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    Predefinito FORMAZIONE - Burke: Riflessioni sulla Rivoluzione francese_5

    Parte 5



    A vero dire i conquistatori hanno lasciata qualche speranza alle loro vittime mostrando l'intenzione di concedere loro i resti e le briciole del proprio banchetto; quel banchetto dal quale essi li avevano cacciati con tanta violenza a fine di potervi imbandire un festino per le arpie dell'usura. Ma l'aver distolti gli uomini da una condizione di indipendenza costringendoli a vivere d'elemosina, è di per sé una grande crudeltà. Quella che potrebbe essere una condizione tollerabile per una certa categoria di uomini non avvezzi a condurre altro genere di vita, può divenire una condizione miserabilissima allorché tutte le circostanze abbiano subìta una alterazione rivoluzionaria, e tale che la coscienza di un uomo onesto si rifiuterebbe di proporre a titolo di condanna fuorché nel caso in cui l'imputato meritasse una punizione capitale. Ma per molta gente la degradazione e l'infamia costituiscono una pena peggiore della morte. Senza dubbio è una aggravante immensa di questa sofferenza crudele, per quelle persone a cui spetta un doppio riguardo in favore della religione, vuoi per motivo di educazione vuoi per il posto che tengono nelle funzioni amministrative, il fatto — dico — che queste persone debbano raccattare i residui del loro patrimonio, a guisa, di elemosine, dalle mani empie e profane di coloro da cui hanno subito un saccheggio generale delle loro proprietà; con questo, che il sussidio non avviene già in forza di caritatevoli contribuzioni dei fedeli ma per la degnazione insolente di un ateismo riconosciuto e confessato, così da commisurare il mantenimento della religione alla stregua del disprezzo in cui essa è tenuta, e col proposito di rendere coloro che ricevono tali sovvenzioni avviliti e degradati nella stima dell'umanità intera.

    Senonché quest'atto di confisca della proprietà costituirebbe, a detta di quegli individui, il risultato di un giudizio legale e non un procedimento di confisca. Essi vogliono far credere che siano stati scoperti negli archivi del Palais Royal e del Club dei Giacobini documenti comprovanti come determinate persone non abbiano diritto di possedere ciò che da un migliaio d'anni stava in loro proprietà secondo uso ininterrotto, riconoscimento giuridico, ratifica delle Corti e prescrizioni accumulate. Sostengono che gli ecclesiastici sono persone fittizie, creature dello Stato, che a loro talento essi possono annullare ed a maggior ragione limitare come a loro piaccia in ogni singolo attributo. E sostengono pure che i beni da questi posseduti non sono veramente di loro proprietà, ma appartengono allo Stato il quale crea la finzione giuridica; e che conseguentemente noi non ci dobbiamo preoccupare di ciò che essi possono soffrire nelle loro persone fisiche in riguardo a ciò che concerne la loro condizione giuridicamente fittizia. Nulla importa dunque sapere sotto qual nome e titolo voi ingiuriate e private dei legittimi emolumenti professionali uomini ai quali tale provento era stato attribuito non soltanto per concessione dello Stato, ma anzi dietro esplicito incoraggiamento di esso, sicché fondandosi sulla garanzia degli emolumenti così accordati essi avevano organizzato il sistema della loro vita, contratte obbligazioni e impegnato una moltitudine di gente a vivere alle proprie dipendenze.

    Voi non crederete, o Signore, che io arrechi tanto onore al sofistico argomento che pretende distinguere le due personalità, così da spendergli attorno una lunga discussione. Sono altrettanto spregevoli gli argomenti addotti dalla tirannia quanto spaventosa, è la forza esercitata da essa. Se i vostri confiscatori non si fossero anticipatamente impossessati, a furia di delitti precedenti, di una potestà capace d'assicurare un indennizzo a tutti i crimini dei quali fino a questo momento si sono resi responsabili e che anche in avvenire potranno commettere, non sarebbe il sillogismo del filosofo ma la sferza del giustiziere quella che varrebbe a confutare le sofistiche ragioni addotte a complicità dei furti e dei massacri. I tiranni sofisti di Parigi si scagliano nelle loro declamazioni contro i tiranni regi che nei tempi antichi hanno vessato il mondo. Si permettono di essere tanto audaci solo perché si sentono al sicuro dalle prigioni e dalle gabbie di ferro di cui si valevano i loro antichi maestri.

    Dovremmo noi essere più teneri verso i tiranni del nostro tempo, quando li vediamo sotto i nostri occhi perpetrare infamie peggiori di quelle antiche? Non agiremmo noi con la medesima libertà da loro dimostrata, dal momento che avessimo la stessa sicurezza di immunità, e per dire onestamente la verità, non dovessimo far altro che disprezzare le opinioni di coloro i quali con le loro azioni suscitano il nostro aborrimento?

    La violazione compiuta contro il diritto di proprietà fu dissimulata e giustificata in un primo tempo sotto un pretesto che, riguardo al sistema generale della loro condotta, doveva riuscire stupefacente al massimo grado: l'interesse della fede nazionale. I nemici dichiarati della proprietà affettavano di nutrire la più tenera, delicata e scrupolosa ansietà a fine di mantenere gli impegni che la monarchia aveva contratti verso il credito pubblico. Questi dottrinari dei Diritti dell'Uomo sono tanto occupati nel dar lezione agli altri, che non hanno più la possibilità di imparare niente per sé; altrimenti avrebbero saputo che il primo ed originale impegno contratto dalla società civile doveva esser mantenuto nei riguardi della proprietà privata dei cittadini, più ancora che di fronte ai reclami dei creditori dello stato. In questo caso le pretese del cittadino presentano una priorità in ordine di tempo, una superiorità in via di diritto, una prevalenza in linea di equità. I patrimoni individuali, siano essi posseduti in forza di acquisto o di discendenza ereditaria o per virtù di una partecipazione ai beni di una comunità, non fanno parte né esplicitamente né implicitamente della ricchezza vincolata in garanzia, dei detti creditori.

    Queste idee non entrarono minimamente nella loro testa quando essi compirono il contratto. Essi sapevano molto bene che il pubblico, sia rappresentato da un monarca o da un'Assemblea legislativa, non può ipotecare niente altro se non le rendite pubbliche; e non si possono dare rendite pubbliche se non con la levata di un'imposta distribuita in giusta proporzione sulla massa dei cittadini. Solamente questo poteva costituire un impegno, e nessun'altra cosa, verso il creditore pubblico. A nessuno è lecito dare in ipoteca la sua propria ingiustizia in pegno di fedeltà.

    È impossibile fare a meno di aggiungere qualche osservazione intorno alle contraddizioni causate dall'estremo rigore e dall'estrema rilassatezza della nuova fede pubblica, che ha influito su queste deliberazioni non in conformità alla natura dell'obbligazione ma secondo le qualifiche individuali di coloro che in essa si erano impegnati. Nessuno fra gli atti compiuti dall'antico governo dei re di Francia è stato ritenuto valido dall'Assemblea Nazionale, eccettuati gli impegni di carattere finanziario, cioè proprio quelli che fra tutti presentavano il grado minimo di legalità. Tutti gli altri atti compiuti dal governo regio sono stati considerati in una luce così odiosa che l'avanzare pretese di diritto fondandosi sull'autorità dei medesimi viene riguardato come una specie di delitto. Una pensione che sia accordata a titolo di compenso per un servizio reso allo Stato costituisce certo un motivo di proprietà altrettanto valido quanto quello delle garanzie accordate contro prestazione di denaro allo Stato. Diremo anzi che esso è un titolo più forte; giacché il denaro viene pagato, e ragionevolmente pagato, appunto a fine di ottenere tali servizi. Ma noi abbiamo visto precisamente a questo riguardo una grande quantità di gente, la quale in Francia non era mai stata privata dei propri benefici neppure dai ministri più arbitrari, nei tempi più arbitrari, essere stata inesorabilmente defraudata proprio da quell'Assemblea che aveva proclamati i Diritti dell'Uomo. Coloro si provarono a reclamare quel pane che a prezzo del loro sangue avevano guadagnato; ma fu loro risposto che i servizi da loro resi non erano resi al regime oggi esistente.

    Cotale rilassatezza nella fede e nel sentimento pubblico non si limita soltanto ai casi di quei disgraziati individui. L'Assemblea, con una coerenza che deve esserle riconosciuta, è ora meditatamente impiegata a decidere fino a qual limite essa abbia a ritenersi obbligata in forza dei trattati internazionali stipulati con altre nazioni sotto il governo precedente; e il Comitato deve decidere quali di questi trattati dovranno essere ratificati e quali no. Per tal modo l'impegno di fedeltà verso gli stranieri presenta lo stesso grado di vergine illibatezza che quello contratto dal governo nei rapporti interni.

    Non è facile comprendere in base a quale principio logico l'antico governo del Re non debba aver avuto, in virtù delle proprie prerogative, tanto il potere di remunerare i pubblici servizi e stringere trattati, quanto il potere di impegnare verso i creditori le rendite pubbliche di carattere attuale e anche potenziale. La disponibilità del tesoro pubblico è la minore fra tutte le prerogative riconosciute al Re di Francia e a qualunque altro sovrano europeo. Il pegno stabilito sulla rendita pubblica implica l'esercizio del dominio sovrano nel senso più ampio sul pubblico tesoro. Questo diritto è assai più esteso che quello di imporre una tassazione in modo temporaneo ed occasionale. E per verità gli atti esercitati in nome di questo potere, che è un potere pericoloso (secondo le caratteristiche che distinguono tutte le attività di un dispotismo illimitato), sono i soli che si siano ritenuti come sacri. Da che nasce questa preferenza data da un'assemblea. democratica a un genere di proprietà che deriva il proprio titolo dalla più critica e perniciosa attribuzione della autorità monarchica? La legione non può fornire alcun criterio per giustificare gli atti incoerenti; né il favore partigiano può essere giustificato secondo principi di equità. Ma l'incoerenza e la partigianeria che non ammettono giustificazioni di sorta, non sono per questo prive di una loro causa particolare; e non credo sia difficile scoprire quest'ultima.

    In conseguenza del vasto debito contratto dalla Francia si era gradualmente venuto accumulando un'enorme interesse che traeva con sé un grande potere. Per gli antichi usi che prevalevano in codesto reame la circolazione generale della proprietà, e particolarmente la mutua convertibilità della terra in denaro e del denaro in terra, ha sempre incontrato motivi di ostacolo. I fedecommessi famigliari molto più serrati di quanto non siano in Inghilterra; jus retractus; la grande massa della proprietà fondiaria appartenente alla Corona, ritenuta inalienabile secondo un principio del diritto francese; la grande estensione della manomorta ecclesiastica; tutte queste circostanze hanno fatto sì che gl'interessi della proprietà fondiaria e quelli del capitale fluttuante fossero in Francia più separati, meno adatti a fondersi, rendendo i proprietari di queste due distinte specie di ricchezza meno ben disposti reciprocamente di quanto non avvenga in Inghilterra.

