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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    I Santi della Chiesa Ortodossa, conosciamoci meglio!

    In attesa che il Vescovo Silvano possa approfondire le domande risposte senza risposte in questo thread:
    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=182019

    vorrei offrirvi una panoramica che ritengo meravigliosa al fine di conoscere, almeno in parte, i Santi della Chiesa Ortodossa.......
    Alcuni di essi sono condivisi con noi cattolici, altri non ci è concesso di venerarli per questioni "burocratiche" a causa delle divisioni, ma nulla ci vieta di conoscerci meglio e meditare il ricco patrimonio cristiano e culturale che ci unisce saldamente a Cristo Signore..........



    Eustazio I arcivescovo di Serbia († 1286)







    “L'amore è una buona disposizione dell'anima per la quale non si antepone alcun essere all'amore per Dio” (san Massimo il Confessore).

    Il nostro santo padre EUSTAZIO I nacque nel 1230 nella diocesi di Budimlje (entroterra del Montenegro) da genitori ortodossi timorati di Dio, ai quali fin da giovane obbedì onorandoli con sincerità di cuore. Provò amore vivissimo per la vita liturgica, in particolare per i canti e le letture, concentrandosi in continuazione sul significato più profondo delle parole della preghiera. Un giorno, all'età di dieci anni, si presentò ai genitori e disse loro: “Voglio davvero imparare di più sulla nostra fede e l'amore di Dio; vi prego, genitori miei, di procurarmi libri, affinché possa istruirmi”. I genitori lodarono e benedissero il Signore per aver ispirato un così bel desiderio nel loro giovane e amatissimo figlio, che inviarono dal prete locale perché ne avesse insegnamento ed esperienza più piena di fede.


    Affascinato e illuminato dalle vite dei santi, dagli insegnamenti delle Scritture e dei grandi padri e madri della Chiesa, trasformato dalla vita di orazione, digiuno e frequenza ai sacramenti, il ragazzo cominciò a perdere ogni attaccamento alle cose di questo mondo e talora a saltare i pasti e il sonno. Cominciò pure ad amare il Signore Gesù Cristo più dei genitori (cfr. Mt 10, 37; Lc 14, 26).

    A quattordici anni Eustazio decise di abbandonare la casa paterna e recarsi a Zeta (Montenegro costiero) per farsi monaco. Andò al monastero dell'arcangelo Michele di Prevlac, nei pressi di Cattaro, sede episcopale di Zeta. Ricevuto dal vescovo Neofato, gli chiese di essere ammesso nella comunità. Donò allora tutti i suoi averi ai poveri (Lc 18, 22) e iniziò la vita quotidiana del monastero che comprendeva sia la pratica liturgica sia quella ascetica e contemplativa. Trascorrendo giorni e notti in preghiere, digiuni e veglie, il giovane iskusenik (novizio; letteralmente: “uno che viene provato”) divenne in brevissimo tempo noto come un asceta virtuoso e un cristiano devoto. Quindi, dopo un breve periodo, fu accolto fra i monaci; per la sua condotta ascetica, gli fu concesso di vivere in esichia e silenzio in una cella fuori della comunità monastica. L'umiltà e lo spirito gentile di Eustazio lo precedevano ed egli era conosciuto in tutta la Serbia come un vero discepolo di san Sava e il modello di preghiera secondo gli antichi Padri del deserto.

    Subito prima del ventesimo compleanno Dio accese nel suo cuore il desiderio ardente di visitare la città santa di Gerusalemme per venerare il Sepolcro e gli altri luoghi santi. Senza dir nulla a nessuno Eustazio pregava incessantemente il Signore Gesù di fornirgli i mezzi per recarsi dove egli aveva versato il suo sangue per la vita del mondo e aveva compiuto tanti miracoli. Con sua sorpresa, una notte, mentre era in orazione, Eustazio ricevette la visita di due monaci che non aveva mai incontrati. Questi due messaggeri divini lo informarono che il Signore aveva realmente ascoltato le sue suppliche e che erano stati inviati ad accompagnarlo in Terra Santa. Ricevuta, allora, la benedizione del vescovo Neofato, venerate le sante icone di Cristo e del suo messaggero in capo, Michele "guida delle sante schiere", Eustazio e i due monaci partirono per Gerusalemme; lì arrivarono sani e salvi con l'aiuto del Signore e visitarono immediatamente, in pia devozione, il Golgotha, la Tomba di Cristo e gli altri luoghi santi. Inoltre, senza fretta, Eustazio si avventurò a riverire gli anacoreti venerabili e timorati di Dio che vivevano fuori di Gerusalemme. Ne apprese le regole spirituali, i trionfi ascetici e la vita totalmente dedita a Cristo nella lotta contro i demoni.

    Dopo più di un anno in Terra Santa Eustazio, ora ventunenne, decise di rimpatriare; ma invece di tornare nell'amata Serbia, approdò al Monte Athos , per l'ulteriore purificazione del corpo e dell'anima da ogni passione, necessità e affanno terreno. Entrò nel monastero serbo di Hilandar e si consacrò alla Santissima e Sempre Vergine Maria Theotokos, la vera igumena di tutta la Santa Montagna. Si comportava da monaco umile e tranquillo, dedito a costante silenzio mentale e preghiera del cuore; ciò nonostante, si videro entrare nella cella di Eustazio anche gli asceti più anziani, più esperti e saggi dell'Athos, per ricevere la grazia e l'amore di Dio dalle labbra di questo monaco ventunenne. Dopo diversi anni passati a Hilandar i confratelli lo elessero unanimi igumeno della loro comunità.

    Nel reggere il monastero Eustazio incrementò la lotta spirituale contro le sozzure della carne, preferendo guidare più con l'esempio che con le parole. Non fu solo amato e rispettato dai monaci di tutte e venti le comunità dell'Athos, ma godé l'ossequio e la stima dei re, delle regine e dei laici di tutti i paesi ortodossi. Si potevano vedere principi serbi e governanti dei vari centri ortodossi bussare frequentemente alla porta della sua cella per averne lume, conforto e benedizione. Non destò dunque sorpresa quando il virtuoso, venerabile Eustazio, contro la sua umile volontà, venne scelto e consacrato nel 1270 vescovo di Zeta, mentre si trovava nello stesso monastero (dedicato a san Michele Arcangelo) in cui, ventisei anni prima, aveva iniziato il suo viaggio spirituale da novizio quattordicenne. Quando poi nel 1278 l'arcivescovo serbo Gioannicio si addormentò nel Signore, re Milutin, riuniti in assemblea plenaria i vescovi ed altre autorità della Chiesa serba ortodossa, non udì altro nome se non quello di lui come successore sul trono arcivescovile di san Sava. Tutti furono unanimi nell'eleggere Eustazio nuovo arcivescovo di Serbia.

    Dal monastero di Zica a Kraljevo l'arcivescovo Eustazio guidò il gregge come sempre aveva fatto, offrendo la sua immagine di orante, donando e amando incondizionatamente. Fu benvoluto specialmente dai laici della Chiesa serba per il suo costante interessarsi non soltanto alla loro condizione spirituale, ma anche alle loro necessità materiali. Più volte richiamò i responsabili ecclesiastici e politici perché prestassero maggiore attenzione ai bisognosi.

    Sant'Eustazio non governò la Chiesa serba a lungo (1279-1286). Ad appena sette anni dall'ascesa al trono arcivescovile di Zica cadde seriamente malato. Iniziò così a prepararsi per abbandonare questo mondo ed entrare nelle dimore celesti. Benché egli fosse infermo, la sua anima non smise di elevarsi, mostrando a tutti la vita trasfigurata e santificata di cui è fonte la benedetta sofferenza in terra. Poco prima della sua dipartita erano al suo capezzale tutti i vescovi della Chiesa serba ortodossa, molti monaci athoniti e capi di tutti gli altri paesi ortodossi. Vescovi, sacerdoti, monaci e laici erano visibilmente scossi e in vivo affanno, timorosi di perdere il loro grande maestro, asceta e arcipastore. Eustazio non avrebbe voluto nulla di tutto ciò. Levandosi sul letto, recitò le parole del Salmo 33,3: "Magnificate con me il Signore ed esaltiamo insieme il suo nome!". Allora tutti ricevettero l'eucarestia dalle sue mani pure: ognuno di essi era venuto come figlio spirituale per ottenere dal venerabile padre l'ultima benedizione e il perdono dei peccati. Alla fine il beato Eustazio levò le mani al cielo e disse: "Tu solo, Dio degli dei e Signore dei signori, conosci la fine della mia vita; nelle tue mani affido il mio spirito!". Pronunciate queste ultime parole, il santo entrò divinamente e gloriosamente nelle dimore del Signore, il 4 gennaio 1286. Aveva 56 anni.

    Un dolce profumo pervase il corteo funebre diretto alla chiesa del Salvatore di Zica, dove Eustazio fu posto a riposare in una cripta marmorea da lui predisposta con le sue proprie mani. Si ebbero numerosi miracoli dopo il funerale. Spesso il luogo del seppellimento era circonfuso di vivida luce; spesso un profumo soave aleggiava sulla tomba; spesso dalla cripta si udiva una voce recitare preghiere. Un uomo, gravemente malato, spesi i guadagni di tutta la vita in cure varie, alla fine rinunciò ai mezzi terreni e si recò nella chiesa del Salvatore a chiedere aiuto al Signore. Tutte le volte che pregava nella chiesa stava vicino alla tomba di sant'Eustazio. Una notte, in sogno, vide se stesso vicino alla cripta. Gli apparve un uomo gentile e umile di aspetto, in vesti di arcivescovo. L'ammalato lo invocò ad alta voce; si sentì rispondere: "Il Signore mi ha inviato a guarirti; ma non peccare più, altrimenti la tua condizione potrà peggiorare".

    "Ma voi chi siete?", domandò all'arcivescovo l'ammalato facendosi il segno della croce.

    "Sono un servo di Cristo. Sono un monaco, il mio nome è Eustazio, e riposo nel Signore qui, nel monastero".

    Quindi, svegliatosi, l'infermo si recò subito con un'ansia benedetta dal nuovo arcivescovo di Serbia, Giacomo, informando lui e tutto l'episcopato di quanto gli era accaduto in sogno. Dopo questa confessione l'uomo guarì completamente e tutti resero gloria al Signore e al suo santo, Eustazio.

    Inoltre, inspiegabilmente, sbocciarono tre fiori dalla lapide marmorea della cripta, che, tutta in pietra, non aveva terra attorno. Alcuni pensarono che fosse un segno del Signore per rivelare l'immortalità e l'incorruttibilità di Eustazio. Il fatto apparve in tutta la sua rilevanza quando il monaco ecclesiarca vide in sogno un giovane tremendo con una pala incandescente in mano, che disse: "Non comprendi il segno dei fiori? Non capisci l'eterna bellezza e la florida immortalità dei santi del Signore?". A seguito di ciò, e con la benedizione dell'arcivescovo Giacomo, re Milutin ordinò di aprire la tomba. Eustazio vi giaceva integro, profumato, col corpo raggiante, pieno di vita a vedersi. Tutti lo venerarono e il suo corpo fu posto al centro del katholikon (chiesa principale) del Salvatore del monastero di Zica. Di conseguenza il 4 gennaio, giorno della salita al cielo di Eustazio, fu dichiarato festa ufficiale della Chiesa ortodossa serba.

    Poco dopo, per i pericoli causati dai nemici esterni della Serbia, il corpo vivificante e le reliquie di Eustazio, per ordine dell'arcivescovo Giacomo, furono trasferiti da Zica a Pec, dove rimasero nella chiesa del patriarcato fino al 1737, quando vennero portati al monastero dell'Arcangelo.

    "Santo padre Eustazio, hai dimostrato e testimoniato, con l'amore e lo zelo per il Signore e Salvatore Gesù Cristo, che tutta la vita va consacrata e offerta a Dio in sacrificio di soave odore. Noi ti invochiamo, o amorevole: prega per noi, miserabili peccatori, il Cristo, nostro vero Dio, affinché le nostre anime siano illuminate e santificate dallo stesso amore di lui, cui spettano gloria, onore e adorazione assieme al Padre suo senza principio e allo Spirito vivificante, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen".

    KONTAKION Tono 2

    Ricevendo grazia da Dio, padre Eustazio, * sei stato rivestito delle sembianze dei santi gerarchi; * con le labbra hai insegnato piamente a tutti * l'adorazione della Trinità consustanziale; * venerando, perciò, la tua memoria, * glorifichiamo Dio che ha glorificato te.

    Memoria liturgica: 4 gennaio



    Daniel Rogic, Santi della Chiesa ortodossa serba, vol. 1 (gennaio-aprile), Servitium-Interlogos 1997, pp. 23-30

    Fraternamente Caterina LD
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  2. #2
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    Santa Xenia di Pietroburgo

    Una "folle in Cristo" del XVIII secolo

    Poco si sa della vita terrena di questa santa donna, che era veramente, come indica il suo nome, una "estranea" o "straniera" sulla terra, sempre protesa con nostalgia verso la patria celeste. Sappiamo che visse nel diciottesimo secolo, durante i regni delle Imperatrici Elisabetta e Caterina II; ma le date della sua nascita e della sua morte, così come la storia della sua famiglia, ci sono ignote. Ella passò quasi tutta la sua vita a Pietroburgo, e il suo nome era Xenia Grigorievna Petrova, moglie dell'ufficiale dell'esercito e cantore di corte Andrej Feodorovich Petrov.
    All'età di 26 anni, Xenia rimase vedova in condizioni che avrebbero cambiato tutto il corso della sua vita.

    Suo marito, che conduceva la ordinaria vita mondana di quel tempo, morì all'improvviso una sera durante una festa, senza pentimento e senza ricevere i Santi Misteri. Per il dolore, e soprattutto per la preoccupazione per la sorte eterna del marito, Santa Xenia adottò uno strano stile di vita. Si vestì degli abiti del marito, e chiese alla gente di chiamarla "Andrej Feodorovich." Attraverso la morte del suo amato marito, giunse a comprendere la natura incostante e passeggera della vita terrena. Tutti i suoi precedenti interessi mondani persero ogni significato per lei, e la sua esistenza terrena divenne ora il mezzo per ottenere la vita eterna in Dio.

