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  1. #1
    Blut und Boden
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    Predefinito La retorica della patria alla festa dei morti

    La retorica della patria alla festa dei morti

    I politici spolverano le sacre icone e preparano le solite sbrodolate. Queste celebrazioni sembrano un funerale
    Riprende la grancassa attorno al 4 novembre. Era un po’ che non succedeva: comunisti e democristiani l’avevano tacitamente declassato. Oggi però torna forte l’esigenza di una festa patriottica, o - come la chiamano - dell’unità nazionale. I motivi ci sono: l’invasione extracomunitaria (peraltro invocata da molti patrioti proprio come viagra per una identità un po’ rilassata) e soprattutto i sempre più frequenti segni di autonomia e separatismo. È in momenti come questi che – diceva Miglio – si tirano fuori le sacre icone e sbrodolate di retorica.
    Il patriottismo italiano non riesce a togliersi di dosso l’aurea funesta di morti e catafalchi: nato con il “si scopron le tombe, si levano i morti” dell’inno di Garibaldi, si è nutrito di martiri, orfani, vedove, mutilati, sacelli e sacrari, fino alla sua suprema sublimazione nell’iconografia fascista, fatta di teschi, fiamme, feretri e spade insanguinate. Alla fine ci si stupisce dell’automatica associazione cromatica del tricolore con il nero, che induce a gesti apotropaici poco eleganti in confronto ai quali il dito di Bossi è stato un colpo di bon ton.
    Sfiga vuole che il 4 novembre cada anche proprio di fianco al giorno dei defunti e ad Halloween, e non deve stupire che i viali delle rimembranze il più delle volte portino ai cimiteri. Così, se gli americani festeggiano il 4 luglio (giorno dell’indipendenza, che è una bella cosa) con fuochi d’artificio e bevute, o i catalani il 21 aprile (San Giorgio, un gran bel santo) regalando fiori e libri, qui si ricorda la vittoria come un funerale. Ed è appropriato perchè la cosiddetta Grande Guerra è stata soprattutto un grande funerale: 650 mila morti, un milione e passa di feriti, altri 600.000 morti di epidemia “spagnola”, diretta conseguenza della guerra. Non stona che la memoria più tangibile siano ossari, cimiteri e monumenti di eroi morenti, quasi sempre nudi ma con l’elmetto.
    È anche comprensibile che non ci sia granché fra cui scegliere: quella del 15-18 è stata l’unica vera vittoria militare dell’Italia unita, visto che su quella di Abissinia è meglio stendere un patriottico velo.
    Certo non è neppure stata gloriosissima. Innanzitutto la gente non voleva la guerra, ad essa era contraria la maggioranza parlamentare (superata da un articolo dello Statuto che conferiva al re la prerogativa di dichiarare guerre): è stata voluta da una minoranza di esagitati e di furbacchioni. Cominciata rovesciando alleanze e patti sottoscritti e in seguito a un vergognoso mercato su due tavoli, è stata fatta per liberare gente che – in gran maggioranza – se ne stava bene dov’era: Cesare Battisti ha scritto che i trentini, potendo scegliere se ne sarebbero rimasti con l’Austria, che era – non dimentichiamolo – un paese assai più progredito, civile, efficiente e democratico del regno d’Italia. E a guerra finita s’è esagerato “liberando” anche un numero spropositato di tirolesi, sloveni, croati e altri che nessuno poteva ragionevolmente far passare per italiani neppure tirando in ballo Roma imperiale e la Serenissima. Neanche la vittoria militare è stata così fulgida: di fronte c’era un esercito esausto, male armato e male attrezzato che stava in piedi solo per la grande lealtà che soldati, che si diceva fossero oppressi, mostravano per l’oppressore. A contrastare Cadorna nel maggio del ‘15 c’erano pochi riservisti e territoriali, a fermare le sanguinose “spallate” sull’Isonzo truppe male in arnese ma comandate da un croato palluto. Sono bastati pochi battaglioni tedeschi a fare Caporetto e la rotta è terminata sul Piave più per stanchezza degli inseguitori che per baldanza degli inseguiti, peraltro abbondantemente rafforzati da truppe alleate. Neanche la partecipazione è stata un granché: 8.171 volontari contro 160.000 disertori, un esercito di renitenti, 330mila processati, 4mila condannati a morte e un numero imprecisato di decimati e fatti fuori lì per lì da ufficiali e carabinieri. Un costo economico e umano salatissimo: lutti, miseria, lotte sociali, emigrazione e fascismo. Uno sforzo del tutto sproporzionato agli effetti: l’Austria avrebbe lasciato Trento e Trieste anche senza la guerra.
    Dopo 80 anni ci raccontano di nuovo che è stata la quarta guerra di indipendenza, che lì si è forgiata l’unità d’Italia, fra sangue, fango, sporcizia, sudore, odore di paura e di grappa. Beato – diceva Brecht – il paese che non ha bisogno di eroi: che dire di uno cui non ne sono bastati milioni?

    Gilberto Oneto

    Libero, 31 ottobre

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  2. #2
    Lumbard
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    Predefinito

    questi dati reali sulla stupida guerra del 15-18 andrebbero stampati sui libri di scuola
    ma l'inesistente itaglia ha disperatamente bisogno di mistificare la storia, di creare finti martiri e di trovare false mitologie

    grazie Oneto

  3. #3
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    grandissimo Oneto!

    un testo lucido e preciso

    ovvero il contrario di quel che si studia nelle scuole e si sente in tv

  4. #4
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    che l'allega d'abbozzi glielo dica a la russa ...

 

 

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