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    Smile L'11 settembre di Beppe Grillo - DA LEGGERE!

    L'11 settembre di Beppe Grillo (1)

    Ho litigato con una gran quantità di persone, a proposito delle maestre di Rignano di cui ho parlato qui e qui: all'epoca, mi accusavano di aiutare i pedofili, come ha fatto di nuovo qualcuno quando ho difeso il prete Don Carli.

    Ho litigato con qualcuno per la mia difesa di Raffaella Di Marzio, falsamente denunciata per aver "ricostituito" una presunta "setta" di cui non faceva affatto parte.

    Ho litigato con molta gente soprattutto a proposito dell'interpretazione dei fatti dell'11 settembre 2001.

    E adesso mi accingo a litigare con la folla sterminata di simpatizzanti di Beppe Grillo, come se non ne avessi già abbastanza di nemici.

    Si tratta sempre dello stesso problema: i sostenitori di una causa con cui sono d'accordo - l'antipatia per la pedofilia, per i comportamenti di certi gruppi settari, per la guerra imperiale americana, per le leggi volute da Berlusconi - chiedono anche che io creda a una loro specifica affermazione che in tutta onestà ritengo falsa. Solo che se non accetti anche quell'affermazione, qualcuno ti accusa di essere amico dei pedofili, delle sette, di Bush o di Berlusconi.

    Partiamo dall'11 settembre.

    Tanta gente ritiene che si sia trattato di un "autoattentato" compiuto da un gruppo di potere negli Stati Uniti.

    Tra chi ci crede, si trovano sia persone lucide e intelligenti, sia pazzi fuori di testa. E non è giusto attribuire alle prime le sciocchezze delle seconde: personalmente, ad esempio, non interagisco con persone che affermano che "quel giorno tutti gli ebrei sono rimasti a casa", anche se sento spesso denigrare tutti i "complottisti"[1] come se credessero a un tale idiozia.

    Inoltre, non è vero che il complottismo di questo tipo - basato sul cui prodest? - sia la stessa cosa dei complottismi metafisici.

    Nel complotto metafisico, un americano chiamato John viene ucciso a Firenze; Miguel Martinez fa parte della loggia segreta satanica che vuole eliminare dalla faccia della terra tutti coloro che portano il nome dell'apostolo Giovanni (lo si deduce dalla doppia "emme" delle iniziali del suo nome); ergo, Miguel Martinez è l'omicida.

    Nel complotto del cui prodest?, un americano chiamato John viene ucciso a Firenze; Miguel Martinez, nella sua qualità di traduttore, viene chiamato a tradurne il certificato di morte e intasca 50 euro; ergo, Miguel Martinez è l'omicida.[2]

    Io non giuro che la tesi complottista sull'11 settembre sia falsa, per il semplice motivo che non so la verità.

    Inoltre, so benissimo che i complotti - cioè accordi segreti e menzogne pubbliche - sono, non l'eccezione, ma la norma dei rapporti politici. Non c'è bisogno di entrare nella Casa Bianca per vederli, basta assistere a un incontro tra la RdB e i Cobas quando le vecchie volpi sfilacciate si riuniscono per decidere l'organizzazione di un corteo.

    Però la teoria dell'autoattentato dell'11 settembre, la trovo altamente improbabile, per una serie di motivi.

    I governanti [3] degli Stati Uniti sono moralmente capaci di mentire senza limiti e di compiere ogni nefandezza; la bufala delle "armi di distruzione di massa" usata per scatenare l'invasione dell'Iraq e la strage di Falluja sono fatti incontestabili, che lo dimostrano ampiamente.

    Semplicemente, quei governanti non sono in grado di tenere un segreto. Non perché la Democrazia Vigila, ma banalmente perché ogni governante è sorvegliato da cento concorrenti pronti a coglierlo in fallo allo scopo di farlo fuori e prendergli il posto.

    L'autoattentato avrebbe richiesto il silenzio complice di centinaia, se non di migliaia di persone; eppure i governanti non sono riusciti nell'impresa ben più agevole di piantare una sola "arma di distruzione di massa" nell'Iraq occupato, o di nascondere i passatempi di un presidente che se la spassava con le stagiste.

    Né ci vedo nulla di strano nel fatto che un movimento combattente decida di colpire tre bersagli - il palazzo presidenziale (pare), la centrale militare e la centrale economica - che, se fossero stati a Baghdad, sarebbero stati bombardati entro i primi cinque minuti dall'invasione statunitense del 2003.

    Come vedete, mi baso su argomenti di plausibilità generale.

    Contro questo quadro, i sostenitori dell'autoattentato non presentano (di solito) una teoria generale, ma tanti piccoli dettagli: un'immagine che colpisce come una sferzata, un comportamento sospetto, un conto che non torna.

    Sono argomenti cui evito di rispondere, perché dovrei conoscere il contesto, la storia e la veridicità di ogni dettaglio. Dovrei essere ingegnere, esperto di cose militari, fisico e geografo per rispondere sensatamente.[4]

    Altrimenti mi troverei nelle condizioni di un operaio giapponese che non conosce una parola di altre lingue, invitato a dire la sua in una controversia sulla maniera in cui la poetica di Dante avrebbe influito sullo stile di Boccaccio.

    Se c'è un "complottista" che è d'accordo con me sulla necessità di opporsi all'impero, non cerco di litigarci apposta a proposito dell'11 settembre. Bush e Cheney restano comunque criminali di guerra, e lo dimostrano fatti molto meno controversi.

    Però, dato che non nascondo la mia posizione, è in genere il complottista a litigare con me.

    Infatti, i sostenitori della teoria dell'autoattentato rispondono (con le dovute e rispettabili eccezioni) in maniera fortemente emotiva.

    Non dare loro retta su questo, è in qualche modo tradire, è schierarsi "con Bush".[5]

    Cinicamente, avrebbero qualche ragione: incontro "complottisti" dell'11 settembre ovunque, spesso tra persone che non sono nemmeno particolarmente critiche verso l'impero statunitense. Il "complottismo" è un potente veicolo di mobilitazione; solo che se io ritengo che le basi siano false, non chiedetemi di starci.

    E adesso passiamo a Beppe Grillo.

    Note:


    [1] Chiedo scusa della brutta definizione di complottisti, ma non riesco a trovarne un'altra. Potrei anche dire "autoattentatisti"; al di là dei problemi estetici di una simile definizione, voglio indicare una maniera generale di procedere, che va oltre il caso specifico.

    [2] Va da sé che io, da collezionista umano, preferisca di gran lunga i complotti metafisici.

    [3] La teoria dell'autoattentato presuppone non l'accusa a un sistema in generale, ma l'accusa a un gruppo di uomini potenti; ed è a questo vago gruppo che attribuisco il termine di "governanti".

    [4] Comunque, l'amico Paolo Attivissimo cerca di farlo. Con lui, le frange estreme del complottismo adoperano la vecchia tattica per delegittimare qualunque critica: lui stesso, dicono, farebbe parte del Grande Complotto. "Chi lo paga?", si chiedevano sempre gli stalinisti. Comunque, è giusto dire che non tutti i sostenitori dell'autoattentato sono a questi livelli, ci sono anche persone civili e ragionevoli.

