L'11 settembre di Beppe Grillo (6)
Come sapete, è uso di questo blog cercare di vedere il mondo in una goccia d'acqua.
Partire cioè da un fatto qualunque, anche privo di particolare importanza, per gettare un po' di luce su questioni più ampie. Questa volta abbiamo scelta la rissa di Piazza Navona e il suo contorno spettacolare, ma ripetiamo: il fatto in sé ci interessa solo per quello che ci rivela.
Con questo in mente, torniamo alla frase di Beppe Grillo, che parla di "una ventina di provocatori".
"Provocatori" è un'espressione che scopre un universo. Infatti, come la transustanziazione ha senso solo nel contesto della teologia cattolica, il Provocatore ha senso unicamente nel contesto di una visione stalinista della realtà.[1]
Il mondo, credeva il militante stalinista, era diviso in due campi: il Nemico e il Partito. Badate bene, il Partito, non un generico "noi". Il Partito ha una Linea che conduce alla Vittoria; deviare dalla Linea conduce quindi alla sconfitta e alla vittoria del Nemico.
Ne consegue che il Nemico stipendia dei Provocatori, cioè persone che hanno come compito quello di infiltrarsi nel Partito e indurci nella tentazione di deviare dalla Linea. Provocatore, Infiltrato e Pagato dal Nemico è quindi chiunque sostenga di non essere il Nemico, eppure non segue la Linea.
Recitava la Grande Enciclopedia Sovietica del 1947, citando il Capo: "Il trotskismo contemporaneo non è una tendenza politica all'interno della classe operaia, ma [piuttosto] una banda, priva di principi e di ideali, di guastatori, sabotatori, agenti, spie, assassini, una banda di nemici maledetti della classe operaia, che agisce affittandosi ai servizi segreti di governi esteri." (Stalin, "Lacune nel lavoro e nei metodi del partito per la liquidazione dei trotskisti e degli altri praticanti il doppio gioco", 1937, p. 14).
Il Provocatore perciò non è solo uno che segue traiettorie diverse. E' una persona moralmente ributtante, perché agisce per soldi, e mente per nasconderlo. Ma la stessa esistenza del Provocatore conferma la superiorità morale del militante: molti provocatori, molta etica.
Chi devia dalla Linea, per il solo fatto di farlo, è un Provocatore; ma per educare le Masse, il Militante si sente in dovere di svelare la Trama, cioè i fili di finanziamento che lo legano al Nemico. Ed ecco un'ampia letteratura e soprattutto pratica del sospetto e della diffamazione. Che io, badate bene, non condanno più di tanto, dato il contesto tremendo del Novecento.[2]
Però è facile dimenticare che i partiti stalinisti, fuori dai paesi "socialisti", erano in genere tanto settari al loro interno quanto moderati all'esterno. Per Togliatti, la Linea consisteva nello "sviluppare le forze produttive", cioè praticamente promuovere il capitalismo; e quindi chiunque volesse fare la rivoluzione comunista - l'obiettivo dichiarato, all'epoca, del Partito - era necessariamente un Provocatore. Ed ecco incessanti campagne tese a dimostrare che chiunque facesse qualcosa fuori dalla Linea non solo sbagliava (ipotesi assolutamente legittima), ma era un Provocatore o un Infiltrato.
A un certo punto, il Partito cessa completamente di esistere.
Un Beppe Grillo, poi che, d'accordo con il vecchio partito dell'Uomo Qualunque, dice che l'Italia si salva tagliando qualche privilegio ai deputati, non è certo un comunista. Eppure il fantasma del Provocatore continua ad aleggiare tra i cadaveri del Novecento: non esiste il Partito e non esiste il Nemico, eppure esiste il Provocatore.
Come fa allora il Provocatore a sopravvivere?
Perché si è reincarnata la Linea. Che questa volta non è dettata dal comunque nobile sogno del socialismo.
La Linea è dettata da ciò che l'Opinione Pubblica, il Grande Panel Telematico, istante per istante approva o condanna. E che ognuno di noi deve aver interiorizzato, in modo da non commettere mai Atti Controproducenti.
L'Opinione Pubblica, che non ha problemi né con i macelli industriali, né con i bombardamenti aerei, si ritrae schifata se vede una rissa? Allora, chiunque si picchi è un Provocatore (e non, magari, uno spaccone, un cretino o un violento). Chi paga il Provocatore? A questa domanda, assolutamente ragionevole e direi decisiva, il complottista moderno non risponde mai, ma accenna, tra ammiccanti "guarda caso" e "si sa" e "potrebbe essere una coincidenza ma", a sbirri, logge massoniche, servizi segreti deviati, l'Opus Dei o altre cose un po' misteriose.[3]
Il fantasma del Provocatore permette di disumanizzare chiunque non segua la Linea, cioè in ultima istanza chiunque non si comporti come vorrebbe la muta dei telespettatori: è qui che vediamo la natura veramente conservatrice del grillismo.
Come abbiamo visto nella Grande Enciclopedia Sovietica, chi non è con noi, è necessariamente pagato per farci del male. Nel suo narcisismo, il complottista alla Beppe Grillo non si immagina che possano esistere persone che fanno cose diverse da noi perché hanno obiettivi propri, interessi propri e un immaginario proprio.