    Contro il volere dei suoi parenti, che protestarono presso le autorità militari, regalò la sua casa e tutti i suoi averi ai poveri, e iniziò a vivere una vita da vagabonda nel quartiere dei poveri di Pietroburgo. Rifiutando ogni aiuto da parte dei suoi amici e parenti, gioì della sua libertà dalle cose di questo mondo. Quando i vestiti di suo marito caddero a brandelli, si vestì di abiti stracciati, sempre verdi e rossi, i colori dell'uniforme del marito, in ogni periodo dell'anno, nonostante il rigido gelo del nord.
    Dopo un certo tempo la Beata Xenia scomparve improvvisamente da Pietroburgo e non fece ritorno per otto anni. Durante questo periodo visitò i santi anziani e asceti di quel tempo, ricevendo da loro istruzioni sulla vera vita spirituale e preparandosi per il difficile compito che doveva ancora intraprendere: la follia per Cristo. Uno dei santi anziani di quel tempo, il Beato Teodoro di Sanaxar, che era ben noto a Pietroburgo, prima come militare di corte e poi come monaco e padre spirituale, aveva egli stesso cambiato vita dopo avere visto la morte improvvisa di un giovane ufficiale a una festa. È possibile che questo giovane ufficiale fosse il marito di Xenia, e che questo singolo triste evento abbia aperto la strada della santità per due santi russi. In ogni caso, è probabile che Xenia sapesse di lui, e che abbia forse ricevuto da lui istruzioni spirituali.

    Dopo il suo ritorno a Pietroburgo, Santa Xenia rimase nello stesso quartiere dei poveri, noto come il "fianco di Pietroburgo." Là visse come vagabonda senza casa, sopportando insulti e derisioni per il suo strano comportamento, ma sempre rifacendosi all'immagine di Cristo, il grande sofferente, che subì gli sputi e gli insulti e una morte vergognosa senza mormorare. Non accettava elemosine dalla gente, se non qualche moneta di rame, che usava per aiutare i poveri. Passava le notti fuori città in un campo, senza dormire, in costante preghiera. Sul suo volto emaciato risplendevano le virtù cristiane della mitezza, dell'umiltà e della gentilezza. Presto iniziarono a rivelarsi in lei elevati doni spirituali. Divenne chiaroveggente, e profetizzava, per mezzo di allegorie e di affermazioni criptiche, eventi futuri non solo degli ordinari abitanti di Pietroburgo, ma persino della famiglia reale. Diversi casi della sua preveggenza ci sono pervenuti.

    Un giorno Santa Xenia andò a visitare una certa Krapivina, moglie di un mercante. Dopo essere stata accolta con calore e aver passato un po' di tempo in conversazione con lei e con altri ospiti, la ringraziò e, preparandosi a uscire, indicò Krapivina dicendo: "Guardate, le ortiche (krapiva in russo) sono verdi, ma presto appassiranno." Nessuno prestò attenzione alle parole della beata, ma presto la giovane Krapivina, che era rigogliosa di salute, si ammalò inaspettatamente e morì. Allora coloro che erano stati presenti ricordarono le parole della Santa e capirono che in quel modo aveva profetizzato la morte prossima della moglie del mercante.

    Un'altra volta Santa Xenia si recò dalla sua buona amica, Parasceva Antonova, a cui aveva affidato la sua casa dopo essere diventata vedova, e le disse: "Te ne stai qui seduta a rammendare calzini, e non sai che Dio ti ha mandato un figlio! Và subito al cimitero di Smolensk!"
    Antonova, che conosceva la beata fin dalla giovinezza, sapeva bene che nessuna parola menzognera era mai uscita dalle sue labbra; e così, nonostante la stranezza di quelle parole, credette immediatamente che qualcosa di straordinario fosse davvero accaduto, e si affrettò al cimitero di Smolensk. Avvicinandosi al cimitero, vide una grande folla, e scoprì che un cocchiere aveva investito una donna gravida, che aveva dato alla luce un figlio proprio sulla strada ed era morta.
    Provando compassione per il bambino, Parasceva Antonova lo portò immediatamente a casa. Né il corpo di polizia di Pietroburgo né la stessa Antonova poterono scoprire chi fosse la madre defunta, e neppure chi fosse il padre del bambino, e così il piccolo rimase con lei. Ella gli diede una buona educazione, e a suo tempo divenne un eminente ufficiale, mostrandosi pieno di rispetto e di amore verso la sua madre adottiva, e prendendosene cura fino alla sua morte. Mostrò anche il più profondo rispetto per la memoria della beata Xenia, che aveva fatto tanto per la madre adottiva, e aveva partecipato direttamente al proprio destino al momento stesso della sua nascita come orfano totale.

    Tra gli amici che Santa Xenia talvolta visitava, c'era la famiglia Golubev: la madre e la figlia diciassettenne, che era molto bella. Santa Xenia amava molto questa ragazza per il suo comportamento mite e tranquillo e per il suo buon cuore.
    Un giorno Xenia venne in visita mentre stavano a tavola e preparavano il caffè. "Oh, bellezza mia," disse alla figlia, "tu te ne stai qui a scaldare il caffè, mentre tuo marito sta seppellendo sua moglie a Ochta. Corri là, in fretta!" Alla risposta sbigottita della giovane, Santa Xenia replicò soltanto con un imperioso "Và!"

    Sapendo che Santa Xenia non diceva mai nulla che fosse privo di significato, e provando riverenza per lei come persona gradita a Dio, le donne obbedirono all'istante e si recarono a Ochta. Là videro un corteo funebre che si recava al cimitero. Si unirono alla processione e presero parte al funerale e alla sepoltura della giovane moglie di un dottore, che era morta di parto. Dopo le funzioni, le donne stavano per partire con il resto dei partecipanti, quando all'improvviso si fece loro incontro il giovane vedovo. Questi, dopo aver pianto amaramente alla vista della terra gettata sopra il corpo della sua amata moglie, perse i sensi e cadde proprio tra le loro braccia. Le donne lo fecero rinvenire, fecero la sua conoscenza, e un anno dopo la giovane divenne sua moglie. Vissero insieme felici fino a tarda età, e chiesero come testamento ai loro figli di prendersi cura della tomba di Santa Xenia e di riverire la sua memoria.

    Un giorno Santa Xenia incontrò una devota amica per strada, la fermò e, dandole una moneta di rame da cinque copechi con l'immagine di un cavaliere, disse: "Prendi la moneta, c'è lo Zar a cavallo; si estinguerà!" La donna prese la moneta, salutò Xenia, e tornò a casa perplessa, chiedendosi il significato di quelle strane parole. Era appena entrata nella via dove viveva, quando vide che la sua casa aveva preso fuoco, ma prima che potesse raggiungere la casa, le fiamme furono spente. Allora ella comprese le parole della santa.

    Nel 1764, l'ex-Zar Giovanni VI, che era stato imprigionato per 23 anni nella fortezza di Schlusselburg a Pietroburgo, fu ucciso durante una rivolta intesa a rimetterlo sul trono. Per tre settimane prima di questo triste evento, Santa Xenia prese a piangere amaramente, tutti i giorni, talvolta per tutto il giorno. Coloro che la incontravano erano mossi a compassione, e credendo che qualcuno l'avesse offesa, le chiedevano: "Perché piangi, Andrej Feodorovich? Qualcuno ti ha offeso?" La santa replicava: "Là c'è sangue, sangue, sangue! Là i fiumi sono pieni di sangue, i canali sanguinano, là c'è sangue, sangue!" e si metteva a piangere ancora di più. Nessuno riusciva a capire cos'era successo a Xenia, solitamente tranquilla e di buon umore, né poteva spiegarsi le sue strane parole. Solo dopo tre settimane, quando la notizia della morte dell'ex-Zar si diffuse per tutta Pietroburgo, tutti compresero che con le sue lacrime e le sue strane parole la Santa aveva profetizzato la sua sofferenza e morte.

    Alla vigilia della Natività di Cristo, il 24 Dicembre 1761, Santa Xenia passò tutto il giorno correndo per le strade di Pietroburgo gridando ovunque ad alta voce: "Cucinate le frittelle! Cucinate le frittelle! Presto tutta la Russia cucinerà le frittelle!" Tutti erano perplessi, chiedendosi il significato delle sue strane parole e della sua condotta. Ma il giorno seguente tutta Pietroburgo udì la triste notizia: La Zarina Elisabetta era morta all'improvviso. Solo allora tutti compresero il significato delle parole della santa: aveva profetizzato la morte dell'Imperatrice, dopo la quale tutta la Russia servì banchetti funebri con le usuali frittelle (blinyi) in memoria dei defunti.


    Una volta, in un mercato di Pietroburgo, i mercanti riuscirono a ottenere da un ricco fornitore una scorta di diversi tipi del migliore miele. C'era miele di fiori di tiglio, e di sorgo, e di altri fiori e piante. Ciascuno aveva il proprio sapore e profumo speciale. E quando i mercanti mescolarono tutti e tre i tipi di miele in un solo barile, si produssero un gusto e un aroma al di là della più fervida immaginazione. La gente comprò subito di questo miele, senza badare a spese. E all'improvviso apparve la Beata Xenia. "Non prendetene, non prendetene," gridò; "non si può mangiare questo miele: puzza di cadavere!" "Sei uscita di senno, Matuskha! Non ci infastidire! Vedi che profitto che ne ricaviamo. E come puoi provare che non si deve mangiare questo miele?" "Ecco come lo proverò!" gridò la santa, e appoggiatasi con tutto il suo peso al barile, lo rovesciò. Mentre il miele colava sul marciapiede, i presenti si raccolsero intorno al barile; ma quando il miele fu defluito, tutti gridarono di orrore e repulsione: al fondo del barile giaceva un enorme ratto morto. Anche coloro che avevano comprato questo miele a caro prezzo e lo avevano portato con sé, lo gettarono via.

    Santa Xenia divenne famosa e riverita tra la gente, come una persona che aveva trovato il favore di Dio. La sua stessa presenza in una casa o in un negozio veniva considerata un augurio di prosperità e di successo. Le madri le portavano i loro bambini per ricevere la sua benedizione e le sue gentili parole, nella convinzione che queste avrebbero portato loro salute e felicità.

    Quando una chiesa in pietra fu costruita nel cimitero di Smolensk nel 1794, la santa, ora anziana, portava di notte i mattoni sulla sommità della chiesa, per facilitare il lavoro agli operai il giorno successivo. Solo Dio conosce quali altri lavori ella abbia intrapreso in modo simile.

    Passando così la propria vita in costante disposizione ad aiutare il suo prossimo, in preghiera incessante e con rinuncia a tutti i beni terreni, Santa Xenia visse per 45 anni dopo la morte del suo marito. Quando e come morì non lo sappiamo, ma la sua morte avvenne probabilmente negli ultimi anni del diciottesimo secolo. Fu sepolta nel cimitero di Smolensk.

    Entro il 1820, grandi folle di credenti si radunarono attorno alla tomba di Santa Xenia per pregare per il riposo della sua anima e per chiedere la sua intercessione presso Dio. Così tanti prendevano terra dalla sua tomba, che questa doveva essere nuovamente ricoperta ogni anno. Quando una lastra di pietra fu posta sulla tomba, la gente ne staccava dei pezzi come ricordo della santa. In seguito fu edificata una cappella sulla sua fossa, e anche nei lunghi anni in cui questa è stata chiusa, ci sono delle persone che sono andate a pregare e a raccogliere un poco di terra o un pezzo di pietra dal muro della cappella. I miracoli ottenuti per le preghiere di Santa Xenia non sono diminuiti nel corso degli anni. Anche oggi coloro che chiedono aiuto a Santa Xenia ricevono guarigione da malattie, successo in buone opere, e liberazione da sventure.

    Tropario della Beata Xenia, Tono 7°

    O amante della povertà di Cristo, ora partecipi all'eterno banchetto. Con la tua follia simulata, hai coperto di vergogna la follia di questo mondo. Portando umilmente la croce hai esaltato la gloria di Dio, e perciò hai acquisito il dono dei miracoli. O Beata Xenia, intercedi presso Cristo Dio affinché ci liberi da ogni male attraverso il pentimento.

    Contacio, Tono 3°

    La città di San Pietro ora esulta radiosa, poiché molti afflitti sono stati consolati, sperando nella tua intercessione, o Xenia tuttabeata. Tu sei infatti la gloria e la confermazione di quella città.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
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    Predefinito San Serafino di Sarov il Taumaturgo

    San Serafino di Sarov
    Memoria il 2 Gennaio

    Il santo e teoforo Padre Serafino nacque in Russia, nella città di Kursk, nel 1759. I genitori erano mercanti molto pii e devoti alla Deipara: la Tuttasanta aveva infatti guarito miracolosamente il giovane da una grave malattia.

    Adolescente, Serafino, con la benedizione della madre, lasciò la casa paterna ed entrò nel monastero di Sarov. Occupandosi dei compiti più faticosi ed umili, progredì molto nella virtù e nella pratica della preghiera di Gesù. Trascorsi alcuni anni, si ammalò gravemente. Tuttavia, non volle alcuna medicina, chiedendo unicamente la Santa Comunione. Quando gli fu portata, apparvero in visione la Deipara con i santi Apostoli Pietro e Giovanni Teologo: essa, indicando il giovane malato disse loro. "Egli appartiene alla nostra razza!" Pochi giorni dopo, Serafino guarì.

    Passati otto anni di noviziato, fu tonsurato monaco e successivamente ordinato diacono. Prima di celebrare la Divina Liturgia, trascorreva molte ore in preghiera e, pur avendo ricevuto il carisma delle visioni, continuò a vivere nel silenzio e nell’umiltà. Alla morte del suo padre spirituale, dopo essere stato ordinato sacerdote, ottenne il permesso di ritirarsi in solitudine nella foresta attorno al monastero su di un'altura, da lui chiamata "Monte Athos". Qui restava per tutta la settimana, tornando al monastero solo per partecipare agli uffici liturgici festivi.

    Sopportava volentieri i rigori dell'inverno e l'assalto degli insetti in estate, trascorrendo tutto il tempo in preghiera, immerso nella sante letture od impegnato in altre attività gradite a Dio: ogni suo pensiero ed azione erano compiuti nel ricordo del Signore. Per non dimenticare le sofferenze patite da Cristo durante la Passione e per meditare senza sosta gli altri misteri delle Sacre Scritture, portava legato sulla schiena un grosso evangelario. Mangiava un pane che riceveva settimanalmente al monastero e pochi altri vegetali che crescevano nel suo orto.