    Sono convinto che le contraddizioni potenziali e le menzogne che potrebbero emergere da un'analisi approfondita dei fatti dell'11 settembre siano anche più numerose di quelle tirate fuori dai complottisti. Invento di fantasia: il sorvegliante all'aeroporto che si era assentato per telefonare all'amante; il costruttore che aveva messo sabbia al posto del cemento, facendo cedere un'ala intera delle Torri Gemelle; il testimone traumatizzato che è certo di aver visto Gesù Cristo scendere le scale del palazzo assieme a lui...

    [5] I "complottisti" tendono molto spesso a personalizzare il nemico. Per me, Bush è un interessante miscuglio di tontolone e di furbetto, che si è trovato per caso a essere a capo di un sistema che distrugge il pianeta. Di per sé, non credo che Bush sia più cattivo di tanti rappresentanti o piccoli imprenditori che conosco.

  2. #2
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (2)

    Beppe Grillo
    è un signore che dice che il re è nudo, e ha fatto capire che in Italia, fuori dai seggi elettorali, non esistono solo Berlusconi e Veltroni. Tutto questo è un bene e non un male.

    Solo che Beppe Grillo tutto questo lo fa ululando qualunque cosa, accogliendo confusamente qualunque complotto e amplificando qualunque menzogna. E questo è un male e non un bene. E il suo modo di agire funziona talmente in sintonia con i tempi dello tsunami mediatico, che riesce a eccitare gli animi senza nemmeno avere accesso ai media tradizionali.

    Lo tsunami mediatico, ricordiamo, è quella cosa che in poche ore sorge dal gran mare confuso delle notizie, travolge ogni forma di vita lasciandosi dietro tonnellate di fango; e poi - a differenza dello tsunami reale - riparte il giorno dopo per colpire qualche altra costa.

    Ovunque ci siano persone arrabbiate e paranoiche, non importa di che tendenza, ecco arrivare Beppe Grillo, per dire che il tuo problema è colpa di qualche ministro che si dovrebbe dimettere: forse ricorderete le sparate di Beppe Grillo sui Rom e i "confini sconsacrati".

    L'ultima trovata di Beppe Grillo consiste nel lanciare un piccolo 11 settembre italiano attorno agli scontri avvenuti l'altro giorno a Piazza Navona a Roma: stamattina, il suo post sul tema aveva accumulato 2231 commenti.

    Per farlo, Beppe Grillo mette in rete un video girato durante gli scontri a Piazza Navona, in cui si vede un ragazzo che resta in piedi mentre la polizia fa stendere a terra tutti i militanti del gruppo di destra, Blocco Studentesco; un poliziotto gli rivolge la parola; infine, questo ragazzo è l'ultimo a salire sul furgone della polizia che porta via il gruppo. Beppe Grillo, o chi per lui, fa accompagnare ogni scena con una didascalia educativa, sul tipo "Il tizio chiacchiera con uno sbirro ed ha la padronanza della situazione di un vero sbirro".

    Attorno a questo gioco efficace di immagini, Beppe Grillo, modulando in modo brillante l'urlo con l'ammiccamento, costruisce nello spettatore l'idea che quel ragazzo sarebbe un amico della polizia; che quindi la polizia avesse voluto gli scontri a Piazza Navona; e che quindi il governo italiano li avrebbe commissionati; e che quindi ci sarebbe stato un gigantesco complotto ai più alti livelli.

    Far vedere un'immagine che colpisce, insinuare cose gigantesche senza dire nulla di concreto e al di fuori di ogni contesto, è ovviamente il meccanismo vincente nella società dello spettacolo.

    Beppe Grillo fa alcune affermazioni precise, che sono in realtà una sorta di domanda. Ogni riga che segue potrebbe essere preceduta da un "ditemi voi come mai...":
    "Ieri in Piazza Navona c'era un camion lasciato passare dalla Polizia.
    Nel camion c'erano caschi, mazze, forse tirapugni e una ventina di provocatori.
    Provocatori, non studenti.
    I provocatori hanno picchiato gli studenti sotto gli occhi della Polizia.
    Uno dei provocatori, come si può vedere dal video, è in rapporti affettuosi, di grande simpatia con la Polizia, come se fosse un collega.
    La piazza era gremita. Un camion con mazze e teppisti poteva essere lì solo in due casi:
    - perchè la Polizia lo ha consentito su ordine di qualcuno
    - perchè la Polizia non governava la piazza.
    Maroni, il ministro degli Interni, che prende istruzioni dettagliate, un portaordini dello psiconano, dovrebbe spiegarci cosa è successo e dopo dimettersi."
    Beppe Grillo non dice esattamente cosa pensa lui: le insinuazioni complottistiche lasciano sempre aperte varie possibilità, in modo da seminare zizzania senza essere falsificabili.

    Quindi siamo noi che dobbiamo dedurre qualcosa dal video e dagli ammiccamenti urlati di Beppe Grillo. Siccome Beppe Grillo è bravo, in genere deduciamo proprio ciò che vorrebbe lui.

    E cioè che un gruppo di kamikaze prezzolati avrebbe attaccato decine di migliaia di studenti (finendo massacrati di botte e portati via dalla polizia, ma poco importa).

    La seconda, che Berlusconi avrebbe voluto che ci fossero incidenti, forse per poter presentare tutti gli studenti come una manica di scalmanati.[1]

    Il castello di fuffa innalzato da Beppe Grillo è crollato nel giro di poche ore, ma finora Grillo sul suo blog non ha chiesto scusa.

    Infatti, il presunto "infiltrato della polizia" è stati intervistato da Repubblica. Si chiama Alberto Palladino, ha ventun anni ed è stato ferito alla testa durante gli scontri. Il poliziotto gli si era rivolto semplicemente per dirgli, "vi ammazzeremo tutti", e lui è salito cautamente per ultimo sul furgone, in modo da non calpestare un altro fermato che si era sloggiato la spalla.


    Qui potete vedere il video di Beppe Grillo e qui la risposta di Palladino.

    Non è difficile ricostruire, a grandi linee e con un certo margine di errore, cosa è successo davvero a Piazza Navona.

    Precisiamo subito che non ci interessa sapere se quelli di Blocco Studentesco sono antipatici o no; o se Berlusconi è capace in astratto di organizzare cose illegali (sappiamo tutti che ne è perfettamente capace, altrimenti a quest'ora farebbe il manovale e non il Presidente del Consiglio).

    Ci interessa sapere se quel giorno, a Piazza Navona, sia stato messo in atto il gigantesco complotto di Beppe Grillo, o se tutto abbia una spiegazione molto più semplice.

    Nota:

    [1] Qui emerge ciò che mi sembra l'elemento più pericoloso del complottismo.

