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Discussione: Misteri dell'Urbe

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    Predefinito Misteri dell'Urbe

    Dal sito http://www.misteritalia.it/

    I Misteri di Roma

    In Italia, la città magica per eccellenza è Torino. Eppure, noi sosteniamo che Roma, proprio a causa della sua civiltà più che millenaria, per antonomasia la Città Eterna, è anche definibile, a tutto tondo, la Città Magica o almeno, una città piena di misteri storici molto divertenti da investigare!

    Magia e mistero, dunque, convivono a Roma da millenni, anche se il Cristianesimo sin dagli albori combatté senza sosta ogni forma di occultismo così come i riti pagani di ogni tipo e genere. Gli antichi Romani, comunque, avevano una gran paura di quei fantasmi che chiamavano Manes e praticavano veri e propri esorcismi per scacciarli dai luoghi infestati. In tempi più recenti, le cerimonie evocative di tipo Voodoo (necromanzia) che avvenivano soprattutto sull'Esquilino, vedevano la presenza dei cosiddetti zombi (morti che resuscitano senz'anima). Ma non di soli fantasmi e precursori di Frankestein parleremo in quest'articolo sui misteri di Roma.


    Chiese

    I turisti che si recano a visitare Roma, cercano soprattutto ruderi e chiese. Pochi di loro sanno, però, che molti luoghi di culto cristiani furono edificati dove in epoche precedenti sorgevano templi consacrati ad altre religioni. Ad esempio, dove ora sorge la chiesa di S. Pietro, anticamente si tenevano i riti dedicati al sacrificio dei tori, il tempio dedicato alla dea Frigia. Lì vicino c'era anche il tempio di Mitra, dove era venerato un toro sacro, al quale si attribuivano poteri miracolosi, particolarmente graditi ai legionari romani. Il toro sacro era un formidabile avversario delle forze del male e quando veniva sacrificato il suo sangue serviva a battezzare i nuovi adepti che, tutti vestiti d'oro, venivano bagnati con il liquido vitale del dio morente e subito dopo ingoiavano qualche goccia del liquido seminale prelevato dai suoi testicoli squarciati. Secondo questo culto, i battezzati a Mitra erano intrisi di potenza, bontà ed immortalità, e sarebbero risorti nel giorno del giudizio finale, quando Mitra avrebbe diviso gli uomini tra quelli che avevano dimostrato una fede profonda e chi invece sarebbe restato nell'oscurità eterna. La similitudine con religioni a noi più familiari è impressionante, vero?

    Talvolta, il Mistero si fa beffe di noi, e viene a cercare la nostra diffidenza. Accanto al Palazzo di Giustizia, la piccola, deliziosa chiesa del S. Cuore del Suffragio ospita un curioso museo dell'oltretomba, fondato da un missionario apostolico: padre V. Jouet, che qui riunì moltissime testimonianze d'epoche diverse. Quadri, libri, oggetti di vario genere legati, in qualche modo, al rapporto tra i vivi e i defunti. Tra i reperti più interessanti, troviamo la veste indossata dalla venerabile Chiara Isabella Fornari durante una cerimonia religiosa a Todi, nel 1732, in suffragio dell'anima del reverendo padre Panzini. Accadde che la Venerabile, proprio durante la funzione, fu toccata da una mano invisibile che lasciò un'impronta infuocata sulla manica della veste, ed i segni inconfondibili di una dolorosa bruciatura sulla parte scoperta del braccio, nonché un misterioso segno di croce, tracciato con il pollice destro, sulla superficie di una tavoletta di proprietà della stessa Fornari. Un'impronta dello stesso tipo è quella lasciata dalla defunta consorella suor Scholens (morta nel 1637) sul grembiule di suor Maria Herendorps, nel monastero benedettino di Vinnemberg. Nel museo è visibile anche il segno lasciato da un'altra impronta incandescente sulla camicia da notte di tal Giuseppe Leleux, di Wodecq – Mos, in Belgio. Costui è stato visitato, e toccato, dalla defunta madre, che gli apparve nella notte del 21 giugno 1789. Insomma, se siete appassionati della materia, vi consigliamo una visitina in questo strano museo.

    Altra chiesa celebre, quella dedicata ai SS. Cosma e Damiano, è nota tra gli occultisti come luogo magico da visitare assolutamente. Inoltre, ha qualcosa a che fare con uno dei nemici storici della Chiesa: Simon Mago. Costui, odiatissimo dai Cristiani di quel tempo, propagandava l'adesione alle sue arti mentre i primi evangelisti cercavano di fondare il cristianesimo. Simone, appena arrivato a Roma, cominciò a dare mirabolanti spettacoli gratuiti, impressionando notevolmente la cittadinanza; del resto, egli sosteneva di conoscere il potere della manipolazione molecolare, riuscendo a passare tra i solidi (pareti, montagne), e soprattutto compiva veri e propri miracoli illusionistici, animando le statue dinanzi a folle di spettatori allibiti. Inoltre, dimostrò varie volte di saper camminare sui carboni ardenti, sull'acqua e persino volare. Grande mago o abilissimo prestigiatore?

    Comunque, Simone affermava d'aver appreso le sue arti dai maghi caldei, e poco dopo il suo arrivo, a Roma non si faceva che parlare di lui. Ma poi arrivò San Pietro, che iniziò a predicare contro gli inganni dell'ormai celebre avversario. Per tutta risposta, il Mago si proclamò come il vero emissario di Dio, in contrapposizione alle bugie cristiane! Lo scontro era ormai inevitabile. Perfino Nerone, incuriosito, gli chiese di mostrargli le sue straordinarie capacità e Simone accettò con entusiasmo.

    Pochi giorni dopo, alla presenza dell'intera corte imperiale e di una gran folla, Simone si sollevò in aria, molto in alto, tra lo stupore generale. Ma Pietro e Paolo, presenti tra i curiosi che assistevano a quell'insolito spettacolo, si misero a pregare affinché il mago cadesse, e così fu. Simon Mago cadde nel punto in cui fu edificata, più tardi, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano.


    Un appartamento all'EUR

    Il noto quartiere della Capitale è stato spesso testimone di fatti alquanto inquietanti. Per un certo periodo, a partire dal 1968, un appartamento molto noto nella zona, fu sconvolto da un'insolita e straordinariamente violenta attività psico-cinetica. I mobili più pesanti si spostavano da soli, sotto lo sguardo incredulo di testimoni del tutto attendibili, mentre alcuni colpi davvero formidabili facevano rimbombare le pareti ed i pavimenti, sbriciolando anche suppellettili ed oggetti vari. Durante queste crisi, le lampadine venivano regolarmente svitate e scagliate a terra! Il disperato proprietario di quell'immobile, acquistato da pochissimi giorni, non poteva mancare di rivolgersi agli specialisti del settore, ma le pratiche di magia bianca, come vari esorcismi, non valsero a nulla. Il poveretto, sconfitto, fu costretto a traslocare.


