Alcune puntualizzazioni sul significato della lotta indipendentista di aMpI
Alcune puntualizzazioni sul significato e gli orientamenti della lotta indipendentista di a Manca pro s’Indipendentzia.

La lotta d’indipendenza che tra mille difficoltà porta avanti a Manca pro s’Indipendentzia si inserisce appieno nel filone storico dell’indipendentismo sardo moderno (1794 - giorni nostri). L’approfondimento da parte di aMpI del concetto di liberazione sociale come parte integrante di una vera liberazione nazionale, non può e non deve essere confuso con una scelta di scale di valori primari e secondari, né tantomeno con una semplicistica definizione della lotta di liberazione nazionale come un “sottoinsieme” della lotta di classe.

Precisiamo alcune cose: la dominazione di una nazione sull’altra è un fattore che precede di gran lunga la nascita del proletariato moderno, così come, ovviamente, il capitalismo moderno. Sarebbe folle credere che l’oppressione nazionale sia direttamente il frutto della nascita del capitalismo, così come sarebbe perlomeno erroneo credere che la lotta contro l’oppressione nazionale sia un sottoinsieme della lotta di classe. L’oppressione nazionale nel corso della storia è avvenuta sia nell’era della schiavitù, sia nell’era del feudalesimo, e continua anche nell’era del capitalismo. Per questo motivo verrebbe da credere che l’oppressione nazionale, così come la liberazione nazionale, sono ben più “antiche” della lotta di classe. Ma noi ci chiediamo: chi, storicamente, se non le classi sociali potenti e dominanti di una nazione, hanno mai avuto interesse nell’aggressione di un’altra nazione? Era forse la plebe romana che aveva bisogno di invadere la Sardigna per il grano, oppure erano le classi patrizie che nella loro smisurata sete di dominio avevano bisogno anche di grossi approvvigionamenti per eserciti e sconfinate masse di schiavi? Era il contadino o lo stalliere castigliano che avevano bisogno di conquistare la Sardigna, oppure erano le classi dominanti che necessitavano di avamposti militari e terre da dare alla nobiltà decaduta degli hidalgos per dare sfogo alle tensioni interne? Angioy ha combattuto le mire espansionistiche e la fame smisurata dei Savoia e della borghesia piemontese o le velleità di potere dei garzoni di bottega torinesi? L’attuale dominazione italiana nel nostro Paese è frutto della volontà di dominio degli operatori dei call-center, della sete di potere degli operai italiani, oppure questa dominazione appartiene ad un grande disegno di dominio dell’imperialismo italiano?

Noi non pensiamo che nella situazione attuale della nostra patria la lotta di liberazione nazionale possa essere fatta da una sola classe, addirittura crediamo che sia necessario cementare questa esigenza in una grande coalizione di classi sarde. Per questo parliamo di Popolo Lavoratore Sardo, intendendo con questo termine quella stragrande maggioranza di Sardi che vivono del loro lavoro (operai, contadini, pastori, insegnanti, piccoli commercianti, piccoli imprenditori ecc.) di contro a quelli che, pur Sardi di nazionalità, vivono dello sfruttamento dei loro fratelli protetti dalla spada coloniale (politici unionisti & company, grandi speculatori immobiliari, militari di carriera, membri delle Forze di Occupazione Italiana, gestori della grande distribuzione che annienta il commercio sardo, baroni del latte ecc.).

