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  1. #1
    Austrian libertarian
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito La riduzione del turnover non è il problema

    Personalmente, non mi dispero affatto per le riduzioni del turn over e per i conseguenti tagli programmati al Fondo di Finanziamento Ordinario, FFO, dell'università (Legge 133/08). Che si tratti di un attacco alla ricerca - come si grida nelle "agitazioni" di questi giorni e nell'appello di illustrissimi docenti per bloccare addirittura l'apertura del nuovo anno accademico - è una mistificazione.

    Certo è una misura drastica, che impone razionalizzazioni e che lascia del tutto aperto il problema della distribuzione del FFO tra gli atenei, cui dovrà provvedere, come ogni anno, apposito decreto. Ma la questione è molto più complessa di quanto le strumentalizzazioni della politica, a tutti i livelli, lasciano intendere.

    Tre principali quesiti si pongono sul tema:

    - Complessivamente, i finanziamenti dello stato sono sottodimensionati rispetto ai livelli di paesi con analogo grado di sviluppo?
    - I finanziamenti dello stato sono ben indirizzati, vale a dire lo stato distribuisce bene, in base a validi criteri, i finanziamenti tra i singoli atenei?
    - Gli atenei, a loro volta, utilizzano bene le risorse ottenute?

    Partendo da tali quesiti e senza pretesa di rispondervi esaurientemente, cercherò di argomentare la mia lontananza dallo stato di agitazione che mi circonda.

    Per quanto riguarda il primo quesito, si deve a Roberto Perotti aver chiarito (già in The Italian University System: Rules vs. Incentives e di nuovo in "L'Università truccata", Einaudi) che la mancanza di fondi è un falso mito.

    Tenendo opportunamente conto della circostanza che un numero notevole di studenti iscritti non ha più un rapporto con l'università e dunque non grava in alcun senso sulle strutture universitarie, la spesa annuale per studente risulta in Italia "la più alta al mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia".

    Ma se, in rapporto al numero di studenti equivalenti a tempo pieno, le risorse complessive attribuite al sistema universitario non sono sottodimensionate, problemi seri sorgono dalla loro distribuzione e dal loro utilizzo. In misura assolutamente prevalente, lo stato ha fino ad oggi finanziato gli atenei sulla base di un criterio di "spesa storica". Vale a dire, garantire a ciascun ateneo la disponibilità di fondi dell'anno precedente è stato l'obiettivo prioritario delle singole assegnazioni in ciascun anno.

    I finanziamenti non sono stati mai collegati in modo significativo a una valutazione dei risultati, in particolare delle attività di ricerca. Un sistema di incentivi che premiasse meriti scientifici e uso virtuoso delle risorse non è mai veramente decollato. L'ex ministro Moratti ha compiuto i primi passi in questa direzione, con un serio esercizio di valutazione della ricerca. Ma questo esercizio non ha avuto poi alcuna sensibile incidenza sulla distribuzione delle risorse.

    Due soli dati per chiarire le dimensioni: nel 2008 (decreto ministro Mussi) la quota percentuale di FFO assegnata sulla base dei "risultati dei processi formativi e dell'attività di ricerca scientifica" è stata 2.2%, e nel 2007 0.58%. Il criterio della spesa storica, attraverso cui sono stati sostanzialmente ripartiti i finanziamenti, è pessimo non solo perché non ha nulla a che vedere con il merito, comunque valutato, ma perché offre continua copertura a qualunque politica o a qualunque errore di gestione delle sedi.

    Per sottolineare elementi attinenti il terzo quesito, 6 anni di concorsi della riforma Berlinguer, con 3 e poi 2 idoneità per concorso, hanno prodotto nell'università una enorme ope legis per avanzamenti di carriera, la quale ha pesato abbondantemente sulle casse degli atenei. Dal 1999 al 2006 il numero di professori ordinari è cresciuto di ben il 54%, una crescita più consona a un paese sottosviluppato che a un paese di solida tradizione accademica. L'ope legis a beneficio dei professori associati è stata altrettanto imponente ma meno visibile, data la mole dei passaggi alla fascia degli ordinari.

    Le indiscriminate promozioni di carriera non sono state frenate dal vincolo di legge, posto addirittura nel 1998, per cui le università non possono operare nuove assunzioni a tempo indeterminato se le spese per il personale di ruolo assorbono risorse superiori al 90% del FFO. In questo caso, la legge stabilisce, nuove assunzioni sono possibili solo nel limite del 35% del risparmio che segue alle cessazioni dell'anno precedente. La legge, però, non ha mai fissato precise sanzioni per il rispetto del vincolo. E il vincolo, posto evidentemente per garantire risorse minime per la funzionalità delle strutture, non è rispettato da ben 19 atenei. Questa è la diagnosi della Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica in un documento del luglio 2007.

