Neanche Obama può salvarci
di Gennaro Malgieri [8 novembre 2008]
Non credo si dovesse attendere l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti per renderci conto che la Grande Mutazione, come suggestivamente la definisce Ferdinando Adornato, caratterizzi la nostra epoca, gli inizi di questo secolo che fanno presagire tormenti e disperazioni. Non credo, francamente, che il cambiamento vada nel senso che molti indicano e, legittimamente, sperano. Il disordine mondiale è quello tipico della fine dei grandi imperi, del tramonto dei cicli storici. Noi ci agitiamo, impauriti e confusi, sul crinale della decadenza. Abbiamo coltivato per troppo tempo illusioni ottimistiche per adattarci alle loro conseguenze nefaste.
Il realismo è stato bandito da oltre due secoli e la nostra visione del mondo è stata improntata ad un messianismo utopistico puntellato da rivoluzioni disumane che hanno scarnificato l’uomo riducendo la sua essenza a materialità fragile e corrompibile. L’inseguimento dell’effimero, manifestatosi nelle forme dell’edonismo e dell’eudemonismo, ha fatto smarrire la strada soprattutto agli occidentali che avevano la pretesa, coltivata soprattutto dai razionalisti, dagli scientisti, dagli illuministi, di guidare i processi mondiali e, sostanzialmente, egemonizzarli. Contando sull’inesauribilità delle risorse e delle potenzialità a loro disposizione. Oggi ci si accorge che non è così; che non può essere così. E la disperazione avvolge il Mutamento. Non è la speranza che va inseguita, ma una fattività quasi titanica per non soccombere a noi stessi. L’America, sia pure con le migliori intenzioni, non è riuscita a costruire un impero, in senso romano, posto che l’accostamento è stato più volte autorevolmente tentato. Essa ha esportato modelli, ma non ha assimilato culture.
E spesso queste le si sono rivoltate contro non riconoscendole alcuna leadership mondiale se non quella economica e militare. Ma per primeggiare nel mondo e resistere non basta la potenza e nemmeno la pretesa di considerarsi la migliore democrazia del mondo (fino a cinquant’anni negli Stati Uniti si praticava la segregazione razziale ed oggi è ancora mostruosamente attiva la mannaia del boia) al punto di avere la pretesa di esportarla con le armi, senza considerare che le “democrazie degli altri” non sono peggiori né migliori, sono semplicemente diverse.
Così come tutte le culture sono differenti e perciò ricche e dunque non omologabili. La decadenza comincia quando si vuole uniformare il mondo, renderlo simile a chi ritiene di avere un pensiero migliore da proporre come modello universale. Perfino la Chiesa, la cui universalità è spirituale e non materiale, ha compreso da secoli che l’uguaglianza sostanziale si fonda sul riconoscimento delle sensibilità diverse. Sensibilità all’interno delle quali ci sono spazi per comprendere liberamente quali possono essere i percorsi di una “nuova amicizia” e, dunque, di una “umanizzazione” praticabile nell’economia, nello sfruttamento delle risorse, nella redistribuzione delle ricchezze, nell’alleanza contro chi vorrebbe accaparrarsi il destino della Terra per farne un uso improprio.
La Grande Mutazione ha avuto inizio con la disumanizzazione dei rapporti con Dio, con la Natura, con le Religioni, con le Culture. Lo spirito della decadenza si è impossessato del nostro presente e del nostro avvenire. Manifestando la sua vitalità con l’invadenza della tecnica i cui tentacoli hanno avvolto le nostre esistenze fino ad annullare l’umanismo che, per quanto già corrotto dal razionalismo, comunque, almeno fino agli albori del Novecento, riusciva a difendersi. L’America di Obama, e oltre Obama, sarà in grado di invertire questa rotta? Ne dubito fortemente. Non perché sia impossibile, e dunque semplice, secondo l’equazione di Adornato, ma per il semplice fatto che i meccanismi mondiali innescati negli ultimi cento anni hanno trasformato il tessuto umano come un organismo geneticamente modificato.
E lo hanno reso irriconoscibile. Aprire le porte alla speranza è un esercizio che soltanto la fede può consentire. Ma oggi chi l’alimenta la fede, i fondamentalisti islamici, gli “atei devoti”, gli scettici di tutti colori, gli egoisti di Wall Street, gli avidi dediti a coltivare la religione dell’usura, i predatori del clima, dell’acqua, dell’ambiente? Il fallimento delle grandi organizzazioni mondiali nel disperato tentativo di gestire le crisi e costruire nuovi equilibri, dovrebbero ricordarci che soltanto ricominciando da ciò che è piccolo è possibile allargarsi alle dimensioni planetarie fino a costruire quella “responsabilità globale” della quale parlava l’altro giorno Adornato. E questa è la sola speranza che mi sento di nutrire anche se tutto congiura contro di essa: gli Stati si liquefanno, i popoli perdono identità, le nazioni si agglutinano fino a diventare poltiglie nelle mani di burocrati che ne organizzano l’esistenza, i rapporti, le esigenze economiche e sociali. Non so se il mondo sia davvero cambiato o stia per cambiare. Riconosco nella ciclicità della storia i ritorni, le epifanie, la decadenza. Il mondo moderno è un cimitero di buone intenzioni fondate sull’idea di un’amicizia globale.
Ma se nessuno si è davvero ingegnato per costruirla, come possiamo ancora crederci. E, soprattutto, quali strumenti abbiamo per costruirla? I conservatori sono gli ultimi realisti in circolazione. Ma non è detto che non si sbaglino anche loro, e spesso purtroppo. Soprattutto quando si allontano alla concretezza e cedono alle suggestioni. Dovrebbero ricordare le vecchie lezioni che opponevano altre generazioni di conservatori ai razionalisti. Nel definire la vocazione del conservatorismo, Gerd-Klaus Kaltenbrunner diceva che «il conservatore ha tenuto fede alla sua vocazione se non intende ciò che solo egli può realizzare come una mera conservazione dei fragili resti di ordinamenti passati, ma come un originale contributo a un nuovo ordine che non solo non è distrutto ma è connesso con la vita. Pronto a conservare fedelmente ciò che la storia ha tramandato e a tener testa senza panico alle novità, egli può essere visto come il vero rivoluzionario d’oggi, a differenza dei sedicenti tali.
La tetraggine che si rimprovera al conservatore non è presente nella sua natura, poiché questa è portata ad interpretare le più gravi distruzioni della storia come ritmi stagionali di un più grande ciclo di rinascite e di rinnovamenti, e a prendere dal passato non la cenere ma il fuoco». I cosiddetti neo-conservatori che con le loro fumisterie hanno avvelenato la Casa Bianca negli ultimi otto anni, sono stati i “traditori” di quel conservatorismo che avrebbe potuto generare un nuovo equilibrio arginando i puerili egoismi di una grande potenza.
Che Obama debba svolgere il lavoro del conservatorismo negato è un paradosso della storia, non solo americana. Ma lui, se vorrà davvero rigenerare l’America e contribuire a stabilire nuovi equilibri planetari, dovrà riconoscere i progressi della decadenza e ridare un ritmo umano alla nuova storia che già vede soggetti inimmaginabili fino ad un decennio fa diventare protagonisti. Perciò classificarlo con le stantie categorie della politica europea significa porre le premesse dell’incomprensione. E questa è sola speranza che mi anima. Con qualche malinconia di troppo.
http://www.liberal.it/dettaglio.asp?id=1079




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