E qui si chiarisce tutto un filone anche del complottismo dell'11 settembre: la mitologia complottista attorno ad al-Qaida, che cerca di negare a Osama bin Laden un proprio progetto.[4]
Restituire l'umanità a coloro che demonizziamo come provocatori non significa affatto dare loro ragione.
Gli esseri umani, come liberi attori e non mercenari, possono fare cose disastrose per il resto dell'umanità (e anche per se stessi), tradirsi a vicenda, scendere a ignobili compromessi, compiere sciocchezze, sostenere progetti che dobbiamo combattere, cambiare percorsi di vita e scelte.
Per il narcisista culturale, Osama bin Laden può essere solo un pazzo che ci odia "per la nostra libertà"; oppure un agente pagato dalla CIA; oppure qualcuno che i servizi segreti statunitensi hanno inventato manipolando delle immagini; oppure, semplicemente, non esiste.
In tutti i casi, al centro del mondo, per il neocon come per il complottista, esiste solo la "nostra" cultura.
In un post precedente, citavo Giulio Salierno: "Le azioni umane non debbono essere derise, né compiante, né odiate, ma capite".
Uscire dal narcisismo, dal vedere nell'altro solo demoni o provocatori, non è facile. Eppure ogni tanto si trova qualcuno che sa rispettare anche ciò che non condivide. Qui c'è una bella intervista con Bert Rodriguez, allenatore di arti marziali di Ziad Jarrah, uno degli attentatori dell'11 settembre.
Bert Rodriguez non tenta di fare una psicanalisi da quattro soldi al proprio ex-allievo, né di rinnegarlo, né di rendere oscuro ciò che è chiaro. E non getta nel fango del dubbio il suo gesto, insinuando - come fanno tanti - a manipolazioni, lavaggi del cervello, telecomandi o altre amenità.
L'intervista è da leggere tutta, ma cito due paragrafi: "Anche se per noi uccidere gli altri sacrificando noi stessi per ciò in cui crediamo è sbagliato, quando lo fa il nemico, non è la stessa cosa che ci attendiamo e che otteniamo dai nostri soldati? E cosa è successo con il Giappone? La loro indole kamikaze e le nostre bombe atomiche sulle loro città. Quando sei un guerriero, devi rispettare il tuo avversario e vedere anche lui come un guerriero. Chi può stabilire quale causa è più onorevole o fino a che punto è lecito spingersi?
Hai mai visitato Nagasaki o Hiroshima per vedere cosa pensano gli abitanti di ciò che noi abbiamo fatto? O hai letto l'enciclopedia, prima che venisse "ripulita", per vedere come definiva "terroristi" gli israeliani per come si comportavano?
Chiunque creda alle teorie cospirazioniste è cieco: non vede cosa succede nel mondo e crede che gli Stati Uniti e il nostro Governo siano il centro dell'universo. Credo che Ziad e i suoi complici si siano presi carico di fare ciò che era nei loro cuori e nel cuore di molti altri musulmani radicali."
Note:
[1] Attribuire i processi storici a infiltrazioni e trame, e proclamare l'infallibilità della propria Linea è praticamente fare l'opposto di Karl Marx.
[2] La paranoia che lo stalinismo rivolse verso l'interno - l'Infiltrato - il nazismo lo rivolse verso l'esterno - il non tedesco e i paesi confinanti. Forse la scelta pacifica di Stalin di realizzare il socialismo "in un solo paese" lo costrinse a questa internalizzazione. E non è detto che senza la costruzione sistematica della paranoia, l'URSS avrebbe retto all'attacco tedesco.
Tra l'altro, sono personalmente amico di più di uno stalinista dichiarato. Ma le circostanze cambiano le persone: proprio perché sono individui colti, non conformisti, minoritari e senza setta di riferimento, per quanto esaltino il vecchio Baffone o ne collezionino le immaginette, non sono in realtà degli stalinisti.
Un esempio notevole di letteratura complottista stalinista - qualitativamente superiore, e di gran lunga, a qualunque cosa prodotta in Italia - è Michael Sayers e Albert E. Kahn, The Great Conspiracy. The Secret War Against Soviet Russia, disponibile in rete. Non so nulla di Michael Sayers, ma Albert E. Kahn, che si beveva tutte le menzogne prodotte dai torturatori di Stalin, è stato un grande idealista e un'ottima persona. Càpita.
[3] Avete presente "casualmente", scritto con le virgolette attorno?
Detto in altre parole: nella società dei tutti-al-centro, la destra ha contribuito la fede nella divinità del mercato e la santità dell'Occidente, la sinistra la paranoia settaria.
Sarebbe interessante approfondire l'ossessione con gli "sbirri", diffusa ancora oggi in vasti ambienti (contro lo speculare culto del Buon Carabiniere che ci salva dallo zingaro). Come nei film, il singolo poliziotto può essere cattivo, può essere marcia anche mezza CIA; ma il Sistema è buono.
Ma se si va alla radice delle cose, il problema è il sistema e non il poliziotto. Purtroppo, perché ogni giorno, facendo le mie traduzioni tecniche o aiutando uomini d'affari a combinare meglio i loro leciti delitti, faccio forse più danni di tanti poveri sbirri.
[4] Anche qui, i complottisti in genere sfuggono ad affermazioni nette, di cui si potrebbe discutere. Sfruttando il fatto ovvio che durante la guerra con i russi, Osama bin Laden aveva contatti con i servizi pakistani, è tutto un "guarda caso", "ma sarà una coincidenza?" su su fino all'11 settembre.