nei prossimi mesi con caratteristiche particolarmente virulente. Se, in altre parole, si verificasse uno scenario simile a quello della Grecia.


    La crisi è presente da anni nel settore produttivo ed è stata utilizzata dal grande capitale finanziario - dalle banche e da un’imprenditoria non meno stracciona, criminale e sfruttatrice di quella italiana - per spremere fino all’osso le risorse pubbliche e il lavoro salariato. Ora che la fragile economia greca è arrivata al collasso, il governo socialdemocratico del Pasok ha proposto una manovra lacrime e sangue che colpisce ancora al cuore i lavoratori e tenta di far passare tutte le controriforme che in questi anni, i padroni e la destra non erano riusciti ad imporre per la dura resistenza del movimento operaio greco.


    Il pacchetto di misure annunciate comprende l’abolizione delle tredicesime e quattordicesime sia nel settore pubblico che privato; il congelamento di già miseri stipendi e pensioni per altri tre anni; l’aumento dell’età pensionabile; l’aumento della soglia degli esuberi dal 2% al 4%. Inoltre, si impone l’aumento dell'IVA sui beni di largo consumo dal 21% (risultato dell’aumento di due mesi fa) al 23%, l’abolizione dei contratti collettivi di lavoro, tagli drastici delle prestazioni e indennità di licenziamento, licenziamenti di massa nel settore pubblico e nelle amministrazioni locali. E come se non bastasse questa manovra assicura l’aumento dei profitti capitalistici con la totale destrutturazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro a vantaggio delle imprese private. In questo modo il governo Papandreu farà pagare gli enormi costi del debito pubblico non a chi lo aveva accumulato e ne aveva tratto enormi profitti (l’ampia evasione fiscale è in Grecia comparabile a quella italiana), ma ai lavoratori che erano già stati spremuti fino all’osso. L’Europa di Maastricht, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale approvano queste misure e si apprestano a chiedere altre controriforme strutturali in cambio di prestiti e sostegno all’economia greca. Questo a dimostrazione della natura antidemocratica e antipopolare delle principali istituzioni internazionali.


    La reazione della classe operaia greca e di tutto il lavoro dipendente di fronte a questa offensiva senza precedenti della grande borghesia è stata pronta, radicale e inflessibile. Atene è in rivolta e per la prima volta dopo decenni di fantasmagorie mediatiche e di manipolazione dell’opinione pubblica la cruda materialità delle cose si riprende la scena: il conflitto politico-sociale e la lotta di classe tornano sul suolo dell’Europa a fare tremare di paura i padroni.

    Totale deve essere la solidarietà internazionalista dei comunisti di ogni paese nei confronti dei compagni greci che fronteggiano la violenza delle forze di sicurezza e che difendono il proprio futuro e quello delle loro famiglie. Per questo è forte la nostra ammirazione nei confronti del Partito principale che guida e sostiene la protesta, il KKE (il Partito Comunista della Grecia) da sempre, nonostante il suo indiscutibile radicamento, denigrato sui mezzi di informazione come un reperto del passato perché intransigente e indisponibile a svendere la propria identità comunista e antimperialista.

    Il forte radicamento dei comunisti in queste lotte dei lavoratori e degli strati colpiti dalla crisi è testimoniato dal ruolo guida negli scioperi del loro fronte sindacale, il PAME, che mai ha svenduto i diritti dei lavoratori di fronte alla concertazione delle principali sigle di categoria e mai, nemmeno di fronte a governi di centrosinistra, ha rinunciato alla centralità del conflitto in nome di un malinteso senso di responsabilità per “battere le destre”.


    Per questi motivi una domanda s’impone con forza: se in Italia la crisi precipitasse, una risposta popolare potente, consapevole e organizzata come quella greca, troverà delle difficoltà, perché le forze comuniste sono frammentate, delegittimate e prive di identità, che non ci sarebbe praticamente nessuna possibilità, per loro, di farsi riconoscere dai lavoratori, di porsi alla loro testa e di dare un senso politico alle lotte.