    Il popolo per gran tempo ha guardato di malocchio i detentori del capitale monetario, intuendo che vi era connessione tra le ragioni di quest’ultimo e quelle che determinavano le miserie dei poveri, aggravandole pure. I capitalisti erano anche oggetto di invidia da parte degli antichi proprietari terrieri, un po' per le medesime ragioni che rendevano i primi odiosi al popolo, ma molto più per il fatto che quei primi facendo ostentazione di splendore e di lusso eclissavano le diseredate genealogie e le nude insegne araldiche di parecchie famiglie nobiliari. Anche quando la nobiltà, che rappresenta il più costante fra gli interessi terrieri, per via di matrimoni si metteva, come sovente accade, in rapporto con l'altra categoria, pareva che il denaro salvando dalla rovina la famiglia nobiliare venisse però a contaminarla degradandone il prestigio. In tal modo le inimicizie ed i rancori delle due parti venivano fomentati proprio da quegli stessi motivi, che ordinariamente determinano la cessazione delle discordie trasformando l'ostilità in amicizia. Nel medesimo tempo l'orgoglio dei nuovi ricchi, che non avevano nobiltà o ne avevano una affatto recente, aumentava colla ragione medesima che lo aveva determinato. Questi uomini si risentivano di fronte a una taccia di inferiorità di cui non riconoscevano il fondamento. Non vi era limite di reazione al quale essi non fossero pronti ad arrivare pur di vendicare gli oltraggi inflitti loro dall'orgoglio avversario e dì esaltare per contro il valore della ricchezza fino a quel grado di dignità che essi ritenevano dovuto ad essa. È appunto questa categoria d'uomini che ha colpito la nobiltà attraverso la corona e la chiesa. Attaccarono l'avversario da quel lato che ritenevano particolarmente vulnerabile, vale a dire i possessi della chiesa, che attraverso il patronato della corona venivano generalmente devoluti alla nobiltà; giacché le prebende vescovili e le grandi abbazie beneficate erano, salvo eccezioni, nelle mani della nobiltà.

    In questa situazione di sostanziale, quantunque non sempre manifesto, stato di guerra tra l'antica proprietà fondiaria nobiliare e la nuova classe capitalistica, le forze preponderanti e le ragioni più dirette stavano nelle mani di quest'ultima. La quale per intrinseca natura è più adatta ad ogni avventura essendo gli uomini che la compongono meglio disposti ad ogni sorta di nuove intraprese. Essendo formata da poco, questa classe cede più naturalmente alla seduzione di qualsiasi novità. E per questo chiunque voglia intraprendere dei cambiamenti ricorre più facilmente ai detentori della ricchezza fluttuante.
    Insieme con la detta classe di capitalisti una nuova categoria di uomini cominciava a sorgere, con la quale la prima strinse una collaborazione intima e fattiva; alludo agli uomini di lettere interessati nella politica. Gli uomini di lettere, preoccupati di farsi notare, raramente si dimostrano contrari ai progetti innovatori. Fino al momento in cui cominciarono a declinare la vita e la grandezza di Luigi XIV, costoro cessarono di essere presi in grande considerazione o dal sovrano o dal reggente o dai successori alla corona; e non erano più accolti a corte con quei favori e con quegli emolumenti sistematici che furono in voga durante il periodo aureo di quel regno fondato sull'ostentazione, non senza accorgimento politico. Essi cercarono allora di compensarsi per quanto avevano perduto nella antica protezione di corte, organizzandosi da se stessi in una specie di corporazione; e non fu di piccolo aiuto in tale impresa l'unione delle due Accademie di Francia e poi la vasta intrapresa dell'Enciclopedia capitanata da una società di questi gentiluomini. La cabala letteraria aveva organizzato qualche anno addietro alcunché di simile ad un piano regolare inteso a distruggere la religione cristiana. Quei filosofanti perseguivano il loro oggetto con tal grado di zelo che fin qui non si era riscontrato fuorché nei propagatori di qualche sistema religioso. Erano invasi da spirito di proselitismo nella maniera più fanatica; e come conseguenza di questo, secondo una facile progressione, agivano con uno spirito di persecuzione adeguato alle loro possibilità. Ciò che per il conseguimento delle loro grandi finalità non poteva esser tatto mediante azioni dirette ed immediate, veniva preparato di lunga mano operando sull'opinione pubblica. Per comandare a questa opinione il primo passo da compiere è quello di stabilire un dominio sopra coloro che la dirigono. Essi cercarono dunque di impossessarsi, con pertinacia di metodo e grande perseveranza, di tutte le vie che menano alla gloria letteraria; molti di essi infatti giunsero ad occupare ranghi elevatissimi nelle lettere e nelle scienze. Il mondo ha reso loro giustizia dimenticando, per ossequio alla universalità del loro ingegno, le malvagie intenzioni a cui s'ispiravano i loro principi particolari. Fu questo un atto di pura liberalità al quale essi risposero cercando di accaparrare per sé e per i propri seguaci ogni reputazione culturale, artistica e letteraria. Io oserei credere che questo spirito circoscritto ed esclusivista non ha recato minor pregiudizio alle sorti della letteratura e del gusto che a quelle della scienza morale e della verace filosofia. Questi padreterni dell'ateismo hanno una loro speciale bigotteria ed hanno imparato a polemizzare contro i chierici proprio con la mentalità di chierici. Ma sotto certi altri aspetti si dimostrarono consumati uomini di mondo invocando le risorse dell'intrigo a supplire i difetti di argomento e di spirito.

    A questo sistema di monopolio letterario si univa una spietata industria intesa ad avvilire e screditare in ogni modo e con qualunque mezzo tutti quelli che non facevano parte della loro camorra. A coloro che hanno osservato il motivo ispiratore della loro condotta, è apparso da lungo tempo manifesto che nulla mancava se non la possibilità materiale affinchè essi tramutassero l'intolleranza della lingua e della penna in una forma di persecuzione ai danni della proprietà, della libertà e della vita.

    Le fiacche e temporanee persecuzioni che furono mosse contro questa schiera di scrittori, ispirandosi più a un disgusto per le violazioni della forma e della decenza che non a un'intenzione di severo risentimento, non valsero a fiaccare le loro forze né a rilassare la loro attività. La conseguenza di tutto questo fu che, vuoi a motivo della posizione succitata, vuoi a motivo dei successi ottenuti, si destasse in loro uno zelo violento e maligno del quale al mondo mai si era avuto esempio, sì che la mente di quegli scrittori né fu interamente posseduta rendendo l'opera loro, che altra volta sarebbe apparsa piacevole ed istruttiva, del tutto ripugnante. Uno spirito di mistificazione, di intrigo, di proselitismo, dilagò freneticamente nei loro pensieri, nelle loro parole e nelle loro azioni; e siccome lo zelo per la causa rivolse ben presto le loro idee verso l'impiego della forza, essi incominciarono ad insinuarsi presso principi stranieri ingaggiando corrispondenze. Speravano in tal modo che mediante l'autorità di essi, debitamente coperti di adulazione, fosse loro possibile conseguire quelle trasformazioni che avevano in vista. Era indifferente per loro che questi sovvertimenti si compissero attraverso le formule del dispotismo o attraverso i terremoti di una sommossa popolare. La corrispondenza ingaggiata tra questa combriccola e il defunto Re di Prussia getterà luce non piccola sulle intenzioni recondite di quei messeri (10). Con le stesse finalità per le quali tendevano intrighi col principi stranieri, tenevano a bada in maniera sopraffina gli esponenti del capitalismo francese: e infine, mettendo a profitto i mezzi che stavano a disposizione di quei tali che per il loro ufficio particolare potevano offrire i più estesi ed efficaci strumenti di comunicazione divulgativa, essi giunsero con molta cura ad occupare tutti gli sbocchi della pubblica opinione.

    Gli scrittori, soprattutto quando agiscono in massa presentando una direzione costante di pensiero, esercitano grande influenza sullo spirito pubblico; e per questo l'alleanza stabilitasi tra gli uomini di lettere e i detentori della ricchezza monetaria (11) non è stata di piccolo effetto nel rimuovere gli effetti dell'odiosità e dell'invidia che il popolo nutre particolarmente verso quella categoria di ricchi. Questi scrittori, come del resto tutti i propagandisti rivoluzionari, ostentavano un grande zelo a favore delle classi povere e degli ordini sociali più bassi, laddove facevano oggetto di satira le deficienze delle corti, della nobiltà e del clero, cercando di renderle odiose a forza di esagerazioni. Essi divennero a modo loro del demagoghi. E servirono come legami onde stringere insieme, per favorire un intento particolare, le ragioni polemiche della classe ricca con la turbolenta disperazione della classe povera. Avendo queste due diverse categorie di individui assunta la parte dominante nelle recenti vicende politiche, la loro cooperazione reciproca serve a spiegare come semplice causa di fatto, e non certo come ragione di ordine giuridico o politico, le ragioni per cui tutta la proprietà fondiaria delle corporazioni ecclesiastiche sia stata attaccata con furore generale; e spiega anche perché si sia presa gran cura di tutelare gli interessi capitalisti che traevano origine dall'autorità della Corona; e ciò contraddicendo ai pretesi principi professati da quei dottrinari. Tutti i motivi di odio portati contro i detentori della ricchezza e della potenza vennero artificialmente diretti contro altre categorie di ricchi. Quali diversi motivi, fuor che quelli indicati, si potrebbero addurre a giustificazione di un fatto così straordinario ed innaturale come quello per cui le proprietà ecclesiastiche (che resistettero incolumi durante tanto volgere di età e tanti sconvolgimenti di rivoluzioni interne, sempre rispettate secondo pregiudiziali di giustizia), siano state oggi impiegate a pagamento dei debiti recenti, odiosamente contratti da un governo screditato ed irregolare?

    La rendita pubblica era garanzia sufficiente al debito pubblico? Supponiamo di no e supponiamo che una perdita fosse in qualche modo inevitabile. Dal momento in cui la sola rendita legalmente posseduta, e che le parti contraenti facevano oggetto di considerazione nel momento in cui stipulavano il loro accordo, sembrasse venir meno, chi avrebbe dovuto subirne la pena secondo i principi dell'equità naturale e giuridica? Senza dubbio tal pena avrebbe dovuto essere sopportata o dalla parte che aperse il credito o da quella che aveva consigliata l'accettazione del rapporto fiduciario; oppure da tutte e due; ma non mai da parte ai terzi che non avevano in alcun modo partecipato alla contrattazione. In caso di insolvenza, avrebbe dovuto rimanerne vittima o colui che fu tanto debole da garantirsi sulla base di un'ipoteca non sicura o colui che frodolentemente ne aveva offerta una senza valore di garanzia. Le leggi non conoscono altre norme di decisione. Ma secondo i nuovi istituti dei Diritti dell'Uomo le sole persone che in linea di equità avrebbero dovuto subire la perdita sono invece le sole che se la cavano con indennizzo; e risponderanno del debito coloro che non furono né mutuanti né debitori e che non avevano convenuta alcuna ipoteca.

