''Non lo dissimuliamo. La nostra nazione riunita tutta sotto un sol capo sarebbe formidabile ai suoi nemici; un popolo, come il nostro generoso e nobile, colle immense risorse somministrate dal suo territorio e dalle sue facoltà intellettuali, potrebbe concepire dei vasti disegni ed ottenere dei grandi successi. Egli fu un tempo signore dell'universo, potrebbe ora gettar dell'ombra su tutte le nazioni. Ma l'Italia sarebbe perciò felice? Per asserirlo, converrebbe supporre che la felicità della nazione consista nella forza delle armi, nell'esser terribile allo straniero, nel poter con vantaggio cominciare una guerra e continuarla senza cedere, nel possedere tutto ciò che fa d'uopo per esser temuta e che è necessario per non temere, nell'abbondanza dei mezzi per sostenere la gloria dei propri eserciti e la fortuna delle proprie armi. Ma se la vera felicità dei popoli è riposta nella pace necessaria alle arti utili, alle lettere, alle scienze, nella prosperità del commercio e dell'agricoltura, fonti della ricchezza delle nazioni, nell'amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi; possiam dirlo con verità, non v'ha popolo più felice dell'italiano. Provveduto con liberalità dalla natura di tutto ciò che fa d'uopo ad alimentare il commercio, abitatore di un terreno che rende con usura all'agricoltore ciò che gli venne affidato, ricco dei doni della mente e di spiriti grandi in ogni genere, condotto ad un grado di civilizzazione che niun popolo oltrepassò giammai, che può egli desiderare per condizione e compimento della sua felicità? La pace. Questo bene, oggetto dei voti di tutte le nazioni, è necessario per l'Italia, che solo su di esso può fondare le speranze di un prospero stato. Non si fa la guerra che per ottenere la pace. […]
Divisa in piccoli regni, l'Italia offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero. Questa specie di grandezza può consolarci di quella che noi perdemmo. Sì, noi fummo grandi una volta: noi rigettammo quei Galli, che il tempo ha resi più forti, fuori delle nostre terre, noi li cacciammo alle loro tane, noi li soggiogammo, noi li facemmo nostri schiavi. Dalle colonne d'Ercole sino al Caucaso noi stendemmo la gloria del nostro nome e il terrore delle nostre armi. Tutto si sottomise al nostro impero, tutto cedé al nostro valore, e noi fummo i signori del mondo. Fummo per questo felici? Le discordie civili, le guerre, le vittorie stesse non ci lasciavano un'ora di quella pace che tutto il mondo sospira. Il tempio di Giano sempre aperto vomitava disordini e sventure. Padroni dell'universo, noi non lo eravamo di noi stessi. Ci convenne conquistare la sede delle scienze per apprendere a regolare le nostre passioni. Terribili a tutto il mondo, noi eravamo, ciò che ora è la Francia, l'oggetto della esecrazione di tutti i popoli. […] Ci basti. Ebbimo ancor noi il nome di tiranni, fummo ancor noi tinti di sangue. La nostra grandezza, la nostra felicità deve dunque consistere in fare degli infelici? Italiani! Rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido. Quando ci si propone un potere pernicioso o una pace di cui tutto ci garantisce la durata, rigettiamo l'uno ed eleggiamo l'altra: quello ci darebbe dei nomi e questa ci dà delle cose; quello una gloria fantastica e questa dei reali vantaggi. Una nazione non deve esitare nella scelta della sua vera felicità. Noi abbiamo a sperare un riposo veramente durevole. Se qualcuno volesse turbarlo, noi saremmo difesi da tutta l'Europa. […] L'Italia sarà dunque la più felice di tutte le nazioni, e il mantenerla in questo stato sarà dell'interesse di tutta l'Europa. Essa non avrà a temere che la nemica dell'universo, la Francia.
È tempo, italiani, di risvegliare il vostro entusiasmo.
[…] l'Italia per colpa della Francia ha già perduta una parte del suo splendore. Ambizioso e vile, quel popolo sciagurato ci ha rapiti i più cari oggetti della nostra compiacenza e del nostro innocente orgoglio: i preziosi monumenti delle arti. L'Italia gettò un grido di lamento quando vide le sue contrade spogliarsi di ciò che ne formava la gloria, saccheggiarsi i suoi palagi, i suoi tempii privarsi dei loro più vaghi ornamenti, che formavano l'ammirazione dell'Europa e che intieri secoli non valgono a rimpiazzare. Ella vide lunghe file di carri carichi delle sue spoglie recarsi a valicare le Alpi e ad abbellire terre straniere, mentre il Francese avido e sitibondo, chiedeva nuove prede e nuova esca alla sua insaziabile ingordigia; […] lo straniero, non potendo rapirti gl'ingegni, ne usurpa i frutti e ti priva del modo di mostrare all'Europa con autentiche testimonianze la tua superiorità. Italiani! Si vuol privarvi di quella gloria che avete acquistata da tanto tempo e che tanti secoli vi confermarono. Non permettete che lo straniero profitti del vostro silenzio. […]
Omai ogni francese è degno di odio, perché niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Accecati dall'amore verso la loro patria, essi non sanno confessare che ella ha avuto dei torti. Chiamano grandezza d'animo ciò che è orgoglio sfrenato, sensibilità ciò che è fanatismo. […] Noi fummo un tempo più di loro potenti, ma non esitiamo a confessare che noi fummo dei tiranni. […]
Francesi! È giunto il tempo del vostro abbassamento. Il vostro potere declina all'occaso, come declinava il nostro ai tempi di Teodorico e di Totila. […] Tiranni! esecrazione dei popoli, orrore dei posteri, abominio dei secoli! Tremate. […]
La Francia e l'Italia, disse non ha guari un francese, dovrebbono rinunciare per sempre l'una all'altra. Ancora un momento, francesi, e i vostri desideri saranno adempiti. Noi verremo fra voi colla spada alla mano, noi combatteremo finché non avremo assicurato un riposo stabile alle nostre famiglie, una pace solida alla nostra patria, e poi vi abbandoneremo per sempre. Solo coll'abbandonarvi ricupereremo quella felicità che ci avete tolta e che il nostro valore e quello dell'Europa ci avranno ridonata.''