    La Porta Magica

    Una delle piazze più caotiche di Roma è intitolata a Vittorio Emanuele, poco distante dalla Stazione Termini. Da poco è stato parzialmente spostato il famoso mercato, installato su un'area dove, qualche secolo fa sorgeva la bella villa del marchese Massimiliano di Palombara, noto studioso di scienze occulte della sua epoca. Questo nobile, colto ed assai bizzarro, era probabilmente quel che oggi definiremmo un alchimista. In un laboratorio annesso al suo palazzo, egli sperimentava, giorno e notte, la creazione della pietra filosofale. Nel grande giardino intorno alla villa, apparentemente incolto, il marchese lasciava crescere le erbe necessarie ai suoi miscugli magici. Si dice che infine Massimiliano abbia veramente trovatola formula che cercava e, generoso com'era, l'abbia addirittura scolpita sullo stipite della porta del suo laboratorio. L'iscrizione è ancora lì, disponibile ai nostri occhi di profani, a Piazza Vittorio!


    Avvistamenti a Piazza Venezia!

    Vicino a quella che oggi si chiama Piazza Venezia, le cronache del 1214 ci dicono che il 16 maggio di quell'anno, i cittadini romani videro in cielo due croci, più una terza sulla basilica di S. Pietro. Qualche giorno dopo, il 24 giugno, un'altra croce apparve nello stesso punto. Facciamo un salto di poco meno di 100 anni ed arriviamo al 10 maggio del 1309 quando, durante la notte, alcuni passanti videro una colonna di fuoco spostarsi dal cielo al suolo, per poi risalire in alto tra lo stupore generale. Sempre da quelle parti, il 17 settembre del 1954, dunque quasi ai giorni nostri, fu avvistato da una folla di curiosi uno strano oggetto volante a forma di sigaro. Centinaia furono le segnalazioni alle sedi delle autorità cittadine, finché il misterioso ufo sparì all'improvviso, dopo un'accelerazione assolutamente abnorme.


    La tomba di Nerone

    Sul Colle degli Ortuli, a Roma, c'era la vera tomba di Nerone, da non confondere con l'omonima zona della periferia nord. L'imperatore folle, morto suicida, fu lì sepolto dalle sue nutrici, ed un noce fu piantato sulla terra che copriva la tomba. Si racconta nelle antiche cronache, che subito un'orda di demoni cominciò ad eleggere quel luogo maledetto quale raduno abituale. Più tardi, anche le celebri streghe di Roma decisero di tenere le loro riunioni sotto il noce maledetto che, nel frattempo, aveva raggiunto dimensioni assolutamente straordinarie per una pianta della sua specie. Quasi mille anni dopo, papa Pasquale II decise che qualcosa andava pur fatto per far cessare quelle riunioni blasfeme. Nel 1099, dopo che gli apparve in sogno la Madonna, pensò di disperdere le ceneri del defunto imperatore nel Tevere e costruire sul luogo che ospitava il sepolcro, una chiesa. Abbattuto il noce maledetto, fu tratta dal suolo un'urna di porfido, e le ceneri che conteneva, sparse nel fiume. Fu poi eretta S. Maria del Popolo, e l'altare maggiore si trova ancora oggi proprio nel punto dove era piantato il noce diabolico.


    Il Colosseo

    Il meraviglioso monumento alla gloria di Roma, iniziato da Vespasiano nel 72, sfarzoso e splendente dei migliori marmi dell'epoca, oggi è solo uno scheletro assediato dal traffico, un fossile sopravvissuto miracolosamente alla barbarie dell'uomo ed alle intemperie dei secoli. Da sempre simbolo della contrapposizione del bene al male, il Colosseo è stato eletto dai negromanti di ogni epoca, luogo ideale per le loro cerimonie e considerato alla stregua di preziosissima serra naturale piena di migliaia di erbe preziose ai fini magici e terapeutici. Il naturalista Deakin contò 420 diversi tipi di erbe e fiori selvatici introvabili a Roma e dintorni, misteriosamente riprodotti all'interno della Flora Colisea oggi purtroppo estinta a causa dei lavori compiuti all'interno del monumento nel tardo 1800.

    LA lotta tra gli schiavi e le bestie feroci importate da ogni angolo dell'Impero Romano, come tra gladiatori e, più tardi, i sacrifici imposti ai martiri cristiani, bagnarono di fiumi di sangue l'arena del Colosseo.Appunto il significato magico del sangue, simbolo di vita come di morte, gli conferisce la virtù tanto ricercata dai negromanti; e di operazione magiche certamente condotte all'interno del celebre monumento (che, ricordiamolo, fino all'unità d'Italia, era pur sempre sito nell'allora estrema periferia romana, circondato da un'incolta campagna) ne potremmo citare parecchie, come il tentativo di far cessare la peste che stava decimando Roma nel 1522, ad opera del mago greco Demetrio, e che fallì miseramente. Pochi anni più tardi, la cronaca annota le imprese di Benvenuto Cellini che, aiutato da un prelato esperto di magia evocativa, volle interrogare le forze infernali a proposito di una ragazza che lo interessava. Il prete lo condusse in un luogo non meglio precisato all'interno del Colosseo dove, in seguito a strani cerimoniali, comparvero centinaia di spiriti di origine demoniaca. Cellini fu talmente impressionato da quell'esperienza, che divenne un cultore appassionato di tali pratiche. Oggi, il Colosseo, così come tanti altri luoghi caratteristici di Roma, è ancora teatro dell'attività dei moderni emuli di Cellini.


    Esculapio e l'Isola Tiberina

    Da Ponte Garibaldi potete vedere bene l'Isola Tiberina. Pare si sia formata durante una crisi sanitaria nella Roma antica, quando nella città infuriava la peste, ed i Romani chiesero aiuto ai medici più rinomati dell'Antichità, i Greci. Costoro, risposero inviando una nave piena di serpenti! Tra questi, un serpente sacro ad Esculapio, si avvinghiò e riscese in coperta sull'albero maestro. Arrivata a Roma, la nave fu ancorata vicino al Ponte Rotto, che allora era tutt'altro che lesionato, ed i Romani utilizzarono il veleno dei serpenti per curare la tremenda pestilenza. A ricordo di quell'impresa, l'isola fu sagomata a forma di nave, con tanto di albero maestro! Sull'isola verrà poi edificato un sanatorium intitolato ad Esculapio e su quei ruderi, più tardi, sorgerà il Fatebenefratelli, ospedale funzionante tutt'oggi. Anche Via dei Serpenti ha preso il nome dalla tradizione che insegnava ad allevare questi animali per utilizzarne il veleno a scopi terapeutici, proprio come insegnava il celeberrimo guaritore greco.


    Campo de' Fiori

    Nel Medioevo, a Campo de Fiori, si tenevano le pubbliche esecuzioni, ma si vendevano anche svariate mercanzie quali filtri magici, oggetti stravaganti, erbe selvatiche.

    Qui spesso venivano giustiziati maghi e fatucchiere e qui fu anche ucciso Giordano Bruno, dopo una breve prigionia all'interno del Vaticano. Poi si occupò di lui l'Inquisizione, dato che le spie papali non erano riuscite a carpirgli i segreti della sua dottrina, fatta di filosofia ed alchimia. Dopo anni di feroci torture, il 17 febbraio dell'anno 1600, su una pira al centro di Campo de Fiori, fu arso il brillante filosofo. Ma la piazza vedrà altre esecuzioni, anche celebri, come quelle degli attentatori alla vita di papa Urbano VIII, decapitati o impiccati. Con la legge papalina, si sapeva, non era permesso scherzare troppo!