    Che cosa aveva da fare il clero con tutte queste vicende? Che rapporto aveva esso col sistema degli impegni pubblici, oltre il limite del suo proprio debito? Quanto a quest'ultimo, è certo che il patrimonio ecclesiastico vi si trovava impegnato fino all’ultimo jugero. Niente può meglio spiegare lo spirito genuino dell'Assemblea che si raduna per esercitare pubbliche confische, secondo i suoi nuovi criteri di equità e di morale, quanto l'analisi di ciò che essa ha compiuto nei riguardi del debito ecclesiastico. L’assemblea dei confiscatori, fedele agli interessi dei capitalisti a vantaggio dei quali si rendeva violatrice di tutti gli altri interessi, trovò che il clero era competente per contrarre un debito legale. In conseguenza di questo dichiarò che il clero aveva titolo legale sulla proprietà implicata nel potere di contrarre debito e di imporre ipoteca sulla ricchezza; cosicché i diritti dei cittadini perseguitati venivano riconosciuti con quell'atto medesimo in base al quale tali diritti erano grossolanamente violati.

    Se, come ho detto, vi erano persone tenute a rendere ragione del deficit verso i creditori dello Stato (facendo astrazione dal pubblico in generale), esse dovevano coincidere con quei tali che avevano trattato l'accordo reciproco. Perché dunque non sono stati confiscati i beni di tutti i controllori generali? Perché non quelli appartenenti alla lunga successione di ministri, di finanziera di banchieri, che si sono arricchiti mentre la nazione andava impoverendosi in conseguenza delle loro manovre e del loro divisamenti? Perché i beni del Signore di Laborde non sono stati confiscati in luogo di quelli appartenenti all1'Arcivescovo di Parigi, il quale non si era mai per nulla immischiato negli affari concernenti la costituzione o l'emissione dei fondi pubblici? Se voi volevate intenzionalmente confiscare i beni dell'antica proprietà fondiaria a favore di coloro che speculano sul denaro fluttuante, perché avete colpito di penalità una sola categoria di proprietari? Io non so se le spese compiute dal Duca di Choiseul abbiano consentito di fare alcun avanzo sopra le immense ricchezze che egli aveva ricevute dalla prodigalità del suo signore durante gli eventi di quel regno che largamente contribuì, con ogni specie di prodigalità in guerra, e in pace, alla costituzione dell'attuale debito pubblico di Francia. Ma se di quelle somme qualche cosa rimane, perché non ve ne appropriate?
    Ricordo di essere stato a Parigi durante i tempi dell'antico regime. Era proprio là immediatamente dopo i giorni in cui il Duca di Auguillon era riuscito a sfuggire (secondo la voce corrente) al capestro per il soccorso protettivo dell'autorità dispotica. Egli fu ministro ed era stato in certo modo responsabile degli sperperi consumati in quel lasso di tempo. Perché non vedo i suoi beni fondiari devoluti alle municipalità nelle quali sono situati? La nobile famiglia di Noailles è stata per lungo tempo al servizio (servizio pieno di merito, io lo riconosco) della Corona di Francia ed ha avuto buona parte nei benefìci di quest'ultima. Perché non sento dir nulla della devoluzione dei suoi beni a beneficio del debito pubblico? E perché il patrimonio del Duca di La Rochefoucauld sembra più sacro ed intangibile che quello del Cardinale di La Rochefoucauld?

    Il primo è, non ne dubito, una degnissima persona; e, se non si commettesse una sorta di profanazione giudicando dell’impiego che un tale fa della proprietà privata quasi per legittimare il titolo della proprietà medesima, possiamo dire che egli ha fatto buon uso delle sue rendite; ma senza mancare di rispetto a lui ai può anche riconoscere, sulla base di informazioni garantite ed autorevoli, che l’uso fatto della proprietà, ugualmente legittima, da parte di suo fratello il cardinale arcivescovo di Bouen, era di gran lunga più lodevole e meglio ispirato alla pubblica utilità (12). E’ possibile senza indignazione e senza orrore apprendere la notizia che persone simili sono state proscritte dopo la confisca di tutti i loro beni? Non è uomo colui che non prova tali sentimenti di fronte a simili misfatti. E non merita il nome di uomo libero colui che non ha il coraggio di esprimere quanto sente.

    Pochi conquistatori barbarici hanno perpetrato una così tremenda rivoluzione del diritto di proprietà. Al tempo dell'antica Roma nessuna fazione politica, sia imponendo " crudelem illam hastam " sia con ogni altra attività rapinatrice, è mai giunta a vendere i beni dei cittadini, sopraffatti in un modo così enorme. In favore di quei tiranni dell'antichità si deve riconoscere che difficilmente essi calcolavano a sangue freddo l'effetto di tali loro azioni. Le loro passioni erano infiammate, i loro spiriti erano esasperati, i loro intelletti offuscati dal desiderio di vendetta per le rappresaglie innumerevoli e reciproche provocate dall'incessante antagonismo delle violenze sanguinarie e delle rapine. Si trovavano spinti oltre ogni limite di moderazione per il timore che le famiglie di coloro che essi avevano oltraggiato senza speranza di perdono, ritornando nelle antiche proprietà riacquistassero pure il potere perduto.

    Quei confiscatori romani, i quali conoscevano soltanto i rudimenti della tirannia e non avevano ancora imparato secondo i Diritti dell'Uomo a esercitare ogni sorta di rappresaglie crudeli anche senza alcuna provocazione, tuttavia sentivano il bisogno di mascherare la loro ingiustizia con una specie di vernice. Atteggiavansi come se considerassero il partito vinto essere composto di traditori che avevano portate le armi o comunque agito ostilmente ai danni della cosa pubblica; e mostravano di considerarli come persone decadute dai toro diritti di proprietà in conseguenza di atti criminali.
    Quanto a voi, che vi trovate in condizione evoluta di progresso umano, non avete neppure avuto bisogno di questi infingimenti formali. Voi avete fatto man bassa sopra una rendita annua di cinque milioni di sterline e avete cacciato fuori dalle loro case quaranta o cinquantamila creature umane perché "così vi accomodava". Enrico VIII, il tiranno d'Inghilterra, che non era più illuminato di un qualunque Mario o di un qualunque Silla dell'epoca romana e non era venuto ad istruirsi nelle vostre nuove scuole, non immaginava neppure quale efficace strumento di dispotismo si sarebbe potuto trovare in questo grande magazzino di armi offensive che si chiama "Diritti dell'Uomo". Quando egli decise di saccheggiare i beni delle abbazie, né più né meno di quanto i Giacobini abbiano saccheggiato tutto il patrimonio ecclesiastico, si preoccupò di mettere su una commissione col pretesto che esaminasse quali delitti e quali abusi fossero stati perpetrati in quelle comunità. Come ci si poteva attendere, quella commissione mescolò nei suoi rapporti delle verità, delle esagerazioni, delle falsificazioni. Ma, a ragione o a torto, essa denunciò una serie di abusi e di violazioni. Tuttavia, sia che gli abusi potessero venire corretti sia che i delitti di pochi individui non dovessero implicare un danno per l'intera comunità, sia perché la proprietà in quel secolo di tenebre non era ancora apparsa come frutto di un pregiudizio, tutti quegli abusi, quantunque segnalati in rilevante numero, non poterono essere considerati giustificazione sufficiente al compiersi di quella confisca che era il fine di tutto il procedimento. Cosicché il tiranno non poté fare altro che procurarsi un atto di formale rinuncia a tutti questi beni. Questi faticosi espedienti dovettero essere escogitati da uno dei tiranni più espliciti che la storia ricordi, come preliminari necessari prima che egli osasse chiedere al parlamento un atto di sanzione a conferma del suo iniquo operato, dopo avere corrotto i membri servili delle due Camere, promettendo loro una parte del bottino insieme con una perpetua esenzione dalle tasse. Se il destino avesse fatto nascere quel tiranno ai nostri giorni, egli avrebbe potuto risparmiarsi tutti quei fastidi procedurali; sarebbe bastato che egli pronunciasse niente più che una formula incantatrice : "Filosofia, Lumi, Liberalità, Diritti dell’Uomo".

    Nulla io posso dire in lode di simili atti tirannici, che nessuna voce fino ad ora si è levata a difendere sotto pretesto delle loro fittizie motivazioni; tuttavia appunto in quelle fittizie motivazioni era contenuto l'omaggio che il dispotismo tributava al principio di giustizia. Quella podestà, che stava al disopra di ogni paura e di ogni rimorso, non si sentiva però superiore alla vergogna; e fintanto che la vergogna mantiene la propria efficacia, segno è che nel cuore la virtù non è completamente estinta e lo spirito della moderazione non è ancora interamente bandito dalla coscienza del tiranno.

    Credo che ogni galantuomo convenga in questa impressione col nostro poeta politico, nei riguardi delle circostanze attuali; e se mai cotali atti di rapacità dispotica dovessero presentarsi alla sua esperienza o alla sua immaginazione, egli farà voti perché se ne distorni il presagio: ".... Possa una simile tempesta risparmiare i nostri tempi, evitando una riforma rovinosa. Dimmi (o Musa) qual mostruosa e crudele offesa, quali delitti abbiano potuto infiammare di tanta ira un re cristiano. Se fu brama o incontinenza. O se Egli per conto proprio era dedito a temperanza, a castità e a giustizia. Erano questi i delitti compiuti? Dovevano a maggior ragione gravare su di lui? Ma la ricchezza è sempre apparsa un delitto agli occhi di colui che nulla possiede".

    È ancora la stessa ricchezza che in tutti i tempi e in tutte le organizzazioni politiche è apparati alla ingorda rapacità dei vangelizzatori come un delitto di lesa nazione; è ancora la medesima che vi ha indotti a violare la proprietà, il diritto e la religione, unificati in un solo scopo. Ma era lo stato della Francia così deteriorato ed irreparabile che a preservarne l'esistenza non rimanesse altra risorsa se non un atto di rapina? Desidererei su questo punto avere qualche informazione. Dopo l'ultima riunione degli Stati generali la condizione delle finanze francesi era veramente tale che, neppure a forza di economizzare secondo principi di giustizia equamente applicati in tutti i dipartimenti, ripartendo con equità gli oneri sopra i diversi ordini, fosse assolutamente Impossibile portarvi riparo? Se una simile ripartizione equitativa degli oneri fosse stata sufficiente, voi sapete benissimo che era in vostro potere di compierla facilmente. Il Necker nel rapporto presentato, come direttore generale delle Finanze e per ordine del Re, il 5 maggio 1789 agli Ordini assembrati in Versailles, ha fatto un'esposizione dettagliata dello stato della nazione francese.

