di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq, 2 novembre 2008

In Iraq, un ritiro è già iniziato, anche se pochi se ne sono accorti: quello dei giornalisti occidentali, o, più propriamente, di quelli americani, che fino a poco tempo fa costituivano il grosso dei media stranieri rimasti nel Paese.

Ora il loro numero va improvvisamente diminuendo, riferisce il Washington Post, secondo il quale le ragioni sarebbero due: il miglioramento (relativo) della situazione in Iraq, e le difficoltà economiche che si trovano ad affrontare alcune testate.
Su quali dati si basa il quotidiano statunitense?

Intanto, il numero dei giornalisti “embedded”, ovvero al seguito delle truppe, che nell’ultimo anno sarebbe crollato. Secondo i dati delle forze armate statunitensi, nel settembre 2007 gli “embedding”, vale a dire i casi di giornalisti al seguito, accettati erano stati 219; nel settembre di quest’anno, solo 39.

Poi, il numero degli uffici di corrispondenza. Mentre nei primi anni dopo l’invasione del marzo 2003 le testate Usa che avevano una sede permanente nella capitale irachena erano decine, oggi solo quattro mantengono inviati in pianta stabile a Baghdad. Fra queste non ci sono più la CBS e la NBC – due dei tre maggiori network televisivi.

Una situazione quasi statica

"Resta una vicenda importante e interessante", commenta Alissa J. Rubin, che fa funzione di responsabile per l’ufficio del New York Times a Baghdad. "Ma oggi quello che abbiamo di fronte è una situazione quasi statica. Non c’è un chiaro filo conduttore. Le storie sono più complesse".

Che tradotto significa: non possiamo uscire, e capiamo ben poco di quello che succede. Ma questo, ovviamente, la Rubin non lo dice.

Alcuni dei giornalisti più esperti ammettono che è diventato più difficile far pubblicare o mandare in onda articoli e servizi sull’Iraq.

Difficile è anche procurarsi le notizie, soprattutto per quello che riguarda le vicende politiche irachene. Molte delle storie più importanti, ad esempio il dibattito sulle elezioni provinciali e la vicenda delle trattative fra Washington e Baghdad per il cosiddetto accordo in materia di “sicurezza”, che deciderà della presenza militare americana in Iraq dopo la fine dell’anno, quando scadrà il mandato Onu per la cosiddetta “Forza multinazionale”, si svolgono spesso dietro le quinte.

E al modo in cui i media americani parlano dell’Iraq arrivano critiche perfino dai militari. Come il generale David G. Perkins, portavoce delle forze Usa nel Paese: la maggiore risonanza, dice, ce l’hanno gli articoli che parlano della violenza, e i media occidentali in genere non parlano di eventi meno sensazionali – come la recente registrazione degli elettori in previsione delle elezioni provinciali.

Dà lezioni di giornalismo, il generale. "Ci sono moltissime cose che stanno succedendo, moltissime cose assai complicate. E per parlarne bisogna veramente capirne i dettagli e le complessità", commenta. "Quando c’è una grossa esplosione nella quale muoiono 20 persone, non c’è bisogno di capire molto delle complessità di ciò che sta succedendo nel Paese per correre sul posto con una telecamera e riferire che sono state uccise 20 persone".

Vale la pena restare in Iraq?

Per la verità, l’esodo dei giornalisti occidentali dall’Iraq era iniziato parecchio tempo fa: con il deteriorarsi della sicurezza nell’autunno 2004, e da allora è continuato – segnato mano a mano dagli occasionali sequestri di giornalisti stranieri: Christian Chesnot e George Malbrunot, Giuliana Sgrena, Florence Aubenas, Rory Carroll, Jill Carroll, solo per citare i casi più noti.

Dopo ogni caso, il solito interrogativo: vale la pena restare in Iraq? E intanto le testate tagliavano il budget e il personale dei loro uffici di corrispondenza. Alcune gli uffici li chiudevano del tutto, scegliendo di mandare ogni tanto qualche inviato a Baghdad. Oppure in Kurdistan, in genere a Arbil, dove la situazione è notevolmente più tranquilla.

Il fatto è che mantenere un ufficio in Iraq è anche una impresa molto costosa, oltre che pericolosa. I veicoli blindati che la maggior parte delle testate hanno acquistato per gli spostamenti dei loro inviati, spesso costano più di 100.000 dollari. E gli addetti alla sicurezza, le guardie del corpo, senza le quali ormai più nessuno si sposta (quando pure si sposta) si fanno pagare anche più di 1.500 dollari al giorno.

Ora alcuni dicono che la situazione è migliorata, ma ci sono nuove sfide - per i giornalisti sul campo ma anche per quelli che sono negli Stati Uniti, nelle redazioni: la natura sempre più “politica” della vicenda irachena, e il deteriorarsi della posizione Usa in altri campi di battaglia – l’Afghanistan in primo luogo.

La crisi dell’“embedding”

E’ in crisi anche l’ “embedding”.

Funzionari delle forze armate Usa dicono di essere tuttora disponibili ad avere giornalisti al seguito delle truppe, ma secondo molti giornalisti che sono a Baghdad ci sarebbe invece una riluttanza a portare i reporter in prima linea. Per seguire le ultime operazioni militari a Bassora, Sadr City, Mosul, e nella provincia di Diyala, ad esempio, dicono di essersi dovuti basare moltissimo su informazioni raccolte per telefono, e su quelle che riuscivano a procurarsi gli iracheni che lavorano come stringer per i media occidentali.

