Riporto di seguito il punto di vista dell' Osservatore Romano sulla vicenda di Eluana. Interessante vedere come la Chiesa voglia rifettere interrogandosi sulla "sconfitta", su questo tema molto ma molto delicato, che ritengo non debba essere affrontato con lo spirito da disputa tra pro e contro.
Il tema è molto ma molto delicato e penso che il "pensiero" laico, sostanzialmente condiviso sia da "destra" che da "sinistra", sia fondamentalmente incapace di porre la questione sui giusti binari della riflessione sul tema della vita, e naturalmente della morte. Ricordo una frase davvero profonda di Edgar Morin, tratta dal suo libro L'uomo e la morte: " Dimenticare la morte è sempre dimenticare se stessi".
Lasciarsi prendere dal caso Eluana per accettare di fatto il principio dell'eutanasia porta ad una deriva per me molto pericolosa, dove non è più possibile distinguere il sottile confine che c'è tra vita e morte. Dove l'autorità della decisione viene delegata a fredde e tecniche valutazioni di laboratorio che non si pongono nessuna domanda profonda sul senso della vita e della morte. E sulla ripercussione sociale che questa riflessione ha.
Su questo tema non è opportuno schierarsi da una parte e dal'altra, ma è necessario riflettere per arrivare a comprendere qual è il senso e il significato della vita (e della morte) che noi dobbiamo saper coltivare. L'etica capitalistica ritiene moralismo l'interrogarsi fuori della logica utilitaristica del risultato da conseguire. Perciò, se un trapianto d'organo assicura la vita è bene, al di là di ogni altra considerazione, che ne so che l'industria del trapianto comporti il commercio degli organi normalmente prelevati da corpi molto spesso sani di uomini e donne naturalmente di condizioni sociali misere e quasi sempre appartenenti al "resto del mondo".
Di fronte a una sconfitta
Per un esame di coscienza
di Lucetta ScaraffiaLa sentenza per Eluana Englaro - che significa, come è stato detto da autorevoli voci, l'introduzione di fatto dell'eutanasia in Italia - costituisce una sconfitta per tutti, non solo per il mondo cattolico. Non basta dire che la secolarizzazione e l'individualismo esasperato stanno sostituendo i principi di una antica tradizione religiosa e culturale un tempo ben radicata nella società, né che i media si sono espressi in modo sbilanciato a favore della morte della ragazza: questa volta - bisogna ammetterlo - i mezzi di comunicazione sociale sono stati più onesti che in altre occasioni, e la voce dei cattolici si è potuta far sentire anche al di fuori dei media d'ispirazione cattolica. E si sa che su temi gravi come la vita e la morte la Chiesa, soprattutto in Italia, esercita ancora una certa influenza, come si è visto per la legge sulla procreazione assistita.
Questa volta, però, sembra che la voce del pensiero cattolico sia stata poco ascoltata, come se le ragioni che portava a favore della vita di Eluana non fossero abbastanza convincenti. Certo, ha giocato ancora una volta il meccanismo del caso pietoso: in questa circostanza non del dolore di Eluana - i medici giurano che non sente più niente, e che non si accorgerà di morire di fame e di sete! - ma di suo padre. Come se il padre, con la morte della figlia, cessasse di soffrire: è questo il paradosso davanti al quale, però, nessuno ha saputo obiettare.
La paura della sofferenza costituisce il movente base di tutte le decisioni sbagliate di intervento su fine vita: lo sanno bene quanti fanno propaganda per l'eutanasia prospettando un futuro senza sofferenza. Ed è proprio sulla riflessione a proposito del significato della sofferenza - che solo il cristianesimo sa affrontare - che dovremo invece ripartire per impedire che casi come questo si ripetano. La tradizione cattolica offre delle luci certe e chiare per decidere in queste complesse circostanze: il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale, qualunque sia la condizione in cui è vissuta, anche se i casi da affrontare cambiano in continuazione, diventando via via più inediti e complicati.
Questo è proprio il caso di Eluana: all'obiezione, condivisa da tutto il pensiero cattolico, che alimentazione e idratazione non fossero terapie né accanimento, ma solo sostegno vitale, si è risposto dall'altra parte che si trattava di un mantenimento in vita artificiale, che ancora qualche decina di anni fa non sarebbe stato possibile. Dove stava, allora, la morte naturale? In sostanza si rispondeva che la situazione di Eluana era stata provocata da un intervento della scienza - cioè un tentativo di rianimazione che in molti casi riesce, ma in questo è andato male - e che quindi anche la sua disabilità stava al di fuori della sfera naturale. Se la scienza l'aveva ridotta in quello stato, insomma, alla scienza spettava il dovere di decidere di sospenderlo.
Come si vede anche da questa breve ricognizione, si tratta di un problema più complesso del solo conflitto fra vita e morte, anche se sostanzialmente si può ridurre a questo. È cioè una questione che tocca il ruolo delle tecnoscienze nella nostra vita, i limiti della medicina, e che quindi, per essere veramente convincenti, richiede un esame anche di queste questioni. La terribile sorte di Eluana, allora, è un monito per tutti, e insegna a noi cattolici che dobbiamo ancora pensare e lavorare per diffondere i nostri principi - che sono principi di ragioni condivisibili anche da chi cattolico non è - e calarli ogni volta nelle nuove questioni che il progresso scientifico crea.
(©L'Osservatore Romano - 15 novembre 2008)