    Se dobbiamo credere a lui non era necessario fare ricorso ad alcuna nuova imposizione per mettere le entrate del bilancio francese in equilibrio con le uscite. Egli stabilì l'ammontare delle spese permanenti di ogni specie, compresi gli interessi di un nuovo prestito di 400 milioni, in franchi 531.444.000; calcolò le entrate fisse in franchi 475.294.000, computando un deficit di 56.105.000 corrispondente a 2.200.000 sterline. Per coprire quest'ultimo fece un lungo calcolo preventivo di risparmi e di incrementi di rendita considerati come infallibilmente sicuri, i quali ammontavano assai più che al totale del detto deficit; e concluse con queste parole enfatiche: "Quel pays, Messieurs, que celui ou, sans impóts et avec de simples objets inapercus, on peut taire disparoitre un deficit qui a fait tant de bruit en Europe". Quanto al rimborso e all'estinzione del debito e a tutti gli altri oggetti riguardanti il credito pubblico e gli espedienti politici indicati nel discorso di Necker, non può darsi alcun dubbio che con una imposizione molto moderata, estesa proporzionalmente a tutti i cittadini senza distinzione, si sarebbe provveduto ad ogni riparo nel senso più desiderabile.

    Se quella esposizione di Necker era falsa, l'Assemblea deve ritenersi colpevole al massimo grado per avere costretto il re ad accettare come ministro e per avere poi impiegato come ministro proprio un uomo capace di abusare così sfacciatamente della fiducia del sovrano e di quella dell'Assemblea, e ciò in materia di così grande importanza con diretta attinenza al suo unitelo particolare. Ma se l'esposizione era esatta (per mio conto non dubito che così fosse, dato che al pari di voi ho sempre concepito un alto grado di rispetto verso il Necker) allora che cosa si può dire in favore di quei tali che invece di applicare una contribuzione generale, moderata e ragionevole, hanno a sangue freddo e senza alcuna necessità costrittiva fatto ricorso a una confisca crudele e partigiana?

    Forse che alcuna parte del clero o alcuna parte della nobiltà avevano avanzato il pretesto dei loro privilegi per sottrarsi all'obbligo della contribuzione? No certamente. Quanto al clero, esso medesimo aveva prevenuti i desideri del Terzo Stato. Prima della riunione degli Stati Generali il clero aveva in tutte le sue istruzioni espressamente avvertito i propri deputati perché rinunciassero a tutte le immunità che lo ponevano sopra un piede distinto dalla condizione di tutti gli altri sudditi. In quest'atto di rinuncia il clero fu anche più esplicito della nobiltà.

    Ma supponiamo che il deficit fosse rimasto alla cifra di 56 milioni (corrispondenti a 2.300.000 sterline) secondo lo stanziamento originale del Necker. Ammettiamo pure che tutte le risorse da lui suggerite per compensare tale deficienza non fossero che vuote e spudorate finzioni; e supponiamo che questa. Assemblea (specie di Lords of Articles di stile giacobino) (13) fosse per questo giustificata di avere assegnato l'intero ammontare del debito a carico del clero. Pure ammettendo tutte queste circostanze, un fabbisogno di 2.200.000 sterline non giustifica una confisca che ammonta a 5 milioni. Un'imposizione di 2.200.000 sterline a carico del clero come parte, isolata, sarebbe stata bensì oppressiva ed ingiusta ma non sarebbe stata al tempo medesimo esiziale alla classe sulla quale venne a gravare. Senonchè appunto per questo essa non avrebbe corrisposto ai propositi reali di coloro che promossero l'impresa.

    Forse taluno, scarsamente informato delle cose di Francia, sentendo dire che il clero e la nobiltà erano privilegiati dal punto di vista fiscale, potrebbe essere indotto a credere che anteriormente alla rivoluzione queste due classi non avessero contribuito alle necessità dello Stato. Sarebbe un grande errore. Certamente esse non contribuirono sulla base di parità, né alcuna delle due ugualmente cooperò col terzo stato. Ciò non ostante entrambe portavano un largo contributo. Né la nobiltà né il clero godevano di alcuna, esenzione dalle tasse di consumo, dai diritti doganali o da alcun'altra delle numerose imposte indirette che in Francia, al pari di ogni altro paese, costituivano così gran parte nella massa totale dei pubblici contributi. La nobiltà pagava la tassa, per censimento individuale. Pagava anche il Land-Tax, chiamato del "ventesimo", in proporzione di tre e qualche volta quattro scellini per sterlina; entrambe queste imposte dirette non erano di lieve peso e davano gettito non trascurabile. Il clero delle provincie annesse alla Francia per forza di conquiste e corrispondenti a una ottava parte circa del territorio complessivo, ma che detiene una proporzione di ricchezza di gran lunga maggiore, pagava l'imposta di capitazione e quella del ventesimo in ragione identica al pagamento fatto dalla nobiltà. Il clero delle antiche provincie non pagava l'imposta di capitazione; ma l'aveva già riscattata per una somma di circa 24 milioni, corrispondente a poco più che un milione di sterline. Questo era esente dalla tassa del ventesimo; ma faceva dei donativi gratuiti, contraeva debiti per conto dello Stato ed era soggetto a vari oneri d'altro genere, per un totale che ammontava a circa un tredicesimo della sua rendita netta. Questa parte del clero avrebbe dovuto pagare annualmente circa quarantamila sterline in più, per trovarsi a pari grado con le contribuzioni versate dalla nobiltà.

    Quando il terrore minacciato dalla terribile proscrizione indusse il clero a fare un'offerta di contributo per mezzo dell'Arcivescovo di Aix, questa per la sua anormalità non avrebbe dovuto essere accettata. Ma con tutta evidenza essa tornava verso i creditori dello stato di vantaggio indubbiamente più grande di tutto quanto si potesse ragionevolmente sperare di conseguire in forza di confisca. Perché non è stata accettata? La ragione è semplice. Non si desiderava che la Chiesa s'impegnasse al servizio dello Stato. Il servizio dello Stato divenne un pretesto inteso alla distruzione della Chiesa. Scegliendo questo modo per distruggere la Chiesa gli autori del misfatto non si facevano scrupolo di distruggere nel tempo stesso il loro paese; il che effettivamente avvenne. Una delle finalità fondamentali del progetto sarebbe venuta meno se si fosse attuato un piano di estorsione anzi che un processo di confisca. Non si sarebbe cioè potuto creare un nuovo sistema d'interessi fondiari connesso con la struttura della nuova Repubblica e vincolato alla sua intrinseca esistenza. Questa fu una delle ragioni per cui non venne accettato quello strano progetto di riscatto.

    (continua)

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    Ben tosto risultò chiaro come il progetto di confisca concepito secondo il piano precedente fosse una pazzia. L'idea di gettare sul mercato in un colpo solo una enorme massa di proprietà fondiaria, aumentata con la confisca di tutti i vasti domini terrieri appartenenti alla Corona, significava evidentemente distruggere i profitti sopra i quali appunto facevano assegnamento gli autori della confisca, e deprezzare per tal modo il valore delle terre espropriate insieme con quello di tutta l'intera proprietà fondiaria di Francia. E oltre a questo, l'impiegare tutto il capitale monetario circolante nell'acquisto della terra, sottraendolo al commercio, avrebbe costituito un danno in aggiunta agli altri. Che partito prendere allora? Forse che l'assemblea, divenuta consapevole degli inevitabili disastri che sarebbero conseguiti dal suo progetto di vendita, tornò a prendere in considerazione le offerte del clero?
    Nessuna minacciata calamità poteva obbligarla ad incamminarsi per una strada, che ai suoi occhi, sembrava contaminata da una apparenza di giustizia. Abbandonando tutte le speranze di realizzare una vendita generale ed immediata, parve che un altro progetto succedesse al primo. L'Assemblea, propose di cambiare i beni ecclesiastici in corrispettivo dei fondi pubblici. Ma in questo nuovo progetto sorsero gravi difficoltà intorno alla equiparazione degli oggetti che dovevano essere scambiati. Altri ostacoli ancora si presentavano a rendere inaccettabili alcuni nuovi progetti di vendita. Le municipalità si erano messe in allarme. Esse non volevano che l'intero bottino raccolto sulla ricchezza del regno fosse trasferito nelle mani di pochi capitalisti parigini. Molte di quelle municipalità erano state sistematicamente ridotte alla più deplorevole indigenza; non trovavano modo d'aver denaro da alcuna parte, e quindi si giunse al punto che si desiderava conseguire con tanto ardore. L'Assemblea sperava di riattivare in qualunque modo una circolazione che potesse ridare vita all’industria moribonda. Le municipalità dovevano essere allora, ammesse a partecipare al bottino, il che rendeva il precedente proposito, se mai esso fu seriamente vagheggiato, affatto irrealizzabile. Le esigenze pubbliche premevano da ogni parte. Il Ministro delle Finanze rinnovava senza posa domande di soccorsi con la voce dell'urgenza più ansiosa e più allarmante. In tal modo premuta da ogni parte, anziché seguire il progetto precedente secondo il quale si sarebbero trasformati i banchieri in altrettanti vescovi ed abati, anziché pagare il debito antico, l'Assemblea contrasse un nuovo debito al tre per cento, creando una nuova carta monetata, garantita sopra la vendita eventuale delle terre della chiesa.
    Questa valuta cartacea fu lanciata principalmente per soddisfare alle domande della Bank of Discount; grande macchina o meglio gran mulino cartaceo a vento per la simulazione di una ricchezza fittizia.

    La spoliazione della Chiesa divenne per tal modo unica risorsa di tutte le operazioni possibili nel campo finanziario ; costituì il principio vitale di tutta l'azione politica; rappresentò l'unica sicurezza per il mantenimento del potere politico. Era necessario, anche a costo di impiegare i mezzi più violenti, spingere tutti i cittadini a un medesimo estremo e costringere l'intera nazione a ratificare quest'atto sulla base di un interesse colpevole, così da consolidare anche l'autorità di coloro che ne erano stati autori. E per costringere anche i cittadini più recalcitranti a partecipare a quel bottino, l'Assemblea dichiarò che in tutti i pagamenti l'accettazione della moneta cartacea si rendeva obbligatoria. Coloro che considerano come fatto di interesse capitale la tendenza di quelle manovre politiche verso il conseguimento di un simile oggetto, e riconoscono in quest'ultimo un punto di irradiazione dal quale derivano in processo di tempo tutte le altre conseguenze nonché le misure di ordine politico, non mi accuseranno di insistere troppo a lungo esaminando questo particolare procedimento dell'Assemblea Nazionale.

