
Originariamente Scritto da
Florian
Una nazione di ultimi
Il PDL non è di destra e la destra italiana è una sinistra. Ecco perchè l'Italia ha scelto Obama.
Noi de IL CONSERVATORE costituiamo una minuscola frazione conservatrice di quanti su Politica OnLine si dicono di centro-destra o comunque votano per il Partito della Libertà.
Noi conservatori siamo atlantici e crediamo in una politica che sposi la virtù con la libertà. Il compianto Frank S. Meyer, redattore della National Review negli anni sessanta, identificava in questo binomio l'essenza del goldwaterismo fusionista e insieme lo spirito autentico dell'Occidente.
Lo sparuto gruppo di conservatori che su POL tiene alta la bandierina di John McCain si riconosce in questa visione e crede che in una società libera la libertà di impresa e il rispetto dei valori religiosi siano essenziali.
Diversamente il restante, maggioritario ambito che nella società, come sul nostro portale, si riconosce nelle politiche berlusconiane è solito riempirsi la bocca della parola libertà, ma all’atto pratico nulla fa per difenderla o perseguirla.
Il PDL è figlio della democrazia cristiana, del socialismo democratico, del liberalismo riformista e del neofascismo. Nessuna di queste categorie politiche ha mai esaltato la libertà individuale e d’impresa, nella convinzione che lo Stato, unicamente lo Stato, dovesse regolare il processo economico e che la distribuzione della ricchezza sia una cosa buona è giusta.
Chiariamoci: ovunque nel mondo è la sinistra ad identificarsi nel socialismo, una politica volta cioè ad avvantaggiare chi ha un basso reddito con politiche espropriative nei confronti delle classi più abbienti. Negli USA ciò equivale praticamente ad un furto e quasi nessuno si sente di appoggiare simili politiche in quanto non ci si considera poveri di per sé, ma si ha fiducia di poter migliorare sempre la propria condizione economica e di avanzare nella scala sociale. In Europa, specie nel nostro disastrato Paese, questa mentalità è purtroppo inesistente in quanto la nostra società rifiuta la logica del mercato, contribuendo così a bloccare per generazioni un sistema di classi statico, dove la meritocrazia non esiste e il posto di lavoro si ottiene solo grazie al denaro e alle raccomandazioni.
Silvio Berlusconi nel 1994 era un imprenditore di successo, con tre televisioni al seguito, la Mondadori, la Standa ed una grande squadra di calcio vincente in tutta Europa: il Milan. Il suo ingresso nella politica venne salutato come una rivoluzione liberale che si lasciava finalmente alle spalle un cinquantennio contrassegnato dall’indebitamento pubblico, dall’alta tassazione e da una disoccupazione galoppante. Forza Italia, movimento di plastica caratterizzato dalla presenza di soubrettes, pubblicitari e sondaggisti che si affiancavano talvolta persino sovrapponendosi ai politici di lungo corso, era appunto il sogno di un’epoca nuova che si apriva e il miraggio di un’economia non meramente distributiva ma creativa: più opportunità, più lavoro e dunque più ricchezza. I migliori avrebbero spiccato il volo e anche chi non fosse stato in grado di tenere il passo con loro avrebbe comunque beneficiato di questo movimento anarchico di ricchezza.
Purtroppo è capitato invece che a Berlusconi hanno tagliato le gambe. I processi giudiziari, i sindacati e la casta dei poteri forti ne hanno stroncato ogni velleità riformatrice (leggi: di destra), garantendogli, al termine di una battaglia politica durata dieci anni, di governare sì, ma dal centro, alla maniera dei vecchi baroni democristiani. E Berlusconi si è calato perfettamente nel nuovo ruolo di statista, sostituendo Martino con Tremonti e il popolo delle partite IVA con quello delle casalinghe, dei pensionati e dei dipendenti statali.