    Cagliostro a Roma

    Chi fosse, e da dove venisse, realmente il Conte di Cagliostro, probabilmente nessuno lo sa. Uno splendido film di qualche decennio fa, ad opera di Pier Carpi, decrive, a nostro avviso abbastanza fedelmente, quanto si conosce del famoso filosofo e mago. Costui, ambitissimo frequentatore delle corti di mezza Europa, era addirittura temuto dalla Chiesa. A Roma il Nostro conobbe la moglie, Lorenza Feliciani, proprio vicino a Campo de Fiori. Venne, per l'ultima volta, nella Città Eterna per cercare nuovi adepti alla Massoneria (ricordiamo che trai suoi adepti annoverò anche Napoleone Bonaparte) che, ufficialemte, contava solo tre membri; uno di questi, tradì il conte, denunciandolo alle autorità pontificie. Infatti, il 27 settembre del 1789, a Piazza della Rotonda, preso il Pantheon, le guardie del papa arrestarono il filosofo che, dopo mesi di indagini, fu affidato alle stesso Papa e da questi condannato definitivamente. Così, il povero conte fu associato a Castel S. Angelo e la moglie rinchiusa nel convento di S. Apollonia, dove morì. Ma la riconoscenza di Napoleone non tardò a farsi sentire, e quando fu firmata la pace di Tolentino, e le truppe francesi entrarono in Roma, chiesero la liberazione del celebre detenuto. Cagliostro morì mentre era ancora detenuto nella Rocca di S. Leo di Montefeltro.

    O almeno, così riportano i documenti ufficiali. Ma credeteci, mai morte fu più misteriosa e controversa. E questa, è davvero un'altra storia.

  2. #2
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    LA PORTA MAGICA

    In pieno centro di Roma, in un angolo di Piazza Vittorio, c’è una delle testimonianze alchemiche forse più importante al mondo. Si tratta della porta magica, meglio conosciuta come porta alchemica. Una porta con strani segni e raffigurazioni con affianco due statue raffiguranti BES, divinità egizia della nott, che presiede al divertimento alla virilità e alla riproduzione. E' situata al centro del quartiere Esquilino dove prima sorgeva villa Palombara di cui ora rimane ben poco. E fu proprio il marchese Massimiliano di Palombara a far erigere, verso la fine del '600, codesta porta…..un vero monumento all’alchimia. La porta fungeva da entrata nei cosiddetti HORTI e fu costruita verso la fine del '600. In seguito, con la distruzione di villa Palombara, fu ricollocata dove si trova ancora oggi.

    Il marchese Massimiliano di Palombara era dedito alle scienze occulte e si sospetta facesse parte dei rosacroce (testimonianza è il bassorilievo che sormonta l’architrave è identico ad un frontespizio di un saggio rosacrociano). Pare comunque che nel giardino della villa il marchese si fosse costruito una sorta di laboratorio in cui portava avanti i suoi esperimenti, e che un giorno abbia bussato alla sua porta un misterioso viandante (forse Francesco Giustiniano Bono, famoso alchimista dell'epoca… forse Giuseppe Francesco Borri, un mago e taumaturgo scacciato dal collegio dei Gesuiti perché interessato alle pratiche occulte ) che, dicendosi certo che "l'Arte di far l’Oro" fosse cosa difficile ma non impossibile, si offrì di darne una prova. Palombara accolse l’uomo e gli diede la possibilità di eseguire i suoi esperimenti nel laboratorio fornitissimo di ampolle e materiali chimici. Dopo tre giorni di lavoro ininterrotto, l'alchimista sparì, lasciando nel laboratorio una certa quantità d'oro purissimo e una pergamena cosparsa di misteriosi simboli e frasi latine, contenenti il segreto del suo, a quanto pare riuscito, esperimento. Il Palombara si impegnò a lungo, ma senza successo, nel tentativo di interpretare il significato della pergamena; fallendo nello scopo e non volendo che una scoperta di tale importanza andasse perduta, decise di immortalarla nella roccia e commissionò la porta magica. La collocazione esatta della porta all'interno della villa non è nota con certezza, ma è comunque probabile che fosse posizionata da qualche parte all'interno dell'enorme giardino, forse proprio all'ingresso del gabinetto alchemico.Un'altra versione smentisce la leggenda del mendicante, attribuendo al vero senso ermetico della porta un valore più spirituale, perciò è possibile che le frasi e i simboli esoterici incisi sulla porta siano degli ammonimenti a chi si accinge ad attraversarla: questa operazione potrebbe essere considerata come il simbolo di una purificazione interiore della persona, che poi è anche il significato ultimo della pietra filosofale, in grado di trasformare la materia amorfa in oro.



    SI SEDES NON IS

    La parola palindroma si può leggere da sinistra verso destra “se siedi non procedi” e da destra verso sinistra “se non siedi procedi”: questo ci può portare a trovare un significato più filosofico, quasi come se il Palombara ci spingesse ad andare avanti nella ricerca della verità, qualsiasi essa sia. I simboli che sono presenti sulla porta (syllabae chimicae) sono tratti dalla "Commentatio de Pharmaco Catholico" pubblicati nella Chymica Vannus, nel 1666.

    Nella cornice esterna del bassorilievo circolare troviamo un’epigrafe in cui è espresso il concetto della Trinità: TRI SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMOMATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS, "Tre sono le cose mirabili Dio e Uomo; Madre e Vergine; Trino e Uno".

    Nel fondo del bassorilievo si vedono due triangoli incrociati che formano una stella a sei punte, cioè il "sigillo di Salomone", unione d’acqua e fuoco, spirito e materia, come in alto così in basso. Sulla parte inferiore del sigillo vi è un cerchio più piccolo con la scritta: "Centrum in trigono centri", sormontato dalla croce dei 4 elementi e con al centro il simbolo solare.

    In alto sull’architrave, scritta in ebraico, è l’invocazione allo Spirito Santo: Ruah Elohim. Nulla si può operare senza il suo aiuto. Segue l’avvertimento che non si entra nel giardino dell’Esperidi, e cioè attraverso la porta, senza l’uccisione del drago che ne sta a guardia.

    HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON

    "Il drago delle Esperidi custodisce l’ingresso del magico giardino e senza Ercole, Giasone non avrebbe assaporato le delizie della Colchide". Il drago rappresenta le passioni, gli istinti; Ercole la volontà; con la vittoria sul drago s’inizia la pratica alchemica, il cui svolgimento è indicato sugli stipiti della "porta" dove possiamo distinguere le tre fasi del processo alchemico: il nero, il bianco, il rosso. Cominciando dall’alto in basso e da sinistra a destra, accenneremo sommariamente a questi simboli, rimandando per un maggior approfondimento ai libri citati nella bibliografia.