    Per togliere di mezzo ogni apparenza di connessione tra la Corona e la giustizia pubblica e per costringere la somma dei poteri pubblici alla implicita obbedienza ai dittatori parigini, la antica e indipendente magistratura dei parlamenti, con tutti i suoi meriti e tutte le sue colpe, fu radicalmente abolita. Fin a tanto che i Parlamenti fossero esistiti era evidente che il popolo avrebbe potuto un momento o l'altro fare ricorso ad essi, raccogliendosi sotto le insegne delle sue antiche leggi. Ma bisogna per altro tenere presente che coloro i quali nelle corti ora abolite tenevano cariche di magistratura e di ufficio, avevano pagate quelle dignità a prezzo molto caro, e che in corrispettivo di esse e dei compiti esercitati non ritraevano che il compenso di un debole interesse. Una semplice confisca costituiva un vantaggio soltanto nei riguardi del clero; ma nei riguardi degli uomini di legge doveva essere osservata almeno un'apparenza di equità ed il compenso che essi dovevano ricevere ammontava ad una somma ingente. Queste compensazioni fanno parte del debito nazionale per la cui liquidazione si è così stanziato un fondo inesauribile. I rimborsi a favore della magistratura si dovranno realizzare per mezzo della carta monetata, che marcia, di pari passo coi nuovi principi della giurisdizione e della legge. I magistrati dimessi devono prendere la loro parte nella persecuzione spogliatrice che colpisce gli ecclesiastici, oppure devono riscattare la loro stessa proprietà da un fondo costituito in maniera che tutti coloro i quali sono cresciuti nell'ossequio tradizionale verso gli antichi principi del diritto e che erano tutori convinti del principio di proprietà, devono riguardare con un sentimento di orrore. Perfino il clero deve percepire la miserabile retribuzione che gli compete sotto forma di quella spregiata carta su cui sta impresso il carattere indelebile del sacrilegio e il simbolo della sua medesima rovina; altrimenti non gli resta che morire di fame. Un oltraggio così violento contro i principi del credito, della proprietà e della libertà, come questo compiuto imponendo il corso forzoso della carta moneta, raramente è stato perpetrato dall'alleanza della bancarotta e della tirannide, in alcun tempo o in alcuna nazione.

    Nel corso di tutte queste operazioni si scopre alla fine la esistenza di un grande arcanum; cioè che in realtà e nel senso più esplicito le terre della Chiesa (per quanto almeno alcunché di certo sia dato riconoscere nelle manovre di tal gente) non devono essere vendute. Secondo le più recenti risoluzioni dell'Assemblea Nazionale quelle terre devono essere abbandonate nelle mani del maggior offerente. Ma bisogna notare bene che si richiede il versamento soltanto di una parte limitata del denaro necessario all'acquisto. È concesso un periodo di dodici anni per completare il pagamento della somma restante. In conseguenza di questo i compratori, pieni di senno filosofico, si mettono in grado di entrare istantaneamente nel possesso dei beni contro il pagamento di un semplice acconto iniziale. In certo modo si tratta di una specie di donativo tributato loro e che dev'essere inteso come un'investitura feudale assegnata a titolo di omaggio per la nuova, opera compiuta. Questo progetto evidentemente è inteso a favorire un gruppo di compratori sprovvisti di denaro. Le conseguenze di tale atto sono queste: che i compratori o piuttosto i concessionari pagheranno non soltanto sulla base di un accrescimento di rendita, di cui lo Stato avrebbe ben potuto usufruire per sé, ma anche sullo spoglio dei materiali di costruzione, sulle devastazioni compiute nelle foreste e su tutte quelle risorse monetarie che le mani abituate all'esercizio dell'usura rapinatrice potranno estorcere alla miseria dei contadini. Cosicché questi utili saranno gettati alla mercé di uomini mercenari e pieni d'arbitrio, stimolati a compiere ogni sorta dì estorsione col crescere delle esigenze conseguenti all'aumento graduale dei profitti che essi trarranno da un patrimonio concesso loro dalla instaurazione precaria di un nuovo sistema politico.

    Mentre ogni sorta di frodi, di imposture, di violenze, di rapine, di incendi, di massacri, di confische, insieme con la circolazione del corso forzoso e con tutte le altre forme di crudele tirannia intese a promuovere e a concretare gli scopi della rivoluzione sortivano il loro effetto naturale, quello cioè di offendere il sentimento morale di tutte le coscienze bennate e virtuose, mentre tutto ciò accadeva i fautori di questo sistema filosofico si preoccupavano di scendere a declamazioni violente contro l'antico governo monarchico della Francia. Dopo avere colorito a tinte fosche il significato di quell'antica potestà decaduta, essi inauguravano un sistema mentale di tal genere che induceva a ritenere come partigiani dell'antico regime tutti coloro che disapprovavano gli abusi compiuti dal nuovo ; quasi che coloro i quali riprovavano le forme barbare e violente in cui si attuava la nuova libertà, dovessero per ciò solo venire considerati come paladini della vecchia servitù.
    Ammetto che la necessità medesima fosse tale da indurre a questo vile e spregevole inganno.

    Nulla valeva meglio a conciliare gli uomini con l'ordine dei loro programmi e delle loro azioni che l'escludere ogni possibilità di opzione intermedia tra simili progetti innovatori e i simulacri di una tirannia, divenuta oggetto di odio vuoi per ricordanze storiche vuoi per invenzione di poeti. Manovre di tal genere non meritano neanche di essere chiamate col nome di sofisticherie. Non rappresentano altro che una forma di impudenza. Codesti signori non hanno mai sentito parlare in alcuna parte del mondo di alcuna analogia teorica o pratica tra il dispotismo di un monarca e il dispotismo della moltitudine? Non hanno mai sentito parlare di una monarchia diretta dai principi del diritto, controllata ed equilibrata dalla grande forza della ricchezza ereditaria e della dignità nazionale, e doppiamente controllata da quel senno moderatore il quale deriva dalla ragione e dalla fede popolari, espresse per mezzo di un organo adeguato e permanente? È dunque impossibile trovare un individuo il quale, fuor da ogni intenzione criminale e senza offuscamento della logica, preferisca un simile sistema di governo misto e temperato all'uno o all'altro dei due estremi sopraindicati, e ritenga che una nazione venga meno ad ogni fondamento di saggezza e di virtù allorché, essendo libera di scegliere con tutta facilità un simile governo o piuttosto di consolidarlo nella, sua, esistenza attuale, preferisca invece commettere un'enorme quantità di delitti, di gettare il popolo in una serie di mali incommensurabili, precisamente a fine di respingere quella forma di governo? Si deve forse ritenere come una verità universalmente accettata quella che attribuisce alla democrazia il presunto privilegio di rappresentare la sola forma di governo tollerabile a cui l'umanità possa aderire, cosicché non sia nemmeno consentito di avanzare qualche dubbio intorno ai meriti di essa senza suscitare il sospetto di essere un fautore della tirannide e cioè un nemico del genere umano?

    Io non saprei sotto quale nome definire l'autorità che attualmente governa la Francia. Essa pretende di costituire una pura democrazia, ma io ritengo invece che vada rapidamente diventando una perniciosa ed ignobile oligarchia. Tuttavia ammetto che al presente essa sia alcunché di simile a ciò che pretende di essere, così per intrinseca natura quanto per gli effetti che produce. Non condanno alcuna forma di governo giudicando unicamente su principi astratti. Si possono dare situazioni in cui regimi di assoluta democrazia si rendano necessari. In determinate circostanze, che a vero dire sono poche e di natura affatto particolare, ciò può rendersi desiderabile con tutta evidenza. Ma non credo che questo sia il caso della Francia o di alcun'altra grande nazione. Fino ad ora non abbiamo trovati esempi di democrazie che raggiungessero un'importanza considerevole. Gli antichi conoscevano questa forma di governo assai meglio di noi. Siccome non mi sono interamente ignoti quegli autori che hanno particolarmente studiate le costituzioni di tal genere misurandone adeguatamente il valore, posso accettare la loro opinione che una democrazia assoluta, non più di un'assoluta monarchia, può essere classificata tra le forme legittime di governo. Essi però pensavano che simili estremi costituiscono forme corrotte e degenerative anziché una direzione salutare nel sistema costituzionale dello stato. Se ben me ne sovvengo, Aristotele nota che una democrazia presenta alcuni punti di stretta rassomiglianza con la tirannia (14). A questo riguardo io sono sicuro che in una democrazia la maggioranza dei cittadini è capace di esercitare la più crudele oppressione a danno della minoranza allorquando in questa forma di organizzazione politica prevalgono forti divisioni di partiti, come sovente accade; e credo che l'oppressione esercitata sulla minoranza si estenda a un numero assai maggiore di cittadini e si accanisca con furia assai più grande di quanto accade in conseguenza della dominazione di un singolo tiranno. In una simile forma di prepotenza popolare le vittime individuali si trovano in condizione molto più deplorevole che in qualunque altro regime. Sotto la persecuzione di un principe crudele le vittime sono fatte segno alla compassione confortatrice dell'umanità che lenisce il tormento delle loro piaghe; sentono il plauso del popolo che anima la loro generosa costanza aumentando la forza di sopportazione; ma coloro che subiscono ingiustizia da parte della moltitudine sono privati di ogni.consolazione esterna. Sembrano messi al bando dall'umanità e ripudiati in forza di una cospirazione alla quale partecipano in massa i loro stessi compagni.

    Ma pure ammettendo che la democrazia non abbia quella inevitabile tendenza ad esercitare una tirannia di partito, che invece io suppongo essa abbia; ed ammettendo che possieda altrettanti vantaggi presentandosi nella sua forma pura, quanti invece io ritengo essa presenti solo mescolandosi e temperandosi con altre forme di governo, rimane però sempre questa domanda: se la monarchia non possegga alcun elemento degno di raccomandarla alla nostra preferenza? Non mi piace citare troppo spesso Bolingbroke e nemmeno posso dire che le sue opere abbiano mai esercitato un'impressione durevole sul mio pensiero. Egli è uno scrittore presuntuoso e superficiale. Ma egli ha una osservazione che, a mio giudizio, non è priva né di fondamento né di saldezza. Egli dice che a ogni altra forma di governo preferisce la monarchia perché più facilmente voi potete imprimere sopra una costituzione monarchica i vantaggi di un regime repubblicano, di quanto invece non possiate imprimere su quest'ultimo i vantaggi della prima. Credo che egli abbia perfettamente ragione: il principio è confermato dai fatti storici. E si accorda bene anche con la teoria.

    So che è cosa molto facile ragionare sulle colpe di una potenza decaduta, dopo che questa ha cessato di esistere. Se nello stato interviene una rivoluzione, il vile adulatore del giorno prima si converte nel critico austero della nuova giornata. Ma coloro che sono provvisti di mente salda e indipendente, allorquando si pongono a considerare un oggetto di tanta importanza per l'umanità quanta è quella del governo, sdegnano di assumere la parte del satirico e del declamatore. Essi sanno giudicare le istituzioni umane, così come sanno giudicare degli umani caratteri. E si preoccupano di separare il bene dal male, che sempre si trova mescolato nelle istituzioni dei mortali, così come nella coscienza degli individui.