    Talvolta, non consumava interamente i pasti, offrendone una parte agli animali selvatici, tra cui un orso, che si presentavano mansueti al'ingresso della sua capanna.

    Le forze del Nemico non potendo tollerare una tale santità scatenarono una furiosa tempesta di pensieri impuri che Serafino sconfisse passando mille notti e mille giorni in piedi o in ginocchio su di una roccia, ripetendo la preghiera del Pubblicano. Tuttavia, tre briganti si presentarono alla sua porta e non trovando niente da rubare, lo colpirono sino a farlo quasi morire. Per quanto fosse ferito gravemente, il santo riuscì a raggiungere il monastero dove, di nuovo, un’apparizione della Deipara lo salvò dalla morte.

    Non potendo più camminare se non con un appoggio, rese il suo soggiorno nella foresta ancora più solitario; raramente infatti si recava al monastero e se incontrava qualcuno, non gli rivolgeva alcuna parola se non un profondo inchino. Alla morte dell’igumeno del monastero di Sarov, i monaci cominciarono a lamentare l’eccessivo isolamento del Padre Serafino, tanto che, in santa obbedienza, fu costretto a ritornare nella sua cella monastica.

    Cominciò per lui il periodo della reclusione. Viveva nel silenzio più totale, leggendo e commentando, durante la settimana, tutto il Nuovo Testamento.

    Nel 1825, terminata la reclusione per suggerimento della Tuttasanta, aprì la sua cella inizialmente ai monaci del monastero e successivamente ai laici che arrivavano sempre più numerosi per ricevere consigli e parole di consolazione. La sua porta restava aperta a tutti sino alla notte, accogliendo anche le persone più umili con il saluto della Pasqua: “Mia gioia, Cristo è risorto!”.

    Grazie al dono della chiaroveggenza, sapeva in anticipo le richieste, i dubbi, i peccati non confessati e poteva così dirigere il pellegrino verso le vie della salvezza, esercitando, di fatto, la paternità spirituale.

    Essendogli stato accordato il dono della profezia, predisse molti avvenimenti storici, tra i quali la guerra di Crimea, la carestia e la rivoluzione che avrebbe sconvolto la Russia e la sua Chiesa nel XX secolo. Operava molte guarigioni e tutti avevano per lui la venerazione tributata ad un santo. Molti dei suoi insegnamenti sono stati trasmessi in un libro (il Colloquio con Motovilov) che è il resoconto di conversazioni spirituali avute con l’amico Motovilov.

    Quando era ancora soltanto diacono, ebbe la direzione spirituale del monastero femminile di Divaevo che curò amorevolmente per tutta la sua vita. Nell’ultima apparizione della Deipara, avvenuta alla presenza di una monaca di Divaevo gli fu predetta la morte che giunse nella notte tra il primo e il due gennaio 1833. Dopo la morte, le apparizioni del santo furono numerose ma soltanto il 19 luglio 1903 fu decisa la sua glorificazione tra i santi, alla presenza della famiglia imperiale e di tutto il popolo russo che si trovava unito spiritualmente prima di affrontare la grande prova dell’ateismo bolscevico.

  4. #4
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    Predefinito San Leone il Grande, papa dell'Antica Roma

    San Leone, Papa di Roma
    Memoria il 18 Febbraio

    Ai tempi in cui la Chiesa d'Occidente era in comunione con la Chiesa indivisa, il Papa di Roma, in quanto vescovo della capitale dell'impero e patriarca d'Occidente, godeva di una certa priorità nella comunione della Chiesa ed era considerato, da tutti i cristiani, come il custode per eccellenza della tradizione apostolica, facendo da arbitro nelle questioni dogmatiche. Occupando la cattedra romana in una delle epoche più critiche della storia, durante la quale, oltre alla caduta dell'impero d'Occidente, la Chiesa si trovò ad essere minacciata dalle divisioni causate dagli eretici, san Leone seppe proclamare la dottrina della Verità e adoperò tutte le cure possibili per preservare l'unità della santa Chiesa; pertanto esso è venerato, in Occidente come in Oriente, con il nome di san Leone Magno.

    Nato a Roma da una nobile famiglia originaria della Toscana, entrò presto a far parte del clero, ricevendo la carica di arcidiacono della Chiesa di Roma, incarico che lo portò a stretto contatto con le problematiche ecclesiali e le controversie dottrinali del tempo. Fu durante una delle sue missioni in Gallia che venne a conoscenza della morte di Papa Celestino e che, a sua insaputa, era stato eletto sul seggio patriarcale da tutto il popolo. Sia durante l'intronizzazione che, in seguito nell'anniversario della stessa, Papa Leone esprimeva, nei sermoni, il timore per il compito che gli era stato affidato, confidando nella sola Grazia divina per il governo della Chiesa.

    Arduo era pertanto l'incarico che gli si presentava. L'impero, minacciato dai barbari, era percorso da un rilassamento dei costumi che coinvolgeva persino la Chiesa, scossa dalle eresie. Unendo mirabilmente il rigore alla compassione, san Leone cominciò col risanare la condizione del clero e con il ristabilimento dell'ordine nelle chiese d'Africa e di Sicilia, travolta dall'invasione dei Vandali. All'interno della chiesa d'Illiria, allora dipendente da Roma, consolidò l'autorità del metropolita di Tessalonica e, in Gallia, ristabilì il rispetto per la gerarchia ecclesiastica. Con una sottile perspicacia, mise a nudo le macchinazioni degli eretici manichei, dando così a vescovi e a sacerdoti l'esempio del Buon Pastore con la condotta di una vita irreprensibile dedita totalmente al culto divino e alla stesura di sermoni sobri ed eloquenti. Durante le feste liturgiche edificava il popolo, interpretando i misteri della fede ed esortando a condurre una vita conforme ai principi evangelici.

    Non per la sola opera pastorale, san Leone meritò gli onori della Chiesa, essendo ricordato anche per gli interventi in campo dogmatico. Quando, in seguito, agli intrighi di Eutiche, sostenuto dal potente ministro Crisafo, l'empio eretico pronunciò, durante il falso concilio, giustamente chiamato da san Leone Brigantaggio d'Efeso, la condanna di san Flaviano, il Papa, subito informato, si affrettò a condannare l'accaduto e convocò un concilio dei vescovi occidentali, in vista di annullare i decreti dell'iniqua assemblea di Efeso e di ristabilire la retta fede circa la Persona di Cristo. Precedentemente il falso concilio, san Leone aveva indirizzato una lettera al patriarca Flaviano, nella quale, dopo aver esposto la fede della Chiesa nella divinità di Cristo, scriveva:

    Le proprietà delle due nature (divina ed umana) restano integre ma si uniscono in una sola Persona; la maestosità si è unita all'umiltà, la potenza alla debolezza, l'eternità alla mortalità, affinché fosse riscattato il debito da noi contratto; dal momento che ciò era necessario ai fini della salvezza umana, Gesù Cristo, fatto uomo, è morto nella sua natura umana, rimanendo immortale in quella divina (…)

    Egli ha preso la forma di servo senza aver parte al peccato, risollevando l'umanità senza diminuire la divinità. Così, la kenosi per la quale l'invisibile si è fatto visibile e per la quale il Creatore ha voluto essere come un mortale, è stato un assenso alla misericordia e non una diminuzione della potenza (…) Il Figlio di Dio è dunque venuto in questo mondo, abbandonando la dimora celeste, ma senza lasciare la gloria del Padre ed è nato in nuovo ordine di cose, con una nuova nascita (…) La Persona è quindi, al tempo stesso, vero Dio e vero uomo, in quanto, in essa, è presente sia l'umanità dell'uomo che la grandezza di Dio (…) La Chiesa vive e si perpetua in virtù della fede che, in Gesù Cristo, l'umanità non sussiste senza una vera divinità, né la divinità priva di una reale umanità."

    Si narra che san Leone scrisse questa lettera ispirato dal santo Spirito, dopo aver trascorso molti giorni nel digiuno, nella veglia e nella preghiera. Ma prima di inviarla, la depose sul sepolcro di san Pietro, scongiurando il Principe degli Apostoli di correggerla da ogni errore che poteva essersi introdotto a causa della debolezza umana. Dopo quaranta giorni, il santo Apostolo apparve a Leone durante la preghiera, dicendogli: "Ho letto e ho corretto!" Infatti, aprendo la lettera san Leone la trovò corretta dalla mano di san Pietro. Tale lettera fu consegnata ai legati perché fosse letta al Concilio di Efeso ma fu ignorata dagli eretici. Tuttavia, quando il pio imperatore Marciano e santa Pulcheria convocarono il Concilio Ecumenico di Calcedonia, fu letta solennemente davanti ai Padri che la acclamarono ad alta voce: "E' la fede degli Apostoli, la fede dei Padri! Pietro ha parlato per bocca di Leone!"

    Mentre in Oriente avvenivano queste cose, in Occidente infuriavano i saccheggi di Attila e le orde unne. Dopo aver seminato morte e distruzione in Germania e Gallia, traversate le Alpi, saccheggiarono la regione di Milano e minacciarono Roma. L'imperatore, il Senato ed il popolo, terrorizzati, supplicarono il Papa di intraprendere una marcia di pace verso il tiranno che faceva tremare il mondo intero. Vestito con gli abiti pontificali, alla testa di un imponente corteo di sacerdoti e diaconi che cantavano gli inni, il santo gerarca si presentò ad Attila, suscitando, sorprendentemente, in lui un timoroso rispetto tanto che accettò di ritirarsi, dietro il pagamento di un tributo annuo. Quando i suoi soldati gli chiesero perché avesse dimostrato questa inusuale clemenza, Attila rispose che aveva visto, accanto al Papa, l'Apostolo Pietro, con in mano una spada e negli occhi una terribile espressione minacciosa. Roma fu così miracolosamente risparmiata, ma poco tempo dopo, il popolo ingrato, immemore dei benefici operati da Dio, ritornò ai suoi disordini consueti. Così il Signore, non potendo più trattenere la collera contro la superba città, permise ai vandali di Genserico, sbarcati in Africa, di occupare la capitale e di saccheggiarla nel 455. Il Papa intervenne nuovamente presso gli occupanti e riuscì ad ottenere la promessa di non massacrare il popolo e di non incendiare gli edifici. Si contentarono di un immenso bottino e di deportare una grande parte della popolazione. Appena la furia si acquietò, san Leone si prodigò a consolare gli scampati, a restaurare le chiese devastate, a ristabilire, per quanto possibile, la vita cristiana in una città che, un tempo gloriosa, era ormai decaduta. Riuscì persino a inviare alcuni sacerdoti e consistenti elemosine a coloro che erano stati deportati in Africa. Il resto della vita fu consacrato all'opera pastorale, in particolare, alla correzione degli abusi nella disciplina ecclesiastica e a sostenere, con tutta la sua autorità, la fede di Calcedonia, minacciata dalla reazione dei monofisiti, particolarmente quelli di Alessandria. Rimise l'anima a Dio nel 461, al termine di un pontificato durato ventun'anni.

  5. #5
    Ut unum sint!
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    Predefinito Re: San Leone il Grande, papa dell'Antica Roma

    Originally posted by silvano
    San Leone, Papa di Roma
    Memoria il 18 Febbraio

    oops.. Eminenza qui si bara questo santo e' il Nostro piu' amato Pontefice di sempre

    OK lo so scherzo... e' bello vedere come le nostre radici sono intrecciate
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  6. #6
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Fraternamente Caterina
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  7. #7
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    Padre Giustino (Popovic), il "nuovo filosofo"
    Memoria il 25 Marzo

    Il padre Giustino è stato una figura di primo piano nella testimonianza della Tradizione Ortodossa, sia per la sua dottrina che per la vita nell'ascesi: un vero Padre della Chiesa in pieno XX secolo. Di lui, un monaco del Monte Athos ha scritto: "Ci fu un uomo mandato da Dio , e il suo nome era Giustino".Come gli antichi Padri, egli non ha compreso la dottrina staccata dall'ascesi e dalla tensione verso la santità. "L'unico possibile rinascimento nella Chiesa - amava dire - è un rinascimento nell'ascesi". La sua Teologia, che volle chiamare - intitolando la sua opera di Dogmatica - La filosofia ortodossa della Verità, non è una contemplazione intellettuale dell'essenza di Dio, come la scolastica occidentale, ma la continuazione dell'esperienza vivente della Vita in Cristo. La stessa vita della Chiesa è l'organica continuazione della Vita di Cristo da parte del suo Corpo, secondo l'immagine paolina. Essere cristiani significa essere in Cristo. L'eresia non è soltanto la formulazione intellettuale di un errore dogmatico ma è, soprattutto, separarsi da Cristo. Torna in mente un apoftegma (detto) di un padre del deserto che accettava di essere accusato dei più ed orrendi peccati, ma non di eresia "perché l'eresia è separazione da Cristo".

    "Non c'è niente di più orribile - scrive p. Giustino - di un'eternità senza Cristo. Io ritengo preferibile un Inferno dove fosse il Cristo (perdonatemi il paradosso) ad un Paradiso dove Cristo non c'è. Perché se Cristo non è presente, tutto si trasforma in maledizione ed orrore".

    Il Venerato Padre nacque il giorno dell'Annunciazione (25 Marzo del Calendario Ecclesiastico) del 1894 a Vranje in Serbia e si addormentò nel Signore lo stesso giorno dell'Annunciazione del 1979. L'intera sua vita è segnata da questa data dell'Incarnazione: è un canto al Verbo incarnato principio e fine, alpha ed omega di tutte le cose.

    Nato da una famiglia sacerdotale da diverse generazioni, figlio di un sacerdote, padre Spiridione, e della matuska Anastasia, ricevette fin dalla più tenera infanzia il respiro della "dolce Ortodossia" come il popolo Serbo amava chiamare la fede dei suoi padri , p. Giustino è veramente il frutto eletto di una stirpe che ha vissuto e praticato in profondità la fede cristiana ortodossa della sua nazione.
    Del popolo serbo condivise i momenti dolorosissimi del XX secolo: divenne monaco nel 1915, proprio durante la lunga ritirata dell'esercito serbo che durante l'inverno marciò lungo il Kosovo e l'Albania fino a Scutari, condotto dal vecchio Re Pietro I nelle piane del Kosovo , nel "Campo dei merli" là dove il santo principe Lazaro aveva nel passato , lottando contro i Turchi, preferito "la gloria del regno celeste all'effimera gloria del regno terreno". Imitando la rinuncia del santo, Blagoje (questo era il nome di battesimo di abba Justin) scelse anche lui, dopo un secondo dramma del Kosovo, la gloria eterna, identificando il suo destino a quello della Serbia Ortodossa che scelse di servire nel suo calvario, materiale, morale e soprattutto spirituale.