    Simbolo di Saturno
    QUANDO IN TUA DOMONIGRI CORVIPARTURIENT ALBASCOLUMBASTUNC VOCABERISSAPIENS

    Saturno rappresenta la materia prima, il piombo, il nero: "Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai detto saggio". In quest’iscrizione è indicata la trasformazione del piombo (i neri corvi) in argento (le bianche colombe), il passaggio dal nero al bianco.

    Simbolo di Giove
    DIAMETER SPHAERAETHAU CIRCULICRUX ORBISNON ORBIS PROSUNT

    Giove, lo stagno, corrisponde al Nous, alla mente illuminata, l’obiettivo a cui tende l’adepto. Nell’iscrizione "Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo non giovano ai ciechi" è l’ammonimento che la scienza ermetica non può essere né capita, né essere utile ai profani.

    Simbolo di Marte
    QUI SCITCOMBURERE AQUA ET LAVARE IGNEFACIT DE TERRACAELUMET DE CAELO TERRAMPRETIOSAM

    Marte, il ferro, corrisponde alla volontà necessaria per portare a termine l’Opera:"Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa". Nell’iscrizione è racchiuso il concetto fondamentale dell’Alchimia, il "Solve et coagula".

    Simbolo di Venere
    SI FECERIS VOLARETERRAM SUPERCAPUT TUUMEIUS PENNISAQUAS TORRENTUMCONVERTES IN PETRAM

    Venere, il rame, corrisponde all’amore. Anche in questa epigrafe troviamo il concetto del "Solve et coagula": "Se avrai fatto volare la terra sopra la tua testa con le sue penne (le penne sono i vapori che s’innalzano dal fondo dell’uovo filosofico dove sono rinchiusi Zolfo, Mercurio e Sale) convertirai in pietra le acque dei torrenti". Si tratta di mutare una sostanza, inizialmente solida (terra), in sostanza liquida (acqua) tramutarla in aria (volatile) e poi fissarla in pietra argentea ed aurea.

    Simbolo di Mercurio
    AZOT ET IGNISDEALBANDOLATONAM VENIETSINE VESTE DIANA

    Mercurio, l’argento vivo, indica la fase al Bianco, come leggiamo nell’iscrizione: "L’Azot e il fuoco imbiancando Latona, verrà senza veste Diana". L’Azoto è il "mercurio dei saggi", l’intelletto agente; il "fuoco" è quello interiore, quello della volontà. Quando la Materia (Latona) sarà stata del tutto purificata, Diana appare nuda, si realizza l’argento, cioè la chiarezza e la purezza del mentale, l’Iside Svelata.


    Simbolo Solare
    FILIUS NOSTERMORTUUS VIVITREX AB IGNE REDITET CONIUGIOGAUDET OCCULTO

    Nell’iscrizione si legge: ‘Il nostro figlio morto vive, torna Re dal fuoco e gode dell’occulto accoppiamento". È la realizzazione del Rebis è la nascita del "figlio regale" la fase al rosso, simboleggiata dalla fenice che rinasce dalle ceneri. Spirito e materia sono diventati tutt’uno: è il frutto delle nozze alchemiche". All’argenteo regno di Diana subentra l’aureo regno d’Apollo, alla Rosa Bianca, che indica la realizzazione dell’argento, subentra la "Rosa Rossa".

    EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAMUT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

    "È opera occulta del vero sapiente aprire la terra, affinché germini la salvezza per il popolo".

    VILLAE IANUAMTRANANDORECLUDENS IASONOBTINET LOCUPLESVELLUS MEDEAE

    È la discesa agli "inferi" nelle profondità della terra, la realizzazione del Vitriol, che porterà alla conquista del "Vello d’oro". È quanto promette il Palombara a chi come Giasone scopre ed oltrepassa la soglia della "porta" del suo giardino "ubi vallus claudit vellus".

    In conclusione il mistero della porta alchemica è ancora vivo dopo più di tre secoli e la verità si nasconde proprio lì, in un piccolo angolo di Piazza Vittorio dove ogni giorno un’ infinità di turisti, pendolari e gente senza dimora osserva quella strana costruzione senza neanche sapere la magia che in essa è contenuta.

    BIBLIOGRAFIA

    * P. Bornia, "La porta magica di Roma", in "Luce e Ombra"-Verona 1915.
    * AA.VV. "La Porta Magica"a cura di N. Cardano, Ediz. Palombi-Roma 1990.
    * Anna Maria Partini, “La magia di una porta”.

    Liberamente tratto dal sito www.daltramontoallalba.it

  3. #3
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    La Porta magica

    Ai lati della porta, due statue di una divinità di origine egizia chiamata Bes: le rappresentazioni
    di questa divinità erano considerate apotropaiche e dotate di capacità divinatorie. Si diceva che
    fosse così brutto da scacciare gli spiriti maligni. Protettore della famiglia, spingeva le coppie
    sposate al sesso, proteggeva la donne incinte ed i bambini.
    Le due statue, però, non si trovavano nella villa dei Palombara e sono molto più antiche: venute
    alla luce durante alcuni scavi nei pressi della Stazione Termini, sono state situate vicino alla porta
    semplicemente perché sembrava un posto adeguato.



  4. #4
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    Predefinito Re: Misteri dell'Urbe

    In Origine Postato da Tomás de Torquemada
    Esculapio e l'Isola Tiberina

    Da Ponte Garibaldi potete vedere bene l'Isola Tiberina. Pare si sia formata durante una crisi sanitaria nella Roma antica, quando nella città infuriava la peste, ed i Romani chiesero aiuto ai medici più rinomati dell'Antichità, i Greci. Costoro, risposero inviando una nave piena di serpenti! Tra questi, un serpente sacro ad Esculapio, si avvinghiò e riscese in coperta sull'albero maestro. Arrivata a Roma, la nave fu ancorata vicino al Ponte Rotto, che allora era tutt'altro che lesionato, ed i Romani utilizzarono il veleno dei serpenti per curare la tremenda pestilenza. A ricordo di quell'impresa, l'isola fu sagomata a forma di nave, con tanto di albero maestro! Sull'isola verrà poi edificato un sanatorium intitolato ad Esculapio e su quei ruderi, più tardi, sorgerà il Fatebenefratelli, ospedale funzionante tutt'oggi. Anche Via dei Serpenti ha preso il nome dalla tradizione che insegnava ad allevare questi animali per utilizzarne il veleno a scopi terapeutici, proprio come insegnava il celeberrimo guaritore greco.
    Sin dalla più remota antichità, duplice e complementare è stata la vocazione dell'Isola Tiberina, imprescindibilmente legata all'ambivalenza dell'acqua del Tevere quale datrice di vita (arteria navigabile, fonte di energia per le macine dei mulini galleggianti), ma anche dispensatrice di morte (alluvioni); luogo di transito pubblico, ma al tempo stesso spazio della segregazione dei malati.

    A partire dal III secolo a.C., l'isola ha infatti rappresentato un luogo di cruciale importanza per la storia della devozione e della scienza medica a Roma. La funzione taumaturgica assolta dal Tempio di Esculapio, qui eretto dopo un'epidemia di peste come tributo alla divinità guaritrice, era infatti destinata a perpetuarsi in età cristiana: ereditando la missione di un ospizio per pellegrini ed infermi fondato nel lontano 1118, la Congregazione di San Giovanni di Dio inaugurò nel 1584 quell'opera di assistenza svolta sino ai nostri giorni dall'Ospedale dei Fatebenefratelli. E ancora oggi l'isola Tiberina è sinonimo di "ospedale Fatebenefratelli". Questo perché si rimane colpiti dall'enorme costruzione che si trova nella metà settentrionale dell'isola.