Giacomo Leopardi, Agl'Italiani, Orazione in occasione della liberazione del Piceno, 1815.


La coscienza nazionale Italiana è stata forgiata dalle guerre puniche, le prime in cui gl'Italici hanno combattuto insieme contro lo Straniero.

Discorso di Gaio Terenzio Varrone ai Capuani dopo Canne:
«Bisogna quindi, o Campani, che comune voi consideriate disfatta, che una patria comune voi sappiate che si deve ora difendere.
Non con Sanniti o con Etruschi ora è la lotta, tale che il dominio, anche se fosse tolto a noi, rimarrebbe pur sempre in Italia. Il nemico è cartaginese e neppure nativo dell’Africa; dalle più remote contrade della terra, dallo stretto dell’Oceano e dalle Colonne d’Ercole, si trae dietro una soldataglia ignara di ogni legge e legame, quasi di ogni umano linguaggio. Lo stesso comandante ha reso più crudele questa soldataglia, per natura e per costumi crudele e feroce, costruendo ponti e argini con mucchi di cadaveri umani e, fatto che ripugna anche il dirlo, insegnandole a nutrirsi di corpi umani.
A chi, nato in Italia, non risulterebbe detestabile vedere e avere come padroni costoro, nutriti di siffatti cibi così nefandi che per noi è sacrilego persino il toccarli e chiedere legge all’Africa e a Cartagine e soffrire che l’Italia sia una provincia dei Numidi e dei Mauri?
Sarà bello, Campani, che il dominio romano prostrato dalla disfatta sia stato ripreso e riconquistato dalla vostra fedeltà e dalle forze vostre. Trentamila fanti e quattromila cavalieri credo che si possano arruolare in Campania; vi è già abbondanza di denaro e grano. Se la vostra fedeltà è pari alla prosperità vostra, né Annibale si accorgerà di aver vinto né i Romani sentiranno di essere stati vinti.»

Tito Livio, Storia di Roma, XXIII, 5, 11-15.


Nel 541 Ab Urbe condita, i Romani chiedono agli abitanti di Arpi:
«Per quale colpa dei Romani, o per quale merito dei Cartaginesi, loro, Italiani, affrontassero la guerra in favore di stranieri e di barbari [aliegenis ac barbaris] contro i Romani loro antichi alleati, e facessero l'Italia schiava e tributaria dell'Africa.»
Ivi, XXIV, 47, 4.


Discorso di Publio Cornelio Scipione all'Esercito:
«Andando dietro a un giovane esaltato vengono ad attaccare la nostra Patria. E volesse il cielo che nella prova da affrontare fosse solo in gioco per voi la dignità e non la salvezza. Voi dovete combattere non per la Sicilia o per la Sardegna, che in passato erano l'oggetto della lotta, ma per l'Italia
Ivi, XXI, 41, 13-14.


”Finché i privilegi dei romani non furono estesi progressivamente a tutti gli abitanti dell’impero, tra l’Italia e le province rimase un’importante distinzione. L’Italia era ritenuta il centro dell’unità pubblica e la base incrollabile della costituzione. In Italia erano nati, o quanto meno vi risiedevano, gli imperatori e i senatori. I beni degli italiani erano esenti da imposte e le loro persone dalla giurisdizione arbitraria dei governatori. Alle loro comunità municipali, costituite secondo il perfetto modello della capitale, era affidata, sotto lo sguardo diretto dell’autorità suprema, l’esecuzione delle leggi. Dai piedi delle Alpi all’estremo lembo della Calabria tutti coloro che vedevano la luce in Italia nascevano cittadini di Roma. Cancellate le limitate differenze, finirono per unirsi gradatamente in un’unica grande nazione, unita dalla lingua, dai costumi e dalle istituzioni civili, una nazione il cui peso era quello di un potente impero.”
Edward Gibbon, Declino e caduta dell’impero romano, Mondadori, 2017, pagina 54.


Alla base del concetto di Terra Italia, che si viene affermando durante la guerra annibalica, c’è, come hanno mostrato analisi recenti, un’unità religiosa che deriva dall’equiparazione dei prodigi avvenuti non solo a Roma ma anche in territorio italico e dall’assimilazione dei riti espiatori latini e italici eseguiti dai sacerdoti romani, in seguito alla consultazione dei libri sibillini. Alcuni episodi confermano che appunto in quegli anni si avvia il processo di elaborazione del concetto di Terra Italia in un'accezione non solo più geografica, ma anche giuridico-politico e soprattutto sacrale. […] In nome di un’unità sacrale, nei momenti più difficili della Seconda Guerra punica, Roma vincolava a sé gli alleati italici, conferendo al concetto di Terra Italia, modellato probabilmente su quello più antico di terra Etruria, la precisa fisionomia di territorio comune da difendere contro l’alienigena cartaginese. Nella formula togatorum la volontà di Roma di legare a sé gli alleati avviene nel nome di un «abbigliamento comune» che sottolinea l’unità con gli Italici. E in effetti la toga era appunto abito comune si agli etruschi, dai quali i romani avevano ereditato la toga praetexta.”
Gabriella Amiotti, Romani ”gens togata”, in Marta Sordi (a cura di), Autocoscienza e rappresentazione dei popoli nell’antichità, Vita e pensiero, Milano, 1992, p. 130.


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