    Il vostro antico governo di Francia, quantunque comunemente (io ritengo a ragione) fosse reputato il migliore fra tutti i sistemi monarchici non temperati o mal temperati, era ciò non ostante pieno di abusi. Questi abusi erano venuti accumulandosi in processo di tempo, così come accade in ogni monarchia che non si trovi sotto il costante controllo della rappresentanza popolare. Non sono del tutto estranee alle colpe e alle imperfezioni di cui si rese responsabile il sovvertito governo di Francia; e credo di non essere né per natura né per tendenza politica inclinato a intessere il panegirico di alcuna cosa la quale meriti di essere fatta segno a censura giusta e spontanea. Qui però non si fa questione dei vizi di questa monarchia ma della sua stessa esistenza. È dunque vero che il governo della Francia stava ridotto a tal segno da non essere suscettibile ne degno di alcuna riforma; e che fosse ridotto a tal segno da rendere assolutamente necessaria la distruzione dell'intero edificio spianandolo perché vi fosse eretto al posto del primo un altro edificio teorico sperimentale? Sul principio dell'anno 1789 tutta la Francia era di opinione contraria. Le istruzioni date ai rappresentanti degli Stati Generali per ogni distretto del regno, erano piene di progetti riguardanti la riforma del Governo, senza che si facesse il più lontano accenno di distruggere quest'ultimo. E se mai un progetto di questo genere fosse stato insinuato, io credo che si sarebbe levata una voce unanime, per respingerlo con un sentimento di orrore e di disprezzo.

    Qualche volta si sono condotti gli uomini per gradi, o magari per impulso violento, a tali estremi di fronte ai quali (se mai fosse stato loro possibile di considerarli preventivamente nel loro complesso) non avrebbero consentito nemmeno il più piccolo passo d'avvicinamento. Quando furono impartite quelle istruzioni, non si faceva in esse altra questione se non quella di verificare resistenza di molteplici abusi che richiedevano una riforma; ora le cose sono cambiate. Nell'intervallo corso tra quelle vicende e l'esplosione rivoluzionaria, l'aspetto delle cose mutò; e in conseguenza di questo cambiamento il problema si pone oggi in questa maniera: tra quelli che richiedevano una riforma e quelli che hanno compiuta la distruzione, chi ha avuto ragione?
    Quando si sente taluno parlare della passata monarchia di Francia si sarebbe indotti a credere che egli parli del regno di Persia prostrato sotto la ferocia sanguinaria di Taehmas Kouli Khan; o magari che egli stia descrivendo il dispotismo barbaro ed anarchico della Turchia, dove le più belle contrade nel più favorevole clima della terra soffrono in tempo di pace assai più di quanto alcun altro paese soffra in conseguenza della guerra; e cioè dove le arti sono sconosciute, dove le industrie languiscono, dove la scienza è esaurita, dove l'agricoltura decade, dove la razza umana medesima sì scompone e perisce sotto gli occhi di chi la osserva. Ma era questo forse il caso della Francia? Non ho modo di risolvere il problema se non richiamandomi ai fatti. E i fatti non confermano un simile paragone. In mezzo a molti malanni si davano alcuni aspetti buoni nella monarchia medesima; e questa avrebbe potuto ritrarre motivi di correzione ai propri difetti dalla religione, dalle leggi, dai costumi, dalle opinioni; il che sarebbe valso a renderla, se non una forma di libera e buona contribuzione, un regime di dispotismo più apparente che reale.

    Fra tutti gli elementi indicatori che possono segnalare gli effetti che il governo esercita sopra una nazione, io credo che lo stato della sua popolazione non sia da tenere in piccolo conto.
    Nessuna terra nella quale la condizione del popolo è fiorente e in uno stato di incremento progressivo può considerarsi come soggetta a un governo intrinsecamente malvagio.

    Circa sessant'anni fa gli Intendenti generali di Francia fecero, tra l'altro, un rapporto sulla popolazione dei diversi loro distretti. Io non ho quei libri, che sono molto voluminosi, ne so dove potrei procurarli (sono obbligato a parlare affidandomi alla memoria, e quindi con minore esattezza) ma credo che la popolazione della Francia in quel tempo sia stata stimata ventidue milioni di anime. Alla fine del secolo precedente era stata calcolata per un totale di diciotto milioni. Il Signor Necker, ch'era per i suoi tempi un'autorità di grado almeno equivalente a quella degli Intendenti, calcola, su principi che paiono esatti, la popolazione della Francia nell'anno 1780, a un totale di ventiquattro milioni seicento settanta mila anime. Ma era questo il limite massimo toccato sotto il vecchio regime? Il Dott. Price è dell'opinione che l'incremento della popolazione Francese non avesse affatto raggiunto il suo vertice in quell'anno. Io certamente riconosco al Dott. Price una autorità notevolmente più grande nella trattazione di questi problemi, che non rispetto alle sue teorie politiche generali. Questo gentiluomo, fondandosi sui dati del Necker, ha buon motivo di credere che dal momento in cui il ministro la calcolò, la popolazione francese sia aumentata rapidamente; così rapidamente che nell'anno 1789 egli non crede di poter calcolare la popolazione di quel regno a un numero inferiore ai trenta milioni. Anche abbassando di molto e di molto (credo debbano essere abbassati i computi eccessivi del Dott. Price) io non ho dubbio che la popolazione della Francia sia aumentata considerevolmente durante questi ultimi tempi: ma pur supponendo che questa sia aumentata non più che della differenza tra 24.670.000 e 25 milioni, pure una popolazione di 25 milioni che segna tale un aumento progressivo in uno spazio di circa ventisettemila leghe quadrate, è qualche cosa di immenso. Ciò costituisce, per esempio, un contingente demografico maggiore che la popolazione proporzionale di quest'isola, anche considerando quella della sola Inghilterra, che è la parte più popolata di tutto il Regno Unito.

    Non è vero, in termini generali, che la Francia sia tutta un paese fertile. Tratti considerabili di caso sono sterili e soffrono di altri svantaggi naturali. In quelle parti di territorio dove le condizioni sono più favorevoli, per quanto io posso giudicare, la densità degli abitanti corrisponde all'indulgenza della natura. (De l'Administration des Finances de la France, par Mons. Necker. Vol. I p. 228), II dipartimento di Lisic (questo io ammetto sia l'esempio più forte) sopra un'estensione di 404 1/2 leghe, circa dieci anni fa conteneva 734.000 anime, il che corrisponde a una densità di 1772 abitanti per ogni lega quadrata. Il computo medio per il rimanente della Francia è di circa 900 abitanti, proporzionato alla stessa misura.

    Io non attribuisco il merito di questo alto indice demografico al governo deposto perché non mi piace attribuire a merito degli uomini ciò che è dovuto in grande parte alla generosità della Provvidenza. Ma quel governo tanto denigrato non può certo aver fatto ostacolo anzi molto probabilmente ha dato appoggio all'azione di quegli agenti provvidenziali, qualunque essi fossero: condizioni naturali del terreno o attitudini industriose del popolo, che hanno prodotto così un largo incremento di abitanti nella intera estensione del regno, segnando in corrispondenza di località speciali un vero prodigio di densità demografica.

    Non posso ammettere che si descriva come la peggiore tra tutte le istituzioni politiche quella che corrisponde alla struttura di uno Stato, che l'esperienza dimostra provvisto di una capacità atta a favorire, sia pure in modo latente, l'incremento della razza umana.

    La ricchezza di un paese è un altro indice e non disprezzabile, secondo il quale noi possiamo giudicare se, in termini generali, un governo sia benefico o distruttivo. La Francia ha una popolazione di gran lunga superiore a quella dell'Inghilterra, ma so che in rapporto alla ricchezza essa è molto inferiore rispetto al nostro paese; e che la sua distribuzione della ricchezza non è così bene equilibrata come in Inghilterra, e la circolazione non vi è altrettanto rapida. Io credo la differente costituzione dei due governi sia da annoverare tra le cause di questo vantaggio da parte dell'Inghilterra. Parlo dell'Inghilterra, non degli interi Dominions britannici; i quali se comparati con quelli della Francia, farebbero, in certo modo abbassare proporzionalmente il valore comparativo della ricchezza nostra in confronto col vostro paese. Ma questa ricchezza, che non può stare a paragone con quella dell'Inghilterra, costituisce tuttavia un grado molto considerevole di opulenza. Il libro del sign. Necker pubblicato nel 1785 (De l'Administration des Finances de la France, par M. Necker) contiene una collezione accurata ed interessante di dati relativi alla economia pubblica ed all'aritmetica politica; e le considerazioni che egli svolge su questi argomenti sono in generale ispirate a prudenza e liberalità. In quel lavoro, egli da un'idea dello stato della Francia molto diversa dal quadro tendenziosamente dipinto da quei signori i quali rappresentano un paese il cui governo altro non era che un lutto nefasto, un cumulo di nequizie, per cui non si poteva dare altro rimedio se non quello violento ed incerto di una completa rivoluzione. Egli afferma che dall'anno 1726 all'anno 1784 erano state coniate alla zecca dello Francia monete d'oro e d'argento per l'ammontare di circa cento milioni di lire sterline. (Vol. III cap. 8 e cap. 9).
    È impossibile che il signor Necker si sbagli nel calcolare il complesso dell'oro e argento che è stato coniato nella zecca. È questione di un computo ufficiale. I ragionamenti che questo abile finanziere fa quando calcola la quantità d'oro e d'argento rimasta in circolazione quando scrisse nel 1785 (circa quattro anni prima della deposizione ed imprigionamento del Re, di Francia) non sono di ugual certezza ; ma sono fondati sopra terreno di apparenza così solida, che non si può ricusare di prestare una certa fede ai suoi calcoli. Egli calcolò che la moneta divisionale che allora circolava in Francia era equivalente a circa ottantotto milioni della corrispondente moneta inglese. Una grande accumulazione di ricchezza per un paese vasto quanto la Francia! Il signor Necker, quando scriveva nel 1785, era così lontano dal considerare questo incremento di ricchezza come prossimo a cessare, che egli faceva assegnamento sopra un aumento annuale del due per cento del denaro importato in Francia a partire dal momento in cui egli fece i suoi calcoli.

