Il comunismo da Marx a Pol Pot
di Guglielmo Piombini
I numeri dell'ecatombe: 200 milioni di vittime
Lenin e Trotzky artefici del terrore. La pubblicazione del Libro nero del comunismo, il dettagliato resoconto sui crimini commessi dal comunismo nei suoi 80 anni di vita, ha avuto il merito di suscitare tra il pubblico un dibattito su alcune immani tragedie del XX secolo da cui era sempre stato tenuto all'oscuro. Secondo i sei storici francesi autori dell'opera il tentativo di edificazione del comunismo è costato all'incirca 85 milioni di vite umane, senza contare le infinite sofferenze, miserie, privazioni materiali e spirituali che hanno accompagnato il colossale massacro. Per quanto alcune sporadiche voci di commentatori abbiano parlato di "cifre gonfiate", è invece probabile che questi numeri siano inferiori alla realtà, dato che altri studiosi sono pervenuti a stime sensibilmente più alte: Eugenio Corti, citando fondi attendibili, parla di 60 milioni per l'Urss e di ben 150 milioni per la Cina comunista, mentre secondo lo specialista in "democidi" Rudolph Rummel le sole vittime delle repressioni comuniste superano i 110 milioni, a cui bisogna aggiungere circa 35-40 milioni di morti per le carestie conseguenti alle politiche di collettivizzazione dell'agricoltura.
Per lungo tempo questi orrori e fallimenti sono stati spiegati come deviazioni rispetto ad una virtuosa linea originaria incarnata da Lenin, da Trotzky, o da Marx. I nuovi documenti usciti dagli archivi del Cremlino, in buona parte già vagliati dagli storici, hanno però reso politicamente impraticabile ogni richiamo ai due protagonisti della Rivoluzione d'Ottobre. Il personaggio Lenin che esce da queste carte è infatti completamente diverso da quello tramandatoci dalla tradizionale storiografia di sinistra. Dimitri Volkogonov, che ha analizzato più di 3700 di questi documenti segreti, e Richard Pipes, autore di un nuovo monumentale lavoro sul periodo leniniano, hanno dimostrato che tutti gli ingredienti della dittatura staliniana, eccetto l'uccisione sistematica dei compagni di partito, erano già stabilmente presenti nel sistema messo in piedi da Lenin. Dalla creazione dei campi di concentramento alla brutale repressione dei contadini, degli operai, della chiesa, degli intellettuali e degli avversari politici, la direzione di Lenin fu spietata e totalitaria. Il dato più sconvolgente che emerge da questo materiale è però il criminale disprezzo della vita umana manifestato da Lenin in tutti i suoi ordini, nelle quali sembra esistere soltanto la logica dell'annientamento. I verbi sterminare, fucilare, impiccare e terrorizzare sono ripetuti con una frequenza così ossessiva che al confronto Stalin sembrerà quasi un moderato. E il discorso non cambia per l'altro artefice della Rivoluzione Russa, Trotzky, le cui disposizioni (come la sua proposta di militarizzare e schiavizzare l'intera forza-lavoro sovietica, o gli ordini di giustiziare i disertori dell'esercito e i "sabotatori" delle fabbriche), impressionano per la loro spietatezza. L'olocausto rosso del '900 inizia con Lenin e Trotzky, su questo non c'è più ormai seria disputa tra gli storici.
Queste circostanze hanno costretto tutti coloro che ancora oggi sentono il richiamo delle idee comuniste ad arretrare le proprie linee difensive, asseragliandosi sempre più nella difesa del padre fondatore della dottrina, Karl Marx, i cui insegnamenti vengono sbandierati come utili, attuali, e immuni da critiche. Non vi è infatti analisi o commento sui fallimenti e crimini del comunismo che non si concluda con l'esortazione a tenere ben distinti i piani della realtà da quelli dell'ideale; il primo, si dice, non può in alcun modo macchiare l'illibatezza del secondo. Il politologo francese Jean Daniel ha seguito questo canovaccio quando di recente ha affermato che "non si può vedere nel leninismo-stalinismo la fatale, ineluttabile deriva del marxismo teorico" e che il crimine contro l'umanità commesso da Lenin, Trotzky e Stalin "non trasforma il comunismo in un'idea nazista più di quanto l'Inquisizione non trasformi il Vangelo in un'idea stalinista". Al "pregiudizio favorevole" verso Marx, del resto, non si sono sottratti nemmeno i curatori del Libro nero, in cui non compare una sola parola di condanna dei padri fondatori del socialismo scientifico.
Perché salvare Marx? Non vi sarebbe quindi relazione alcuna tra le realizzazioni del comunismo nel XX secolo e gli "ideali umanitari" di Marx, i quali conserverebbero tutte le proprie potenzialità per risolvere i problemi cui si trova di fronte l'umanità alle soglie del 2000. L'estrema importanza strategica che per la sinistra oggi assume la difesa di Marx spiega il motivo per cui mai come in questo periodo si leggano tanti peana alla sua opera, ben di più di quando il marxismo era all'apice del suo successo e proliferavano i marxisti "critici" o "eretici".