    Quello che forse è invece meno noto è che già nell'antichità l'isola ospitasse un tempio dedicato alla salute, con annesso ospedale, situato proprio di fronte all'attuale. Nell'antica Roma, (III-II secolo a.C) fu costruito sull'isola Tiberina un tempio dedicato al dio greco della medicina Esculapio: una divinità che in qualche modo rappresentò la fine di una medicina domestica, gestita dal pater familias, e l'inizio di una medicina scientifica. La leggenda narra che tutto iniziò con una terribile pestilenza che da oltre due anni colpiva Roma, e contro la quale non si trovavano rimedi. Così si consultarono i libri Sibillini, i libri sacri cui ci si rivolgeva per trovare soluzioni nei frangenti più difficili, e questi suggerirono di far venire a Roma Esculapio. Ma Esculapio era già morto da mille anni e quindi si decise di andare a prendere il serpente sacro, simbolo del suo potere guaritore. Dieci messi romani andarono a Epidauro dove viveva, nel tempio dedicato ad Esculapio, il serpente sacro. E l'animale, cosa rara, uscì inaspettatamente dal suo nascondiglio, si avviò verso la nave romana, si accovacciò sul ponte e vi rimase fino a quando la nave cominciò a risalire il Tevere per approdare a Roma. Appena giunto in prossimità dell'Isola Tiberina, il serpente saltò dal ponte e si nascose nei canneti dell'isola. I romani presero questo come un segno positivo e (complice il caso) la pestilenza scomparve da Roma. Da qui la decisione del Senato di costruire un Tempio al divino Esculapio nel Regno del divino serpente, in segno di ringraziamento. Il tempio cominciò a rappresentare il punto di riferimento di malati in cerca d'aiuto.

    Il paziente era dapprima sottoposto ad un periodo preparatorio, dedicato quasi interamente all'igiene del corpo e ad una dieta particolare. Una volta "purificato", era ammesso al sacro recinto, dove vigevano regole igieniche e dietetiche ancora più severe. A questo punto era pronto per entrare nell'àbaton, cioè sotto i portici del Tempio dove avveniva il sogno profetico. Il paziente durante il sonno (probabilmente indotto da bevande contenenti droga) credeva di vedere il dio che attraverso i suoi consigli operava le guarigioni. In questi luoghi, con la continua pratica dei malati, i sacerdoti cominciarono a delineare le prime basi della patologia e della terapia. La legge imponeva che tutto si svolgesse nel segreto e che le prescrizioni fossero un segno divino, tuttavia, con il passare del tempo, le cure divennero sempre più razionali e sempre maggiore l'intervento dei laici accanto ai sacerdoti.

    A Roma il culto di Esculapio raggiunse il suo apice in età imperiale, poi con l'avvento del cristianesimo, cominciò gradualmente a diminuire per lasciare il posto a quello dei santi protettori dalle malattie, fino ad arrivare all'anno 1000, quando la chiesa dedicata a San Bartolomeo ereditò l'area e le colonne del vecchio tempio, cancellando definitivamente l'antico culto pagano. Ancora oggi, proprio di fronte all'altare maggiore della Chiesa è possibile vedere la bocca dell'antico pozzo, con i segni visibili lasciati dalle corde sul marmo. Evidente testimonianza di una fonte nel sottostante Tempio, usata per aspergere i malati. A San Bartolomeo successe San Giovanni Calibita, come "custode" della vicina "infirmeria"costruita nell'altra metà dell'isola (che guarda Ponte Garibaldi) a riprova del carattere sacro dell'isola. La costruzione dell'ospedale e della farmacia dell'Isola Tiberina sembra siano contemporanee e vengono fatte risalire al 1584.

    Dal sito www.zetema.it


    L'Isola Tiberina come appariva nel IV secolo.
    L'antico viaggiatore, arrivando sull'isola, avrebbe scorto (al
    posto dell'odierna San Bartolomeo) il santuario di Esculapio.
    Sono visibili anche altri santuari minori, dedicati a Fauno e
    Veiove, e un sacello di Iuppiter Iurarius.

  5. #5
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    Dal sito http://www.comune.roma.it/

    Fantasmi di Roma


    http://www.comune.roma.it/municipio/...20COSTANZA.htm

    LA MANO DI COSTANZA

    Nelle notti di luna piena, chi passeggia in piazza Navona, dalle parti di un antico palazzo di via dell’Anima, se rivolge lo sguardo verso l'alto, può avere l'impressione di scorgere dietro il vetro di una delle finestre la sagoma di una splendida mano. E’, secondo la leggenda, la mano di Costanza de Cupis, una gentildonna dalle mani bellissime, perfette, che un artigiano dell’epoca, colpito da tanta perfezione, arrivò persino a riprodurre, con un calco in gesso di mirabile fattura. Quelle mani erano così gradevoli che, ben presto, l’opera divenne meta di pellegrinaggi e venerazione. Stupefatto da tanta perfezione qualcuno predisse per la donna addirittura il rischio di un’amputazione. Quando Costanza venne a saperlo cominciò a vivere un incubo, afflitta da presentimenti che ben presto, come capita regolarmente nelle leggende, si verificarono.Infatti, si punse mentre ricamava e la ferita si infettò, tanto che la mano deformata e gonfia dovette essere tagliata. La donna non sopravvisse, nonostante l’amputazione. E da quel giorno, nelle notti di plenilunio la sua mano appare riflessa dietro una finestra del suo palazzo.

