In cella spunta la scritta "non molleremo mai"
- 18/11/2008
In febbraio sarà la Corte d’Assise (presidente Dario Bertezzolo, giudice a latere Paola Vacca) a giudicare i cinque giovani ritenuti responsabili della morte di Nicola. Per tutti lo stesso addebito, omicidio preterintenzionale, e fino a questo momento nessuna distinzione di responsabilità anche se dai verbali degli interrogatori emergono ruoli distinti e posizioni diverse. È quanto compare dalle dichiarazioni rese dagli indagati nell’immediatezza dell’arresto e due mesi dopo in occasione della nuova contestazione, rapina (l’episodio verificatosi la sera del 30 aprile in via Cappello ai danni di un punk al quale furono prese le spillette che aveva appuntate sul giubbino), posizioni «fissate» anche dalle testimonianze dei due amici della vittima che con alcuni componenti del gruppo si confrontarono. Un fascicolo, quello formato dal titolare dell’indagine, il sostituto procuratore Francesco Rombaldoni, nel quale sono entrati tutti gli elementi raccolti dalla Digos e anche la relazione inviata in estate dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Montorio in base alla quale nella cella in cui si trovano Nicolò Veneri, Riccardo Dalle Donne e Federico Perini sono comparse delle scritte. Quel «non molleremo mai» e altre frasi apparse sui muri sono diventate una relazione dettagliata e trasmessa per conoscenza alla procura. Nessuno si è assunto la responsabilità, o meglio se la sono presa tutti. Gli altri due indagati, Guglielmo Corsi e Andrea Vesentini, sono in un’altra sezione, divisi da sempre, fin dall’inizio, dagli altri tre coetanei. Loro e Dalle Donne furono i primi ad essere arrestati, Perini e Veneri erano fuggiti all’estero, a Londra. Quando rientrarono in Italia, convinti dai difensori a consegnarsi, anche loro finirono a Montorio e in quell’occasione fu Dalle Donne a chiedere di essere spostato di cella, di lasciare quella che divideva con i due giovani di Illasi. Resta immutato il quadro di quel dramma avvenuto per una sigaretta chiesta con poca gentilezza da Guglielmo Corsi. E il «no» che seguì non lasciava spazio a repliche. Fu Nicola a negare la «cicca», fu il suo amico a rispondere a Corsi che replicò nuovamente. Iniziò così, con uno scambio verbale, proseguì a pugni e spintoni, ma tra gruppetti precisi e ognuno dei giovani presenti quella sera in corticella Leoni occupava uno spazio ben preciso, fisicamente erano distanziati. Questo, dissero gli amici di Nicola, che seppur confusi quella notte tuttavia riuscirono a raccontare quel che ciascuno si trovò ad affrontare. Quel che accadde al disegnatore di Negrar è noto: colpito da un paio di pugni, uno al sopracciglio, l’altro sul labbro, e poi da un calcio quando era a terra (che gli provocò un vasto ematoma sul collo). Non è ancora noto chi lo affrontò, nessuno lo ha ammesso.






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