Leggo dal sito www.fnperugia.org e segnalo. Fantastico il manifesto!




Con la prima sentenza a carico di uno dei tre imputati (l’ivoriano Guede, condannato a trent’anni) per l’omicidio della studentessa britannica Meredith Kercher, si sono momentaneamente abbassati i riflettori della stampa, ormai puntati sulla nostra Città da un anno con un accanimento degno di migliori cause. Se si potessero dare alle giornate dei titoli che ne riassumano i fatti vorremmo che il giorno di questa sentenza andasse sotto il nome di “ritorno al reale”. Più che un riassunto dei fatti, si tratta dell’espressione di ciò che vorremmo che accadesse adesso. Dopo un anno di parole inutili e dannose, che hanno portato a fare di individui abominevoli, risultato di questa società in declino, quasi dei modelli da imitare, vorremmo che si tornasse a parlare della realtà, altrettanto tragica, in cui troviamo a vivere ogni giorno. Se vi impressionano particolarmente i crimini di cui sono vittime i giovani, vi vorremmo indicare il peggiore che oggi troviamo a fronteggiare: il precariato. Migliaia di Italiani, giunti al termine di anni di studio, non ottengono un lavoro che garantisca loro i minimi diritti che dovrebbero spettare ad un cittadino. Contratti a tempo determinato, con il costante ricatto del mancato rinnovo da parte del datore di lavoro, paga insufficiente a soddisfare le esigenze di base (e addirittura ridicola se raffrontata all’aumento del costo della vita). Cambiamenti repentini di sede, concorrenza di manodopera straniera, spesso clandestina, che accetta di prestare la propria opera a prezzi stracciati, senza orario e senza i requisiti minimi di sicurezza. Siamo tornati indietro di decenni, se non di un secolo. Il lavoratore italiano è oggi nient’altro che una pedina al servizio del mercato e del sistema capitalistico, che schiaccia ed uccide senza produrre ricchezza se non per una ristrettissima oligarchia. Uccide perché, solo in Umbria, i morti sul lavoro nel 2007sono stati quarantacinque. Quarantacinque omicidi legalizzati di cui nessuno parla. Per questo vorremmo che l’interesse morboso per la tragica morte di Meredith si affievolisse. Non per negare giustizia ad una vittima ma per rendere giustizia anche ad altre vittime, ad Italiani che sono usciti di casa per lavorare, cioè per esercitare un loro diritto, e non sono più tornati. E la cosa peggiore è che molti di loro avevano intuito i rischi cui erano esposti e non hanno potuto far nulla per prevenirli, ricattati dalla prospettiva di trovarsi disoccupati e rimpiazzati, senza poter più mantenere le proprie famiglie. Chi ce l’aveva, una famiglia. Infatti, come dicevamo, il sistema non si limita ad uccidere ma toglie anche la possibilità di costruirsi una vita: orari, sedi, ritmi di lavoro, assenza di strutture di assistenza, tutto congiura contro la costituzione di nuove famiglie. Ma, del resto, quello che serve al mercato non sono famiglie ma individui alienati e decerebrati, adatti solo a produrre e consumare. Se non ce ne sono abbastanza, poco male,: si importano da altri paesi, meglio ancora se si distruggono civiltà millenarie. Un individuo senza radici, infatti, è ben più manipolabile. Tanto per continuare a parlare di Perugia e di delitti più o meno autorizzati, vogliamo parlare di droga? In una delle città con più telecamere in Italia e con una popolazione pari a quella di un quartiere di Roma si è consolidata una centrale dello spaccio “degna” di una metropoli. Vogliamo dire che l’assenza di provvedimenti non ha nulla a che vedere con questo? Vogliamo negare che le istituzioni siano più che direttamente responsabili, con la loro malafede e la loro inettitudine, della morte di centinaia di giovani? Facciamolo, del resto è quello che la stampa di regime ci racconta ogni giorno. E, tanto per richiamare l’attenzione di chi non può proprio fare a meno di interessarsi alla cronaca nera, in che ambiente vi sembra che sia maturato il delitto di Meredith, se non in quello della droga, dell’immigrazione, dell’assenza di identità e di valori? Per questo bisogna avere paura, quando vediamo l’attenzione morbosa riservata a questi fatti di cronaca. Non solo per la relativa marginalità rispetto ad una situazione di degrado generalizzato, ma anche perché le masse sono costrette a considerare un dettaglio (il più sanguinoso possibile, per meglio richiamare l’attenzione) in modo che perdano di vista il quadro d’insieme, senza formulare un giudizio obiettivo. Questo è il problema: che si capiscano i meccanismi perversi del sistema, si formuli un giudizio e ci si ribelli è il timore peggiore di chi manovra i fili della società. Se si scoprisse che le cause del delitto di Perugia, delle morti per droga, del precariato, dello sfruttamento dei lavoratori, della perdita di identità delle Nazioni sono tutte riconducibili ad una sistema di pensiero che ha fatto del materialismo una legge ed ha posto l’individuo al servizio della produttività e del consumo, difficilmente si potrebbe costringere un numero così grande di persone a continuare a subire in silenzio. Per questo motivo, informare è l’obiettivo primario che ci siamo prefissati: a volte ci siamo serviti e ci serviamo di frasi ad effetto e di paragoni che possono sembrare azzardati. Proprio questa apparente forzatura, opposta all’apparente semplicità di tutti i contenuti che l’informazione “ufficiale” ci propina, deve servire a far ragionare i nostri interlocutori, “tornando al reale” non per piangersi addosso ma per mobilitarsi e realizzare un vero cambiamento.