    Alcune cause adeguate devono aver originalmente introdotto tutte le monete coniate alla zecca in questo regno; e alcune altre cause particolarmente efficaci devono aver concentrato o rimesso in seno alla nazione un così vasto flusso di tesoro, come quello che il signor Necker calcola essere rimasto nella circolazione interna. Anche supponendo che si debba dare una ragionevole tara sui calcoli del sig. Necker, sta però il fatto che il rimanente doveva ancora ammontare ad una somma immensa. Così forti capacità di acquisto e di conservazione non si sarebbero potute produrre in uno stato nel quale veramente l'industria fosse stata agonizzante, la proprietà mal sicura, sotto un governo praticamente distruttore. Infatti, quando io considero l'aspetto del regno di Francia, la moltitudine e l'opulenza delle sue città, la magnificenza delle sue alte, spaziose strade e dei suoi grandi ponti, l'utilità dei suoi canali artificiali e dei sistemi di navigazione che aprono la possibilità di convogliare le comunicazioni marittime attraverso un continente di un'estensione così immensa; quando io rivolgo lo sguardo a considerare le opere stupende dei suoi porti, dei suoi arsenali, e osservo il suo intero apparato navale, sia quello militare che quello mercantile; quando penso al numero delle sue fortificazioni, costruite con così grande e magistrale abilità e fatte e mantenute con un così grande dispendio, presentati una frontiera armata ed una impenetrabile barriera ai nemici da tutte le parti; quando io considero come una piccolissima parte di quella estesa regione sia senza coltivazione, ed a quale alta perfezione la coltura di molte tra le migliori produzioni della terra sia stata portata in Francia; quando io rifletto sulla eccellenza delle sue manifatture e delle sue fabbriche, a nessun popolo seconda fuor che a noi e in certi casi neppure a noi ; quando io contemplo le grandi fondazioni di carità, pubbliche e private; quando esamino lo stato di tutte le sue arti che abbelliscono e nobilitano la vita; quando io ripenso agli uomini che la Francia ha allevato perché espandessero la sua fama in guerra, ai suoi grandi uomini di stato, alla moltitudine dei suoi giuristi profondi e dei suoi teologi, dei filosofi, dei critici, degli storiografi e dei paleologi, dei poeti e degli oratori sacri e profani, io rilevo in tutto questo qualche cosa che incute rispetto, che trattiene il giudizio dal precipitare in una affrettata ed arbitraria censura, che esige da noi un serio esame intorno a quelli che sarebbero i pretesi enormi difetti di quel vecchio regime, difetti in base ai quali si riterrebbe autorizzata una subitanea e radicale distruzione di un edificio storico tanto maestoso. Orbene, io non riconosco in questo stato di cose un dispotismo uguale a quello della Turchia; ne io vi scorgo le caratteristiche di un governo così oppressivo, così corrotto o così negligente da apparire assolutamente disadatto a qualunque opera di riforma. Devo pensare invece che un governo simile avrebbe meritato di trovare un potenziamento delle proprie attività benefiche, un correttivo dei propri errori, un incremento delle proprie capacità funzionali, e ciò si sarebbe ottenuto imponendo ad esso una forma costituzionale simile a quella britannica.

    Chiunque abbia sottoposto ad esame l'attività di quel governo deposto, a partire da alcuni anni prima della sua caduta, non può non avere osservato, pure in mezzo alle incostanze ed alle fluttuazioni che sono naturali presso tutte le corti, un serio tentativo diretto al conseguimento della prosperità e del miglioramento pubblico, e deve ammettere che per lungo tempo quel governo ha cercati tutti i mezzi per sradicare totalmente o per correggere quanto più possibile le pratiche e le consuetudini abusive che avevano preso piede nello stato ; e che anche il potere illimitato del sovrano sopra le persone dei sudditi, pur essendo contrario (il che età fuor di dubbio) allo spirito e del diritto e della libertà, era però venuto di giorno in giorno mitigandosi nel suo esercizio. Ben lontano dall'essere restio a qualunque riforma, quel governo si mostrava incline, con una facilita anche eccessiva, ad accogliere ogni sorta di innovazioni e di innovatori a vantaggio dei sudditi. Piuttosto dobbiamo riconoscere che tale spirito di innovazione fu incoraggiato fin troppo; tanto è vero che presto si rivolse ai danni di quelli che lo favorirono, provocando la loro finale rovina. Secondo un criterio di fredda giustizia dovremmo dire di quella monarchia decaduta che per molti anni essa prevaricò più per leggerezza e mancanza di giudizio nella sua condotta politica, che non per mancanza di cura e di sollecitudine verso il pubblico bene. Non è agire secondo giustizia istituire un parallelo tra il governo di Francia degli ultimi cinquanta o sessant'anni e la contemporanea condizione di altri governi organizzati con saggio criterio costituzionale. Ma se al vuole istituire il paragone con alcuno degli altri regni sotto il rapporto delle prodigalità compiute nella profusione del denaro pubblico, o riguardo alla oppressione del potere tirannico, io credo che dei giudici imparziali accorderanno ben poca fede alle benevole intenzioni di quei tali che tirano continuamente il discorso sui donativi fatti ai cortigiani, alle favorite, sulle spese di corte, o sui rigori della Bastiglia durante il regno di Luigi XVI (15).

    È dubbio se seguendo il sistema (quand'anche esso meriti tal nome) ora introdotto sulle rovine della antica monarchia sia possibile dare un conto più favorevole intorno alle condizioni demografiche e finanziarie di questo Paese, dopo che il nuovo regime ne ha assunta la cura. Anziché avere guadagnato qualche cosa nel cambiamento, io temo che una lunga serie di anni debba trascorrere innanzi che la Francia possa recuperarsi in alcun modo dagli effetti prodotti da codesta rivoluzione filosofica, e prima che la nazione possa riconquistare il livello precedentemente raggiunto. Se il Dr. Price giudica a proposito di procurarci entro qualche anno un nuovo computo della popolazione della Francia, egli durerà fatica a ritrovarvi un totale di trenta milioni di anime, come nel 1789, e neppure il totale di ventisei milioni calcolato dalla Assemblea in detto anno; e neppure il totale di venticinque calcolato da Necker nel 1780. Sento dire che si danno numerosi casi di emigrazione dalle frontiere della Francia; e che molti, lasciando questo deliziosissimo clima e questa cara Libertà che ha tutte le seduzioni di una Circe, sono andati a rifugiarsi in terra straniera, sotto il dispotismo britannico, nel Canada.

    Nella attuale sparizione di moneta circolante nessuno direbbe trattarsi di quello stesso Paese in cui l'attuale ministro delle finanze è stato capace di scoprire ottanta milioni di sterline in denaro.

    A giudicare dal suo aspetto attuale, si direbbe che questo Paese è stato, durante alcun tempo, sotto la direzione dei dotti accademici di Laputa e di Balnibardi (16). La popolazione di Parigi è talmente scemata che il Necker ha prodotti dinanzi all'Assemblea i motivi che impongono di calcolare ridotta di un quinto la quantità di provviste necessaria per la sussistenza della città (17). Si dice (ed io non ho sentite contraddizioni a questa voce) che ben centomila persone siano prive di ogni impiego nella capitale, quantunque essa aia divenuta sede di una corte prigioniera e della Assemblea Nazionale. Nessuno spettacolo è più straziante né più disgustoso che quello della mendicità dilagante per le vie di Parigi. A vero dire, i deliberati dell'Assemblea Nazionale non lasciano dubbio sulla veridicità del fatto. Essa ha ultimamente istituito un Comitato di Mendicità, in pianta stabile. Esercita una improvvisa e rigorosa vigilanza di polizia su questo punto, imponendo per la prima volta una tassa per il mantenimento dei poveri i cui soccorsi attuali importano una somma di grande ammontare iscritta nei rendiconti dell'annata. Nel frattempo i capi delle consorterie politiche e i legislatori da caffè si stordiscono e si ubriacano auto-ammirandosi per saggezza e per abilità.
    Parlano ostentando il più sovrano disprezzo per tutto il resto del mondo. E vanno dicendo al popolo, per confortarlo delle tristi condizioni in cui lo hanno gettato, che il popolo di Francia è un popolo di filosofi: e di tanto in tanto mettono in opera tutti gli espedienti del ciarlatanismo scenografico, delle chiassate, dei tumulti, degli allarmi, dei complotti, delle invasioni, per soffocare le grida della indigenza e per stornare gli occhi dell'osservatore dalle rovine dello stato e dalla sua miseria. Un popolo valente preferirà certamente la propria libertà, quand'anche accompagnata da una onesta indigenza, alla ricchezza tratta da un servaggio depravato. Ma prima di pagare il prezzo corrispondente al suo stesso benessere e alla sua ricchezza, un popolo dev'essere ben sicuro che con tal sacrificio egli acquista una reale libertà e che tale libertà non potrebbe essere conseguita a nessun altro prezzo. Per mio conto riguarderò sempre come libertà di ben dubbia apparenza quella che non ha per compagne la giustizia e la saggezza e che non porta come conseguenza l'abbondanza e la prosperità.



    Note


    (10) Non voglio offendere il sentimento morale del lettore citando testualmente frasi di quel linguaggio volgare, empio e profano.

    (11) Alludo all'alleanza di Turgot con quasi tutti i rappresentanti dell'alta finanza.

    (12) L'editore Inglese avverte che tra i due non esisteva alcun rapporto di parentela; ma questo errore di fatto non intacca il valore dell'argomentazione.

    (13) Nella costituzione della Scozia, durante il regno degli Stuart, si formò un Comitato per preparare tutti i decreti; e nessuno di questi poteva passare se non aveva avuto previa autorizzazione da quel Comitato. Esso era chiamato Lords of Articles.

    (14) Quando io scrivevo queste righe citavo a memoria poiché il testo aristotelico letto a tanti anni di distanza, non era più presente al mio pensiero; ma un mio dotto amico lo ha ritrovato ed è il seguente: "Il carattere dei costumi è identico in entrambi i casi; si esercita il dispotismo sulla classe migliore dei cittadini e i decreti sono per l'un regime ciò che le ordinanze e gli arresti sono per l'altro: anche il demagogo e l'uomo di corte sono spesso simili e identici e presentano sempre una stretta analogia l'uno con l'altro, giacche entrambi, nei differenti siatemi di governo in cui si trovano, si attaccano al potere principale; il favorito parteggia per il monarca assoluto, e il demagogo parteggia per il popolo nella stessa maniera". (Arist. Polit.. IV, 4).

    (15) Il mondo deve essere molto riconoscente al Signor di Calonne per la pena che egli si è preso di rifiutare le esagerazioni scandalose relative a qualche spesa di corte e per rivelare le falsificazioni introdotte nel rapporto delle pensioni nel pervertito disegno di aizzare il popolaccio a compiere ogni sorta di delitti

    (16) Allusione ai Viaggi di Gulliver e un'Idea di uno Stato governato da filosofi.

    (17) Il Calonne calcola assai maggiore il numero che indica il declino della popolazione di Parigi; e cosi deve essere stato dopo il tempo in cui furono fatti i calcoli del Necker.