    Anche se non lo dicono esplicitamente, per i complottisti, tutto ciò che facciamo è una recita di fronte all'Opinione Pubblica, agli Spettatori Universali che, in una sorte di televoto, giudicano unicamente in base al criterio, "chi ha picchiato?"

    Il torto e la ragione non stanno nei contenuti, ma solo nei comportamenti: chi usa la violenza ha sempre torto, chi incassa in silenzio ha sempre ragione, come insegna la cultura delle Vittime e dei Vittimi.

    Per il complottista, è impossibile quindi che uno abbia ragione e usi la violenza: deve esserci un'illusione, un trucco, un complotto appunto.

    Così, se un gruppo di giovani arabi avesse davvero abbattuto le Torri Gemelle, allora l'imperialismo avrebbe ragione davanti alla divina Opinione Pubblica; ma siccome io credo che l'imperialismo abbia torto, allora ad aver compiuto un simile atto di violenza deve essere stato in realtà l'imperialismo. I salti logici dovrebbero essere evidenti, ma i tempi mediatici aboliscono la necessità di ogni logica diversa da quella implicita nell'insinuazione e nel sospetto.

    Soprattutto, la ricerca della verità non si distingue più dalle esigenze polemiche e seduttive nei confronti dell'Opinione Pubblica.

    P.S. Segnalo una prima risposta a questi post sul blog di Cloro al Clero, che potrà interessare i lettori.

  3. #3
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (3)

    Nel primo post di questa serie, spiegavo perché evito di discutere dei dettagli tecnici sull'11 settembre, di rispondere alle domande sul tipo, "cosa ha fatto crollare il terzo palazzo, il WTC7, che non è stato colpito da un aereo?"

    Certe affermazioni complottistiche possono apparire convincenti, quando ignoriamo le cose cui si riferiscono.

    Beppe Grillo proclama, "Ieri in Piazza Navona c'era un camion lasciato passare dalla Polizia."

    La blogger Debora Billi scrive:
    "Qualsiasi romano ieri sera, davanti a queste immagini in TV, se ha un minimo di presenza di spirito deve essersi sbellicato dalle risate. Perché nell’angolo che vedete, tra Piazza Navona e via Agonale, la presenza di un camioncino è plausibile quanto quella di un’astronave aliena [...] E’ uno sforzo sovrumano immaginare come un camion, pieno di giovini e di bastoni, sia potuto arrivare in quell’impossibile luogo e per giunta in un giorno caldo come quello di ieri. L’unica è che li abbiano fatti passare apposta, non c’è altra spiegazione."
    E' un ragionamento ben fatto e ben scritto (molto meglio di Beppe Grillo), in lucida buona fede e apparentemente non fa una grinza. Convince.

    Eppure, ecco una foto che io ho scattato, proprio a Piazza Navona, il 18 marzo del 2006, durante la manifestazione contro la guerra:



    Si vedono almeno due astronavi aliene (il pianale di uno davanti al grande striscione e un altro dietro con il pupazzo di Berlusconi), e solo in questo particolare angolo della piazza. Quei furgoni la polizia non li ha controllati in alcun modo. Infatti, nel tremendo imbuto dell'ingresso a Piazza Navona, le forze dell'ordine si guardano bene dal caricare la gente già schiacciata, per arrivare ai furgoni e salirvi sopra provocatoriamente per ispezionarli.

    C'è una logica precisa dietro questo mancato controllo.

    Negli ultimi anni, la polizia cerca di mantenere un profilo basso durante le grandi manifestazioni, in particolare quando ci sono di mezzo studenti o grandi masse pacifiche (come nei cortei a Vicenza, dove la polizia era addirittura invisibile).

    Il motivo è banale: al contrario esatto di quanto racconta la mitologia complottista, viene premiato il poliziotto che non fa fare notizia. Questa politica del muro di gomma è vincente - salvo quando si brucia una bandierina israeliana o statunitense, ci sono state grandi manifestazioni che non sono nemmeno state citate fugacemente al telegiornale. E se ci pensate, è normale che un governo voglia far credere che tutti i cittadini siano felici e contenti, e un commissario voglia far credere che dove vigila lui, non succede nulla.

    Beppe Grillo scrive che nel furgone del Blocco Studentesco c'erano caschi e mazze. E anche qui il lettore resta impressionato; ma cosa c'è di illegale a lasciare il casco del proprio motorino nel furgone? E cosa c'è di illegale nell'avere un mucchio di bandiere che casualmente hanno manici molto robusti? Sono trucchi che si usano alle manifestazioni almeno da quando ero bambino.

    Nemmeno una cintura è un'arma, finché non la si sfila e si dà in testa a qualcuno. Dubito invece che ci fossero i tirapugni, perché qualunque coatto romano sa che a una manifestazione, bisogna andarci puliti per non farsi bere dalle guardie: se ti prendono con una bandiera in mano, te la puoi cavare, con un tirapugni no - ma Beppe Grillo ce li infila lo stesso, con un furbesco "forse".

    I dati che apparivano inspiegabili senza un complotto, si rivelano quindi privi di mistero. Questo non vuol dire che il complotto non ci fosse: vuol dire semplicemente che non è più un'ipotesi necessaria.

    Ma il furgone degli alieni, oltre a tutto ciò, conteneva - a dire di Beppe Grillo - anche "una ventina di provocatori". E credo proprio che sia il caso di soffermarsi un attimo su questo interessante termine.

  4. #4
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (4)

    Faccio una piccola sosta, perché vedo che qualche complottista inizia a fare manovra: "d'accordo che i camion possono entrare a Piazza Navona, d'accordo che il Grande Infiltrato segnalato da Beppe Grillo era un ragazzotto qualunque, ma non hai visto che quelli del Blocco Studentesco hanno fatto a cazzotti anche la mattina?"

    E' un salto logico piuttosto noto.

    "A" dice, "gli zingari rubano i bambini, li smontano e li vendono sul mercato degli organi".

    "B" risponde, "guarda che non è mai stato dimostrato un solo caso di bambino rapito dagli zingari, né l'esistenza di un mercato involontario di organi".

    "A" controbatte, "e così tu mi vorresti far credere che nessuno zingaro abbia mai scippato un portafoglio?"

    Per non cadere in questo genere inutile di discussione, dividiamo i problemi.

    Il primo, grosso come una casa, è:

    "Esiste un gigantesco complotto tra il governo, la polizia, i media e un gruppetto romano chiamato Blocco Studentesco?"

    Il secondo, piccolo come un Pinocchio di legno, è:

    "Chi è stato il più cattivo durante la rissa a Piazza Navona?"

