Un grido d’allarme
Al segretario della CGIL di Treviso, che ha parlato di chiusura delle frontiere per gli immigrati, Cremaschi ha risposto: “Le posizioni contro i migranti del segretario della Cgil di Treviso sono inaccettabili. A quel che ci risulta la Cgil chiede l'esatto opposto della chiusura delle frontiere. La Cgil chiede che si sospenda la Bossi-Fini per i migranti licenziati e che si regolino i flussi tenendo conto della realtà. La Cgil deve rappresentare statutariamente tutti i lavoratori, senza alcuna distinzione, per questo la posizione del segretario di Treviso è estranea alla stessa cultura della Cgil. Diremo sempre no alla xenofobia in tutte le sue forme, vecchie e nuove.”
Un lavoratore delle Poste, iscritto alla CGIL, ha scritto a sua volta a Cremaschi, dicendo: “…Sono molto preoccupato del clima d'intolleranza che quotidianamente vivo personalmente al lavoro. ... Questo segretario di Treviso non è impazzito, è semplicemente il frutto del clima e di pressioni che probabilmente vengono anche da iscritti CGIL, e questo deve farci riflettere profondamente oltre che preoccupare… quando non si chiarisce che i lavoratori non hanno alcun futuro sotto l'anarchia capitalistica (indipendentemente dall'etnia) è facile che gli stessi sfruttati non trovino altra strada che difendere le proprie condizioni negandole ad altri.
Inoltre, v'è un nutrito gruppo di figli di puttana, che continuano a soffiare sul fuoco dell'intolleranza.
Italiani "brava gente", è uno slogan vuoto: sono le condizioni che fanno gli uomini non la nazionalità!
Se gli italiani hanno dato vita al glorioso biennio rosso (1919-21); gli stessi italiani hanno subito dopo appoggiato il fascismo! (e ce lo hanno tenuto a lungo!).
Bisogna cercare di lavorare per fare prendere coscienza ai lavoratori che i loro nemici non sono stranieri!
Facciamo alla svelta o, presto, sarà troppo tardi!!!!”
Il grido d’allarme del compagno è pienamente giustificato, e dimostra che un lavoratore attento ai problemi della classe può avere coscienza della situazione reale più di tanti capetti “rivoluzionari”.
Le difficoltà di ottenere crediti e il mercato asfittico spingono i capitalisti a premere sui salari, a licenziare, a ritardare o addirittura sopprimere i contratti nazionali, sostituendoli con contratti locali o, peggio, individuali, che in realtà sono patti leonini. Il capitale vuole far pagare ai lavoratori le perdite subite, e questo comporta resistenze e proteste, che i capitalisti devono cercare d’incanalare verso obiettivi diversi. Uno stato potentemente armato può sviare la lotta di classe trascinando il paese in una guerra, agitando motivazioni patriottarde. Uno stato meno potente deve fabbricarsi un conflitto in casa, portare la guerra dentro la società. I lavoratori devono essere distratti dai loro problemi reali e indotti a cercare la causa dei loro mali in qualcun altro. E’ vero che si può fare intervenire la forza pubblica, o servirsi di bande armate irregolari di provocatori, alle quali viene assicurata l’impunità di fatto, ma alla lunga non è produttivo usare sempre la violenza, occorre ricercare il consenso, e lo si ottiene con l’inganno. E le masse vengono aizzate contro i lavoratori stranieri, colpevoli, secondo la propaganda, di portare via il lavoro agli italiani. Non importa se assai spesso si sono inseriti in attività che gli italiani non vogliono più fare, perché troppo faticose e insalubri. Non si riconosce più nell’immigrato il compagno di classe, lo sfruttato, ma un pericoloso concorrente, che usa mezzi sleali.
Si parla spesso di sviluppi in senso fascista, ma occorre intendersi su cosa questo significhi. Il fascismo di oggi non ha bisogno del fez e della camicia nera, mentre sostanziali sono: una politica imperialistica, l’integrazione delle organizzazioni dei lavoratori nello stato, e l’assoluta prevalenza dell’esecutivo. Non si prospetta certo una seconda marcia su Roma, questo parlamento non opporrà alcuna resistenza alle richieste della Confindustria, e voterà compatto tutte le leggi necessarie per prevenire “disordini e sovversioni”, per limitare ulteriormente l’agibilità politica e sindacale dei lavoratori, facendo leva anche sulle divisioni e sui pregiudizi coltivata ad arte contro la parte più sfruttata del proletariato, quelle immigrata. La facilità con cui sono stati eliminati dal parlamento i dirigenti abdicatari della sinistra, dopo che avevano esaurito le loro capacità di imbonitori del programma antiproletario di Prodi, è un avvertimento anche per tutti i parlamentari: “Fate pure tutto il baccano possibile su questioni riguardanti la RAI o le stravaganze di Berlusconi, ma guai se fate una minima concessione ai lavoratori. Troveremmo con facilità personale persino più ossequiente di voi agli ordini del capitale”.
Il discorso è un po’ diverso per la CGIL. Il governo amico non c’è più, e Berlusconi non ha rinunciato a indebolirla o a dividerla, conformemente al programma piduista.
L’appoggio dato alle leggi antisciopero, pensate contro i sindacati di base, si ritorce ora contro il maggiore sindacato italiano. Non solo è reazionario, ma è anche stupido e autolesionista condannare gli scioperi a gatto selvaggio. Prima si colpiscono gli scioperanti più combattivi, poi si emarginerà la CGIL.
Il modo più sicuro di essere sconfitti consiste nel far proprie le posizioni dell’avversario. E’ la via di Veltroni, dell’appiattimento politico senza fine, dell’opposizione di princisbecco.
Per questo è un sintomo gravissimo la presa di posizione del segretario CGIL di Treviso. Invece di combattere a viso aperto i pregiudizi che la borghesia diffonde tra i lavoratori, li asseconda e li consolida. In fondo, non fa che portare alle estreme conseguenze la politica di conciliazione tra le classi dei dirigenti nazionali, il cui esito finale non può esser altro che la frantumazione della CGIL, come insegna la storia del PCI, o, su scala più ridotta, di Rifondazione.
Ha ragione il compagno, bisogna reagire subito. L’anno prossimo, potrebbe essere troppo tardi.
Michele Basso

23 novembre 2008

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