Non siamo noi che dividiamo i Sardi in classi, essi sono già divisi: da una parte gli oppressi dal colonialismo italiano che hanno ben ragione di volersi liberare dell’invasore, dall’altra gli amici e gli approfittatori del colonialismo italiano che non hanno la benché minima intenzione di disfarsi dei privilegi elargiti loro dall’oppressore! Come è dunque possibile considerare sempre e comunque un tutt’uno i Sardi sapendo che uno muore per mano dell’invasore e l’altro è molto spesso la mano dell’invasore? Perciò non solo noi rivendichiamo di essere un’organizzazione indipendentista di classe, ma per giunta aggiungiamo che nessuna organizzazione politica può non essere di classe! O si fanno solo gli interessi del Popolo Lavoratore Sardo, o si fanno solo gli interessi della borghesia compradora sarda, oppure se si cerca di farli entrambi si giunge ben presto ad una inconciliabilità di interessi: a questo punto si sceglie da che parte stare. Perché nel voler fare in eterno gli interessi di entrambi, in breve è sempre la borghesia compradora che prende il sopravvento, perché detiene l’economia (e i soldi per le organizzazioni che la rappresentano), detiene il potere politico-sociale (organizzato in schemi di tipo clanista), detiene la forza della consuetudine (“miglioriamo pure le nostre condizioni, ma senza l’Italia moriamo di fame!”) e soprattutto è eterodiretta da forze molto potenti che stanno a Roma, e le spiegano dove mollare e dove tirare la corda. In definitiva, per ciò che concerne il posizionamento di classe di un’organizzazione politica, possiamo dire che solo facendo gli interessi del Popolo Lavoratore Sardo si può giungere all’Indipendenza. La borghesia compradora sarda ha un unico e imprescindibile interesse: restare quanto più saldamente possibile legata all’Italia. Come è possibile fare gli interessi dell’una e dell’altra parte solo nel nome della nazionalità sarda?

Veniamo ora al nostro modo di intendere il concetto di indipendenza. Non esiste un solo concetto di indipendenza, ne esistono due: uno è quello di indipendenza formale, l’altro è quello di indipendenza sostanziale. Un po’ come nella democrazia, ma di ciò si parlerà un’altra volta. L’indipendenza formale è uno status politico in cui una determinata nazione acquisisce, appunto, lo status di “indipendente”, con propri organismi legislativi, moneta, lingua e così via, ma nella sostanza la struttura economica continua ad essere controllata e diretta dall’esterno, secondo tempi ed esigenze determinate dal dominatore precedente o comunque da un dominatore che ora si sostituisce al vecchio. Quando un Paese acquisisce un’indipendenza formale è abbastanza usuale, per non dire sicuro e dimostrato, che l’assetto politico con relativi ministri, presidenti e governi (e quindi legislazioni che governano la vita di tutti), viene totalmente condizionato dal reale detentore del potere economico. C’è un governo ostile al dominatore economico? Si tagliano i fondi di aiuto economico, si boicottano i prodotti nazionali, si stabiliscono sanzioni, si chiedono risarcimenti ingenti, spesso e volentieri si sviluppano anche lotte interne o colpi di Stato per poter mettere al potere un burattino compiacente. Questo è ciò che tristemente accade da cinquant’anni nei Paesi africani, nei Paesi sudamericani, ma che sta accadendo anche in Iraq, Afghanistan, così come in Kosovo e Montenegro. L’indipendenza sostanziale di un Paese invece è quella che garantisce che, pur nella reciprocità dei condizionamenti dati dai rapporti internazionali, quel determinato Paese è realmente sovrano sul proprio territorio nazionale. Perché oltre a tutti gli aspetti della vita politica e sociale esso controlla la propria economia secondo tempi e modi che gli sono propri. Solo così una nazione può dirsi libera, sovrana, indipendente, perché le proprie scelte (in ogni campo) non sono determinate dai progetti e dalle necessità di altri Stati. Noi siamo per l’indipendenza sostanziale (la quale ovviamente deve essere anche nella forma!), e siamo sicuri che tutti gli indipendentisti sardi e tutte le organizzazioni indipendentiste sarde sono perfettamente d’accordo con noi in questa scelta. Piuttosto noi siamo convinti che la conquista dell’indipendenza sostanziale si ottiene esclusivamente quando essa è frutto della lotta di classi sociali che oggi sono oppresse dal colonialismo. Ci chiediamo invece come fanno le classi compiacenti col colonialismo ad andare alla ricerca di una indipendenza sostanziale! Probabilmente in futuro, piegate dal peso del movimento di liberazione nazionale che cresce, si ritroveranno ad essere anch’esse a favore dell’indipendenza, così come in tutti i Paesi decolonizzati hanno fatto. Ma hanno sempre spinto perché l’indipendenza fosse solo formale e i loro sporchi interessi rimanessero intatti! Appare dunque chiaro che parlare solo di nazionalità e tacere di classe non fa né gli interessi degli sfruttati né gli interessi reali della nazione!