    Esattamente un anno fa, pubblicai qui un testo di Giulio Salierno che spiegava tutto, e ve lo ripresento qui, assieme alla premessa che scrissi allora, e che inizia con il prossimo paragrafo.
    Il sociologo rivoluzionario Giulio Salierno, nel 1980, scrisse una profonda opera di riflessione, La violenza in Italia. A dimostrazione di quanto siano cambiati i tempi, a pubblicarglielo fu la Arnoldo Mondadori. Il libro si presenta con una frase di Baruch Spinoza:
    "Le azioni umane non debbono essere derise, né compiante, né odiate, ma capite".
    Il libro è una miniera di riflessioni, alcune datate (erano gli anni di Prima Linea e non si pensava proprio alle migrazioni dei popoli), altre sempre attuali.
    Salierno dedica alcune pagine alle reazioni della sinistra, "storica e nuova", alla violenza diffusa (non solo politica) di quegli anni; e all'uso successivo di capri espiatori, prima anarchici e poi fascisti, per le stragi.
    Viene fuori un brano un po' lungo, anche tagliando qua e là, ma non è importante che lo leggiate tutto. Voglio che resti però a disposizione, in futuro, qui su Internet.
    Ascoltiamo, quindi Giulio Salierno (La violenza in Italia, Arnoldo Mondadori 1980, pp. 49 ss. e 278 ss).

    "[Di fronte all']insorgere della violenza politica manifesta, la sinistra italiana, storica e nuova, fatte salve alcune individualità [...] ha balbettato spiegazioni che non spiegano nulla, si è rifugiata nella metafisica dei complotti, ha etichettato tutti quelli che sparavano come fascisti, ha lasciato che tra i suoi militanti e/o simpatizzanti circolassero le più inverosimili, incredibili storielle [...].
    L'interpretazione luciferina dei fenomeno sociali [...] risponde, certo, alla necessità per la propaganda (in questo caso di settori della sinistra, ma il discorso è generale), di trasformare gli avversari, situati in campi opposti tra loro, in un nemico unico, facilmente identificabile e demonizzabile. Ha quindi, per i partiti che l'adottano, funzioni di sbarramento e contenimento nei confronti del nemico demonizzato, ma anche di mobilitazione e controllo - rese posibili propro da questo tipo di propaganda - della propria base.
    Svolge, inoltre, per gli stessi, un ruolo di attacco e disorientamento nei riguardi di tutto coloro - singoli, partiti o movimenti - che siano tentati o tentino di occupare, con idee e comportamenti contrapposti (che la propaganda s'incaricherà di assimilare a quelli dell'avversario-Belzebù), quegli spazi politico-sociali considerati propri.
    Ma la "complottomania", negli ultimi dieci anni, è andata molto al di là delle stesse esigenze della propaganda.[...]
    L'avere, infatti, per circa un decennio, attribuito, con un martellamento propagandistico senza pari, ogni attentato o violenza politica e persino i disordini negli stadi durante le partite di pallone, a un disegno strategico promosso e perseguito da un unico "cervello" (le cui capacità maligne dovrebbero destare l'invidia del Principe delle tenebre) ha provocato, forse, addirittura un mutamento nel clima culturale del paese. Che, infatti, reagisce, di fronte a ogni evento che a torto o a ragione gli sembri strano, cercando, per l'appunto, di spiegarselo in chiave di complotto. [...]
    E ciò, nello specifico dell'emarginazione, della violenza politica come di quella comune, delle Br come della guerriglia diffusa, ha prodotto guasti profondi, pressoché irreparabili nel breve periodo. Infatti, le interpretazioni irrazionali dei fatti che accadevano in Italia e all'estero, hanno concorso a causare un lento, progressivo imbarbarimento culturale e civile, prima che politico, contribuendo a far dimenticare, o a non far capire, che il nazismo o il fascismo non nascono nella testa di Hitler o di Mussolini.
    Che le Gallie non sono acquisite a Roma da Cesare, ma suo tramite.
    Che il governo di Salvador Allende non cade grazie o solo grazie a una congiura della CIA, ma soprattutto ed essenzialmente per l'esplodere di contraddizioni nel tessuto sociale, economico, politico del Cile. [...]
    Che tutti gli elementi ideologici e culturali (libri, riviste, psicologia, slogan, critiche, etica, religione, leninismo, ecc.), di volta in volta accusati o chiamati a spiegare l'origine di questo o di quell'attentato, di questa o quella violenza, non significano praticamente nulla se non vengono inquadrati in un discorso strutturale e sovrastrutturale che vada al di là del nostro stesso paese, e che si proietti nel divenire storico.
    [pagina 278 ss in riferimento alla strage di Brescia del 1974] A livello politico, infatti, non è più sostenibile la tesi degli opposti estremisti, e, contemporaneamente, si può presumere che esplodano le contraddizioni tra esecutori degli attentati e settori degli apparati istituzionali, quelle interne ai servizi di sicurezza e tra quest'ultimi e il potere politico; a sua volta, probabilmente, lacerato da gesuitiche e pur feroci lotte intestine.
    [...] Il potere può puntare così, trasformando gli attentatori fascisti in esseri diversi, in distrazioni sociali, a proiettare sui "folli" il male generato dal sistema capitalistico stesso. Il terrorista nero, alienato e reificato, diventa, cioè, assieme alle bombe, nei primi anni '70, uno degli elementi di trasferimento e di scarico necessari a chi gestisce il dominio per far dimenticare, rimuovere, ignorare lo sfruttamento, il privilegio, la morte generati dalla macchina economica capitalistica.
    Per la classe egenome è facile, attraverso i canali del consenso, condannare le "disfunzioni" di questo o quell'apparato istituzionale, chiedere la rimozione di "singoli" funzionari, presentare gli attentati come un tentativo di rivincita degli epigoni del fascismo e della Repubblica di Salò, o di sparuti gruppetti nazisti, e proiettare sui leaders di estrema destra di turno, in connessione con "soggettive" deviazioni di di organi pubblici, il sadismo, la xenofobia, la violenza generati dall'intera struttura sociale.
    L'assetto di potere ottiene così, in larghi strati di cittadini, l'interiorizzazione della negazione di una parte del reale, mediante l'annullamento di ciò che nel presente appare spiacevole. E il processo di decolpevolizzazione si ritualizza nelle cerimonie liturgico-acritiche contro il fascismo, nel corso delle quali il potere proietta le proprie tendenze autoritarie e si serve della violenza fascista come capro espiatorio delle proprie responsabilità sociali, culturali, religiose, economiche, politiche e storiche.
    Stragi e neofascismo sono, cioè, le valenze attraverso cui chi gestisce il dominio, in quegli anni, manipola o tenta di manipolare la coscienza delle classi subalterne offrendo loro in cambio del pericolo sventato e pubblicamente denunciato solo alcune gratificazioni potenziali: la preservazione degli istituti di democrazia delegata.
    Nulla più di quanto i dominati stessi avevano conquistato o ritenuto di avere conquistato con la Resistenza e che, prima delle stragi, consideravano come garantito. E così attentati indiscriminati e feroci, sovente contraddittori e inintelligenti, offrono al potere il pretesto per preparare l'opinione pubblica alla successiva accettazione avalutativa di leggi e provvedimenti limitatrici delle stesse libertà borghesi."
    P.S. Segnalo due commenti critici interessanti a questa serie di post, uno di Brullo Nulla e uno di Georgia.