    "Per anni - si legge nel documento della Commissione - le università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti piuttosto che assumere nuovi ricercatori...". Nulla da eccepire, naturalmente, a questa osservazione. Certo, però, che se le regole concorsuali, ossia le triple e doppie idoneità della riforma Berlinguer, forniscono incentivi perversi (alle selezioni fasulle, alla moltiplicazione dei titoli, all'espansione incontrollata dei posti di professore), non c'è poi da meravigliarsi di comportamenti degli atenei che sono del tutto coerenti con gli incentivi perversi forniti dalle regole.

    Purtroppo la storia non è finita e gli errori tornano a ripetersi. L'ultimo atto del passato governo, in attesa di una nuova disciplina in materia, è stata la riapertura dei concorsi nel 2008 con i due idonei della regola Berlinguer. La nuova tornata concorsuale, appena avviata, registra 724 bandi per posti di professore ordinario e 1143 per posti di professore associato! In rapporto al numero di ordinari e associati in forza nei nostri atenei, i bandi emanati implicano una crescita potenziale (considerate le due idoneità) degli ordinari pari al 7.2% e degli associati pari al 12.1%.

    Al costo medio nazionale delle due posizioni di ruolo, questi bandi si traducono in un impegno di risorse aggiuntive di quasi 189 milioni di euro. Se tutte le seconde idoneità si tramutassero in ulteriori posizioni di ruolo, l'impegno di risorse naturalmente si raddoppierebbe.

    Con quali risorse e sulla base di quali piani di sviluppo sono stati deliberati dalle sedi questi bandi? E questa mole di bandi è compatibile nei singoli atenei con il pieno turn over dei docenti? Se non lo è, le risorse liberate dalle cessazioni del prossimo futuro saranno impegnate per promozioni di carriera.

    In questo contesto, ciò che preoccupa non può certo essere un programma di contrazione del turn over e del FFO. Ciò che preoccupa è che non emergano ancora volontà e chiari segnali di un'ampia revisione dei meccanismi di finanziamento degli atenei. Le linee indicate nell'appello "Una università più meritocratica" sono quelle giuste per impostare una tale revisione.

    Le penalizzazioni di una generalizzata riduzione del FFO potrebbero ridimensionarsi alquanto per atenei che hanno compiuto e che compiono scelte di merito.

    http://www.noisefromamerika.org/inde..._problema#body

  2. #2
    Austrian libertarian
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    UNIVERSITA’/ Ichino: la trasformazione degli atenei in fondazioni è utile solo se si allenta il controllo dello Stato


    Professor Ichino, che cosa pensa della possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, come previsto dalla legge 133?

    La trasformazione degli atenei in fondazioni si colloca nel solco delle “privatizzazioni” degli ultimi quindici anni. Occorre chiedersi, però, a che cosa davvero serva “privatizzare” un ente pubblico, se la sua attività resta rigidamente regolata dalla legge e controllata dallo Stato in tutti i suoi aspetti principali.

    Quali sono, allora, secondo lei i passi da fare per dare piena attuazione a questa norma? Secondo quali linee bisogna muoversi per reimpostare la governance dei nostri atenei?

    Per prima cosa, se si volesse privatizzare davvero, occorrerebbe eliminare radicalmente il valore legale della laurea, liberalizzare il reclutamento dei docenti e dei ricercatori, liberalizzare i piani di studio. Il problema è che questo non è possibile finché le attuali Università pubbliche saranno finanziate principalmente dallo Stato. Anche se si introduce il sistema di finanziamento attraverso i vouchers, occorre pur sempre istituire un sistema di accreditamento, che presuppone dei criteri selettivi e quindi delle regole precise di funzionamento.

    È giusto secondo lei seguire il modello anglosassone, con la partecipazione di stakeholders esterni nell’amministrazione strategica delle università, separando l’amministrazione dalla didattica?

    Questa mi pare comunque una cosa buona; ma per attuarla la “privatizzazione” non è necessaria.

    Le critiche più forti al governo riguardano i pesanti tagli. Non ritiene che il comportamento irresponsabile di molti atenei negli ultimi anni meritasse una presa di posizione forte da parte della politica?

    Certo; ma è proprio quella che è mancata con questi tagli, che sono stati fatti in modo indiscriminato: per l’ennesima volta il Governo ha mostrato di non saper distinguere le strutture efficienti e meritevoli di un investimento da quelle inefficienti, chi produce da chi spreca.

    Si invocano tagli “intelligenti”: come fare concretamente?

    Quando, nel 2007, il ministro del Bilancio Padoa Schioppa si accordò con il ministro dell’Università Mussi per la distribuzione “intelligente” di 500 milioni alle strutture universitarie, questa venne vincolata alle valutazioni di produttività della ricerca e della didattica operate rispettivamente dal CIVR (Comitato italiano per la valutazione della ricerca) e dal CNVSU (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario). Poi di fatto le cose andarono diversamente; ma quegli stessi criteri avrebbero potuto essere utilizzati oggi per evitare i tagli indiscriminati.