In privato, i funzionari delle forze Usa ammettono di non essere entusiasti di mostrare le operazioni militari guidate dagli americani in un momento in cui il governo di Baghdad chiede che le loro truppe abbiano un ruolo più limitato, e sta spingendo per un calendario certo per il loro ritiro.

"E’ molto chiaro che stanno cercando di allontanarci dalle zone in cui sono in corso combattimenti, e cercando di spingerci in posti" dove si lavora invece alla ricostruzione e all’addestramento, dice Robert H. Reid, responsabile dell’ufficio della Associated Press a Baghdad, secondo il quale è molto difficile andare al seguito di una unità dell’esercito ed essere relativamente sicuri di riuscire a vedere combattimenti veri e propri.

Meno articoli sull’Iraq, meno giornalisti a Baghdad

Quest’anno i giornali americani hanno pubblicato meno articoli sull’Iraq che in qualsiasi altro periodo del conflitto, e ben pochi sono finiti sulle prime pagine.

Se si prendono come esempio New York Times, Washington Post, e Los Angeles Times, che continuano a mantenere grossi uffici di corrispondenza a Baghdad, si rileva un calo costante dall’inizio della guerra.

Nel 2003 le storie dall’Iraq pubblicate in prima pagina dai tre quotidiani erano state 858: l’anno scorso sono state 379, e solo 138 nei primi nove mesi di quest’anno.

"Quando nel mondo succedono altre cose – una crisi finanziaria, le elezioni [presidenziali Usa], e l’Afghanistan, che adesso sta diventando un conflitto più grave – è più difficile andare in onda", dice Lourdes Garcia-Navarro, che è responsabile dell’ufficio di Baghdad della National Public Radio, la radio pubblica statunitense, e ha seguito l’Iraq dal 2002.

Il Los Angeles Times di recente ha ridotto il numero dei suoi corrispondenti stranieri nella capitale irachena da tre a due. Tina Susman, è responsabile dell’ufficio di corrispondenza di Baghdad del quotidiano californiano dagli inizi del 2007. Ed è scoraggiata.

"Durante i primi 12 mesi che sono stata qui, di solito non si andava a dormire prima delle 4 e anche delle 5 del mattino, perché la vicenda era talmente importante, e per la probabilità che dovesse finire in prima pagina", dice al Washington Post. "Questo è veramente cambiato negli ultimi mesi … E’ scoraggiante. Come fanno i capi dei media, specialmente quelli americani, a giustificare di non mantenere una presenza in un Paese in cui ci sono 145.000 soldati Usa, e dove 4.100 di loro sono morti?". Gli iracheni sembrano interessare molto meno.

Il Washington Post fa il suo bilancio. Dall’inizio della guerra in Iraq ha inviato più di 70 fra giornalisti, fotografi ed editorialisti. A seguire l’invasione del marzo 2003 sono stati oltre una decina di reporter. Negli ultimi anni, anche se le dimensioni dell’ufficio di corrispondenza di Baghdad sono di volta in volta aumentate o diminuite, il quotidiano ha assegnato due o tre giornalisti a seguire la guerra su base permanente, inviandone molti altri con incarichi temporanei. Per far questo spende oltre un milione di dollari l’anno.

Non è più una questione americana

In televisione le cose vanno peggio.

Secondo Andrew Tyndall, un analista statunitense che segue sul suo sito l’informazione dei tre principali network televisivi – ABC, CBS, NBC, lo scorso anno l’Iraq era di gran lunga la vicenda dominante nei TG della sera. Ma negli ultimi tempi, i giornalisti televisivi che sono a Baghdad stanno settimane senza che un loro servizio venga mandato in onda.

Una ricerca condotta utilizzando il suo database mostra che fra il settembre 2007 e il settembre 2008 i tre network principali hanno trasmesso 130 servizi dall’Iraq nei TG della sera, rispetto ai 242 dei 12 mesi precedenti.

Il problema? L’Iraq, adesso, non è più una questione americana.

"Tutti si rendono conto del fatto che è una storia importante", dice Miguel Marquez, un corrispondente della ABC che segue le vicende irachene dal 2005. "Ma sono sei anni che se ne parla. . . . La situazione si è fatta più sfumata. Sembra che gli Usa non abbiano più un ruolo dappertutto".

Anche CNN e Fox News non fanno eccezione. Hanno mantenuto molto personale nella capitale irachena, ma i giornalisti dicono che gli vengono chiesti meno collegamenti in diretta. La CNN adesso di solito tiene nell’ufficio una sola troupe, quando solo pochi mesi fa di solito erano due o tre.

E presto le testate occidentali, quelle Usa in particolare, potrebbero trovarsi alle prese con un ulteriore problema, scrive il Washington Post: molti dei loro dipendenti iracheni - quelli che, a detta di tutti, svolgono il lavoro di raccolta delle notizie, mentre i colleghi occidentali restano in ufficio a fare telefonate e a scrivere il pezzo finale per la pubblicazione, impossibilitati a uscire - presto avranno diritto a trasferirsi negli Stati Uniti, in base a un nuovo programma per i rifugiati.

Da quando è stato annunciato, in estate, le richieste arrivate all’ambasciata Usa di Baghdad sarebbero già parecchie decine.


Fonte: Washington Post
http://www.osservatorioiraq.it/modul...ticle&sid=6622