  5. #5
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (5)

    Una delle cose più interessanti dei fatti di Piazza Navona è la loro assoluta inconsistenza.

    Cioè, è andata che fasci e zecche de Roma se so' corcati de botte, per la trecentottantottomillesima volta dal consolato di Quintus Sulpicius Camerinus Cornutus e Spurius Larcius Flavus (490 a.C.).[1]

    Anzi, nemmeno, perché sembra che nessuno si sia fatto seriamente male.

    Eppure ci sono alcuni, certamente in buona fede, che paragonano questa rissa con i sedici morti di Piazza Fontana.

    Chiaramente questo è dovuto a un unico fatto: ci sono migliaia di volte più immagini in giro del non evento di Piazza Navona, che della spaventosa tragedia di Piazza Fontana. Dicesi, letteralmente, società dello spettacolo.[2]

    Anzi, non c'è mai stato finora un caso del genere nella storia d'Italia, almeno nel mondo della politica militante. Nel mondo del pettegolezzo e del calcio, non saprei.

    Uno direbbe, più immagini abbiamo, più certezze abbiamo di come si sono svolti i fatti.

    E invece è il contrario, perché ogni nuova immagine suscita nuove ambiguità.

    Prima non sapevamo nemmeno che un tale tizio esistesse; adesso cento foto ci rivelano che aveva i lacci delle scarpe sciolti. Ma perché aveva i lacci delle scarpe sciolti? Esistono almeno due possibili risposte - la prima, perché se li era allacciati male; la seconda, che si tratta di un segreto segno massonico.

    Tutte e due le interpretazioni sono possibili; bisogna vedere però quale sia più plausibile.

    Brullo Nulla, in un post molto interessante, analizza una di queste ambiguità. Qualcuno filma un dialogo che in tempi pre-virtuali sarebbe sfuggito completamente: un poliziotto dice a un militante di Blocco Studentesco, "Levati Francesco, vai via! vai via!"

    E' uno dei mille episodi che può avere due interpretazioni: il poliziotto sta comunicando all'agente segreto le istruzioni per annientare il movimento degli studenti in Italia; oppure il poliziotto, mandato apposta perché esperto di ambienti di estrema destra, rivede per la centesima volta il solito esagitato e lo caccia dalla piazza, con un tono di paternalismo leggermente minaccioso.

    Quando andavo al liceo, c'era un bravissimo poliziotto anziano, che conosceva tutte le teste calde per nome e cercava non solo di mantenere l'ordine, ma anche di tenere i ragazzi fuori dai guai, senza fare distinzioni di parte.

    Un giorno, poco prima che dovesse andare in pensione, Francesca Mambro, oggi tanto cara ai radicali, gli sparò, accecandolo.

    Una volta mi chiamò in disparte, per non farmi fare brutta figura; e mi disse che gli era giunta voce (voce sbagliata, ma gli sono rimasto affezionato lo stesso) che avessi a che fare con qualche giro di canne. E aggiunse, "A Miche', uomo avvisato, mezzo salvato".

    Che se ci fosse stata Youtube allora...

    Nota:

    [1] Gli archivi della polizia segreta repubblicana, purtroppo andati distrutti, rivelano che il Primo Sasso fu una ciottola del Tevere lanciata da un corvo dispettoso, in testa a una delle famose oche guardiane del Campidoglio. Risultò falsa la voce che il corvo fosse al servizio dei Galli, ma le oche non ci credettero.

    [2] "Letteralmente", perché il concetto di società dello spettacolo di Guy Debord è molto più profondo e ricco.

  6. #6
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (6)

    Come sapete, è uso di questo blog cercare di vedere il mondo in una goccia d'acqua.

    Partire cioè da un fatto qualunque, anche privo di particolare importanza, per gettare un po' di luce su questioni più ampie. Questa volta abbiamo scelta la rissa di Piazza Navona e il suo contorno spettacolare, ma ripetiamo: il fatto in sé ci interessa solo per quello che ci rivela.

    Con questo in mente, torniamo alla frase di Beppe Grillo, che parla di "una ventina di provocatori".

    "Provocatori" è un'espressione che scopre un universo. Infatti, come la transustanziazione ha senso solo nel contesto della teologia cattolica, il Provocatore ha senso unicamente nel contesto di una visione stalinista della realtà.[1]

    Il mondo, credeva il militante stalinista, era diviso in due campi: il Nemico e il Partito. Badate bene, il Partito, non un generico "noi". Il Partito ha una Linea che conduce alla Vittoria; deviare dalla Linea conduce quindi alla sconfitta e alla vittoria del Nemico.

    Ne consegue che il Nemico stipendia dei Provocatori, cioè persone che hanno come compito quello di infiltrarsi nel Partito e indurci nella tentazione di deviare dalla Linea. Provocatore, Infiltrato e Pagato dal Nemico è quindi chiunque sostenga di non essere il Nemico, eppure non segue la Linea.

    Recitava la Grande Enciclopedia Sovietica del 1947, citando il Capo:
    "Il trotskismo contemporaneo non è una tendenza politica all'interno della classe operaia, ma [piuttosto] una banda, priva di principi e di ideali, di guastatori, sabotatori, agenti, spie, assassini, una banda di nemici maledetti della classe operaia, che agisce affittandosi ai servizi segreti di governi esteri." (Stalin, "Lacune nel lavoro e nei metodi del partito per la liquidazione dei trotskisti e degli altri praticanti il doppio gioco", 1937, p. 14).
    Il Provocatore perciò non è solo uno che segue traiettorie diverse. E' una persona moralmente ributtante, perché agisce per soldi, e mente per nasconderlo. Ma la stessa esistenza del Provocatore conferma la superiorità morale del militante: molti provocatori, molta etica.

    Chi devia dalla Linea, per il solo fatto di farlo, è un Provocatore; ma per educare le Masse, il Militante si sente in dovere di svelare la Trama, cioè i fili di finanziamento che lo legano al Nemico. Ed ecco un'ampia letteratura e soprattutto pratica del sospetto e della diffamazione. Che io, badate bene, non condanno più di tanto, dato il contesto tremendo del Novecento.[2]

    Però è facile dimenticare che i partiti stalinisti, fuori dai paesi "socialisti", erano in genere tanto settari al loro interno quanto moderati all'esterno. Per Togliatti, la Linea consisteva nello "sviluppare le forze produttive", cioè praticamente promuovere il capitalismo; e quindi chiunque volesse fare la rivoluzione comunista - l'obiettivo dichiarato, all'epoca, del Partito - era necessariamente un Provocatore. Ed ecco incessanti campagne tese a dimostrare che chiunque facesse qualcosa fuori dalla Linea non solo sbagliava (ipotesi assolutamente legittima), ma era un Provocatore o un Infiltrato.

    A un certo punto, il Partito cessa completamente di esistere.