A questa involuzione del centrodestra italiano ha contribuito in maniera determinante anche il rapporto stretto con Alleanza Nazionale, un partito con idee economiche vecchie se non addirittura imbarazzanti per un partito di destra occidentale (su tutte, la passione per Ezra Pound), che al liberalismo di Hayek ha sempre preferito quello di Gentile.
Oggi il PDL è al governo, la destra è al potere, vivendo con la nazione una luna di miele che non sembra soffrire troppo nemmeno l’autunno caldo delle manifestazioni di piazza. Questo perché Berlusconi ha scelto di operare come De Gasperi e non come Einaudi. L’Italia è malata e lui non la tocca. Ha scelto il profilo basso dell’uomo d’ordine, che ripulisce le strade di Napoli e trattiene Alitalia, compagnia di bandiera, dalle grinfie straniere. Questo nell’ottica di un democristiano o di un postfascista è lo statista perfetto, a-ideologico e modernizzatore. Nel senso però che modernizza lo stato rendendolo più efficiente, ma senza preoccuparsi di regalare maggiore libertà e maggiori opportunità ai cittadini. Cosa da loro peraltro non richiesta e neppure ipotizzata, perché si è persa la cognizione della libertà.
Succede dunque che in Italia la destra faccia una politica statalista, di sinistra liberale, sulla scia di quella che negli USA porta avanti da decenni il Partito democratico. Il New Deal rooseveltiano (ammirato anche da Mussolini), il Piano Marshall… Appena si parla di piano, da noi tutti sugli attenti. Perché la politica del piano nella mente dell’italiano medio significa efficienza. D’altronde abbiamo visto come quando lo stato è assente, questo ruolo venga occupato, bene, dalla malavita organizzata; dunque spazio per la libertà sembra non esserci e i cittadini, di destra come di sinistra, consci di ciò, accettano lo stato manageriale, lo stato forte, come il vero stato, lo stato buono che si preoccupa dei loro problemi.
In questo quadro disperato come possono essere visti i repubblicani americani – una forza che ha fatto dell’ideale di uno stato minimo la sua bandiera – se non una cricca di avvoltoi e di criminali profittatori?
In America il cosiddetto neoconservatorismo viene costantemente accusato, da destra, di essere una compagine di socialisti che venerano il potere statale e accusati di volere il big government. Ma chi conosce i famigerati neocon sa bene a cosa si riduca questo preteso statalismo: la difesa della previdenza sociale! Ora, pensate un po’ cosa succederebbe in Italia se a Berlusconi venisse la malaugurata idea di toccare le pensioni (di anzianità, mica quelle baby) per rilanciare l’economia… Succederebbe la rivoluzione, che dico, verrebbe defenestrato dal suo stesso partito.
Ecco perché l’Italia intera sta oggi con Obama. Perché la cultura d’impresa, la politica liberale dei repubblicani americani (e in misura minore dei tories inglesi), è considerata da noi come un alieno minaccioso, a destra non meno che a sinistra.
Il rifiuto del termine conservatorismo sta anche in questo. Conservatorismo inteso non solo come difesa dello status quo, ma anche come difesa della libertà negativa, la libertà che si usava nell’Ottocento e che venne messa a tacere dal liberalsocialismo. In Italia la libertà spaventa se non è legata alla democrazia sociale; l’uguaglianza di opportunità vale una cicca se non comporta una reale uguaglianza di condizioni. Ecco perché la sinistra vince, anche quando perde. E perché la destra italiana tifa apertamente per Obama. Il nero, il giovane, colui che si crede fuori dagli schemi. Uno così dovrà giocoforza occuparsi degli ultimi e questa speranza, insieme cristiana e socialista, vale tutta la scelta di un voto. Si guarda agli ultimi perché ci sente nell’intimo simili a loro, ancorati storicamente e culturalmente ad una condizione di inferiorità. Questa è l’Italia, una nazione di ultimi.
Florian