    La sua formazione fu ricca e complessa, ed anche il suo nome monastico di Giustino - filosofo e martire - gli si addice perfettamente. Con la Filosofia Ortodossa della Verità fu chiamato da Dio a formulare una grande sintesi teologica in un'epoca di relativismo, sintesi nella quale riaffermò la Verità di Cristo, l'Unicità della Chiesa Cattolica ed Ortodossa, Corpo di Cristo vivente ove lo Spirito Santo dimora, unica arca della nostra salvezza in mezzo ai marosi del secolarismo, dell'ateismo, dell'umanesimo, arrogante negatore della centralità di Dio, dell'eresia del relativismo e dell'Ecumenismo.

    In questo si può dire che egli fu davvero un nuovo filosofo.

    Nonostante che la sua formazione si sia svolta in parte in occidente - studiò ad Oxford, dopo il Seminario in Serbia e l'Accdemia in Russia, e poi ad Atene ove conseguì il dottorato in Teologia - dal pensiero occidentale non fu influenzato se non per una maggiore comprensione del dramma dell'occidente stesso.

    Due grandi figure dell'Ortodossia del '900 ebbero influenza sulla formazione di Padre Giustino: il santo Vescovo Nicolaj Velimirovitc ed il Metropolita Antonio Krapovitski.

    Del primo abba Justin ebbe a dire "Sì, è il grande padre di tutti i Serbi, il più grande dopo San Sava".

    L'altro suo padre spirituale, il Metropolita Antonio, fu il primo Presidente del Sinodo della "Chiesa Russa fuori frontiera" uscita dai confini della Patria per preservarne la grande tradizione spirituale, la tradizione della Santa Russia Ortodossa, dopo l'avvento del bolscevismo, e che ebbe la sua sede a Karlovic. Di lui scrisse:"Nella nostra epoca nessun altro ha esercitato maggiore influenza sul pensiero ortodosso del beato metropolita Antonio. Egli ha ricondotto l'Ortodossia fuori dalle strade scolastiche e razionaliste , lungo la via beata ed acetica; egli ha mostrato e provato, in maniera indiscutibile, che la potenza eterna dell'Ortodossia risiede nei Santi Padri , perché solo i santi sono i veri luminari e, per ciò stesso, i veri teologi". Nel Metropolita Antonio vede la luce della tradizione della nazione Russa ortodossa che continua nonostante gli orrori della rivoluzione e del materialismo ateo eretto a sistema.

    Quest'insistenza sul tema della "Nazione Ortodossa" ritorna più volte, come una costante, nel pensiero del p. Giustino. Ma non deve farci pensare ad un nazionalista chiuso alla dimensione universale e cattolica dell'Ortodossia. Al contrario, se l'attaccamento alle radici della nazione ortodossa ha, per lui, il significato di un legame organico, quasi fisico, all'interno del più grande corpo di Cristo che è la Chiesa, il filetismo rappresenta per lui il più grave peccato degli Ortodossi contro la Chiesa. Egli è convinto che l'Ortodossia non abbia limiti nazionali e che le nazioni ortodosse hanno anzi il dovere di portarla sempre oltre i loro confini, com'è avvenuto nell'epoca degli Apostoli e dei Padri.

    Vide con chiarezza il pericolo che il relativismo si introducesse pian piano nell'ortodossia attraverso l'eresia dell'Ecumenismo. Lottò con tutte le sue forze, con gli scritti, con la parola e soprattutto con la vita ascetica perché l'Ortodossia restasse salda nella Vivente Tradizione di Verità ricevuta dagli Apostoli e dai Padri.

    Quando la Chiesa Serba, nel 1965, ,per decisione del Patriarca German (una creatura del regime comunista di Tito) entra ufficialmente nel Consiglio Ecumenico delle Chiese, la coscienza della Chiesa serba, ovvero la voce profetica del Venerato Padre Justin dichiarò: "Noi abbiamo rinnegato la Chiesa Ortodossa, degli Apostoli, deiPadri, dei Concili Ecumenici e siamo diventati membri di un Club eretico, umanistico, umanizzato, fatto dalle mani dell'uomo; un Club che consiste di 263 eresie, ciascuna delle quali è spiritualmente morta".

    Nel 1971 il P. Giustino, che sempre aveva manifestato la sua simpatia per il movimento di resistenza greco (l'attuale vescovo Ireneo (Bulovic), figlio spirituale del P. Justin, da giovane ieromonaco studente ad Atene, andava a celebrare in una chiesa vecchio-calendarista di un monastero di monache, quello della Panaghia Mirtidiotissa alla periferia della città.), rompe la Comunione col Patriarcato Serbo. Alla sua morte nessun Vescovo serbo presenzierà alle esequie.

    Negli ultimi anni, abbandonato il lavoro di insegnamento, restò nel monastero di Celije dove era padre spirituale di quella comunità di Monache da dove però non si stancò, fino alla morte, di far sentire la sua voce di confessore della fede. Egli era consapevole della china ecumenistica e modernista in cui l'Ortodossia stava precipitando ma era sempre più convinto che la preghiera, l'ascesi, la paternità spirituale, più che il gridare scalmanato (che è altra cosa rispetto alla capacità di prendere posizioni ferme quando necessario) fossero necessari alla conservazione di un'Ortodossia fedele alla Tradizione dei Padri.Un'occasione per incontrare gran numero di fedeli erano le annuali commemorazioni del Santo Vescovo Nicolaj, sepolto poco lontano da Celije. Di quelle commemorazioni ci restano magnifiche Omelie che sono veri insegnamenti di fede e lezioni di Ortodossia.

    Le sue opere restano come tra le più preziose testimonianze di una rilettura fedele della Tradizione per gli uomini di oggi, in perfetta e mai soluta continuità con il filo d'oro che dagli Apostoli giunge fino a noi.

    Anche se la Chiesa Serba non lo ha ancora ufficialmente canonizzato, il padre Giustino è venerato ovunque come santo dai veri Ortodossi. Il padre Atanasio Simonopetrita ha composto i testi liturgici in suo onore:
    Apolitikio Tono I

    Il Teologo dalla mente divina onoriamo con splendore,* Il sapiente tra i Serbi Giustino:* con la grazia del santo Spirito ha combattuto l'errore degli atei e l'empietà dei latini* come iniziato del Signore Filantropo ed amante della pietà.*Gloria a Cristo che ti ha glorificato!* Gloria a Lui che ti ha incoronato!* Gloria a Lui che ti ha reso un luminare* nel tempo della tenebra.
    Kontakion Tono I

    Acclamiamo alla fedele ed inesauribile fonte* da cui sgorgano le dottrine ortodosse,* ad un angelo in forma umana animato di zelo divino,* Giustino deiforme,* il germoglio dei Serbi,* che con gli insegnamenti e gli scritti* strenuamente difese* la fede nel Signore.
    Megalinario

    Rallegrati* Giustino amante di Dio,* stella del mattino nuovamente risplendente per tutti gli Ortodossi:* nei nostri tempi hai illuminato il mondo, coi raggi delle divine parole,* e sei stato oppositore dell'eresia.
    p. Daniele Marletta
    www.orthodoxia.it

  8. #8
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    da come e' descritto non mi piace troppo questo Popovic
    ma cmq non e' un santo
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  9. #9
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    Originally posted by catholikos
    da come e' descritto non mi piace troppo questo Popovic
    ma cmq non e' un santo

    concordo.....faccio solo notare come si sta tentando di far conoscere SANTI E BEATI CHE POSSONO UNIRCI E NON DIVIDERCI.....dobbiamo forse inserire storie di santi che dall'ortodossia si sono fatti Cattolici?
    Certo che no!
    ma sarebbe fraterno che i fratelli Ortodossi, con tanti Santi e Beati che hanno, non vadano a cercare proprio quelli che invece di lottare per l'unità della Chiesa, hanno fomentato divisioni......

    Come infatti chiedevo al vescovo Silvano che a quanto pare si è ecclissato....... è necessario sminuire la spiritualità Cattolica per far emergere quella Ortodossa?

    Di tutti questi Santi che abbiamo....... quale Spirito d'Amore ha illuminato l'Ortodossia e quale Spirito d'Amore ha illuminato quella Cattolica? Abbiamo forse un altro Spirito Santo?
    Cristo si è forse diviso?
    Almeno attraverso i Santi, questa COMUNIONE che professiamo nel Credo...almeno per loro, evitiamo di usarli per dimostrare le personali ragioni di una divisione che non proviene da Dio....

    Fraternamente Caterina LD
    Fraternamente Caterina
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  10. #10
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    Predefinito Onestà, amore e verità... e san Fozio scritto da San Giustino

    Credo, cara Caterina, che dobbiamo far conosceere i nostri Santi... indipendentemente che uniscano o no. Altrimenti sontinua nell'equivoco.
    Se volete farci conoscere santi cattolici che prima erano ortodossi non me ne avrò a male, postater un forum per la conoscenza dei Santi cattolici sul forum ortodosso. Ne saremo felici.

    Ovviamente avrei piacere che - invece di dirci che il Santo padre Giustino non vi piace ci spiegaste inn modo articolato il perchè.

    Così come per il Santo che vado a postare, il nostro Santo Padre Fozio , Arcivescovo di Costantinopoli il Grande, pari-agli-apostoli.

    Ammettete però che almeno noi siamo onesti. Gli offici liturgici di san Giustino sono stati composti - come mi pare di acer già fatto notare - dal Granne Inno0grafo del Patriarca Bartolomeo, che ritenete tanto da voi amato perchè va a sbaciucchiarsi, nel corso di cerimonie ecumeniche che vanno contro tutti canoni - con papi e cardinali.
    Noi - almeno - ABBIAMO UNA SOLA FACCIA.
    L'amore, cara Caterina, non si identifica affatto nè con la diplomazia, nè tantomeno con l'ipocrisia.
    Non vi è atto d'amore più grande che dire la Verità al fratello.
    E - tu ci creda o no - io amo i cattolici con tutto il mio cuore.