    Un Beppe Grillo, poi che, d'accordo con il vecchio partito dell'Uomo Qualunque, dice che l'Italia si salva tagliando qualche privilegio ai deputati, non è certo un comunista. Eppure il fantasma del Provocatore continua ad aleggiare tra i cadaveri del Novecento: non esiste il Partito e non esiste il Nemico, eppure esiste il Provocatore.

    Come fa allora il Provocatore a sopravvivere?

    Perché si è reincarnata la Linea. Che questa volta non è dettata dal comunque nobile sogno del socialismo.

    La Linea è dettata da ciò che l'Opinione Pubblica, il Grande Panel Telematico, istante per istante approva o condanna. E che ognuno di noi deve aver interiorizzato, in modo da non commettere mai Atti Controproducenti.

    L'Opinione Pubblica, che non ha problemi né con i macelli industriali, né con i bombardamenti aerei, si ritrae schifata se vede una rissa? Allora, chiunque si picchi è un Provocatore (e non, magari, uno spaccone, un cretino o un violento). Chi paga il Provocatore? A questa domanda, assolutamente ragionevole e direi decisiva, il complottista moderno non risponde mai, ma accenna, tra ammiccanti "guarda caso" e "si sa" e "potrebbe essere una coincidenza ma", a sbirri, logge massoniche, servizi segreti deviati, l'Opus Dei o altre cose un po' misteriose.[3]

    Il fantasma del Provocatore permette di disumanizzare chiunque non segua la Linea, cioè in ultima istanza chiunque non si comporti come vorrebbe la muta dei telespettatori: è qui che vediamo la natura veramente conservatrice del grillismo.

    Come abbiamo visto nella Grande Enciclopedia Sovietica, chi non è con noi, è necessariamente pagato per farci del male. Nel suo narcisismo, il complottista alla Beppe Grillo non si immagina che possano esistere persone che fanno cose diverse da noi perché hanno obiettivi propri, interessi propri e un immaginario proprio.

    E qui si chiarisce tutto un filone anche del complottismo dell'11 settembre: la mitologia complottista attorno ad al-Qaida, che cerca di negare a Osama bin Laden un proprio progetto.[4]

    Restituire l'umanità a coloro che demonizziamo come provocatori non significa affatto dare loro ragione.

    Gli esseri umani, come liberi attori e non mercenari, possono fare cose disastrose per il resto dell'umanità (e anche per se stessi), tradirsi a vicenda, scendere a ignobili compromessi, compiere sciocchezze, sostenere progetti che dobbiamo combattere, cambiare percorsi di vita e scelte.

    Per il narcisista culturale, Osama bin Laden può essere solo un pazzo che ci odia "per la nostra libertà"; oppure un agente pagato dalla CIA; oppure qualcuno che i servizi segreti statunitensi hanno inventato manipolando delle immagini; oppure, semplicemente, non esiste.

    In tutti i casi, al centro del mondo, per il neocon come per il complottista, esiste solo la "nostra" cultura.

    In un post precedente, citavo Giulio Salierno:
    "Le azioni umane non debbono essere derise, né compiante, né odiate, ma capite".
    Uscire dal narcisismo, dal vedere nell'altro solo demoni o provocatori, non è facile. Eppure ogni tanto si trova qualcuno che sa rispettare anche ciò che non condivide. Qui c'è una bella intervista con Bert Rodriguez, allenatore di arti marziali di Ziad Jarrah, uno degli attentatori dell'11 settembre.

    Bert Rodriguez non tenta di fare una psicanalisi da quattro soldi al proprio ex-allievo, né di rinnegarlo, né di rendere oscuro ciò che è chiaro. E non getta nel fango del dubbio il suo gesto, insinuando - come fanno tanti - a manipolazioni, lavaggi del cervello, telecomandi o altre amenità.

    L'intervista è da leggere tutta, ma cito due paragrafi:
    "Anche se per noi uccidere gli altri sacrificando noi stessi per ciò in cui crediamo è sbagliato, quando lo fa il nemico, non è la stessa cosa che ci attendiamo e che otteniamo dai nostri soldati? E cosa è successo con il Giappone? La loro indole kamikaze e le nostre bombe atomiche sulle loro città. Quando sei un guerriero, devi rispettare il tuo avversario e vedere anche lui come un guerriero. Chi può stabilire quale causa è più onorevole o fino a che punto è lecito spingersi?

    Hai mai visitato Nagasaki o Hiroshima per vedere cosa pensano gli abitanti di ciò che noi abbiamo fatto? O hai letto l'enciclopedia, prima che venisse "ripulita", per vedere come definiva "terroristi" gli israeliani per come si comportavano?

    Chiunque creda alle teorie cospirazioniste è cieco: non vede cosa succede nel mondo e crede che gli Stati Uniti e il nostro Governo siano il centro dell'universo. Credo che Ziad e i suoi complici si siano presi carico di fare ciò che era nei loro cuori e nel cuore di molti altri musulmani radicali."
    Note:

    [1] Attribuire i processi storici a infiltrazioni e trame, e proclamare l'infallibilità della propria Linea è praticamente fare l'opposto di Karl Marx.

    [2] La paranoia che lo stalinismo rivolse verso l'interno - l'Infiltrato - il nazismo lo rivolse verso l'esterno - il non tedesco e i paesi confinanti. Forse la scelta pacifica di Stalin di realizzare il socialismo "in un solo paese" lo costrinse a questa internalizzazione. E non è detto che senza la costruzione sistematica della paranoia, l'URSS avrebbe retto all'attacco tedesco.

    Tra l'altro, sono personalmente amico di più di uno stalinista dichiarato. Ma le circostanze cambiano le persone: proprio perché sono individui colti, non conformisti, minoritari e senza setta di riferimento, per quanto esaltino il vecchio Baffone o ne collezionino le immaginette, non sono in realtà degli stalinisti.

    Un esempio notevole di letteratura complottista stalinista - qualitativamente superiore, e di gran lunga, a qualunque cosa prodotta in Italia - è Michael Sayers e Albert E. Kahn, The Great Conspiracy. The Secret War Against Soviet Russia, disponibile in rete. Non so nulla di Michael Sayers, ma Albert E. Kahn, che si beveva tutte le menzogne prodotte dai torturatori di Stalin, è stato un grande idealista e un'ottima persona. Càpita.

    [3] Avete presente "casualmente", scritto con le virgolette attorno?

    Detto in altre parole: nella società dei tutti-al-centro, la destra ha contribuito la fede nella divinità del mercato e la santità dell'Occidente, la sinistra la paranoia settaria.

    Sarebbe interessante approfondire l'ossessione con gli "sbirri", diffusa ancora oggi in vasti ambienti (contro lo speculare culto del Buon Carabiniere che ci salva dallo zingaro). Come nei film, il singolo poliziotto può essere cattivo, può essere marcia anche mezza CIA; ma il Sistema è buono.

    Ma se si va alla radice delle cose, il problema è il sistema e non il poliziotto. Purtroppo, perché ogni giorno, facendo le mie traduzioni tecniche o aiutando uomini d'affari a combinare meglio i loro leciti delitti, faccio forse più danni di tanti poveri sbirri.

