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    OMNIA SUNT COMMUNIA



    Pietrogrado 1917: la forza dirompente della rivoluzione


    “Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, l’episodio simbolo della Rivoluzione d’Ottobre.

    “Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo su una città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso dei Soviet e il Comitato Militare Rivoluzionario, i primi decreti del governo sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto Governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Proprio loro, menscevichi e social-rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.


    ARDITI NON GENDARMI


  2. #2
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    7 NOVEMBRE ....917

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  3. #3
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    91 anni, ancora un esempio, con tutti i suoi errori naturalmente, di forza sociale legittima che scardina l'esistente in nome della vita e della solidarietà.
    Studiare il passato anche per capire il presente, scoprirne gli errori e conservarne a futura memoria le glorie e i meriti.

  4. #4
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    100 di questi giorni

  5. #5
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    I rivoluzionari muoiono, a volte muoiono anche le rivoluzioni ma l'esempio e il lascito è imperituro.

  6. #6
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    Sulle piazze il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe! Con la piena d’un nuovo diluvio laveremo le città dei mondi.
    Il toro dei giorni è pezzato. Il carro degli anni è lento. Il nostro dio è la corsa. Il cuore è il nostro tamburo.
    Che c’è di più celeste del nostro oro? Ci pungerà la vespa d’un proiettile? Nostre armi sono le nostre canzoni. Nostro oro le voci squillanti.
    Prato, distenditi verde, copri il fondo dei giorni. Arcobaleno, dà un arco ai cavalli veloci degli anni.
    Vedete, il cielo s’annoia delle stelle! Senza di lui intrecciamo i nostri canti. Ehi, Orsa maggiore, esigi che ci assumano in cielo da vivi!
    Bevi le gioie! Canta! Nelle vene la primavera è diffusa. Cuore, batti la battaglia! Il nostro petto è rame di timballi.

    Vladimir Majakovskij/la nostra marcia/1917

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  7. #7
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    7 novembre, per i comunisti una data che non si cancella Non si tratta di commemorare un evento storico per l'umanità ma di ribadire l'attualità della lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente

    Non vi meravigliate di questa apertura. E' una decisione della direzione e della redazione che ha ritenuto unanimemente di aprire così. La crisi finanziaria globale, la caduta drammatica del potere d'acquisto di salari e pensioni, la svolta autoritaria strisciante che vive il Paese
    la democrazia e i diritti calpestati con sempre più arrogante disinvoltura, ci hanno indotto a questa decisione. Non si tratta di conati nostalgici per esperienze grandi e drammatiche insieme sulle quali abbiamo espresso giudizi forti e definitivi. Non si tratta di rivalutare l'irrivalutabile. Si tratta invece di esprimere semplicemente che la lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente non è stata cancellata. Anzi è attuale, fortemente attuale in Italia e nel mondo. E' la stessa spinta che mosse la classe operaia russa a rompere le catene dello sfruttamento e dell'oppressione con la rivoluzione d'ottobre. I valori che ne furono alla base sono tutti drammaticamente attuali. Nessun revisionismo storico d'accatto, nessun riformismo ambiguo e moderato, nessun estremismo d'avventura, li possono cancellare. Certo oggi, nelle condizioni storiche mutate, la lotta per quei valori si pone in modi e termini diversi. Oggi quei valori vanno conquistati e difesi con la lotta democratica di massa.

    La crisi mondiale del capitalismo ci dice non solo che il capitalismo non ha vinto definitivamente. Ci dice al contrario che l'alternativa al capitalismo non è il capitalismo stesso, ma che la vera alternativa è un socialismo di massa, costruito partendo dalle masse, con il loro consenso, con forme nuove di aggregazione e di organizzazione. La crisi attuale ci dice che tutte le teorie di sacralizzazione del mercato, del capitale e dell'impresa avevano il solo scopo di imporre il dominio incontrastato del capitalismo a danno dei lavoratori e più in generale dei più deboli e degli oppressi.

    E' incredibile come nel giro di un mese autorevoli esponenti del Pd, editorialisti importanti, grandi maitre a penser nostrani, gridino invettive al «capitalismo arcaico» o al «liberismo senza regole», o udite, udite, al «ripristino di un ruolo centrale e diretto dello stato in economia». Ma fino a ieri questi signori non avevano tuonato per la privatizzazione di tutto, Enel, Eni e Telecom compresi? E non erano gli stessi che attribuivano a salari e costo del lavoro tutti mali del Paese? La verità è che di fronte a questa storica debacle del capitalismo hanno perso la bussola. Anzi ne hanno trovato un'altra: lo stato interventista a favore di banche e capitale. Per tutte queste ragioni e tante altre per noi comunisti il 7 novembre è festa. Festa dei valori di classe operaia e popolo che vogliono cambiare lo stato di cose esistenti. Nella democrazia e con la democrazia. La parola comunismo non è indicibile. E' l'unica che si può dire. Prima che col cuore e con l'orgoglio, con la ragione.

    (7.11.08)www.larinascita.org


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