    In Italia si aprirebbe uno scenario di mero ribellismo diffuso. Oppure, ancora peggio, uno scenario nel quale il legittimo malcontento popolare non si incanalerebbe sui binari di una lotta di classe capace di mettere in discussione gli assetti della proprietà e della ricchezza nazionale, ma sarebbe cavalcato dalle forze eversive della destra, da quelle forze che si ispirano all'egoismo sociale più bieco e al secessionismo.

    Così come anche a prescindere da un’eventuale escalation della crisi economica, incombono ulteriori progetti di disgregazione politica e sociale nel paese, fortemente perseguiti da una forza solo in apparenza “imborghesita”: la Lega Nord. Una forza che è pronta a conquistare attraverso la partecipazione al governo quelle posizioni chiave che le consentiranno di operare una secessione di fatto (federalismo fiscale) per poi minacciare una separazione politica vera e propria, imponendo gabbie salariali, tagliando risorse al Meridione e realizzando un regime di apartheid nei confronti della forza-lavoro immigrata a basso costo. Mai come oggi la questione “nazionale” è in realtà una questione sociale di classe.

    Tutto cambia vertiginosamente in superficie ma la sostanza del conflitto di classe permane immutata: il problema non è solo Berlusconi, contro il quale continueremo a lottare finché non sarà uscito di scena attraverso la mobilitazione di piazza e non certo grazie a inciuci di governo.

    Ma non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo finale dei comunisti resta l’uscita di scena definitiva del capitalismo intero dalla storia.


    Mentre ribadiamo la nostra solidarietà verso i lavoratori ed i compagni greci, invitiamo le forze comuniste italiane a fare altrettanto e a prendere esempio da questi e dalla loro coerenza. Le invitiamo anche a non perdere tempo con soluzioni organizzative sentimentalmente distanti dalla maggioranza dei lavoratori salariati, ripiegamenti incomprensibili verso soggetti politici genericamente di Sinistra e a non cedere alle sirene di chi, come Vendola, è pronto a mettere nuovamente la sinistra di classe al servizio del Partito Democratico e dei suoi progetti liberisti non dissimili da quelli del Pasok in Grecia.

    Riproponiamo invece con forza la questione comunista in Italia, prendendo atto che una fase è ormai definitivamente chiusa e che è necessario un atto di discontinuità e rottura. Anche ai comunisti che nel PdCI e in alcune componenti del PRC hanno mantenuto un impianto marxista e antimperialista, chiediamo con forza di aprirsi e di rinnovarsi, mettendosi a disposizione di un processo di ricostruzione sulla linea dell'autonomia e del conflitto che unisca tutti i comunisti oggi dispersi in mille rivoli in Italia.


    Sin dall’aprile 2008 e con il rilancio e l’attualizzazione dell’appello di gennaio 2010, Comunisti Uniti invoca con forza l'apertura di questo processo di unità e autonomia ed ha continuato sino ad oggi a diffonderne l'esigenza sia dentro i partiti che tra quei compagni che da molto tempo non si riconoscono in essi.

    Nel momento in cui un tale processo dovesse partire, noi saremo pronti a fare la nostra parte.
    Il tempo, tuttavia, rischia di scadere e lo scenario greco incombe: comunisti e comuniste uniamoci e organizziamo la resistenza e la lotta, prima che sia troppo tardi!


    COMUNISTI UNITI

    COMUNISTIUNITI
    info@comunistiuniti.it

    L'impostazione è corretta, anche se appare un po' monca. Un punto essenziale dell'attuale processo di rivolta sociale in Grecia è il superamento della contrapposizione fittizia tra piccolo lavoro autonomo e lavoro dipendente. Sul piano teorico e della prassi è fondamentale proprio riprendere questo concetto, impostando la questione di classi in termini di "soggetti che non hanno nulla da guadagnare dal capitalismo e in particolare da questa attuale fase del capitalismo" e all'interno di questi soggetti vi sono una miriade di situazioni al momento disunite e sopratutto ostili culturalmente a progetti di cambiamento. Questa ostilità è spiegata anche e soprattutto dall'incapacità delle forze politiche comuniste di veicolare verso i soggetti dominati un messaggio di solidarietà e di emancipazione sociale.
    La strada è lunga, ma l'esempio greco è ammirevole in questo senso.

 

 
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