    ***

    http://www.comune.roma.it/municipio/...AMPIDOGLIO.htm

    IL FANTASMA DEL CAMPIDOGLIO

    I lettori delle nostre brevi ricognizioni nel passato della capitale ricorderanno che, tra i primi argomenti esplorati, per alcune settimane tennero banco le leggende sui fantasmi a Roma. La Città Eterna non è la Scozia, ma gli spettri - come testimoniano anche vecchi film e sceneggiati televisivi - si addicono perfettamente al dedalo di vicoli e piazze della città storica, immenso serbatoio di memorie. Memorie che sono, a loro modo, esse stesse evanescenti spettri, aleggianti tra gli angoli della materia dura fatta di pietre, intonaci, antiche finestre. Torniamo dunque sul tema, e in grande stile, visto che parliamo del fantasma capitolino. Quella che segue è la narrazione di un fatto che destò grande curiosità, riportato in molte cronache dell'epoca. Siamo nel luglio dell'anno del Signore 1731, nelle prigioni dei sotterranei di Palazzo Senatorio, sul Campidoglio. Un garzone di barbiere, arrestato per una rissa, viene portato in cella. Là incontra un vecchio ben vestito, con una grande barba bianca, e gli chiede perché si trovi incarcerato, visti anche l'abbigliamento e l'età. Quello gli racconta la sua storia: è un senatore romano dei tempi di Giulio Cesare. Il garzone è gentile, e il vecchio gli dona una moneta d'oro. Il giovane, stupito e invogliato da tanta generosità, subito glie ne chiede delle altre. Il vecchio non dice di no, ma sembra prendere tempo: avrebbe prima portato via le misere scodelle del pranzo, per non sentire i rimbrotti del carceriere, poi sarebbe tornato. Venuta l'ora del giro d'ispezione, il carceriere vide le stoviglie davanti alla porta della cella e pensò che il garzone fosse fuggito. Entrato, ve lo ritrovò e si sentì raccontare dell'incontro col vecchio. La sera stessa, mentre il giovane prigioniero cenava, ecco aprirsi la porta: era di nuovo il fantasma. Il vecchio redarguì aspramente il garzone perché aveva riferito la storia al secondino; e gli disse che aveva così perduto l'occasione della sua vita per arricchirsi. Quindi il fantasma pose in terra tre scatole piene di monete e, senza proferire parola, se le riprese subito, mise sul braccio la camicia e il giustacuore, e uscì. La porta rimase aperta e il garzone gli corse dietro, ma cadde e gridò. Accorse il guardiano e, udito il fatto, diede l'allarme. La camicia fu ritrovata fra la prima e la seconda porta della segreta, mentre il giustacuore era in un cantone, coperto di polvere e sporcizia. Sul pavimento della cella, al posto delle scatole di monete, c'erano tre mattoni. In seguito il fantasma riapparve altre volte, parlò con altri carcerati, nuovamente ne suscitò l'ingordigia e sempre se ne andò lasciando per terra inutili mattoni.

    ***

    http://www.comune.roma.it/municipio/...CE%20CENCI.htm

    FANTASMI, ATTO TERZO: BEATRICE CENCI

    Terzo appuntamento con gli spettri dell’Urbe. Questa volta parliamo del più celebre e caro al folklore romano: Beatrice Cenci.

    La giovane nobile fu mandata al patibolo con tutta la famiglia da Clemente VII, con l’accusa di aver ucciso il padre Francesco, complici il fratello Giacomo e la matrigna Lucrezia. La condanna fu eseguita per decapitazione l’11 settembre 1599 nei pressi di Castel Sant’Angelo. Le cronache dell’epoca ricordano che Beatrice offrì spontaneamente il collo al carnefice, sostenuta dal popolo che già durante il processo ne aveva fatto un’eroina, in contrapposizione alla figura del padre (un possidente ricco, avaro e violento) ed alla cupidigia del Papa (che, eliminando i Cenci, si accingeva ad incamerare il cospicuo patrimonio di famiglia). La tradizione vuole che l’11 settembre di ogni anno Beatrice appaia con la testa in mano nel luogo esatto in cui il boia eseguì la sentenza.Beatrice non trovò pace neanche dopo morta: durante l’occupazione francese del 1799, la sua tomba in San Pietro in Montorio fu profanata da un soldato francese che, dopo aver rubato il vassoio d’argento sul quale poggiavano i resti della testa, "prese con disprezzo il teschio e cominciò a gettarlo in aria a mo’ di palla". La spada con cui venne decapitata Beatrice è esposta nel museo criminologico di via del Gonfalone.

    ***

    http://www.comune.roma.it/municipio/...A%20STUART.htm

    I FANTASMI DI VILLA STUART

    Il viaggio nella Roma dei fantasmi non sarebbe completo se si dimenticasse Villa Stuart. E’ esattamente al numero 5952 della via Trionfale che si trova forse la più importante dimora romana abitata dai fantasmi di due amanti inglesi . La villa seicentesca fu acquistata nel secolo scorso da Emmeline Stuart che vi visse insieme al suo convivente Lord Allen.La coppia era dedita all’occultismo, così nella dimora si tenevano spesso delle sedute spiritiche che spinsero i due nel baratro della follia: la donna incominciò a vedere dappertutto il fantasma della sorella morta molti anni prima mentre l’uomo che vaneggiava di demoni ed ectoplasmi all’improvviso sparì. Verosimilmente Lord Allen morì, ma nessuno lo seppellì o seppe dare spiegazioni su che fine avesse fatto il suo corpo. Molto tempo dopo, nei suoi frequenti deliri, Emmeline raccontava che la notte metteva una mano in un buco del muro della cantina per stringere la mano dell’amato Lord Allen.Come in un racconto di Poe, quando fu deciso di abbattere quella parete apparve il cadavere putrefatto dell’uomo. O almeno questo si dice!…

    ***

    http://www.comune.roma.it/municipio/...20FANTASMI.htm

    WEEKEND CON FANTASMI

    Riprendiamo il viaggio tra le leggende e i misteri di Roma e torniamo alle origini, ovvero agli spettri di cui narravano le primissime Spigolature di quasi due anni fa. Lo facciamo con un vero e proprio itinerario, interessante da fare nel week-end anche se non si incontrano fantasmi.
    Il Colosseo era ritenuto nel Medioevo l’accesso agli inferi; e si pensava che vi si radunassero gli spiriti dei gladiatori e degli schiavi uccisi per il piacere degli imperatori e del popolo. Si credeva che vagassero al calar della notte all’inquieta e vana ricerca del riposo eterno. Il colle Esquilino, allora insalubre e scarsamente abitato, era in gran parte occupato da cimiteri e fosse comuni , dove i corpi di schiavi, saltimbanchi e criminali venivano gettati anche senza inumazione. E per questo fin d’allora maghi, negromanti e streghe andavano di notte in cerca di poveri resti da utilizzare per la preparazione di polveri e pozioni. Se passate per il Muro Torto, specialmente nel tratto che va da Piazzale Flaminio a Castro Pretorio, non meravigliatevi se l’automobile fa le bizze o resta improvvisamente, e inspiegabilmente, senza benzina: la colpa non è di una falla nel serbatoio, ma degli spiriti che vagano in cerca di vendetta. Ai piedi di quel tratto di mura, in un antico cimitero sconsacrato, furono seppelliti in passato i corpi di ladri, vagabondi e donne di malaffare. E alla sommità delle mura furono poste reti per impedire agli aspiranti suicidi di attuare il loro insano progetto: in molti sceglievano quel tratto di Mura Aureliane per porre fine ai loro giorni, a ciò indotti dai fantasmi "residenti". E così il numero degli abitatori maledetti aumentava.
    Se poi, dopo tanti spiriti maligni sentite il bisogno di qualche presenza benefica, concludete l’itinerario e la giornata in via di Campo Marzio, dove ogni mezzanotte si danno convegno tutti i fantasmi buoni di Roma.

  6. #6
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    Buazzelli, Gassmann, Mastroianni, Eduardo, la Brignone e pure Sandra Milo!

    Che fantasmi, e che Roma...


  7. #7
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    mistero senza dubbio,
    magia perchè a volte anticipò avvenimenti futuri...

    Pasquino, coscienza di Roma. Tutti ne conoscono il "mestiere" di fustigatore anonimo dei costumi dell'Urbe, forse non tutti ne conoscono provenienza e storia.