Fra le tante affermazioni di questo tipo basti ricordare quella del periodico americano New Yorker, che ha indicato in Karl Marx il pensatore cui bisognerà tornare per capire l'economia del nuovo millennio: "Il capitalismo alla fine del nostro secolo globalizzato appare sempre più simile al mondo senza rimorsi e proletarizzato profetizzato da Marx". E' vero che l'eredità di Marx è stata oscurata dal fallimento del comunismo, "ma questo - dice il New Yorker - non era il suo obiettivo principale. Marx era uno studioso di capitalismo, qui sta la sua modernità. Molte delle contraddizioni che vide nel capitalismo vittoriano hanno ora ricominciato ad apparire come virus mutanti. Marx ha scritto brani illuminanti sulla globalizzazione, l'ineguaglianza, la corruzione politica, i monopoli, il declino della cultura "alta", la natura snervante della nuova esistenza...tutti temi con cui si stanno confrontando di nuovo gli economisti contemporanei, molto spesso senza rendersi conto di ripercorrere le orme di Karl Marx".
Ancora più roboante è stato l'intervento di Hans Magnus Enzensberger, il quale ha commentato con frasi di questo tenore il 150° anniversario della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista: "Alla lettura odierna, questo Manifesto rimane tuttora la più concisa, esaltante cronaca di un processo che ha portato lo scompiglio nel mondo contemporaneo: l'inesorabile spinta verso la globalizzazione...Gli autori infatti...riescono ad analizzare la crisi del meccanismo di fondo dell'economia capitalistica con una precisione ineguagliata dai più celebri guru dei nostri giorni [e] con un'esattezza che confina perfino nella chiaroveggenza...Molte parti dell'opera si leggono come un'opera di grande poesia. Raramente la grandezza e la miseria del XIX secolo sono state illustrate con maggiore forza. Così, mentre la maggior parte delle opere teoretiche del passato sono adesso lettera morta...le vibranti frasi di Karl Marx e Friedrich Engels continueranno a scuotere e illuminare anche il prossimo secolo". Del tutto simile il giudizio dello storico inglese Eric Hobswawn: "Il Manifesto divenne non solo un testo classico del marxismo, ma anche un classico della politica tout court...Alla vigilia del Ventunesimo secolo, quello stupefacente capolavoro ha ancora molto da dire al mondo".
Anche per Barbara Spinelli, "Quel che torna a esser attuale non è il marxismo, ma la descrizione clinica che Marx seppe fare della società borghese e delle sue rivoluzioni mondialiste, nell'Ottocento. E' la sua capacità di osservare con sguardo profetico (sic!) la società, gli individui, il loro rapporto con lo Stato (?), le disperazioni, che oggi fa impressione...Per questo la narrazione di Marx resta utile, a 150 anni di distanza. Non si tratta di ricopiarlo ma di imitarne la forza descrittiva, per capire i contraddittori tempi che si preparano". E' su interpretazioni di questo tipo, quasi mai adeguatamente contestate, che si fonda ancora oggi la grande fortuna di Marx nei media, nei circuiti culturali e all'interno delle università europee e americane.
Murray N. Rothbard, il grande teorico libertario scomparso nel 1995, considerato uno dei massimi pensatori del nostro secolo, è stato il primo economista che ha sviluppato una critica sistematica del marxismo dal punto di vista della Scuola Austriaca. Nel secondo volume della sua ponderosa storia del pensiero economico, uscita postuma, discute in maniera analitica ogni singolo aspetto, economico, filosofico, politico e religioso della dottrina marxiana. Per Rothbard tutta la visione di Marx affonda le proprie radici nel fanatico millenarismo medioevale: non va quindi considerata una teoria scientifica, ma un credo religioso, o meglio una religione secolare. Di essa, dice Rothbard, non rimane nulla da salvare, nè per quanto riguarda la parte distruttiva di critica al capitalismo, nè tantomeno per la parte propositiva di descrizione dei caratteri della società comunista futura: "Marx ha creato in realtà un'autentica tela di sofismi. Ogni singolo punto nodale della teoria è erroneo e fallace, e il suo "integumento" - per usare un buon termine marxiano - costituisce a sua volte una rete di errori. Il sistema marxiano giace in brandelli e in completa rovina; l'"integumento" della teoria marxiana è esploso in mille pezzi molto prima della profetizzata esplosione del sistema capitalista. Oltretutto, lungi dall'essere fondata su leggi "scientifiche", questa struttura composta da materiali scadenti è stata eretta al disperato servizio dell'obiettivo fanatico, folle e messianico della distruzione della divisione del lavoro (cioè della stessa individualità umana) e della creazione apocalittica di un ordine mondiale collettivistico dichiarato inevitabile. Siamo evidentemente di fronte a una variante ateizzata di una venerabile eresia cristiana".
Non solo quindi l'ideale marxiano è erroneo e impraticabile, ma - e in questo sta la forza e l'originalità della critica rothbardiana - è profondamente antiumano proprio nei fini perseguiti. Non è una nobile aspirazione tradita da dei maldestri esecutori, ma una terrificante utopia negativa. Mettendo in evidenza i caratteri della società comunista vagheggiata da Marx, Rothbard arriva alla conclusione che nessuno dei comunismi realizzati, salvo forse quello instaurato dai khmer rossi in Cambogia, eguaglia la mostruosità del modello ideale. In altri termini, i governanti comunisti sono stati tanto più sterminatori, affamatori e tirannici quanto più rinunciavano ai compromessi con la realtà per avvicinarsi al "comunismo puro" nelle forme indicate da Marx.




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; in questo modo in tali paesi (Russia, stati satellite sovietici, pancia islamica; Cina, Vietnam, Corea del Nord) si sviluppava un giovane Capitalismo di Stato che, paradossalmente (pare), sta portando queste nazioni ad essere oggi pienamente liberiste, a dispetto di un Occidente incalzato dalla crisi finanziaria, che si sta ripercuotendo sul'economia reale.