    P. Justin (Popovic)
    Vita di San Fozio, Patriarca di Costantinopoli
    I nostri Padri Teofori che, nella Chiesa di Dio, hanno disposto ogni cosa secondo il volere del Signore ci hanno lasciato quale sacra eredità questo precetto che essi ricevettero dall'Alto e che a loro volta a loro trasmisero i Santi Apostoli: non c'è virtù più alta della confessione e della difesa della Vera Fede Ortodossa; non vi è infatti, affermano, altra virtù che possa essere considerata così grande davanti a Dio e così benefica per la Chiesa. In realtà la verità è Dio stesso e per noi uomini l'amore e la confessione di questa Verità Divina - nella quale risiede la vera fede della Chiesa - è liberazione, salvezza ed illuminazione. Ecco l'insegnamento che prima di ogni altro hanno proclamato i padri beati la cui vita fu dedicata a lottare affinché fosse conservata intatta la Fede Vera del nostro Cristo, quella che solo conduce alla salvezza e senza la quale non vi è assolutamente per gli uomini partecipazione alla vita eterna. Questa sacra tradizione dei nostri padri, della quale la loro vita fu affermazione e testimonianza, è l'ammaestramento più splendido che è stato dato da seguire alla nostra generazione, ma, mancando questa di zelo per "l'amore della verità" (2 Tess. 2,10) è cresciuta fredda e insensibile nella sua indifferenza per la vera Fede.
    Tra i primi grandi dottori della chiesa i più sublimi zeloti per la fede pura e senza macchia e per la Divina verità furono senza dubbio sant'Atanasio il Grande e san Basilio il Grande eppure in ciò il nostro santo padre teoforo Fozio, confessore e difensore della Fede Ortodossa del Cristo non pare essere loro inferiore. Come loro egli operò per acquisire tutte le virtù che sono davanti a Dio in soave odore e che conducono alla deificazione. In più ancora egli combatté per la Divina verità, per il dogma veridico della fede Ortodossa, per la preziosa eredità che lasciarono alla Chiesa gli Apostoli e i padri divinamente ispirati. Così nella sua lettera Enciclica indirizzata al papa Nicola, san Fozio poteva scrivere queste parole rimaste celebri: "Non c'è nulla di più prezioso della Verità". E nella stessa lettera aggiunge: "Se è veramente importante che in tutto noi siamo fedeli, quanto più ancora dobbiamo esserlo in ciò che riguarda la fede nella quale la minima mancanza, per quanto infima possa essere, costituisce un peccato mortale".
    Invocando il soccorso del nostro Santo Padre Fozio, per l'edificazione ed il progresso spirituale della nostra generazione indifferente alla verità, ci apprestiamo a raccontare la sua santa vita di apostolo infaticabile, votata alla difesa della Fede ortodossa. Certamente non ignoriamo il fatto che san Fozio è stato un segno di contraddizione durante la sua vita come dopo la sua morte perché numerosi furono i nemici che osarono parlare e scrivere contro la sua santa persona. Ma la verità storica messa a nudo e vuotata da ogni disputa sarà più che sufficiente per dimostrare quali furono la statura spirituale del nostro santo Padre e il ruolo senza uguali che egli svolse nella Chiesa per salvaguardare il "Deposito della fede" Ortodossa.
    ***
    Fozio nacque a Costantinopoli verso l'anno 820 da genitori tanto pii quanto illustri e potenti. Suo padre Sergio che era addetto alla corte imperiale nella sua qualità di guardia personale dell'Imperatore e del Palazzo, aveva come fratello San Tarasio, il Patriarca che nel 787 aveva presieduto il VII Concilio Ecumenico nel quale era stata condannata l'eresia dell'iconoclasmo. La madre di san Fozio, Irene, era una donna virtuosa e piena d'amore per Dio. Irene moglie di suo fratello Sergio, era la sorella di santa Teodora, l'Imperatrice che con l'aiuto del santo Patriarca Metodio nel concilio dell'843 aveva ristabilito il culto ortodosso delle sante icone. Fozio che venerava molto la memoria dei Santi Tarasio e Metodio, si accingeva per tutta la vita a camminare sulle orme di questi santi.
    Prima che Santa Teodora ristabilisse il culto delle sante icone, numerosi furono tra i cristiani ortodossi i laici e, ancor più numerosi i monaci e i preti che dovettero sopportare tormenti e persecuzioni di ogni genere. Nel numero di coloro che soffrirono per le venerabili icone, figurano i genitori di San Fozio. Questi veri cristiani ortodossi amavano e veneravano con pietà le sante icone e i monaci virtuosi che si levarono a difenderle. Quante volte la madre di san Fozio aprì la sua porta a quei fratelli le preghiere benedette dei quali ella implorava prima di far loro l'elemosina. Oltre a Fozio la famiglia contava altri quattro figli : Costantino, Sergio, Tarasio e Teodora. Tutti venivano allevati dai loro genitori nella stessa fede e in quella pietà che attinge alle sorgenti eccellenti della preghiera e delle buone opere.
    Ai tempi dell'imperatore iconoclasta Teofilo che regnò dall'829 all'842, mentre infuriavano le persecuzioni contro gli ortodossi, i genitori di San Fozio furono spogliati dei loro beni, perseguitati ed in seguito esiliati con i loro figli in deserti aridi e inospitali ove finirono i loro giorni quali confessori e martiri della Vera Fede per l'amore della quale essi non avevano mai consentito, nemmeno una volta, a rifiutare le sante icone. Così di fronte ad un attaccamento così fedele e la cui costanza non si era mai smentita, gli pseudo-concilii iconoclasti furono incitati a lanciare al padre di san Fozio, al giovane Fozio e a suo fratello, gli stessi anatemi odiosi che avevano già colpito il patriarca Tarasio, loro zio. San Fozio tramandò questo avvenimento nelle sue lettere ed io lo menziono in questa sede solo per dimostrare con quale rovente zelo san Fozio, dalla sua infanzia, confessasse, difendesse e sostenesse la santa fede Apostolica e le giuste dottrine dei Padri.
    Già da bambino, il giovane Fozio era incline alla vita esicasta, quella che punta alla sola preghiera. Basta sentirlo dire:
    Già da bambino, ardevo dal desiderio di liberarmi dalle preoccupazioni e dalle questioni di questa vita e di prestare attenzione solo a ciò che per me era l'unica preoccupazione… dall'infanzia sentivo crescere in me e con me l'amore per la vita monastica."
    La sua inclinazione naturale faceva del giovane Fozio un essere totalmente assetato del desiderio di istruirsi nella scienza e nella virtù. Ancora adolescente impiegò nello studio, del tutto profano, delle arti di questo mondo, il suo grande talento e la sua notevole intelligenza ; persino i suoi nemici devono ammettere la sua saggezza e la vastità delle sue conoscenze. Anche il suo più acre nemico, Niceta di Paflagonia, fu costretto ad ammettere che :
    Fozio, lungi dall'essere di bassa estrazione o di oscure origini, era invece un figlio di genitori nobili che godevano di una grande reputazione. Per quanto riguarda la sapienza di questo mondo e le sue facoltà razionali, era considerato la persona più dotata dell'impero. Aveva studiato grammatica, poesia, retorica e filosofia, medicina e quasi tutte le scienze profane. In esse eccelleva al punto di superare tutti i suoi contemporanei e poteva rivaleggiare con i dotti dei tempi antichi. Riusciva in tutto e ogni cosa gli era profittevole : le sue capacità naturali, il suo studiare diligente e la sua ricchezza che faceva sì che ogni libro arrivasse a lui."
    Dopo che ebbe studiato le lettere, la matematica, la filosofia di Aristotele e le arti di scuola, Fozio, istruito dagli uomini più saggi della sua epoca, approfondì sempre di più il divino studio delle Sacre Scritture e quello della teologia dei Santi Padri. Per quest'ultima egli stesso confessa di averla appresa da un "Anziano" che distingueva il discernimento personale dalla sua esperienza di vita spirituale. Così Fozio si acquistò ben presto una reputazione di dotto e di saggio presso molti giovani che affluivano a lui per giovarsi dei suoi talenti profani e spirituali. Dimenticando la sua giovane età, Fozio li istruiva nella via della saggezza; leggeva in loro compagnia libri salutari per l'anima e di tutti interpretava la lingua e il senso. Non era raro che suo fratello Tarasio ascoltasse le sue lezioni. Più tardi sarebbe venuto il tempo nel quale costui sarebbe stato lontano e avrebbe pregato Fozio di consigliargli dei libri da leggere in viaggio e di dirgli l'opinione che aveva di ciascuno di essi. Proprio per soddisfare questa richiesta spesso reiterata di suo fratello, Fozio avrebbe scritto più tardi quella ricchissima opera che si chiama "Myriobiblos" ossia il libro delle mille opere detto anche "Biblioteca".
    A quest'epoca Fozio senza alcun dubbio avrebbe già potuto soddisfare il suo desiderio di farsi monaco se l'imperatore Michele (842-867) non glielo avesse impedito chiamandolo alla sua corte. Qui il giovane Fozio fu costretto ad accettare, suo malgrado, cariche pubbliche ed onori. Dapprima divenne primo consigliere privato, poi gran cancelliere e gli fu conferita questa carica nonostante che fosse riservata a persone di sicura lealtà verso la corte. Fozio era di saggezza e di capacità così eclatanti che l'imperatore non esitò ad inviarlo in qualità di ambasciatore imperiale per trattare con il califfo persiano affinché cessasse la persecuzione dei cristiani in terra ottomana. Lo accompagnava un suo allievo giovane e pieno di talento, Costantino il Filosofo, che sarebbe stato conosciuto più tardi col nome di Cirillo, il santo apostolo egli Slavi.
    In quei tempi infatti, mentre era al servizio della corte imperiale, Fozio occupava una cattedra professorale nell'Università che il Cesare Bardas, zio e tutore dell'Imperatore, aveva ricostituito a Costantinopoli nel Palazzo Imperiale. Qui insegnava anche il matematico Leone, un erudito di Tessalonica e anche il già ricordato Costantino il Filosofo, il futuro grande Cirillo anch'egli originario di Tessalonica. Benché Fozio non lasciasse quasi mai il Palazzo ove lo trattenevano i molti affari di Stato, egli non perdeva occasione di leggere i libri spirituali dai quali l'anima trae giovamento e nemmeno cessava di istruire i suoi allievi. Sempre in questi tempi si mise a scrivere una quantità di libri edificanti e di commentari alle Sacre Scritture delle quali penetrava le sublimi profondità. Su preghiera del suo amico Anfilochio di Cizico scrisse gli "Amphilochia" ove dà risposta a trecentoventisei quesiti sulle Sacre Scritture. Fra le sue opre figurano anche il "Trattato contro i manichei", la "Mistagogia dello Spirito Santo" e il "Commentario alle Lettere di San Paolo". Oltre a ciò raccolse e compilò nel suo "Nomocanon" le leggi e i canoni della Chiesa, infine scrisse una moltitudine di discorsi e di encicliche e compose un'infinità di inni e di canti liturgici. Preferiamo però al diffonderci sulla sua cultura universale, parlare del resto delle sue imprese che superano in gloria tutto ciò che abbiamo appena detto.
    Dopo una lotta durata molti anni la Chiesa finalmente si era potuta liberare dalla mortale eresia dell'iconoclasmo. Tuttavia restava ancora molto da fare perché tutto rientrasse nell'ordine, ciò perché, secondo le parole stesse del patriarca Niceforo il Confessore, la Chiesa, in quei tempi di lotta, aveva ammesso delle deroghe che non avrebbe mai potuto permettere in tempo di pace. Inoltre come se non fosse stato sufficiente il fatto che questa guerra contro l'eresia iconoclasta ne avesse condotto molti alla perdizione, essa aveva fornito ancora a laici e più ancora a monaci e persino a dei preti l'occasione di fomentare dei torbidi dai quali avevano avuto l'impudenza di trarre profitto e con i quali costoro seminavano nella vita ecclesiale il disordine e la confusione. Prendendo come scusa la lotta contro l'eresia questi individui continuavano a inquietare la Chiesa dopo che la tormenta era già passata e la vera fede aveva ricominciato a regnare con ordine e prevalevano di nuovo l'obbedienza e l'armonia fraterna. In realtà l'austerità esagerata degli uni e il lassismo estremo degli altri provocavano dissensi tra fazioni che causavano grandi danni. La risoluzione di queste questioni era il compito che stava ormai per cadere su San Fozio che occupava da poco la carica di Patriarca come stiamo per vedere.
    La completa vittoria dell'Ortodossia sull'iconoclasmo era stata raggiunta durante il Patriarcato di Metodio che esercitò il suo ministero dall'843 all'847. Questo santo Patriarca governava la Chiesa di Dio con grazia e moderazione. Se si presentavano degli iconoclasti per fare penitenza, la Chiesa li riceveva con amore e li ammetteva nuovamente tra i suoi figli. Ci furono però dei confessori più rigorosi che rimproverarono a San Metodio la sua clemenza al punto di voler rompere ogni comunione con lui. Quando Metodio si fu addormentato, gli successe Ignazio ; costui si era fatto monaco dopo la caduta di suo padre, l'imperatore Michele I (811-813). Metodio benché fosse uomo virtuoso e avesse condiviso molti dei punti di intransigenza di questi monaci, non era stato però in grado di riconciliare le due fazioni che, dilaniandosi fra di esse, dilaniavano la Chiesa. Così scrive lo stesso San Fozio:
    C'erano liti e punti di discordia per mettere tutti contro tutti e per schierarli gli uni contro gli altri; c'era inoltre una sorta di gara a chi avrebbe rotto per primo la comunione con il suo fratello… e, in un tale stato di cose, si cercava un Pastore che potesse unire le membra divise della chiesa affinché la tempesta cominciasse a calmarsi.
    La lite continuava dunque quando nel mese di Agosto dell'857 un contrasto sorse tra il Cesare Bardas e Ignazio che fu deposto. Più tardi però egli stesso rassegnò le dimissioni.
    Per più di un anno il trono patriarcale restò vacante. Alla fine però come in un sentimento comune gli occhi di tutta la Chiesa si fissarono sul solo uomo trovato degno del Patriarcato, sulla sola figura capace di mettere fine alla discordia e riconciliare i due fronti. Si trattava certamente di Fozio, maestro pieno di saggezza e di scienza, segretario dell'Imperatore e suo consigliere. E' così che le parti avverse, la corte intera e il Basileus stesso si rivolsero a lui, ma per molto tempo l'umile Fozio non volle accettare il pesante onere del trono patriarcale. I motivi di questo rifiuto furono dal Santo spiegati in una lettera al Cesare Bardas:
    Sapevo di essere indegno della dignità di gerarca e del compito di pastore. Vedendomi così forzato e costretto, non volevo acconsentire. Piangevo, protestavo e facevo tutto ciò che era nelle mie possibilità per impedire che mi eleggessero contro il mio volere. Pregavo che questo calice si allontanasse da me e piangevo temendo le grandi preoccupazioni e le prove che, sapevo, mi stavano attendendo. Nulla però venne in mio aiuto.
    In un'altra enciclica poi nella quale partecipava a Nicola, papa di Roma, la notizia della sua elezione a patriarca di Costantinopoli, San Fozio, rivelava quali fossero state le cause del suo rifiuto:
    Quando la grandezza del sacerdozio si presenta alla mia mente, quando penso alla distanza che esiste tra la perfezione del sacerdozio e la bassezza dell'uomo, quando misuro la debolezza delle mie forze e mi ricordo la considerazione che ho avuto in tutta la mia vita circa la sublimità di una tale dignità, considerazione che mi ispirava sbigottimento e stupore vedendo uomini del nostro tempo, per non parlare dei tempi antichi, accettare il giogo terribile del pontificato, e, benché fossero uomini presi nei lacci della carne e del sangue, intraprendere a loro grande rischio di svolgere il ministero dei cherubini puri spiriti, quando la mia mente si porta verso questi pensieri e vedo me stesso impegnato in quello stato che mi faceva tremare per coloro che in esso vedevo, non posso dire quale dolore io provi, quale tristezza io senta. Già dalla mia infanzia avevo preso una decisione, che si è sempre più irrobustita con l'età, quella di tenermi lontano dagli affari e dal chiasso e di godere della piacevole dolcezza della vita privata; tuttavia (devo confessarlo a Vostra Santità, poiché nello scriverle le devo la verità), sono stato obbligato ad accettare delle dignità alla corte imperiale e a divenir meno alle mie decisioni: ultimamente, quando colui che prima di noi assolveva l'incarico episcopale, ebbe lasciato questo onore, mi sono visto spinto da ogni parte sotto non so quale impulso, dal clero e dall'assemblea dei vescovi e dei metropoliti, e soprattutto dall'Imperatore che è pieno d'amore per il Cristo, che è buono, giusto, umano e (perché non dirlo?) più giusto di quelli che hanno regnato prima di lui. Sol per me è stato inumano, violento e terribile. Agendo di concerto con la predetta assemblea non mi ha lasciato tregua, prendendo a motivo delle sua pressioni la volontà e il desiderio unanimi del clero che non mi lasciava alcuna scusa, affermando che davanti a un tale suffragio, egli non avrebbe potuto anche se l'avesse voluto accondiscendere alla mia resistenza. Dato che l'assemblea del clero era molto numerosa le mie suppliche non potevano essere sentite da molta gente; coloro che le sentivano non ne tenevano conto; essi avevano solo un'intenzione, una sola ferma risoluzione: quella di caricarmi, anche mio malgrado del peso dell'episcopato.
    La folla immensa dei vescovi, del clero e del popolo, non cessava di insistere. Così Fozio fu ben presto costretto ad accettare molto suo malgrado, questo trono patriarcale rimasto vacante per più di un anno. Nello spazio quindi di una sola settimana percorrendo rapidamente e secondo l'ordine fissato dalla Chiesa i differenti gradi della gerarchia fu fatto monaco e consacrato patriarca. Il primo giorno gli venne conferita la tonsura monastica, il secondo era promosso lettore; il terzo diventava suddiacono; il quarto accedeva al diaconato; il quinto era elevato al sacerdozio. Il sesto era consacrato vescovo. Nella festa della natività il metropolita di Siracusa, Gregorio Asbestas, Eulampio di Apamea e Basilio di Gortina gli imposero le mani elevandolo all'Episcopato. L'elezione del nuovo Patriarca Fozio fu apprezzata da tutti. Certamente vi furono qualche discordia e qualche piccola discussione, ma le due fazioni vedevano in lui un garante della Vera Fede, in lui che quando era piccolo aveva avuto i suoi genitori vittime delle persecuzioni iconoclaste. Inoltre queste vedevano in lui un autentico pastore, in lui che in altri tempi aveva preso parte ai conflitti e ai contrasti e pensavano che avrebbe saputo riconciliare le parti avverse e ricucire le piaghe della Chiesa riconducendo sotto il suo paterno omophorion il gregge diviso del Cristo. Solo cinque vescovi partigiani del santo Patriarca Ignazio insorsero nonostante tutto contro l'elezione di san Fozio. Gli altri partigiani di Ignazio appoggiarono il nuovo patriarca; più tardi però anche tra loro si trovarono alcuni pronti a rivoltarsi contro di lui.
    Non appena fu eletto patriarca, San Fozio nell'859 riunì a Costantinopoli un concilio che si tenne nella Chiesa dei Santi Apostoli. Poi, secondo una prassi ormai molto antica nella Chiesa, inviò al vescovo di Roma e ai quattro Patriarchi d'Oriente una lettera enciclica per partecipare loro la notizia della sua elezione. In quella indirizzata al Papa Nicola, egli affermava che fra tutte le comunioni non ve ne era una più alta di quella che unisce nella fede e nell'amore e, aggiungendo a ciò una professione della sua fede ortodossa, egli confessava alla Santa Trinità l'incarnazione del Figlio di Dio e i sette concilii ecumenici. Con ciò san Fozio ammetteva dunque tutti i Concilii che fino ad allora la Chiesa aveva riconosciuti, respingendo ed anatematizzando tutti quelli che la Chiesa aveva respinti ed anatematizzati. Per finire la sua lettera il santo pregava Dio di elargire alla sua chiesa la pace, di condurre alla salvezza i fedeli e di unirli tutti al nostro Cristo che ne è il capo.
    A Roma dove un emissario dell'Imperatore Michele III aveva l'incarico di portare questa lettera essa arrivò nei primi mesi dell'anno 860, ma il messaggero era stato preceduto da alcuni monaci ribelli, i quali da poco arrivati da Costantinopoli, avevano alla loro testa un archimandrita di nome Teognosto. Teognosto e i suoi monaci si dicevano partigiani di Ignazio il Patriarca decaduto e con i cinque vescovi suddetti rifiutavano di riconoscere in san Fozio il loro patriarca e ciò benché Ignazio avesse rassegnato le dimissioni e riconosciuto Fozio quale legittimo Patriarca. A Roma questi ribelli ottennero un'udienza dal papa agli occhi del quale tentarono di insozzare Fozio e di calunniarlo; essi affermavano che il santo non era che uno pseudo patriarca la cui elezione contravveniva i canoni. Da questo fatto il Cesare Bardas giudicò che Teognosto agiva su istigazione di Ignazio e relegò quindi quest'ultimo nell'isola di Mitilene. E là, nel mare Egeo prese a perseguitare i partigiani di Ignazio, preti e monaci facendoli mettere anche alla tortura. San Fozio ne fu talmente scosso che scrisse a Bardas di metter fine subito a queste persecuzioni minacciandolo in caso contrario di rinunciare immediatamente anche al suo trono patriarcale.
    Strumento del demonio, il papa Nicola fu ben lieto di apprendere dall'Archimandrita Teognosto che Fozio sarebbe stato un semplice laico scelto per essere elevato al rango di Patriarca. Da molto tempo il Papa attendeva che gli si offrisse l'occasione di immischiarsi negli affari della Chiesa di Costantinopoli che desiderava sottomettere al suo potere. Nella sua folle ambizione l'arrogante Nicola bramava di vedere il mondo intero sottomesso alla sua autorità. E' allora che fece produrre nei suoi intrighi contro i sovrani dell'occidente un documento falso, confezionato dalla cancelleria papale e conosciuto sotto il nome di "Donazione di Costantino" con il quale si riteneva che l'imperatore Costantino avesse ceduto ai papi la città di Roma e l'intero impero di Occidente.
    Ora il papa Nicola desiderava inoltre strappare all'Imperatore di Costantinopoli l'Italia meridionale. La Sicilia, tutta la penisola balcanica nonché i paesi slavi che erano ai primi balbettii della fede ortodossa.
    Fino a qual punto questa brama di potere divorasse Nicola lo si può giudicare dall'utilizzazione che egli fece di falsi come le "Decretali Isidoriane" secondo le quali ogni autorità temporale ed ecclesiastica competeva ai papi di Roma. Così si poteva credere che senza il papa di Roma nulla si potesse decidere nella Chiesa. Inoltre nella sua folle ingenuità Nicola arrivava fino a pensare che anche il Cristianesimo non sarebbe esistito senza Roma. Sotto la spinta dell'orgogliosa passione che in lui suscitava il demonio, Nicola colse quindi la fortunata occasione che gli avrebbe permesso, almeno così credeva, di regnare su Costantinopoli. Col pretesto di sposare la causa di Ignazio, il patriarca decaduto, egli concepì il disegno di far deporre Fozio. A questo fine scrisse una lettera a quest'ultimo, mentre ne inviava un'altra all'Imperatore Michele. In esse se la prendeva violentemente con Fozio perché aveva accettato il Patriarcato e più ancora per essere stato elevato così presto dallo stato laico all'episcopato. Approfittando di un invito che gli aveva fatto l'Imperatore di venire a Costantinopoli per assistere ad un concilio che avrebbe confermato la condanna dell'iconoclasmo il papa Nicola delegò ad esso due ecclesiastici con l'incarico di esaminare tutta la questione e di presentare a Roma un rapporto sulla base del quale egli stesso avrebbe emanato un giudizio finale. E' così che alla fine dell'anno 860 i vescovi Rodoaldo e Zaccaria giunsero a Costantinopoli.
    ***
    Nella primavera dell'861 dunque san Fozio che progrediva sempre di più nell'umiltà, nell'amore dell'armonia, e nella stretta osservanza dei canoni ecclesiastici convocò un secondo concilio che si riunì nella chiesa dei santi Apostoli con il consenso dell'Imperatore Michele. Questa assemblea che sarebbe diventata in seguito celebre col nome di CONCILIO PRIMO-SECONDO, era affollata da un gran numero di vescovi tra i quali figuravano i legati del papa Nicola. Durante questo concilio furono unanimemente ratificate le decisioni del VII Concilio Ecumenico, l'eresia iconoclasta venne una volta di più condannata e Fozio veniva riconosciuto da tutti come patriarca legittimo e canonico. Sempre durante questo concilio furono promulgati diciassette santi canoni con lo scopo di ricondurre i monaci ribelli alla giusta regola e alla tradizione ecclesiastica. Quei monaci che non volevano demordere dalla loro qualità di insubordinati ricevettero l'espressa interdizione di lasciare il loro vescovo canonico, per quanto peccatore fosse, perché un simile atteggiamento sarebbe stato sorgente di scisma e di confusione. Il Santo Concilio aggiunse anche che il clero non avrebbe ormai più potuto condannare un vescovo trovato peccatore davanti agli uomini se non attraverso una decisione conciliare; questa regola fu adottata in risposta a quei monaci rigoristi che, di testa loro, si erano separati dal loro nuovo patriarca e dai suoi vescovi. Il Santo Concilio però non tralasciò di stabilire una distinzione tra ribellione ingiustificata e lodevole resistenza per la sola difesa della fede che esso incoraggiava. Su questa materia il Concilio decretò che se un vescovo confessava ufficialmente nella Chiesa un'eresia già condannata dai santi Padri durante i concilii precedenti e se qualcuno in coscienza avesse sentito il dovere di cessare di commemorarlo anche prima della sua condanna d parte di un Concilio, costui, in questo caso, lungi dall'essere biasimato doveva essere lodato per avere in questo modo condannato un falso vescovo. Ciò facendo non divideva la Chiesa, ma combatteva per l'unità della fede (Canone XV). Prevedendo che la brama del potere che divorava il Papa Nicola non sarebbe stata soddisfatta da questi canoni e ciò benché anche i legati personali del papa avessero insieme con tutto il concilio riconosciuto l'elezione del Patriarca del tutto canonica, Fozio scrisse al papa una lettera umile e gonfia d'amore nella quale spiegava a lui come un fratello ogni più piccolo dettaglio. A dimostrazione di ciò basti leggere le seguenti righe tratte da questa lettera:
    Nulla è più venerabile e più prezioso della carità; questa è l'opinione comune confermata dalle Sacre Scritture. Per mezzo di quella ciò che è separato viene unito; le lotte sono pacificate, ciò che è già unito è intimamente legato, viene unito ancor più strettamente; la carità chiude ogni porta alle sedizioni e alle liti intestine, perché "la carità non pensa al male, ma sopporta tutto; la carità spera tutto, tollera tutto, e mai, secondo san Paolo, viene meno". Essa riconcilia i servitori colpevoli con i loro padroni facendo valere, per attenuare la colpa, l'identità della natura. Essa insegna ai servitori a sopportare con dolcezza la collera dei loro padroni e li consola della disparità della loro condizione con l'esempio di coloro che ugualmente ne hanno a soffrire. La carità addolcisce la collera dei genitori contro i loro figli e contro le espressioni di insofferenza di questi ultimi; fa inoltre dell'amore paterno un'arma potente che viene loro in aiuto e impedisce in seno alle famiglie quelle lacerazioni di cui la natura ha orrore. La carità fa finire facilmente le discussioni che sorgono tra amici e li impegna a conservare i buoni rapporti dell'amicizia. Quanto a coloro che hanno gli stessi pensieri su Dio e sulle cose divine benché siano separati dallo spazio e non si siano mai visti, essa li unisce e li identifica dal pensiero e ne fa dei veri amici e se per caso uno di loro ha fatto in maniera troppo sconsiderata delle accuse contro l'altro, essa rimedia a ciò e ristabilisce ogni cosa rinserrando i legami dell'unione."
    San Fozio concludeva così la sua lettera al papa Nicola:
    Ho perduto la mia vita tranquilla e serena, ho perduto la mia gloria (poiché vi sono quelli che amano la gloria mondana), ho perduto i miei cari passatempi, le mie relazioni tanto pure e gradevoli con i miei amici, quelle amicizie dalle quali erano esclusi tristezza, furberie e rimproveri… ora ricevo rimproveri da coloro dai quali attendevo consolazione e incoraggiamento, così si aggiunge dolore a dolore. - Non bisognava, mi si dice, che vi recassi offesa. Dite allora ciò a coloro che me l'hanno fatta. - Non bisognava che vi si facesse violenza. L'affermazione è giusta, ma chi merita il vostro rimprovero? Non sono forse quelli che hanno fatto violenza? Chi sono quelli che meritano pietà? Non sono forse coloro che hanno ricevuto violenza? Se qualcuno lasciasse in pace coloro che hanno fatto violenza, per scatenarsi su colui che l'ha subita, io dalla vostra giustizia potrei sperare che voi lo condanniate.