    Nel 1501 il cardinale Oliviero Carafa, volendosi stabilire nel rione Parione presso Piazza Navona, prese dimora a palazzo Braschi e incaricò il Bramante di eseguire opere di rifacimento sull'edificio. Durante i lavori fu rinvenuto un busto di marmo senza gambe né braccia, il volto privo del naso, le orbite vuote e spettrali. Ma il cardinale umanista capì che quella statua così mal ridotta era di eccellente fattura e ordinò di sistemarla su un basamento di travertino e addossarla al lato del palazzo che dava sulla piazzetta di Parione. Ovviamente non si chiamava ancora Pasquino, e sull'origine del nome con cui sarebbe passato alla storia le ipotesi sono diverse: per alcuni Pasquino deriva da un'osteria in Parione di un tale mastro Pasquino; altri citano un sarto chiamato Pasquino, famoso per criticare apertamente il Papa e il clero tutto; altri ancora attribuiscono il nome ad un arguto barbiere che aveva la bottega nel rione. Sta di fatto che le prime avvisaglie si ebbero subito, con gli epigrammi studenteschi affissi sul basamento e poi con le poesiole satiriche che ridicolizzavano l'establishment. Dal 1527 l'"attività" della statua parlante, prima legata a particolari ricorrenze, dilagò senza più limiti di tempo o argomento: Pasquino divenne veramente l'unica voce libera in un'epoca in cui la libertà di parola era semplicemente impensabile. I suoi versi - ora in dialetto, ora in latino maccheronico, ora in italiano - cominciarono a circolare per tutta Roma con il nome di "pasquinate", né le autorità riuscirono mai ad estirpare il fenomeno.La prima pasquinata risale al 13 agosto 1501, quando era papa Alessandro VI Borgia, e fa riferimento al toro che campeggiava sullo stemma papale: "Praedixi tibi papa bos quod esses". Che, giocando sulla virgola, si può tradurre in vari modi: "Ti predissi che saresti stato un papa bue", oppure: "Ti predissi, o bue, che saresti stato papa", o anche: "Ti predissi, o papa, che saresti stato un bue". Altra pasquinata storica è quella che apparve alla morte di Clemente VII de' Medici: il decesso era attribuito dal popolo all'imperizia del medico pontificio, e sul basamento di Pasquino venne affisso il ritratto del presunto responsabile, con la scritta: "Ecce qui tollit peccata mundi " ("Ecco colui che toglie i peccati del mondo"). Celebre anche la pasquinata contro Donna Olimpia, la potente cognata di papa Innocenzo X : "Per chi vuol qualche grazia dal sovrano / aspra e lunga è la via del Vaticano. / Ma se è persona accorta / corre da Donna Olimpia a mani piene / e ciò che vuole ottiene. / È la strada più larga e la più corta". L'ultima pasquinata compare alla vigilia del 20 settembre 1870, giorno della breccia di Porta Pia ed epilogo del potere temporale del papa. Pasquino decide di fare dono al pontefice di un ombrello per proteggerlo dalla fine imminente: "Santo Padre benedetto / ci sarebbe un poveretto / che vorrebbe darvi in dono questo ombrello. / È poco buono, / ma non ho nulla di meglio. / Mi direte: A che mi vale? / Tuona il nembo, santo Veglio, / e se cade il temporale?

  8. #8
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    IL NOME SEGRETO DI ROMA


    Scrive Giovanni Pascoli nel suo "Inno a Roma":

    O - ma qual nome ora, de' tuoi tre nomi,
    dirà l'Italia? Il nome arcano è tempo
    che si riveli, poi ch'è il tempo sacro.
    Risuoni il nome che nessun profano
    sapea qual fosse, e solo nei misteri
    segretamente s'inalzò tra gl'inni…

    Quindi Roma non aveva un solo nome, ma addirittura tre: uno ovvio, uno segreto e uno sacro. Il nome segreto di Roma sarebbe "Amor". Quello sacro "Flora", in onore a Venere.

    L’idea che Roma avesse un nome segreto ha origini antichissime. Riporta Giulio Solino, un dotto vissuto nel III sec. d.C., che questo nome era a conoscenza dei soli capi di Stato, i quali se lo tramandavano al momento del passaggio del potere. Il Pontefice Massimo pronunciava il nome segreto solo ed esclusivamente durante i sacrifici rituali. Si ha prova di un antico rituale compiuto durante il solstizio d’inverno in onore della dea Angerona, la cui statua ha la bocca bendata, forse proprio per alludere all’impronunciabilità del nome. Macrobio, un funzionario imperiale vissuto tra il IV ed il V sec. d.C., nei suoi "Saturnalia" riporta che il nome arcano era scritto in libri antichissimi, ognuno dei quali citava un nome diverso, quasi ad ingarbugliare le carte a chi tentasse di scoprirlo. E anche Plinio il Vecchio, nella sua Historia Naturalis, ci ricorda che "riti misteriosi proibiscono di pronunciare l’altro nome di Roma".

    Ma perché un nome segreto? Forse perché avere un nome segreto poteva mettere al riparo la città stessa da chi le era ostile e dalle maledizioni scagliate dai nemici che, invocandone il nome, potevano ingraziarsi il nume tutelare. Sappiamo per esempio che, durante la presa di Veio, i romani ne invocarono la dea protettrice, Giunone, promettendo di adorarla meglio degli stessi abitanti. In questo modo la battaglia volse in modo favorevole all’esercito romano (fatto riportato da Tito Livio). Per questo non si doveva conoscere nemmeno il nome della divinità protettrice di Roma, per evitare che questa potesse cedere alle lusinghe dei nemici. Addirittura non poteva essere rivelato neppure il sesso del nume. Il nome di una città era inoltre considerato sinonimo di potenza e grandezza magica, quindi pronunciarlo significava acquisire tali forze.

    Il nome Flora - il possibile nome sacro - avrebbe origine da un episodio accaduto sotto il regno di Tarquinio Prisco. Come spesso succede, infatti, i nuovi regnanti rimuovono ciò che è stato fatto da chi li ha preceduti e il penultimo re di Roma non fu da meno: ordinò che fossero spostati dal Campidoglio alcuni altari dedicati agli dei. Ma Terminus e Iuventas (come narra Varrone, in De Lingua latina e conferma Tito Livio) si rifiutarono... di venir rimossi. Gli auguri trassero dunque il vaticinio che mai Roma sarebbe scesa dalla sua altezza, mai sarebbe decaduta dalla sua posizione di prestigio e la definirono "Flora", "la Fiorente" (o anche "Valentia", "la Forte"). Ma Flora ci ricorderebbe anche Venere, alla quale erano dedicati i Ludi Florales (Floralia), feste del "rinnovo della natura", che si svolgevano tra il 28 aprile e il 3 maggio. E sempre Venere ci conduce ad Amor, il terzo e più esoterico nome della città. L’idea che Venere potesse essere il nume tutelare di Roma ebbe origine durante l’ascesa al trono di Augusto, che divenne Cesare proprio perché considerato un diretto discendente della dea.


