Berlusconi puparo o rischia la fine di Bettino Craxi? L’Italia verso la strategia della tensione


Sono diversi giorni, diciamo settimane, che sto attentamente seguendo Berlusconi. I suoi movimenti, le sue parole, i suoi gesti e, soprattutto, le sue mosse politiche. Soprattutto quel suo tipico lanciare il sasso per poi ritirare la mano ma che, oltre ad essere una sua caratteristica, in realtà nasconde verità ben definite, studiate ed attente.
Insomma sto seguendo Berlusconi in toto, al di la delle banali ovvietà che si leggono sui giornali. Della mera cronaca insomma. E gradirei che tutti noi facessimo questo ragionamento o quanto meno si cominci a guardare questa persona con occhi diversi.
Attenzione, lo dico subito, proprio per sgombrare il campo da equivoci, fraintendimenti o “giochini” politici interni. Trovo Berlusconi lontanissimo dal mio modo di agire, pensare e vedere, ma non ritenendomi uno stupido politicamente parlando, capisco perfettamente che non sempre l’apparenza è quel che si vuol far vedere. L’apparenza inganna dice saggiamente il proverbio. Si deve allora guardare dietro, leggere tra le righe, capire i meccanismi di alcuni ingranaggi nascosti o semplicemente in ombra.
Capire e agire di conseguenza dopo aver pianificato. In fondo la politica è soprattutto questo, oltre alla passione e agli ideali.
Dico questo perché non sono molti quelli che hanno imparato qualcosa dalla “lezione” di Craxi. Additato, sbeffeggiato, messo alla gogna, “monetizzato” ed esiliato solo per aver detto “no” ad un certo sistema politico ed economico, lasciato morire fuori dalla propria patria per non essersi mai pentito dall’aver detto “io ho rubato, ma come me lo hanno fatto tutti”. Ebbe “l’onesta di ammetterlo e assumersi le sue responsabilità”, cosa che non fecero tanti, tantissimi altri. Ebbe il coraggio di dire no agli Usa a Sigonella , ebbe il coraggio di ristabilire il primato della politica italiana su quella troppo filoamericana di tutti gli altri partiti. Unico a voler salvare Aldo Moro trattando con le Br quando tutti erano per il fronte della fermezza (in fondo non era in pericolo la loro vita e Moro era meglio e più utile da morto che da vivo). E ha pagato. Per tutta una classe dirigente. Osannato dalle folle e gettato nella polvere dalla magistratura, ma anche disprezzato e gettato nella polvere proprio da coloro che lo osannavano.
Mi viene in mente un parallelo forte, molto forte, ma che ci sta tutto. Due capi di governo, due socialisti, due uomini che hanno dato dignità politica ed economica all’Italia, due uomini che non si sono piegati allo straniero. Due uomini che hanno pagato l’arroganza di politici corrotti e in preda al delirio di potere ma, soprattutto, la facilità di un popolo ad essere strumentalizzato. La peculiarità, tutta italiana, di vedere le masse alla mercé di affabulatori e pennivendoli.
Sarà quindi un caso che l’ala craxiana del Psi era, e non a torto, considerata l’ala destra del Psi?
Ed è forse un caso che quell’ala oggi si ritrova nel centrodestra, in Fi?
Io non credo sia un caso. E ferme restando le differenze, le divergenze e le identità come dicevo prima, osservando attentamente Berlusconi in queste settimane. Ma soprattutto quello che sta accadendo con la protesta studentesca.
Forse può sembrare una lettura politica fantasiosa, ma chi ha vissuto certi anni, diciamo dal 1968 al 1985/86, sa che certi segnali ci sono tutti e che si deve tenere la guardia alzata e vigile per non ricadere negli errori che portarono poi agli anni di piombo. Che c’entra Berlusconi in tutto questo? C’entra, c’entra eccome, ma non come “puparo”, come novello Mangiafuoco, bensì come “agnello sacrificale” al pari di tanti che credono ancora al primato della politica. A tanti che non si piegano alla globalizzazione della politica. A tanti che ancora “credono”.
Impazzito? Affatto. Semplicemente osservatore attento di fenomeni che comunque ho vissuto, in prima persona e da “spettatore”. E con in più un dovere precipuo: Non ricadere e non far ricadere la mia gente in una stagione tragica e mortifera.