    I canoni della chiesa, dicono, sono stati violati perché dal rango dei laici sono stato elevato al sacerdozio. Ma chi li ha violati? Colui che ha fatto violenza o colui che vi è stato trascinato di forza e suo malgrado? Ma avrebbe dovuto resistere. -Fino a che punto? -Ho resistito anche più del giusto. Se non avessi temuto di provocare tempeste più grandi avrei resistito ancora fino alla morte. Ma quali sono questi canoni che si pretende siano stati violati? Sono canoni che fino ad oggi la Chiesa di Costantinopoli non ha recepito. Si trasgrediscono i canoni quando c'è il dovere di osservarli, ma quando non vi sono stati trasmessi non commettete alcun peccato non osservandoli.
    Questa lettera colma di divina saggezza e di amore fraterno e in ogni punto conforme alla verità restò senza effetto sul superbo ed arrogante Nicola perché la brama del potere aveva già ottenebrato la sua mente e la sua anima. Così, lungi dall'opporre all'amore fraterno di Fozio la risposta fraterna che meritava la virtuosa correttezza del Patriarca della quale persino i legati papali, di ritorno da Costantinopoli, erano sostenitori, l'odio e il furore del papa non conobbero più limiti. Così nell'agosto dell'863 riunì a Roma un concilio, in esso condannò Fozio e, in dispregio di ogni giustizia, riconobbe Patriarca Ignazio, e con ciò lasciava vedere come ormai il suo gusto del potere superasse ogni limite. Quanto questa passione fosse laida fino all'esagerazione, lo potremmo vedere facilmente quando ci dedicheremo a ricordare la questione dell'evangelizzazione dei popoli slavi e più particolarmente di quella dei bulgari.
    Mentre a Roma il papa Nicola pensava in che modo realizzare i suoi sogni di potere e assoggettare a sé la Chiesa di Costantinopoli, il nostro Santo Padre Fozio, l'Eguale agli Apostoli, invece ben adempiva al suo pesante compito di Apostolo e di evangelista nell'Oriente per la sempre maggior gloria di Dio. Non contento poi di ornare i templi di Dio, di mettere in buon ordine gli affari della Chiesa, di comporre degli uffici divini, di combattere con le eresie nuove e le tracce delle antiche, non contento quindi di fermarsi qui nello stesso momento con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima si consacrò ancora alla predicazione del Vangelo di Cristo anche tra le nazioni vergini di ogni insegnamento. E' a questo scopo che di concerto con l'imperatore inviò come propri delegati presso i Khazani della Russia del Sud i due gloriosi monaci, originari di Tessalonica, Metodio, proveniente dal Monte Olimpo e Cirillo che si chiamava ancora Costantino, il già ricordato amico e discepolo del grande patriarca. E' così che questi fratelli benedetti predicarono con successo il santo evangelo tra questi pagani, molti dei quali accolsero la vera fede. San Fozio fu dunque all'origine dell'evangelizzazione della grande nazione russa alla quale egli aveva inviato il suo primo vescovo e pastore. Qualche tempo dopo, giunsero a Costantinopoli degli emissari del principe moravo Ratislav, venuti a reclamare all'Imperatore e al Patriarca un predicatore del Vangelo e alcuni preti che conoscessero lo slavonico per diffondere tra gli slavi di Moravia la fede del vangelo e i costumi dei cristiani; ancora una volta il santo patriarca e l'Imperatore inviarono questi stessi santi monaci (863) che diventarono così i Padri spirituali dei popoli slavi di Russia. Cirillo e Metodio infatti con i loro discepoli, non contenti di annunciare la buona novella tra gli slavi di Moravia, la diffondevano ormai lungo tutta la penisola balcanica e nelle contrade vicine.
    Era appena passato un anno e si era ormai nell'864, che il principe bulgaro Boris, con tutto il suo popolo, riceveva da Fozio la santa illuminazione del battesimo. Il Padrino di Boris era lo stesso imperatore Michele del quale egli prese il nome al suo battesimo ed è a questo stesso principe Boris-Michele, figlioccio dell'imperatore, che il Santo Patriarca inviò delle lettere con insegnamenti di direzione spirituale ispirati dalla saggezza divina nelle quali notava i compiti e i doveri di un sovrano cristiano.
    Ecco dunque quali furono gli alti fatti evangelici di san Fozio, ma se questi non oscuravano affatto quelli degli apostoli, non di meno gli attirarono l'invidia e l'odio del potente papa Nicola ormai sbandato dalla sete del potere. Nicola era ancor più furioso in realtà per il fatto che a Costantinopoli non c'era più nessuno ormai che prestasse attenzione alla condanna di Fozio che egli aveva pronunciata. Così indirizzò all'imperatore una nuova epistola infamante per san Fozio. Da abile politico, il papa persuase il principe dei Bulgari Boris a separarsi dalla Chiesa di Costantinopoli e a ricevere da Roma il suo clero, cosa contraria ai canoni. Ecco come accadde.
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    ***
    Per estendere la sua autorità anche sulla Chiesa Bulgara da poco costituita e quindi poi sull'intera penisola balcanica, il papa inviò in Bulgaria un notevole numero di preti e vescovi franchi (866). Non appena arrivati, costoro se la presero subito con i preti stabiliti in quei luoghi da Fozio e scatenarono contro di loro delle persecuzioni facendo tutto il possibile per distruggere i riti e i dogmi ortodossi. Non vollero riconoscere valide le ordinazioni dei preti ortodossi e persuasero il popolo a rifiutarli perché erano sposati. Questi falsi preti franchi non riconoscevano la crismazione conferita dai preti ortodossi e crismarono una seconda volta il popolo… Per essere graditi ai più allentarono le regole del digiuno e concessero un certo lassismo morale; istituirono invece il digiuno del Sabato ed introdussero nella Chiesa molte pratiche estranee ad essa. Non potevano però fare male maggiore di quello che fecero predicando la nuova eresia occidentale che fa procedere lo Spirito Santo tanto dal Figlio come dal Padre senza la minima preoccupazione di alterare il Santo Credo cattolico di Nicea.
    Nella sua qualità di padre spirituale dei Bulgari, san Fozio, nel suo amore ardente per la vera Fede e i dogmi dei Padri, non poté più sopportare i crimini che il clero papale continuava a perpetrare con la benedizione del papa Nicola. Così per salvare i suoi figli spirituali ricorse alle armi previste dai canoni ecclesiastici. Decise quindi di convocare un concilio che potesse definire questa materia.
    A questo scopo spedì una lettera enciclica a tutti Patriarchi d'Oriente con la quale li sollecitava a partecipare a un grande concilio che si sarebbe tenuto a Costantinopoli nel quale avrebbero discusso insieme la questione dell'eresia del papa Nicola prima di condannarla. Li pregava di prendervi parte di persona o, in caso di impossibilità, di inviare dei delegati.
    I patriarchi orientali accolsero l'invito di Fozio inviando i propri rappresentanti al Concilio. Così quando nell'estate dell'867 tutti i delegati furono giunti a Costantinopoli, l'assemblea contava non meno di un migliaio tra vescovi, preti e monaci. Presiedeva l'assemblea il patriarca Fozio alla presenza anche dell'Imperatore Michele.
    Il santo Concilio esaminò in primo luogo la condotta criminale e gli insegnamenti eretici dei missionari franchi che il papa aveva inviato in Bulgaria. Condannò ufficialmente la dottrina eretica diffusa dai Latini, sullo Spirito Santo (Filioque) e ribadì la condanna delle precedenti eresie. Il papa Nicola fu condannato, deposto e anatematizzato quale autore sia di quella bestemmia eretica sia di questo scisma che stava dilacerando la Chiesa. In Nicola si stigmatizzarono inoltre il gusto esacerbato del potere, l'arroganza e la volontà di regnare da despota sulla Chiesa di Dio al solo scopo di assoggettarsela tutta.
    Il Concilio si concluse con solenni azioni di grazie indette dal Patriarca Fozio per la vittoria delle fede Ortodossa su tutte le eresie; In esse si glorificava lo Spirito Santo Consolatore per grazia del quale si riuniscono i santi Concilii Ecumenici che annientano il diabolico flagello dell'eresia. Con questo Concilio, il nostro Santo Padre Fozio e i padri che l'assistevano, dimostrarono in maniera eclatante che, senza eccezione alcuna, tutti i Vescovi, e tra loro il Vescovo di Roma, che è soltanto uno di loro, dipendono dall'autorità conciliare della chiesa. E se questa regola era rigorosa in tempi ordinari, come non avrebbe dovuto esserlo di più nel momento in cui vedeva la luce un nuovo insegnamento eretico, cosa che si era già notata ben prima dei tempi del papa Nicola ? Nessuno ignorava che il sesto Concilio Ecumenico aveva condannato il vescovo di Roma Onorio per aver abbracciato l'eresia monotelita; questa condanna comunque era stata ratificata dal settimo concilio. Inoltre la frase famosa di san Fozio secondo la quale è necessario che "ciascuno conosca la sua propria misura" proferita durante il Concilio Primo-Secondo dell'861 e adottata da questo stesso concilio che la fece figurare nel numero dei santi canoni, non può non applicarsi al papa di Roma. Nella Chiesa di Dio infatti non c'è altro capo che Nostro Signor Gesù Cristo che governa la sua Chiesa con lo Spirito Santo per mezzo dei padri e dei concilii.
    ***
    Nello stesso periodo l'Imperatore Michele aveva nominato vice cancelliere un tale macedone, di nome Basilio, che nei primi tempi era stato soltanto il valletto del sovrano ma, a poco a poco, era entrato in familiarità col principe dal quale si fece elevare alla detta dignità. Basilio però bramava il trono e, diventato vittima della sua passione, uccise Bardas, lo zio dell'Imperatore, dopo di che non attese a lungo per cogliere l'occasione di colpire lo stesso sovrano. E' così che in una notte del settembre 867 occupò il trono imperiale. Dal momento in cui ebbe preso il potere, Basilio impiegò tutti i suoi sforzi per assicurarsi questo bene mal acquisito.
    Allora, non trascurando nessuna possibilità di appoggi, qualunque ne fosse il prezzo, decise di ottenere il sostegno di Roma e, poiché non ignorava l'odio del papa verso Fozio e la preferenza di quest'ultimo per Ignazio, Basilio depose con la forza san Fozio dal trono patriarcale e lo relegò in un monastero abbandonato del Bosforo dedicato alla protezione della madre di Dio. Dopo che ebbe ristabilito Ignazio sul trono patriarcale, Basilio tentò di entrare in relazione col papa Adriano che era stato eletto alla morte di Nicola. Su richiesta di Adriano l'Imperatore Basilio e il Patriarca Ignazio riunirono a Costantinopoli, nell'anno 869, un Concilio al quale i legati del papa s'affrettarono a recarsi, ma anche così i seggi dei Vescovi rimasero molto deserti perché costoro, nella gran maggioranza, s'erano ben guardati dal partecipare. Invitato anche dal suo esilio, Fozio rifiutò di partecipare. Non restava altro che la forza per costringerlo, così un inviato del governo imperiale ordinò a dei soldati di prenderlo appunto con la forza. Fozio però, durante tutta la durata dei dibattiti si rinchiuse in un silenzio sereno e quando gli fu richiesta la ragione del suo mutismo egli disse soltanto : "Dio sente la voce dei silenziosi". Gli emissari papali replicarono : "Ma il vostro silenzio non vi preserverà dalla condanna." Al che il Santo Patriarca rispose : "nemmeno il silenzio di Gesù lo preservò dalla condanna". Dopo un altro po' di silenzio non meno lungo del precedente, il legato dell'Imperatore gli domandò : "Dicci quale diritto hai di dire ciò che dici, Fozio ?" E Fozio rispose tranquillamente : "I miei diritti non sono di questo mondo". Da quel momento gli si lasciò una tregua di qualche giorno nella speranza, visto che gli si era permesso di parlare in quel modo, che egli si pentisse. Dopo di che lo si fece di nuovo comparire davanti al Concilio con il suo amico Gregorio che era Vescovo di Siracusa. E mentre egli si recava all'udienza del falso Concilio, il Santo si appoggiava al suo bastone pastorale. Ciò vedendo l'emissario papale Marino pretese con arroganza che questo appoggio gli fosse levato perché, diceva, era l'insegna della dignità episcopale. Subito si eseguì. Per questo gesto però san Fozio non si adirò, né si rattristò. Quando poi il legato del papa desiderò ottenere da Gregorio e dal Patriarca Fozio una sottomissione scritta, garanzia del loro pentimento, costoro gli fecero rispondere di lasciare il pentimento a quelli che ne hanno bisogno". Ancora una volta il legato del papa domandò a Fozio se avesse qualcosa da dire. Rispose: "Siamo stati condotti qua già calunniati, che cos'altro volete che si dica ?"
    Il dibattito giunse in seguito sui vescovi che erano stati trascinati in giudizio perché erano restati fedeli a san Fozio. Uno di questi gerarchi di nome Giovanni di Eraclea, sollecitato dal legato papale ad anatematizzare Fozio, fu sentito rispondere: "Chi anatematizza il suo gerarca sia egli stesso anatema !". Gli altri gerarchi che avevano sposato la causa di Fozio dichiararono : "Non possiamo acconsentire a questa follia." Allora i legati del papa anatematizzarono Fozio e i suoi Vescovi e si misero davanti a tutta l'assemblea a bruciare il volume degli atti del concilio che si era tenuto nell'867 contro il papa Nicola.
    Non contento di questa profanazione, il falso concilio continuava a violare i canoni e, con un'impudenza senza pari, che più di ogni altra cosa distruggeva l'ordinamento fino allora di rigore della Chiesa, i legati del papa estorsero all'assemblea privilegi di ogni natura che mai per il passato erano stati riconosciuti o concessi ad un papa. Queste esperienze smisurate fecero ben presto riconoscere il falso concilio per quello che era, e da allora la Chiesa fu unanime nel condannarlo. Passarono infatti pochi anni, quando un concilio canonico, tenuto dalle due chiesa di Roma e di Costantinopoli, annullò pubblicamente gli atti di questo concilio che era andato contro tutti i canoni (879-880). E' ciò che stiamo per esaminare. In quel tempo il falso concilio decretò che San Fozio dovesse raggiungere il luogo del suo esilio. Là, perduto in una dura solitudine e severamente sorvegliato a vista, passò dei giorni molto amari e, benché fossero numerosi fra i suoi amici coloro che per aver sposato la sua causa avevano meritato lo stesso esilio, nessuno poté ottenere dal sovrano di soggiornare con Fozio. A lui inoltre fu proibito di ricevere anche dei libri. Dall'esilio il Santo scrisse allora all'imperatore che le sue sofferenze superavano quanto si può normalmente raccontare poiché a lui non si accordava nemmeno ciò che era consentito agli schiavi; lo pregava umilmente inoltre che gli concedesse la grazia di poter leggere dei libri utili alla salvezza della sua anima. Tuttavia, per tutto il periodo in cui visse da esiliato, il santo di Dio non permise mai alla depressione e allo spirito maligno di abitare nella sua anima. Conservava sempre la stessa modestia, la stessa calma tranquilla, la stessa ferma speranza nella giustizia divina. E come un altro San Giovanni Crisostomo, suo predecessore nella sede Costantinopolitana, egli giungeva persino a confortare i suoi amici e i suoi compagni di sofferenza. Ecco cosa scriveva Fozio ai vescovi, suoi compagni di esilio :
