Finiti gli scontri di Piazza Navona e riposte (si spera) mazze, "squadre e compassi" una riflessione su tutto ciò che sta intervenendo fuori e dentro la società si impone. All'indomani delle elezioni politiche eravamo stati facili profeti:i soliti manovratori hanno interesse ad esarcebare gli animi per poter emanare provvedimenti altrimenti impopolari. Ed i manuali degli addetti ai lavori sono chiari in questo senso. Occorre creare gli "stati d'animo", le precondizioni affinché le scelte vadano nella direzione voluta dai "grandi vecchi". Prima i fatti dell'Università La Sapienza, poi i mille episodi di delinquenza comune forzatamente ammantati di razzismo e di coloriture politiche a senso unico. Prove tecniche di trasmissione. Si stava calibrando il tiro per analizzare la risposta di ritorno. E poi siamo arrivati al famigerato "decreto Gelmini" impropriamente definito "riforma" ma che tale non é perché non riforma un bel niente e si mostra come la naturale conseguenza della finanziaria Tremonti improntata alla lotta agli sprechi ed al si salvi chi può.
Pertanto, fatta questa doverosa precisazione, ci si deve interrogare sul decreto e su cosa comporta. Se ci si attardasse esclusivamente in una lettura politico-amministrativa, scaturirebbero analisi e controanalisi contemporaneamente a favore e contro il provvedimento governativo. Ci sarebbero sufficienti argomentazioni per sostenere il decreto ed altrettante per buttarlo nel WC. Ma, ripetiamo, non usciremmo da una dialettica meramente politica. Invece, l'analisi che proponiamo é più profonda ed è relativa ai principi; perché da essi discendono i contenuti e le azioni coerenti con i principi stessi.
Ciò che i ragazzi di "destra" e di "sinistra" con i professori (paradosso inaccettabile fino a qualche tempo fa...) stanno difendendo é una scuola pubblica; ergo una scuola dello Stato con programmi ministeriali. Uno Stato che utilizza le proprie scuole anche per diffondere i veleni laicisti, le "distorsioni storiografiche" sui libri di testo (contestate proprio dai ragazzi di "destra" che ora difendono la scuola pubblica), una cultura positivista ed anticattolica. Insomma, una scuola che nel suo complesso appare funzionale ad un progetto educativo più ampio e che si inserisce a pieno titolo nella "creazione della nuova coscienza del cittadino italiano". Basta rileggersil'allocuzione del Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi nel 2007 che, dopo aver tessuto le lodi del massone Garibaldi, auspicava il potenziamente della scuola pubblica come faro di civiltà (e non è detto che il decreto Gelmini penalizzi necessariamente la scuola pubblica).
Ciò che si ignora (o che si finge di ignorare) é che l'intero sistema appare come un mosaico le cui tessere si incastrano alla perfezione: dissoluzione della famiglia, mass media che contribuiscono a diffondere l'equazione soldi = successo, relativismo culturale, democratismo ad ogni livello. E la scuola assolve benissimo a questo compito affidatole dallo stato laico perchè prepara, anche, il futuro elettore che dovrà esprimere il suo assenso o dissenso col voto, libero, uguale, personale e segreto. Un circo gigantesco in cui le regole sono imposte dallo stesso domatore di bestie ammaestrate.
Chi in questi giorni si è avventurato nelle piazze a protestare contro il decreto Gelmini è stato inconsciamente strumentalizzato da diversi burattinai: i capi di partito (in stile Veltroni o Ferrero) in cerca di riscatto; coloro che avventatamente ed irresponsabilmente credono ancora che la rivoluzione in Italia la si possa fare con le mazzate; i manovratori occulti che hanno bisogno degli scontri e della tensione come negli anni settanta per inventarsi un nuovo arco costituzionale in dimensione bignami.
Tutto questo per chiederci: ma la scuola cosa è? Cosa ha fatto in un contesto democratico come il nostro? Che funzione deve svolgere e che non ha svolto? Già Papini nel 1914 scriveva "Chiudiamo le scuole!" ed uno dei passaggi fondamentali di quello scritto era incentrato sull'inutilità delle scuole. Egli osservava che "le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. Quali? Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della "posizione" e della "carriera". Per i maestri c'è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta "nobile" e che offre, in più, tre mesi di vacanza l'anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani. Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose. Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena (...)".
Lo scritto di Papini si inseriva in una sorta di filone anarcoide ed antiborghese in parte condivisibile ma poi, venne l'enciclica di S. S. Pio XI ("DIVINI ILLIUS MAGISTRI") che incardina il sistema scolastico in un armonico rapporto con la famiglia, lo Stato e la Chiesa. Il Sommo Pontefice, tra l'altro scrive che "(...) la scuola, considerata anche nelle sue origini storiche, è, di sua natura, istituzione sussidiaria e complementare della famiglia e della Chiesa; e pertanto, per logica necessaria morale, deve non soltanto non contraddire, ma positivamente accordarsi con gli altri due ambienti, nell'unità morale più perfetta che sia possibile, tanto da poter costituire, insieme con la famiglia e la Chiesa, un solo santuario, sacro all'educazione cristiana, sotto pena di fallire al suo scopo e di cambiarsi, invece, in opera di distruzione... Da ciò appunto consegue, essere contraria ai principi fondamentali dell'educazione la scuola così detta neutra o laica, dalla quale viene esclusa la religione. Una tale scuola, del resto, non è praticamente possibile, giacché nel fatto essa diviene irreligiosa (...)".
Ecco perché oggi assisitiamo allo sfascio morale della gioventù tutta veline e tronisti fattasi incantare dalle sirene della celebrità a basso costo ed ad ogni costo, iniziata con trasmissioni tipo "Non è la RAI" e proseguita con la TV spazzatura dei reality show, esempio vivente di un mondo voyeristico ed ipocritamente geloso della sua privacy nel contempo. E se la gioventù viene dilaniata nella sua profonda essenza, ne risulta contagiato l'intero corpo sociale. I ragazzi in Piazza Navona, gridavano "Nè rossi, né neri ma solo liberi pensieri!". Slogan ritmato e ripetuto incessantemente dal sapore gradevole e dal volto affascinante. Tanto accattivante quanto vuoto di contenuti e - per questo - pericoloso. I liberi pensatori hanno sempre fatto rima con i massoni e costoro, nella parvenza di cultura che mostrano, sono i primi a cadere in evidente contraddizione. Libero pensiero vuol dire produrre idee affrancandosi da ogni tipo di autorità, sia essa religiosa o laica. "Non esiste alcuna verità assoluta!" dicono costoro, indossando i grembiuli e roteando una cazzuola ma ciò dicendo, i nostri campioni del libero pensiero, non si accorgono di affermare esattamente la proposizione che essi intendono negare...
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