    Come giudica il clima di tensione che in questi giorni attraversa molte università? Si tratta del normale diritto di manifestazione, o in alcuni casi si sta superando il segno?

    Decenni di proteste degli studenti condotte prevalentemente in modo sconclusionato e opportunistico hanno pesantemente squalificato le loro proteste attuali agli occhi dell’opinione pubblica. Neanche i sindacati dei docenti hanno le carte in regola per protestare contro i tagli indiscriminati, essendosi opposti troppo a lungo in passato contro valutazione e misurazione nel settore. Ma di motivi di protesta – e assai seri – ce ne sarebbero molti e gravi. Perché il Governo, invece di colpire alla cieca, non usa tutto il decisionismo e la durezza di cui è capace per incidere profondamente, senza pietà, nelle situazioni di rendita parassitaria evidente, di cui l’Università italiana è piena?

    http://www.ilsussidiario.net/articol...?articolo=7747

  3. #3
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    Ottimo articolo.
    Ma pensate veramente che in Italia saranno create fondazioni private ?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da rocky92 Visualizza Messaggio
    Ottimo articolo.
    Ma pensate veramente che in Italia saranno create fondazioni private ?
    Non credo
    I comunisti stanno facendo molto rumore per nulla su questo punto.

  5. #5
    Austrian libertarian
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Citazione Originariamente Scritto da rocky92 Visualizza Messaggio
    Ma pensate veramente che in Italia saranno create fondazioni private ?
    ne dubito fortemente.

  6. #6
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    Due osservazioni sul taglio e sul turn over.

    Quando l'università dovrà scegliere come spendere i pochi soldi rimasti pensate che taglierà il corso di "Storia del tartufo" (ebbene sì esiste anche questo) oppure rinuncerà all'acquisto di nuove attrezzature e materiali per i laboratori?
    Ovviamente taglierà la seconda che è una spesa utile per migliorare la qualità della didattica, ma che non paga alcuno stipendio come invece nel caso del prof di storia del tartufo.

    Il blocco delle assunzioni, a cosa serve? Eliminerà le baronie? Certo che no, impedirà a molti studenti che vogliono continuare dopo la laurea a lavorare in università (come ricercatori o docenti). Per fortuna che all'estero sono ben contenti di assumere italiani.

    PS: Questi tagli sono così pochi che nel 2010 la statale di Milano non chiuderà il bilancio (la fonte è il rettore E. Decleva)

  7. #7
    any man
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    Due osservazioni sul taglio e sul turn over.

    Quando l'università dovrà scegliere come spendere i pochi soldi rimasti pensate che taglierà il corso di "Storia del tartufo" (ebbene sì esiste anche questo) oppure rinuncerà all'acquisto di nuove attrezzature e materiali per i laboratori?
    Ovviamente taglierà la seconda che è una spesa utile per migliorare la qualità della didattica, ma che non paga alcuno stipendio come invece nel caso del prof di storia del tartufo.
    Questo è un comportamento tipico di un settore che non è in competizione non ha autonomia d'entrata e non ha incentivi per fornire la qualità del servizio dato che ogni puttanta che fa va bene e soprattutto che non ha nessuno che paghi per le scelte.
    E' il sistema universitario italiano che è totalmente da buttare.

  8. #8
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    Il blocco del turn over di per sè non è un problema.

    Ma una misura così generalista, (come prevista dal decreto Gelmini) è dannosa esattamente come lo sarebbe al rovescio, l'assunzione generalizzata di tutti i precari.

    E' dannosa perchè è una misura che non introduce nessuna misura di meritocrazia e che al contrario colpisce in egual misura sia chi lavora con buoni risultati (ed avrebbe quindi l'interesse a crescere ed assumere) e chi lavora male (che non viene direttamente danneggiato dal blocco, perchè non sarà licenziato)

  9. #9
    any man
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    Citazione Originariamente Scritto da Fritz! Visualizza Messaggio
    Il blocco del turn over di per sè non è un problema.

    Ma una misura così generalista, (come prevista dal decreto Gelmini) è dannosa esattamente come lo sarebbe al rovescio, l'assunzione generalizzata di tutti i precari.

    E' dannosa perchè è una misura che non introduce nessuna misura di meritocrazia e che al contrario colpisce in egual misura sia chi lavora con buoni risultati (ed avrebbe quindi l'interesse a crescere ed assumere) e chi lavora male (che non viene direttamente danneggiato dal blocco, perchè non sarà licenziato)
    E' un contenimento di costi, non può fare misure meritocratiche perché non ha ancora fatto una riforma universitaria ma stà solo toccando i trasferimenti di spesa, pertanto non ha senso dire non è meritocratica proprio perché per quello occorrono ben altri tipi di legge.

  10. #10
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    Se si provasse a inserire un po' di meritocrazia nell'università italiana altro che manifestazioni, i rossi prenderebbero d'assalto il parlamento

 

 
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