    [4] Anche qui, i complottisti in genere sfuggono ad affermazioni nette, di cui si potrebbe discutere. Sfruttando il fatto ovvio che durante la guerra con i russi, Osama bin Laden aveva contatti con i servizi pakistani, è tutto un "guarda caso", "ma sarà una coincidenza?" su su fino all'11 settembre.

  7. #7
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    L'11 settembre di Beppe Grillo (7)

    In questa serie di articoli, ci poniamo domande generali sul complottismo, partendo da un micro-episodio, la rissa di Piazza Navona, affiancato a un macro-episodio, l'11 settembre.

    Molto sinteticamente, quello che ci interessa sapere, riguardo al micro-episodio, è se c'è stato un complotto.

    Cioè se Blocco Studentesco sia un gruppo di "una ventina di provocatori", come sostiene Beppe Grillo, stipendiati come comparse dal Ministero degli Interni per far fallire una manifestazione studentesca con cui non c'entravano niente.

    Per rispondere, occorre costruire una teoria falsificabile dei fatti, cosa che i complottisti quasi sempre evitano di fare. Teoria non vuol dire una "verità" da difendere contro ogni evidenza, ma una spiegazione che dia un senso plausibile al massimo numero di fatti. E che si può modificare tranquillamente in corso d'opera.

    Una teoria su Piazza Navona si può costruire su due basi differenti: la prima, vedendo nei militanti del Blocco Studentesco persone che hanno agito per conto di altri, avendo come interesse quello di venire pagati.

    Oppure, invece, partendo dall'idea che quelli del Blocco Studentesco avessero cercato di fare il proprio interesse.

    Prendiamo come base questa seconda ipotesi.

    E partiamo da un fatto che le teorie complottistiche non prendono in considerazione, ma che mi sembra molto più importante di questioni tipo, "come mai Alberto Palladino ha la faccia serena mentre la polizia lo porta via?"

    Nel dicembre del 2007, secondo il Corriere della Sera, Blocco Studentesco prese 37.000 voti nelle elezioni della Consulta Provinciale romana degli Studenti, superando la lista di sinistra.
    "A Roma il Blocco ora ha rappresentanti di istituto al Visconti (storico liceo blasonato storicamente schierato a sinistra), al Vivona, al Farnesina (qui i rappresentanti sono due su quattro, ma la scuola è una roccaforte della destra), al Malpighi. La lista ha preso voti e seggi ai Parioli (quartiere bene della Capitale) al liceo Azzarita come in scuole periferiche quali il Nomentano e il Pacinotti. Per i ragazzi è “un trionfo. Anche ai Castelli romani abbiamo spopolato”.
    Possiamo immaginare che con la riforma Gelmini, chiunque sostenesse il governo sia dovuto andarsi a nascondere sotto le cattedre, in attesa di diventare grandi e prendersi un assessorato.

    Ma il Blocco Studentesco, che si è opposto alla riforma, no: intercettando probabilmente l'ampia popolazione studentesca di destra ma rivolgendola contro il governo, ha occupato subito i licei Orazio, Nomentano, Azzarita, Russell, Farnesina e Colombo.

    Né il Blocco Studentesco è rimasto solo. Persino a Roma, dove non ha mai avuto una presenza stabile, Forza Nuova riesce a occupare delle scuole, in collaborazione con gli studenti di sinistra, come racconta questo video di Repubblica.

    Il 28 ottobre, il giorno prima degli incidenti, Blocco Studentesco era sotto il Senato (sempre con il camion bianco), assieme agli studenti di sinistra, senza che vi fossero scontri:[1]
    "In merito riferisce Francesco Polacchi, portavoce del Blocco Studentesco, che ha partecipato all’incontro: “Abbiamo ribadito il nostro no a questa riforma e la volontà di non essere strumentalizzati. Ma abbiamo presentato anche delle proposte, come l’abbassamento dal 8 al 5 per mille da destinare alle scuole di indirizzo religioso, destinando il restante 3 per mille ad un fondo per l’infanzia capace di garantire il tempo pieno. Abbiamo chiesto che anche in futuro venga garantita la natura pubblica di scuole e università, e di creare un sistema misto tra privato e pubblico dove quest’ultimo mantenga il controllo. Sono solo alcune idee che abbiamo sottoposto ai senatori, dimostrando di essere capaci anche a proporre e non solo a criticare.”
    Durante queste manifestazioni, il Blocco Studentesco è riuscito a evitare manifestazioni tribali, come saluti romani, canzoni nostalgiche o altro. E mi sembra che non si vedano e non si sentano nemmeno nelle immagini degli scontri a Piazza Navona: all'altoparlante, mettono le canzoni di Rino Gaetano e gli studenti che li seguono battono le mani ritmicamente sopra le loro teste.

    Un autocontrollo notevole in quanto il Blocco Studentesco è un movimento deliberatamente e non solo istintivamente fascista (a differenza di Forza Nuova, ma sarebbe un lungo discorso).

    Perché è importante tutto questo? Perché non è facile da spiegare con la tesi complottista del piccolo gruppo di mercenari che compare un'unica volta, allo scopo esclusivo di fare una rissa per compiacere il governo.

    Blocco Studentesco era riuscito a smuovere un numero notevole di giovani, che li votavano, occupavano le scuole assieme a loro e scendevano in piazza con loro.

    E lo faceva, puntando sull'autocontrollo delle pulsioni tribali per permettere a studenti di destra e di sinistra di sfilare insieme, come si vede in questo video dell'Espresso.

    Secondo la teoria che presento, questo si spiega meglio se si pensa che il Blocco Studentesco non sia un gruppo di "sgherri", "picchiatori" o "mercenari" per conto terzi, ma agisca per conto proprio.

    E che agisca - come è normale per un gruppo militante - per farsi bello, forte e mettersi in testa, non solo all'estrema destra, ma al movimento degli studenti romani. Uno scopo che non ha nulla a che vedere con gli interessi di Emilio Fede o di altri.

    Per quanto riguarda ciò che è successo a Piazza Navona, riprendo, con qualche modifica, quanto è già stato espresso qui in un commento su questo blog dalle Comunità Proletarie Resistenti:
    "Non si tratta di una "rissa tribale", ma di un'azione militare/militante per punire chi dal mattino si è messo a picchiare i ragazzini ed i compagni per prendere la testa del corteo."
    In altre parole, a un certo punto, vicino al Senato, il corteo di Blocco Studentesco proveniente da Piazzale Flaminio e con il furgone bianco ha cercato di entrare in Piazza Navona prima dei Cobas, per dimostrare di essere loro la vera guida del movimento.

    E' probabile che abbiano cercato il sorpasso in maniera molto aggressiva, forse dopo una certa discussione - a sorpresa, proprio in un video del Blocco Studentesco, si vede lo stesso Piero Bernocchi, leader storico dei Cobas, che dialoga con i giovani del Blocco Studentesco (video disponibile fino a poco tempo fa su Youtube e sul sito del Blocco, poi rimosso non so perché). Dallo stesso video, si vede che il Blocco Studentesco ha un bel seguito di giovanissimi studenti; ma anche che i giovani dei Cobas che loro si trovano davanti sono quasi tutti adolescenti dall'aria assai mite.