I segnali, anzi gli “attori” principali di questo remake ci sono tutti: la crisi economica, ancor più spaventosa di quella del ’29, di quella del decennio che fa dal ’70 al ’80, la rivolta studentesca con scontri di piazza. La destra giovanile che prende le redini della protesta mettendo la sinistra radicale in un angolo. La sinistra radicale, ma soprattutto i loro manovratori parlamentari di una sinistra ormai priva di identità, pronta a scagliarsi in piazza per riprendere in mano un movimento utilizzando la violenza. Ex presidenti, già attori protagonisti della stagione del terrore e della strategia della tensione, che ancora oggi lanciano “messaggi” precisi e pericolosi. La rievocazione del ’68 e di Valle Giulia. Insomma, sembra di assistere alle prove generali di una neo strategia della tensione. Specie dopo gli sconti di Piazza Navona.
Una piazza Navona che sembra, seppur in piccolo e con scenari differenti, riproporre quanto accaduto alla Sapienza nel 1968. Seppur a parti invertite. Nel 1968 fu l’allora Msi a compiere l’errore, nel 2008 l’errore è stato commesso dai Cobas di Bernocchi e da Rifondazione comunista. Entrambe hanno il torto di aver cercato di strumentalizzare il non strumentalizzabile chi da un lato chi dall’altro ma, allo stesso tempo, di aver dato il là a qualcosa di più grande e di non controllabile.
E cosa c’entra in tutto questo Silvio Berlusconi?
Pensateci un attimo. Fermatevi, analizzate, guardate dietro i fatti, le parole e i gesti e cominciate a pensare…
Berlusconi, oltre ad essere il presidente del Consiglio e il leader del maggiore partito italiano, è un neocraxiano puro. Un socialista che ha abbandonato il socialismo per spostare il suo raggio d’azione nel centrodestra. E da buon craxiano e socialista di destra che fa? Riprende la strada che aveva intrapreso nel 1994. Oggi è più forte, molto più forte. E’ il leader incontrastato del centrodestra ma anche in Italia e quindi può permettersi, grazie anche alla vittoria di Obama e la messa in naftalina, almeno per ora, dei repubblicani di Bush, di essere il fautor di una nuova autonomia in politica estera, ovviamente nei limiti del possibile: Berlusconi, sa qual è il nostro raggio d’azione, ha ben presente che l’Italia può e deve avere un ruolo prioritario in quel mare nostrum che è il Mediterraneo. Sa bene che non possiamo fare altro che “guardare” verso est “…in polemica aperta non tanto con gli americani quanto con i controllori del partito angloamericano, quelli che se cambiano gli equilibri rischiano di rimetterci il posto; cioè i Veltroni, i Casini, i Di Pietro, i Fini. Coloro insomma che stanno formando il partito-ombra del Presidente Napolitano e che si sperticano non solo in posizionamenti antirussi e in agguati a Berlusconi ma in revival antifascisti che possono sembrare del tutto gratuiti, come nel caso di Fini, se non se ne coglie il senso profondo che è quello di soffiare sul fuoco per destabilizzare questo governo e sostituirne alcuni ministri con altri di scuderia cossighiana” (G.A.).
Andate a vedere le dichiarazioni di qualche giorno fa inerenti lo scudo spaziale americano in Polonia e Ucraina, lasciando perdere poi le dichiarazioni dove Berlusconi afferma che era solo la posizione russa e non la sua. Sappiamo che fa subito marcia indietro. Ma è comunque chiaro il suo intendimento: sganciarsi dal cappio statunitense, cercare di non far fagocitare il Mediterraneo alla Francia e imporre nuovamente una politica estere nazionale incentrata sul Mare Nostrum proprio come Craxi. Ci riuscirà? Io personalmente me lo auguro, non certo per lui ma per l’Italia sì. Il difficile è capire come possa riuscirci. Le stesse forze che si mossero allora sono ancora vive e vegete e a quanto pare non hanno nessuna voglia di mollare. E l’antifascismo militante, per ora strisciante, potrebbe essere nuovamente il collante necessario per mantenere lo statu quo ante.