  9. #9
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    M.° Giorgio Marlin Colatriani

    LA BOCCA DELLA VERITA'



    Risalente secondo alcuni studiosi al IV secolo a.C. la scultura, di 1 metro e 66 centimetri di diametro e 22 di spessore, raffigura un volto barbuto con occhi, narici e bocca cavi, attraverso cui poteva eventualmente filtrare l'acqua di scolo, ma la sua fama è legata al mito che la voleva giudice della lealtà di coloro che infilavano la mano nella fessura corrispondente alla bocca: se avessero mentito avrebbero rischiato che la scultura tenesse il loro arto bloccato. Si tratta di una leggenda che nel corso dei secoli, specialmente dal medioevo, ha riguardato la sincerità nei rapporti amorosi ma anche quella di personaggi illustri, quali l'imperatore Giuliano che venne smascherato per aver truffato una donna e a cui il diavolo, nascosto dentro all'opera marmorea, promise riscatto in cambio del ripristino del paganesimo. Altre qualità attribuite alla scultura erano la divinazione e la capacità di donare forza e virilità, per la presenza di uno scroto emergente dalla barba. […]

    Prima della conclusiva perizia di identificazione del reperto scultoreo della Bocca della Verità, citiamo quanto storicamente raccontano gli studiosi come Giuseppe Massimi. Identificata approssimativamente quale simulacro d'idolo parzialmente interrato, prima di essere dissepolta fu ignorata per lungo tempo. Una nota leggenda riportata dal Crescimbeni proseguì per lungo tempo e varie supposizioni si fecero su di essa: che fosse il dio Oceano per le sue ben identificate corna a forma di chele di granchio: «Intorno a questa pietra è passata voce di età in età, che ella fosse un simulacro d'idolo, nella cui bocca, che è aperta, gli antichi romani fossero poveri di por la mano quando giuravano giudizialmente, e che giurando il falso la mano restava addentata nella bocca….». Giovanni Battista Giovenale nel 1927 riporta altre notizie sull'opera: «Le appendici frontali non sono corna bovine, come altri ha potuto credere, sibbene branche di granchio; e queste caratterizzano il dio Okèanos». Il ricercatore propone altre ipotesi, come quella secondo cui i pittori della scuola del Callisto, che dipingevano sovente uomini barbuti, avrebbero visto la Bocca, cui si sarebbero ispirati, fra i ruderi vicino al tempio di Ercole, dove certamente la vide e descrisse nel 1452 Nikolaus Muffel (storico autore di una Descrizione della città di Roma).

    Spostata dal terreno divelto su richiesta del papa Sisto IV ( 1471-1484) la Bocca, con i suoi elementi facciali separati da antiche fratture, sarebbe stata in seguito disegnata da Martino Eemskerk (1498-1574) e dall'Anonimo di Fabriczy (1562-1572). Quindi il mito popolare si diffuse fortemente da quando la Bocca fu esposta e ricomposta definitivamente nel 1637. Attualmente si fa presente che, dopo un recente restauro di pulitura dell'opera, alcuni dei simboli descritti ed evidenziabili in foto antecedenti al lavoro, ora non sono più facilmente riconoscibili. Evidentemente un'energica pulitura della scultura ha eroso in maniera eccessiva alcuni rilievi, resi ancora meno evidenti per la naturale venatura violacea, comparsa nel bianco del marmo dopo la cancellazione della precedente patinatura. Questa protezione secolare e uniforme si era formata nel tempo attraverso concrezioni lichenoidi e un successivo strato di grasso, creato dalle tantissime mani che hanno toccato il mascherone.

    E' grazie alla documentazione fotografica precedente al restauro che è possibile ancora evidenziare, con maggiore facilità rispetto alle attuali immagini, tutta la simbologia presente sulla Bocca della Verità, di cui ho svolto un'accurata perizia, frutto di anni di ricerche. Il celeberrimo disco marmoreo dall'aspetto apotropaico, deve dunque il suo nome all'attribuzione popolare che esso possa mordere la mano di chi mente. L'interessante opera ha ispirato varie leggende e teorie di identificazione. Definita erroneamente "antico chiusino di pozzo" o della Cloaca Massima, è superficialmente un marmo di epoca imprecisata raffigurante un volto di uomo o di divinità (il dio Oceano, un satiro, etc.). Per i numerosi aspetti storici e archeologici, come la simbologia e la religione, convergenti tra loro e per l'elemento con il quale è stata costruita, si è giunti dopo anni a una conferma della sua identità. A conclusione di tale perizia, detta opera confermerebbe la specifica raffigurazione simbolica di forma solare del dio Fauno, divinità italica con un culto anteriore a Roma, spesso confusa con il dio Silvano, divinità delle selve e dei boschi, o con il dio greco Pan dal quale, anche se aveva in comune alcune caratteristiche, differiva per vari poteri divinatori.



    Immagine tratta dalla rivista Fenix

    II grande tondo della Bocca della Verità fu collocato, dopo il suo ritrovamento nel 1637, nel vicino portico di Santa Maria in Cosmedin, singolare complesso architettonico del Paganesimo e del Cristianesimo. […] L'enorme mascherone della Bocca della Verità, opera dall'aspetto panteista e dall'originalissimo contenuto artistico e arcano, infonde ancora oggi nella gente un'emozione unanime di fronte all'inconsueta atmosfera in stile pagano, per il suo aspetto misterioso e per ì suoi strani simboli, resi quasi irriconoscibili per la lenta erosione, provocata dal fango durante i secoli di interramento. La forma tondeggiante fu una rappresentativa propiziazione solare per l'agricoltura, ma singolare è il gran numero di simboli raffigurati nell'effigie: un elemento tondo dall'evidente forma di scarabeo al centro della fronte documenta l'ingresso nel Lazio arcaico del culto di Kepher, divinità egiziana del sole nascente. Questo nome, avendo per geroglifico lo scarabeo, evidenziava, tramite l'abitudine del coleottero di rotolare una palla di sterco con le proprie uova sulla sabbia riscaldata dal sole, l'origine di ogni forma di vita. Per questo motivo lo scarabeo divenne in Egitto il più diffuso amuleto, presente anche tra le divinità del pantheon egizio.
    Simbolico è lo scroto, raffigurato sfericamente in basso, rappresentante la ghiandola bilaterale della forza generatrice, parallelamente alle due chele, in alto sulla fronte simili a corna, a significare una simbiosi fluviale-marina con la simbologia caprina e boschereccia. I profili di due teste di lupo, dall'indubbio riferimento alle lupercali, si evidenziano ai lati del volto.

    M.° Giorgio Marlin Colatriani - dal n° 1 di Fenix (novembre 2008)

  10. #10
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    Predefinito La Basilica Sotterranea

    Lascio a te Silvia l'integrazione delle immagini di quella che è la Basilica Sotterranea di Porta Maggiore trovata durante la costruzione della Stazione Termini e Partenze, durante il ventennio .
    Ho visitato quella basilica che è a 37 metri sotto il livello del suolo. Luogo carico e di grande effetto, viene definito luogo dedicato al culto di Pitagora.La religione pitagorica era propria dei commercianti nei primi secoli dell'era volgare. Le sue volte sono abbellite da stucchi che purtroppo si stanno staccando, famosa è la rappresentazione del ratto di Ganimede.
    Non so se si possa ancora visitare previo permesso della sopraintendenza.

 

 
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