    Il mitico Primo Sasso forse non sapremo mai chi l'ha lanciato; ma si ha ben chiara l'impressione che il Blocco Studentesco abbia lanciato il secondo e pure il terzo.

    Tirando fuori cinghie, menando pugni (ma, mi sembra, senza usare ancora le ormai famose bandiere-bastone) e travolgendo anche ragazzi che c'entravano poco o nulla, i militanti di Blocco Studentesco ce l'hanno fatta, pare: tutti i successi precedenti avevano generato in loro l'illusione di potersi permettere il colpaccio di porsi, primo gruppo di destra nella storia romana, alla testa del "movimento".

    Blocco Studentesco ha poi improvvisato un comizio sul furgone, nella piazza, in una situazione di generale tranquillità.

    Ma nel frattempo si era sparsa la voce, magari esagerata ma vera nella sostanza, dell'aggressione fascista, e si è radunato un numeroso gruppo di giovani di sinistra che ha caricato i militanti del Blocco Studentesco.[2]

    I quali hanno improvvisamente scoperto che a destra, molti consensi non coincidono con molta militanza. Le centinaia, forse anche migliaia di studenti che li avevano seguiti sono scomparsi alla prima carica; e i militanti del Blocco Studentesco hanno dovuto tirare fuori i bastoni (non mi risultano altre armi) che mascheravano - per evidenti motivi legali - come aste di bandiere.[3]

    La presenza dei giornalisti ha fatto il resto. Con risultati presumo devastanti proprio per il Blocco Studentesco. Che nei media compare come un minuscolo gruppo di provocatori cerebrolesi al soldo di non si sa bene chi, e che alla fine le prendono pure. E senza più possibilità di portare i ragazzi che li seguivano in piazza. Mentre un gruppo abituato a fare campagne scuola per scuola, non ha nulla da guadagnare da un'improvvisa, ma effimera fama televisiva.

    E'chiaro che i media hanno subito speculato sul fatto, ma questo è un automatismo che non ha bisogno di alcun complotto.

    Non è facile dire se il governo ci abbia guadagnato, dalla caratterizzazione dei suoi critici come gente rissosa, o se ci abbia rimesso dall'inevitabile coinvolgimento in accuse di torbide trame e di inefficenza.

    In fondo, Berlusconi ha sempre voluto che l'Italia apparisse come il set del Mulino Bianco. Certamente, le organizzazioni di sinistra hanno guadagnato in un colpo solo il controllo delle piazze e l'espulsione delle destre "antagoniste" (ma non per questo sospetto un "complotto di sinistra").[4]

    Comunque, anche se è possibile che il bilancio alla fine sia favorevole al governo - come sostiene ad esempio con argomenti non peregrini Upuaut - non credo che sia necessaria alcuna teoria del complotto. [5]

    E' facile che questa teoria appaia come una sorta di giustificazione del Blocco Studentesco. In un certo senso è vero: quando le accuse sono surreali, richiamare alla realtà significa anche ridimensionare; ma è possibile criticare, e al limite anche combattere, solo ciò che è reale.

    E' chiaro che la teoria che propongo funziona, se quelli del Blocco Studentesco sono esseri umani e non Provocatori. Cioè se sono persone con propri interessi.

    Immaginiamo un gruppo di persone che abbia idee discutibili (nel senso che se ne può discutere), che sgomiti per farsi strada con mezzi discutibili, che scenda a compromessi discutibili, ma proprio per questo non cerchi di suicidarsi politicamente. Solo a questo punto, dopo aver litigato con i complottisti dell'11 settembre, i seguaci di Beppe Grillo e i nemici del Blocco Studentesco, posso permettermi di litigare anche con il Blocco Studentesco.

    Chiaramente, se i militanti del Blocco Studentesco sono degli automi mercenari, la mia teoria non funziona. E' una possibilità anche quella, ovviamente, ma andrebbe sostenuta con una teoria speculare a quella che ho presentato io.

    E a questo punto ci vuole una foto molto romana, che mostra uno spirito allegro e libero da complottismo e da vittimismo (ricordiamo che il Blocco Studentesco è l'emanazione giovanile di Casa Pound):


    Nota:

    [1] Questo indicherebbe che la convivenza fu possibile anche per quelli di sinistra, smentendo la tesi della "intolleranza antifascista" sostenuta dal Blocco Studentesco.

    [2] Difficile dire quanto fossero preparati. Da una parte, sembra dalle immagini che molti militanti di sinistra che parteciparono alla carica indossassero caschi, senza probabilmente essere arrivati in motorino; eppure furono costretti ad armarsi saccheggiando un bar della piazza. E' un tipico enigma che probabilmente ha una spiegazione banale.

    Aggiunta: tra i commenti, Khorne offre una spiegazione che sembra plausibile:

    "Rispetto alla nota [2], sulla preparazione dei militanti di sinistra partecipanti alla carica, credo che non fossero attrezzati per un attacco(infatti hanno dovuto arrangiarsi con sedie e tavolini sul posto), mentre ritengo che fossero preparati "difensivamente" per un'eventuale carica della polizia.In alcune manifestazioni a cui ho partecipato erano parecchi i "veterani" ed i "previdenti", assolutamente pacifici, ma molto affezionati all'integrità della loro scatola cranica."


    [4] Le aste di bandiera erano arrotolate curiosamente alla maniera della bandiera ungherese. Credo che sia stata un'ingegnosa risposta alla domanda, come imitare la vecchia usanza dei servizi d'ordine della sinistra di marciare con bandiere rosse arrotolate e tenute orizzontalmente, senza far vedere delle semplici bandiere... verdi. Comunque sul sito del Blocco Studentesco, si vedono foto di cortei studenteschi in cui tengono bandiere italiane aperte.

    [5] Gli argomenti basati sul cui prodest? non sono sempre da respingere, ma richiedono un contesto sensato. Non tutti coloro che ereditano, hanno ucciso i propri genitori.

    Inoltre, il cui prodest? può variare nel tempo. I complottisti dell'11 settembre hanno un argomento forte, quando segnalano che l'11 settembre permise veramente ai neocon di scatenare la grande guerra imperiale. Ma si potrebbe anche dire - con qualche semplificazione - che l'11 settembre si trasformò a lungo termine in un disastro politico, economico e militare per gli Stati Uniti; anzi, a dare ragione a Limes, nella fine dell'impero americano. Però ciò non costituisce una prova decisiva che ad abbattere le Torri Gemelle sia stata... la Russia.

    [6] Prossimamente aggiungerò - spero - anche qualche chiarimento sulle manifestazioni in generale e sul comportamento della polizia, due temi di notevole interesse.

  8. #8
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    ho dato una sbirciatina. Molto bravo martinez, maniera di procedere e ragionare degna di stima.

 

 

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