Mussolini e la questione ebraica
Mercoledì 19 Novembre 2008 – 164 – Rinascita
Il ministro Preziosi ha detto che l’Internazionale ebraica costrinse Roosevelt a fomentare la guerra in Europa, prospettandogli in essa la soluzione della crisi nord-americana. Sulle rovine materiali e morali accumulate dalla guerra, il “serpente verde” avrebbe fatto il giro del mondo finché la testa avesse toccato la coda in Oriente, instaurando sulla terra il regno d’Israele, secondo i calcoli dei sapienti di Sion...

Mussolini - Pur non prendendo per oro colato tutto ciò che predica Preziosi, ossessionato dalle sue idee sul giudaismo e massoneria, è vero che il problema ebraico è gravissimo, anche se non bisogna sopravvalutarlo, come fa la Germania. Perseguitare gli ebrei è pericoloso, perché con il loro spirito vendicativo essi sono capaci di scatenare qualsiasi rivoluzione, anche di incalcolabili dimensioni. In tutte le rivoluzioni sociali gli ebrei ebbero in mano le redini della situazione, restando a galla come il sughero in un lago di sangue. I tedeschi si servirono degli ebrei per scatenare la rivoluzione bolscevica in Russia. Oggi gli ebrei si sono serviti degli americani per incendiare l’Europa.
Nel 1939 il filosemita Roosevelt mi pregò di accogliere nell’Impero gli emigranti ebrei; gli risposi che essi stavano meglio in America e gli consigliai di fare uno Stato ebraico indipendente. I focolai di infezione devono essere sempre isolati.

P. Eusebio - Roosevelt si dice amico del Papa e si autoproclama paladino della pace e difensore della libertà delle nazioni. Ma la sua guerra in Europa è la più barbara, anche perché massacra metodicamente le nostre città.

Mussolini - Il dittatore paralitico della democrazia nordamericana si rese benemerito del suo Paese copiando su vasta scala dal Fascismo. Importò in America quanto era già stato realizzato in Italia nel campo dell’economia nazionale e dell’assistenza sociale. Diede fortissimo impulso all’agricoltura, al rimboschimento e ad altre non indifferenti realizzazioni. Ma nel 1934 la superproduzione lo costrinse a trasformare l’attrezzatura industriale in bellica, e ciò per dare lavoro ai disoccupati, mirando alla conquista dei mercati europei e del medio oriente.
Roosevelt pensò alla guerra in Europa quando, di fronte a 12 milioni di disoccupati si ruppe l’ago magnetico della bussola politica. Di una situazione critica di carattere eminentemente interno, ne fece una questione tragica di politica estera, ingannando gli americani. Roosevelt alimenta da anni la guerra cino-giapponese; questo significa forse pacifismo?
Se non avesse soffiato sull’Europa quando io a Monaco misi la cenere sul fuoco, l’incendio sarebbe stato circoscritto all’episodio di Danzica, mentre il patto russo-tedesco sarebbe stato un’utopia. Dopo Monaco, Roosvelt mi scrisse rallegrandosi perché avevo salvato la pace, ma contemporaneamente, e ipocritamente, affermava il contrario istigando la stampa americana col dire che a Monaco le democrazie occidentali avevano capitolato vergognosamente di fronte all’Asse.
Anche il suo appello al romano pontefice è un’ipocrisia, perché il papa parlò sempre di pace con giustizia”, il che significa revisione del trattato di Versaglia.
Nel 1939, quando Roosevelt mi scrisse per un’iniziativa da prendersi in comune accordo allo scopo di garantire una tregua di dieci anni, risposi che io non pensavo affatto alla guerra, e che l’Italia lavorava soltanto per l’Esposizione Universale del 1942. Ma le intenzioni di Roosevelt erano ben altre: fin dal 1934 ero in possesso di importanti documenti, fattimi pervenire tramite un ufficiale appartenente ad una illustre famiglia fiorentina, circa la preparazione industriale per la produzione bellica americana. Con certezza preoccupante, in questi documenti Roosevelt parlava di un eventuale conflitto europeo, nel quale l’America sarebbe intervenuta per riparare i danni causati agli Stati Uniti dalla crisi del 1929.
I documenti sono tali e tanti che le responsabilità di Roosevelt di fronte al mondo sono incontestabili e tremende.
Alla conferenza della Pace, il mondo sarà sbalordito dalla documentazione sulla responsabilità della guerra.

Le responsabilità del-l’Internazionale ebraica

Mussolini - Il popolo americano non voleva assolutamente la guerra. L’Internazionale ebraica puntò la sua cara su Roosevelt, mettendogli alle costole alte personalità ebraiche, come Morgenthau, Lehman, Baruch, Frankfurter ed altri per fare il gioco della guerra e preparare così l’avvento del sionismo nel mondo, sconvolto da un conflitto che non ha precedenti nella storia.

P. Eusebio – Come hanno fatto gli ebrei a spuntarla sul popolo americano che è eminentemente democratico e che non voleva assolutamente la guerra?

Mussolini - La democrazia stellata scivolò sul piano inclinato della guerra quando fece di Roosevelt il sole della dittatura. Costui stordì gli americani con l’idea ossessionante di un pericolo per il continente. Pericolo stupido, ridicolo, che esisteva solamente dentro la corteccia cerebrale del presidente. Le leve del comando statale caddero automaticamente sotto i tentacoli dell’ebraismo, facendo precipitare l’America in guerra con moto uniformemente accelerato. Penso, ed ho le mie ragioni, che la guerra scientificamente desiderata, accuratamente preparata, insistentemente voluta, umanamente evitabile, politicamente risolvibile, è scoppiata fatalmente. Perché l’intelligenza semitica aveva architettato, nella politica internazionale, un tale labirinto da inaridire il mio fiuto e mettere a dura prova il sesto senso dell’orientamento. Confesso di non essere riuscito ad aprire un varco in quel labirinto, che definisco il capolavoro diplomatico della guerra, l’estratto del potenziale millenario dell’intelligenza ebraica.