Del resto oggi come allora ci sono gruppi di potere che riescono ad essere contemporaneamente eversivi e conservatori, capaci di sgretolare compagini istituzionali non gradite e di manipolare i “ribelli”. Oggi come allora possono vantare tra i manipolati e i complici soprattutto le nomenklaturine della sinistra antagonista.
“…Allora quelle centrali conservator/eversive, quelle conventicole antinazionali di potere finanziarono e protessero i baroncini rampanti e i mancati Trotsky de noantri; e questi ultimi si misero a propagare il falso su ogni azione di massa appropriandosene dialetticamente (come provano a fare anche oggi) e soprattutto a delegittimare gli altri ribelli (G.A.)”.
Del resto qualche soviet nelle fabbriche e nei media c’è ancora, pronto ad essere utilizzato alla bisogna. Magari contento di tornare indietro di qualche decina d’anni e indossare anche se solo metaforicamente, l’eskimo.
E da tutto ciò dobbiamo trarre la lezione, o meglio le lezioni, da seguire attentamente. La prima fra tutte: non è vero che siamo al riparo da pericolosi rigurgiti stragisti e sanguinari. Seconda lezione: l'antifascismo, quello più idiota e pericoloso è stato riesumato dal profondo del barile con tutto il suo bagaglio incendiario. Terza lezione: lo scenario è simile a quello di quarant'anni fa, ci sono politiche estere, economiche ed energetiche in corso che non garbano a quei centri di potere e di energia che vengono messi in discussione dai nuovi orientamenti.
“…Per i giornalisti, per gli anchormen, per i politici, per i comunicatori, per chi ha un seguito nell'opinione, c'è una lezione supplementare. Bisogna rammentare quanto l'omertà, la connivenza, la cecità, la convenienza individuale funsero, decenni orsono, da benzina per il grande incendio. Oggi forse c'è un po' più di gente che ragiona ma abbiamo potuto constatare comunque l'adoperarsi incosciente e criminogeno di alcuni soviet della dis/informazione messisi a disposizione degli aggressori di Piazza Navona, vuoi per disciplina di partito, vuoi per affinità ideologiche, vuoi per teologia politica, vuoi per pregiudizio obnubilante. Eppure sarebbe bastato fermarsi un attimo a ragionare, bastava osservare le immagini che nella loro completezza e continuità inchiodavano gli aggressori alle loro responsabilità, del resto rilevate e ribadite dalla polizia e dal ministero, era sufficiente notare quanto le contro-immagini fossero tagliuzzate, prive di costrutto, estrapolate, improponibili, sarebbe bastato e avanzato tutto ciò per non mettersi a disposizione faziosamente della falsità, se non altro per rispetto della propria dignità umana e professionale….(G.A.)”.
E finisco citando nuovamente chi, prima di me e più di me, ha vissuto ed è stato protagonista leale e sincero di quegli anni pagandone in prima persona le conseguenze. “…Voi e soprattutto quelli della mia generazione cogliamo insieme l'occasione per studiare i metodi calunniosi e delegittimanti e capiamo una buona volta come hanno funzionato in passato; si comprenda quanto certe diffidenze diffuse un tempo, e lunghe a morire, sono figlie di quella menzogna, anzi della Menzogna. Si cominci finalmente a pensare che forse dovremmo chiedere scusa a più d'uno di quelli che ci precedettero per aver dubitato di lui; si cominci a pensare che magari dovremmo chiedere scusa a qualcuno per la nostra prudenza che sconfina nella vigliaccheria se ci defiliamo perché “chissà cosa pensano” (ma chi di grazia?) se ci vedono rivolgergli la parola. Proviamo a disintossicarci perché con l'intossicazione abbiamo contratto anche un crollo d'etica e una propensione all'ingiustizia. La lezione da trarre in ultima analisi è questa: la nostra storia va riscritta perché è molto più bella di quella che i calunniatori, i piccoli Lenin falliti, ci hanno insegnato sbavando veleno, e facciamo sì che se una volta essi e i loro padroni sono riusciti a sbandarci, a renderci preda del dubbio e, quindi, hanno finalmente potuto manipolarci, questa volta non andrà così perché siamo cresciuti …(G.A.)”.
Richelieu




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