    Dura è la persecuzione, fratelli miei, ma dolce la felicità del Signore. Doloroso e difficile è questo esilio, ma gioioso il Regno dei Cieli. Queste disgrazie senza numero superano tutte le tribolazioni del mondo, ma questa gioia e questa letizia illuminano la pena delle nostre prove e diventano una sorgente di nuova gioia per coloro che vivono nella speranza dei beni futuri. Sopportiamo dunque, fratelli miei, queste sofferenze, affinché un giorno possiamo essere trovati degni di questa ricompensa e poter gridare con Paolo : "Ho combattuto la buona battaglia, sono al termine della corsa, ho conservato la fede; ecco perché mi è stata preparata una corona di giustizia. " Che cosa c'è di più bello e di più gioioso di questo grido di vittoria ? Che cosa c'è di più potente per coprire di confusione il nemico comune della nostra stirpe ? "Sono al termine della corsa, ho conservato la fede." O voce che quieta ogni tempesta dell'afflizione e benedice ogni gioia spirituale ! O voce che fa fremere di spavento ogni persecutore e corona il perseguitato, che guarisce ogni malato e sostiene coloro che cadono e coloro che vacillano ! Miei buoni compagni di sofferenza, possa io essere degno, come lo siete voi, di raggiungere le prodezze pari a queste parole e di gridarle nella preghiera del Signore, alla nostra Santissima Sovrana e madre di Dio e a tutti i Santi.
    Quale perfezione d'umiltà avesse raggiunto il Patriarca esiliato, lo si può giudicare dal seguente avvenimento. Nell'anno 870 un terremoto dei più devastanti distrusse Costantinopoli e i suoi dintorni. Numerosi furono i pii cristiani che videro in questa disgrazia un castigo di Dio per l'ingiusto esilio del loro Patriarca, perché non ignoravano il fatto riportato nelle "Vite dei Santi" che una catastrofe simile aveva segnato il bando iniquo del Santo Patriarca Giovanni Crisostomo. Quando questo discorso che era circolato tra il popolo giunse alle sue orecchie, Fozio assicurò a tutti che non bisognava dare credito ad esso. "Chi siamo noi?" si domandava, "per quante inaudite siano le nostre disgrazie, noi non siamo nessuno per poter pretendere che la collera divina castighi i nostri nemici." Per ben altri aspetti ancora San Fozio ricordava San Giovanni Crisostomo : come lui, era un buon pastore e un brillante predicatore, un teologo sublime e un dottore della Chiesa. Fozio non gli era inferiore in nulla sia per i suoi costumi sia per la sua virtù. A imitazione di questo Santo Padre, tutto era per lui motivo per lodare il Signore. Così, come San Giovanni Crisostomo, non aveva cessato di esclamare : "Grazie siano rese a Dio in ogni cosa", San Fozio gli faceva eco in questo modo: "Grazie siano rese al Salvatore nostro Dio in ogni cosa."
    Così San Fozio passò in esilio degli anni lunghi e difficili finché l'imperatore Basilio cominciò a cambiare la sua condotta nei riguardi del Santo. I consiglieri del Patriarca Ignazio erano persone onorevoli ed avevano sul sovrano ormai un grande ascendente. La coscienza del Patriarca d'altro canto, lo accusava della persecuzione attuata contro Fozio gran parte della quale gli era imputata a colpa. Egli riuscì infine a persuadere l'imperatore di richiamare il Santo dal suo esilio, cosa che avvenne ben presto. Così nell'873 Basilio lo fece ricondurre al palazzo reale e gli accordò la libertà di insegnare di nuovo nell'Accademia di Magnaura. Basilio giunse ad affidare a San Fozio persino la cura dell'educazione dei suoi tre figli, Costantino, Leone e Stefano.
    Così si riconciliarono i due patriarchi che per grazia divina si perdonarono reciprocamente gli errori reciproci. Vedendosi ormai vicino alla morte, il beato Patriarca Ignazio, consigliò all'imperatore Basilio di ristabilire Fozio come patriarca alla sua morte. Tre giorni dopo che il beato Ignazio si fu addormentato nel Signore, il 23 ottobre 877, San Fozio ritornò al suo trono patriarcale. Sua prima cura fu di scrivere senza indugio il nome di Ignazio sui dittici della Chiesa, affinché il beato Patriarca Ignazio fosse annoverato tra i suoi Santi.
    Appena ebbe rioccupato il trono patriarcale, Fozio avvisò di ciò i Patriarchi d'Oriente e il nuovo papa di Roma, Giovanni, un uomo pio ed ortodosso del quale San Fozio fu felice di apprendere che non confessava l'eresia del Flioque e non permetteva che si cambiasse alcunché nel Simbolo della fede. Allora Fozio invitò l'imperatore, il papa di Roma e i patriarchi d'Oriente ad un Concilio che si sarebbe tenuto a Costantinopoli. Così nel novembre dell879 si riunirono in grande assemblea circa quattrocento vescovi e tra questi i delegati dei patriarchi d'Oriente e i rappresentanti del papa, Pietro ed Eugenio d'Ortis, sotto la presidenza di San Fozio. Dall'inizio fu unanime il riconoscimento di San Fozio la cui elezione fu confermata in questi termini :
    Dall'inizio noi siamo stati uniti al nostro Santo signore, il Patriarca ecumenico, e non siamo mai stati separati da lui, ma non si è trovato nessuno che ce lo domandasse. Circa coloro che si sono ribellati contro di lui, questi sono oggi i primi a condannare l'atteggiamento e lo stato d'animo che allora avevano avuto, e con tutto il cuore essi hanno fermamente deciso di salutare in lui il loro signore, il loro gerarca e il loro pastore. Quanto a coloro che ancora esitano, noi li consideriamo nemici della Chiesa e decidiamo che sia necessario, per questo stesso fatto, separarli dalla Chiesa."
    Al che il Santo Patriarca rispose :
    Possa Dio affidare all'oblio tutti gli avvenimenti passati, quanto a noi poniamo la nostra forza nel perdono ed evitiamo di incupire le nostre menti col ricordo di questi mali. Su quest'affare, la cosa migliore è di conservare il silenzio o di dirne al massimo qualche parola col maggior ritegno possibile. A noi che siamo peccatori, a noi che siamo poca cosa, il silenzio è preferibile a causa dell'ostilità che abbiamo provocata; parliamone quindi solo in caso di estrema necessità."
    Venne quindi letta le lettera del papa Giovanni, firmata da tutti vescovi dell'occidente. Con questo documento Giovanni riconosceva l'elezione di San Fozio e annullava tutto ciò che fino ad allora era stato detto o scritto contro la sua persona. Il santo Concilio così dette la sua approvazione :
    Circa il concilio riunito a Roma contro il Santissimo Patriarca Fozio sotto il papa Adriano così come riguardo a quello che si tenne a Costantinopoli , sempre contro Fozio, noi li dichiariamo nulli ed interdiciamo che essi siano messi nel numero dei Santi Concili. Queste assemblee di vescovi che disonorano Fozio non possono meritare il nome di Concilio.
    Alla lettura di queste decisioni i Padri acclamarono :
    Questo pensiamo tutti, questo tutti proclamiamo all'unanimità. Col suo modo di agire il papa Giovanni ci ha rallegrato, perché, ben prima di aver proferito queste parole, noi avevamo annullato, respinto e anatematizzato come anticanonico tutto ciò che può essere stato scritto, detto o fatto contro il nostro Santissimo patriarca, unendoci così a lui nella stessa Santa comunione e diventando suoi compagni di lavoro.
    In questo concilio furono dibattute inoltre altre questioni altrettanto gravi, ma l'atto più importante fu l'adozione di un decreto conciliare teso ad impedire che si alterasse in alcun modo il Santo Simbolo Ecumenico della fede; in realtà veniva confermato e suggellato in questo modo l'analogo atto di Nicea. Tutti i gerarchi ispirati da Dio dichiararono allora :
    Questo grande concilio ecumenico proclama il Simbolo della Fede stabilito al Concilio di Nicea e confermato da tutti i Concili ecumenici.
    I legati di Roma aggiunsero queste parole :
    Per obbedire al nostro grande e glorioso imperatore in Dio e per compiacere a tutti i fratelli concelebranti è giusto che non venga composto alcun nuovo simbolo, anzi proclamiamo nuovamente e riconfermiamo il simbolo antico che è creduto e confessato dal mondo intero.
    Il santissimo Patriarca Fozio disse allora : "Per decisione di tutti i nostri fratelli e concelebranti sia dunque proclamato il Simbolo della Fede. Allora Pietro, diacono in tutto gradito a Dio, che era il primo segretario del concilio, lesse il testo che segue :
    Seguendo l'insegnamento divino del nostro Signore e Salvatore Gesù cristo, stabilito nelle nostre menti dalla sicura ragione e dalla purezza della fede, accettando e conservando questo insegnamento per il ragionamento infallibile e giusto dei sacri decreti e dei canoni dei Santi Apostoli e Discepoli del Signore, obbedendo ed appoggiandoci con la fede più sincera e più incrollabile alla dottrina più immutabile ed inviolata dei sette Santi Concilii ecumenici, guidati e diretti dall'ispirazione dell'unico e Stesso Spirito santo, noi rigettiamo tutti coloro che sono stati rigettati dalla Chiesa e accettiamo e consideriamo degni di esserne membri coloro che, maestri di pietà, hanno reso l'onore e il rispetto dovuti al Credo di Nicea. E' in questa fede che è la nostra, che noi lo proclamiamo e lo riceviamo, con la mente e con la parola, e che tutti a voce alta e chiaramente recitiamo questo simbolo della fede cristiana più certa, che dall'inizio ci è giunto dai padri, e ciò senza nulla togliervi e senza nulla aggiungervi senza arricchirlo o tradirlo in alcuna cosa. Ciò perché ogni soppressione, come ogni aggiunta, quand'anche non avessero alcuna apparenza di eresia, conducono, a causa dell'astuzia del demonio, a disprezzare ciò che non deve essere disprezzato e a oltraggiare ingiustamente i Padri. Quanto al correggere i testi dei decreti dei padri, è cosa peggiore ancora. Così questo Santo Concilio ecumenico ricevendo nell'amore di Dio e nella retta intelligenza l'antico Simbolo della Fede e onorandolo come è giusto, fondando e stabilendo su di esso la roccaforte della salvezza, insegna a tutti a credere e a proclamare ciò che il Santo e universale Simbolo della fede afferma e confessa."
    Poi fu proclamato il simbolo di Nicea Costantinopoli senza che nulla vi fosse aggiunto o tolto.
    Questa è la nostra fede; in questa confessione di fede noi ci siamo segnati col segno della croce e per questa confessione la parola di verità vince e distrugge ogni eresia. In coloro che condividono la nostra fede noi riconosciamo i nostri fratelli, i nostri padri eredi con noi del Regno dei Cieli. Se c'è qualcuno così impudente da comporre un'esposizione della fede diversa da questo sacro Simbolo che dalle origini ci è stato trasmesso dai nostri padri Santi e beati, e che osi in seguito chiamarlo "Simbolo della Fede" derubando questi esseri portatori di Dio, la loro dignità, con l'inserire nel credo strane formulette, e che tenti in seguito di imporlo ai credenti o a quelli che ritornano dall'eresia, come se fosse l'insegnamento comune, alterando con audacia il tesoro di questo simbolo sacro, onorato da tutti, per mezzo di false espressioni, di addizioni o di soppressioni; che una tale persona sia deposta se è un membro del clero; che sia anatematizzata se è un laico, così come ce lo ordinano i Santi Concili ecumenici."
    E ancora una volta i Santi Padri fecero coro :
    Questo è il nostro pensiero unanime, questa è la nostra fede; in questa confessione di fede siamo stati battezzati, in essa siamo stati ordinati nel sacerdozio. Quanto a coloro che pensano diversamente o che osano sostituire questo simbolo con un altro, noi li dichiariamo anatema!"
    Certamente lo scopo della promulgazione di questo decreto era di estirpare l'ultima nata delle eresie, il falso dogma latino che alterava il Santo Simbolo della fede violando con ciò l'insegnamento riguardante lo Spirito santo che gli Apostoli e i padri ci hanno lasciato in eredità. Mai, sappiamo, il Patriarca Fozio cessò di combattere le eresie nemiche di Dio sia che fossero quelle manichea o monofisita o che si trattasse del dogma latino del Filioque e fu questa stessa cura ad ispirare la sua Mistagogia, trattato sull'insegnamento mistico dello Spirito santo nel quale egli mette a nudo le eresie latine e rende giustizia alla confessione ortodossa dei Santi Padri secondo la quale lo Spirito Santo procede solo dal Padre secondo le parole del Signore stesso. Su questo stesso argomento egli scrisse a numerosi vescovi; è rimasta celebre la lettera inviata all'Arcivescovo di Aquileia in Italia. Quando i legati del papa domandarono di porre la chiesa bulgara sotto la giurisdizione di Roma, Fozio fece loro rispondere che non era più il caso di dibattere questa questione sulla quale avrebbe giudicato il pio imperatore. Pur tuttavia, poiché si temeva di dover vedere i papi futuri come dei nuovi Nicola assetati di potere pronti a ricercare un'autorità superiore a quella della chiesa di Dio, il concilio su proposta di Fozio, promulgò un canone che rifiutava al Vescovo di Roma ogni ulteriore privilegio diverso da quello del primato d'onore che gli era stato sempre conferito fino a quel giorno. Ciò facendo il Concilio proibiva a Roma di estendere o di modificare in qualunque modo le sue prerogative, e ciò perché la chiesa di Dio non può in nulla imitare i modi di un governo o di una autorità temporale; in essa regna solo questo precetto del Vangelo che è la sua legge : "Chiunque vuol essere grande in mezzo a voi, che sia il vostro servitore. E chiunque vuol essere il primo tra voi che sia il vostro schiavo." Mt. 20,26; Mc. 10,43.
    Così si concludeva questo Santo e grande concilio riunito per la preghiera di San Fozio, Concilio del quale la Chiesa intera, in Oriente come in Occidente avrebbe ben presto riconosciuto i decreti e i canoni. Seguirono quindi degli anni sereni e tranquilli nei quali il nostro Padre San Fozio poté governare la Chiesa nella pace.
    Si avvicinava però la sua fine insieme col tempo nel quale egli sarebbe stato chiamato a cingere la corona gloriosa dei confessori e dei martiri. Quando l'imperatore Leone succedette a suo padre Basilio, con alterigia depose il Santo patriarca dal suo trono e lo fece imprigionare in un monastero in rovina, non lontano da Costantinopoli nel quale il Santo passò gli ultimi cinque o sei anni della sua lunga vita. Per amore del Cristo egli aveva sofferto persecuzioni innumerevoli e sopportato infiniti tormenti ; fino alla feccia egli aveva bevuto la coppa del confessore. Così in pace il 6 febbraio 891 rese tra le mani del suo Signore la sua anima beata. Qualche tempo più tardi il suo corpo fu traslato e le sue reliquie furono tumulate nella Chiesa di San Giovanni il Precursore, sita non lungi dal monastero di Costantinopoli dedicato al Profeta Geremia.
    Poco tempo dopo la sua beata dormizione la Santa Chiesa Ortodossa annoverò tra i Santi di Dio il Patriarca Fozio glorificando così la sua santa memoria. Più tardi il suo Santo nome fu inserito nel Synodicon che la Chiesa legge una volta all'anno in occasione della Domenica dell'Ortodossia :
    A Ignazio e Fozio, patriarchi Santissimi e ortodossi : MEMORIA ETERNA !
    A ogni scritto, a ogni parola, a ogni atto perpetrato contro i Santi Patriarchi Tarasio, Niceforo, Metodio, Ignazio e Fozio : ANATEMA !"
    Quando poi il 6 febbraio la Chiesa intera canta l'ufficio in sua memoria San Fozio viene così celebrato :
    Campione dell'ortodossia, difensore dei confessori della retta fede,
    Pilastro e fondamento della Chiesa, strumento della grazia,
    Vaso eletto, arpa dello Spirito dai suoni divini,
    Oratore infiammato, gerarca saggio, maestro illustre del mondo,
    tromba che proclamò in parole e dottrina, che lo Spirito procede dal solo dal Padre,
    così come lo proclamò, con autorità divina, il Figlio del Tuono, l'evangelista Giovanni
    avversario incrollabile delle eresie,
    Tu hai troncato l'errore dell'eresia e difeso il Santo Simbolo della fede contro le aggiunte e le corruzioni eretiche,
    O grande Fozio, padre Santissimo
    In realtà sei illustre tu il cui nome è Luce!
    Per le sante preghiere del suo Santo, possa il Signore aver pietà di noi e salvarci. Amen!
    Il presente testo è tratto e tradotto, per amabile concessione del suo Direttore, dal n.4 de La Lumiére du Thabor Rivista di Teologia Ortodossa con sede in 30. Blv de Sèbastopol F 75004 Paris
    Traduzione di Daniele Umberto Gandini.

 

 
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