P. Eusebio - Duce, è vero che l’America è praticamente caduta in mano agli ebrei?

Mussolini - Le redini del governo, l’amministrazione e la direzione dell’industria, dai “tabarin” alle riviste illustrate, dal cinema alla radio, all’alta banca, tutto è in mano agli ebrei. Roosevelt è il rappresentante dell’ebraismo mondiale, che ha fatto di lui una marionetta tirannica ed intransigente.
Il 29 dicembre 1940 Roosevelt, impaziente di entrare nel conflitto, giocò la sua prima carta al Congresso, ottenendo di varare la legge per gli aiuti all’Inghilterra, in barba alla millantata neutralità americana. Ciò, malgrado l’intenso lavorio della propaganda antifascista, suscitò una reazione popolare, e il disaccordo fra le due Camere fu la scintilla degli scioperi, con sintomatici cortei dimostrativi densi di minacciose ma inutili proteste democratiche. In piena assemblea, voci autorevolissime, come Hoover, Lafallette, Johnson, reagirono energicamente contro il progetto della legge e perché i congressisti negassero il voto per i pieni poteri a Roosevelt. Il suo rivale London, candidato alla presidenza, rifacendosi alla campagna elettorale, accusò Roosevelt di tradimento per aver ingannato i suoi elettori, promettendo loro la neutralità dell’America nel conflitto europeo.
Purtroppo, alla seconda elezione anche i cattolici (per pressioni d’oltreoceano) votarono a favore, e Roosevelt fu rieletto presidente.
La maggioranza del popolo americano - ripeto – non voleva la guerra. Gli ebrei fecero squillare la diana dell’intervento a suon di dollari, con l’aria falsa di allarmanti notizie. Roosvelt preparò il conflitto in Europa, lo alimentò con il petrolio e con la polvere, lanciando nella voragine la gioventù americana. Tutto questo presupponeva la soluzione dei problemi di carattere interno che agitavano il Paese. Problemi difficili, ma risolvibili e non disperati, che Roosvelt preferì gettare come legna verde nella fornace della guerra.
Se fossi stato al suo posto, avrei risolto la crisi economica, evitando certamente la guerra.
Tutto ciò è documentato, e servirà per la resa dei conti alla Conferenza della pace.
Quando mi propose una tregua di dieci anni, Roosevelt usava contemporaneamente la tattica del temporeggiamento e la politica per la preparazione della guerra. Sulla base di calcoli concreti, si rese conto esatto della durata della guerra, facendo il rapporto fra le riserve degli alleati e la produzione massima dell’industria americana.
Se i tedeschi sbarcavano subito in Inghilterra al momento della crisi, le operazioni avrebbero preso subito un’altra piega, con grande sorpresa degli americani. La prova la diede lo stesso Roosevelt quando mi scrisse la terza lettera nel maggio del 1940.
Aveva timore, ed era entrato nell’ordine di idee che di giorno in giorno la guerra diventasse sempre più breve. Inoltre, l’intervento italiano nel conflitto avrebbe bruciato le tappe ed accelerato i tempi della vittoria. Il Presidente mi propose un bottino se avessi conservato la neutralità dell’Italia. “Timeo danaos et dona ferentes”. Dopo quattro giorni si affrettò a scrivermi l’ultima lettera, molto significativa ed urtante. Era preoccupato del nostro intervento, temeva la sconfitta degli alleati con la relativa perdita dei crediti per gli aiuti prestati e il fallimento vergognoso della sua politica. Bancarotta completa!

P. Eusebio - Duce, non era meglio accettare il bottino promesso da Roosevelt e rimanere neutrali?

Mussolini - Se l’Italia fosse rimasta neutrale, e quindi avesse tradito l’alleato tedesco, quest’ultimo non avrebbe esitato a radere al suolo tutta la Penisola. Al disonore si sarebbe aggiunta la più grande delle catastrofi. La Germania era in vantaggio e le mie intenzioni erano ben altre. Anche con la Francia ci furono delle conversazioni per addivenire ad una distensione fra i due paesi, ma queste furono sospese principalmente per l’intransigenza americana, che faceva pressione sul ministro degli Esteri francese Georges Bonnet, e si arrivò al punto morto quando Roosevelt tentò d’ingannarmi con vaghe promesse.
La Germania era al corrente degli accordi in corso e vigilava attentamente.
Avrei potuto credere alla sincerità di Roosevelt, e forse mi sarei incontrato con lui, se il 18 maggio 1940 non avessi ricevuto la terribile documentazione del controspionaggio tedesco, compromettente per alcune personalità del mondo americano, che ci dimostravano che i preparativi della guerra per terra, per mare e per cielo da parte degli Stati Uniti erano in fase avanzata e che le spese già ammontavano a milleduecentocinquanta milioni di dollari. Secondo Roosevelt, la Francia e l’Inghilterra dovevano finirla con la politica del compromesso con gli Stati totalitari, senza discutere sulla cessione dei territori.
Inoltre, sempre secondo Roosvelt, la Francia non doveva fare assolutamente nessun accordo con Mussolini, perché la guerra tra Francia e Italia, secondo le previsioni dello stesso Roosevelt, doveva scoppiare nella primavera del 1939. Questo è uno dei tanti documenti della malafede di Roosevelt.



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