    (Fine quinta parte)

  3. #3
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    La confisca dei beni della Chiesa viola chiaramente il principio della proprietà, a base del contratto sociale. Una simile decisione, attuata contro ecclesiastici che da sempre si avvalgono delle rendite per gli uffici del culto e per l'attività educativa, rischia di gettare nella miseria migliaia e migliaia di appartenenti al clero.
    Il sussidio concesso dall'Assemblea, per legare a sè -come la corda al collo dell'impiccato- la Chiesa di Francia, suona come il dileggio finale, il "tozzo di pane" lasciato neanche per pietà, ma solo per obiettivi politici. I rivoluzionari intendono mettere in ginocchio il clero, asservirlo e gradualmente annientarlo, per far trionfare l'ateismo, la negazione di Dio e della religione. La giustificazione addotta, ovvero la necessità di requisire le proprietà e le rendite per ripianare il debito dello Stato, è con tutta evidenza ingiusta e falsa sin dalla radice. L'indennizzo previsto è ridicolo e del tutto insufficiente, un insulto inqualificabile alla dignità del clero. I sostenitori dei cosiddetti "Diritti dell'Uomo" si sono rivelati per quello che sono, ovvero despoti peggiori degli antichi tiranni che volevano cacciare e sostituire con il sistema democratico. Il loro dispotismo risulta evidente nelle decisioni pratiche, che vanno a colpire il sacro principio della proprietà, sancito in questo caso da secoli e secoli di prescrizioni, diritti e consuetudini intangibili. Il debito dello Stato non può certo essere appianato danneggiando le proprietà ecclesiastiche, in una foga selvaggia e distruttrice. Sono ben altri i colpevoli e i responsabili della situazione debitoria: finanzieri irresponsabili, dirigenti corrotti, pronti a dilapidare il denaro pubblico con enorme facilità.
    Il nuovo regime rivoluzionario ha addirittura disconosciuto gli atti compiuti dal regime regio precedente, mettendo in discussione i Trattati con le potenze straniere. E non si è fermato a questo crimine: l'Assemblea ha spazzato via i funzionari pubblici organici al vecchio sistema, anche quelli più preparati ed esperti. Coloro che si sono spinti a reclamare quanto dovuto per i servizi resi, si sono visti respingere in forza del cambio di governo e della presenza di un nuovo potere. Il danno che ne risulta è enorme per tutta la Nazione.
    Ma quali sono le cause che hanno condotto la Francia verso il disastro rivoluzionario?
    Innanzitutto, va presa in considerazione la frattura esistente in seno al ceto più agiato, diviso fra una classe di antica tradizione nobiliare, e l'insieme dei "nuovi ricchi", dei parvenues capitalisti, saliti alle vette più alte della ricchezza grazie alle imprese commerciali e alle attività finanziarie e creditizie. I nobili, spesso decaduti ed in ristrettezze economiche, tramite accorte politiche matrimoniali si erano alleati con i nuovi ricchi, ma senza assopire del tutto gli odi ed i rancori reciproci. Infatti, i primi guardavano altezzosamente i secondi, e rischiavano di perdere dignità e prestigio in caso di alleanza matrimoniale, e da parte loro i capitalisti non riuscivano ad ottenere pienamente la legittimazione sociale. Per questo motivo, i parvenues decisero di attaccare subdolamente l'antica proprietà fondiaria nobiliare, e quella ecclesiastica faceva altrettanto gola.
    Ma il processo potè proseguire grazie alla nascita e allo sviluppo di una nuova classe di letterati. Questi, privi ormai della protezione e delle commissioni reali, decisero di agire autonomamente, e di costituirsi come potente blocco di infuenza presso l'opinione pubblica. Grazie all'unione delle Accademie di Francia, e ad iniziative come quella dell' Encycolpedie, i letterati raggiunsero le più alte vette delle scienze e delle arti, un modo in fondo per coprire il reale contenuto del loro progetto culturale e politico, intriso di ateismo e di obiettivi tendenti allo stravolgimento delle antiche forme di governo. Costoro coprirono i loro intenti malvagi creando una rete di contatti e protezioni anche all'estero, ed alleandosi strategicamente coi nuovi ricchi per dare il colpo di grazia all'antica proprietà. In modo fraudolento, vennero sobillate le masse povere, che videro solo nei nobili, nei feudatari e negli ecclesiastici i loro naturali nemici. Fu un processo graduale, attuato dai letterati tramite una propaganda sempre più pervasiva, ma alla fine micidiale.
    La rapina nei confronti della proprietà ecclesiastica francese non ha paragoni storici. Infatti, anche gli antichi romani e le popolazioni barbariche avevano l'abitudidine di confiscare le terre dei nemici coprendo il crimine con una precisa giustificazione, ovvero la necessità di impedire il ritorno di combattenti in armi traditori della patria. Persino un iniquo tiranno come Enrico VII dovette velare la illegittima spoliazione di abbazie e monasteri con una Commissione di inchiesta ed una sanzione del Parlamento, in modo tale da trovare almeno formalisticamente riparo dal giudizio negativo su una simile azione. Mai, neppure nei momenti di peggiore confusione, mancò una parvenza di legalità, seppur piegata al volere oppressivo e crudele del despota. Invece, i rivoluzionari hanno saputo liquidare persino questi formalismi, ed appropriarsi direttamente e senza reale motivo (al di fuori del bieco scopo politico) della proprietà e dei beni del clero, senza alcun minimo senso di vergogna. La decisione dell'Assemblea non trova ragione nelle supposte condizioni di gravissima crisi del bilancio e del debito. La situazione economica nel 1789 non era certo delle migliori, ma anche a detta del Ministro Necker poteva bastare una imposizione fiscale moderata, ugualmente ripartita fra tutti i sudditi, per risolvere la crisi.
    Di fronte all'accusa dei rivoluzionari contro nobiltà e clero ("essi non pagano abbastanza! il peso fiscale sta tutto sulle spalle del Terzo Stato!"), sono i fatti a dimostrare il contrario. I nobili e gli ecclesiatici devono pagare una congerie assai vasta di tasse, imposizioni, prelievi, ed essi contribuiscono notevolmente all'afflusso di denaro verso le casse pubbliche. Tutto ciò dimostra che la persecuzione contro la Chiesa e le sue proprietà non si fonda su necessità impellenti, sull'assoluto bisogno di nuovo denaro (che comunque non potrebbero certo giustificare l'attacco violento a diritti accertati e consolidati), ma solo su motivazioni strettamente politiche, che si riferiscono alla natura atea e materialista del nuovo regime, ed alla sua volontà distruttrice ed instrisa d'odio.
    La creazione degli "assegnati", ovvero biglietti stampati dallo Stato che volevano rappresentare i beni sottratti al clero, costituì il colpo di grazia per l'economia francese. Chiunque desiderasse comprare le ex-proprietà ecclesiastiche, poteva farlo unicamente tramite questi assegnati, dopo il loro acquisto, tramite cessione di denaro alla Cassa statale, che poteva quindi sperare di accumulare liquidi per il ripianamento del debito. Lo Stato, una volta venduti i beni al miglior offerente, aveva l'obbligo di distruggere gli assegnati tornati nelle sue mani. Questo meccanismo, piuttosto semplice, si rivelò invece un totale disastro. Concretamente, bastava anche solo un piccolo acconto iniziale per prendere possesso di enormi proprietà e fondi. Ma i nuovi detentori delle terre a quel punto avevano piena libertà di rivalersi con estorsioni e minacce sui residenti e sui contadini affittuari. Venivano favoriti in modo smisurato i capitalisti, pronti a lucrare sui nuovi acquisti. Ma ad un certo punto, ci furono più assegnati in circolazione rispetto al valore effettivo delle terre (anche a causa di numerose contraffazioni), e ciò scatenò una ondata inflattiva. I biglietti gradualmente persero gran parte del loro valore, fino a diventare carta-straccia. L'Assemblea decise di rendere obbligatoria l'accettazione per i pagamenti degli assegnati, che furono trasformati in carta-moneta valida per le spese correnti; e anche il miserevole sussidio a favore del clero fu trasformato in assegnati, in una sorta di ultimo e definitivo insulto.
    Il denaro utilizzato per comprare i biglietti fu sottratto al commercio e ad una sana circolazione monetaria. Anche dal punto di vista economico, le politiche dei rivoluzionari si rivelarono quindi sciagurate.
    La democrazia assoluta e il suo opposto, ovvero la tirannia assoluta, costituiscono forme di governo estreme e degenarate, ammissibili solo in casi particolari e in situazioni del tutto eccezionali (non certo in una grande nazione come la Francia). E questi due sistemi in molte parti si assomigliano e combaciano. In una democrazia pura, non mitigata dal rispetto e dal timore per il sovrano e le consuetudini, le decisioni della moltitudine possono trasformarsi in una sorta di "dittatura della maggioranza".
    Un sistema basato su partiti e fazioni contrapposte può degenerare e causare l'oppressione della minoranza, mentre la monarchia può riassorbire le opinioni di tutti e salvaguardare così l'unità della Nazione. A causa della prepotenza popolare, si può dare una tirannia ferocissima, insensibile rispetto alle istanze delle minoranze, pronta a governare in nome di tutto il popolo, senza alcun rispetto del diritto. La democrazia assoluta rischia quindi di scadere nel peggiore dei dispotismi, e nell'eliminazione diretta dell'opposizione, soffocata dalle decisioni dei partiti maggiori.
    Il governo francese basato sulla monarchia, soppiantato dal nuovo sistema rivoluzionario, non può certo essere esente da critiche, a causa dei numerosi abusi accumulati nel tempo, e della mancanza di una reale rappresentanza parlamentare (esistevano solo dei Parlamenti provinciali, in grado comunque di porre una certa resistenza al re, e di riservarsi il diritto di rimostranza sui decreti reali in sede di registrazione degli stessi). Ma la situazione non era così grave e deteriorata da giustificare il completo sovvertimento dell'Antico Regime. La monarchia, nel corso dei decenni, era riuscita infatti ad incrementare sensibilmente la popolazione, a riprova dell'esistenza di una buona amministrazione, capace di soddisfare i bisogni primari dei sudditi. Le stesse condizioni economiche della Francia, sebbene peggiori rispetto alla florida e benestante Inghilterra, non erano poi così disastrose, anche a detta del Ministro Necker in varie relazioni. La Francia -con i Borboni sul trono- non era certo priva delle arti, inferiore ad altri paesi nel campo delle scienze, prostrata nei commerci. La Nazione poteva invece vantare le più popolose e numerose città, i borghi più ricchi, le Accademie più prestigiose, le difese più forti ai confini, gli arsenali più riforniti, i palazzi più imponenti, i giuristi più preparati ed esperti.
    E' con il nuovo governo rivoluzionario che le condizioni dello Stato francese precipitano: gli abitanti di Parigi abbandonano la città in preda al caos, in migliaia emigrano all'estero per sfuggire dall'oppressione, e l'economia declina a causa delle politiche dissennate sugli assegnati, provocando tra l'altro l'espansione incontrollata degli indigenti e dei mendicanti.
    L'Assemblea Nazionale rappresenta quindi il simbolo stesso della decadenza generale, rispetto ad una età monarchica non perfetta, ma senza dubbio maggiormente benefica per il popolo francese.

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    Visto che non ho ancora potuto terminare la lettura di questa quinta parte dell'opera, mi limito al momento a riportarne una citazione che giudico illuminante per la sua sagacia, oltreché per la sua attualità:

    Il servizio dello Stato divenne un pretesto inteso alla distruzione della Chiesa. Scegliendo questo modo per distruggere la Chiesa gli autori del misfatto non si facevano scrupolo di distruggere nel tempo stesso il loro paese; il che effettivamente avvenne.
    Splendido...

 

 

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