Vita ed opere del Nostro Santo Padre Cipriano




Questo venerando nostro padre nacque [1140?] nella grande città di Reggio di Calabria, figlio di genitori nobili e ricchi, dai quali fu affidato, fanciullo, a diversi maestri. [Da costoro] fu condotto alle vette della Scrittura divina; dal padre naturale, medico, e, più ancora, dalla Grazia del Santo Spirito, apprese la scienza della medicina. Sin da giovane non si occupò affatto delle cose del mondo né amo gli svaghi dei giovani. Pensava soltanto a studiare e a conservarsi, anima e corpo, puro e gradito secondo il Signore, sempre proteso, con lo sguardo, la mente, lo spirito, alla vita monastica.
Con il permesso dei suoi genitori, dopo aver rinunciato alle ricchezze, al nome e alle proprietà a favore dei fratelli, seguì Cristo e si recò in un luogo santo, non lontano da quella città, detto "del Salvatore". Si presentò al suo kathigumeno e gli chiese di giudicarlo degno di accoglierlo e d'indossare l'abito monastico. Questi, sapendo da tempo chi fosse e da dove venisse, riconoscendo la pietà e la condizione del giovane, lo accolse ben volentieri. Dopo averlo guidato e istruito, gli tagliò i capelli e lo enumerò tra i fratelli. In seguito [Cipriano] ricevette tutti gli ordini sacri dal prezioso e divino vescovo. Avendo vissuto a lungo nella stessa fraternità, fu preso dall'irresistibile desiderio di tornare dalle sue parti per dedicarsi a Dio in solitudine e allontanarsi dagli scandali che si possono verificare in un cenobio. Presentatosi al proestos, gli manifestò la volonta di vivere in solitudine e lo trovò incline e d'accordo con le sue parole: in spirito vide che [Cipriano] si avviava al bello. Da lì si trasferì in una proprietà della sua famiglia, detta Pavliana, nella quale c'era una chiesa bellissima e famosa dedicata alla santa veneranda martire Paraskevì. Lì vivendo da solo, si dedicava con sollecitudine alle virtù utili all'anima e si guadagnava con il proprio lavoro il pane della giornata.
La sua fama si diffuse ovunque e molti afflitti da malattie fisiche e spirituali che si recavano da lui non restavano delusi nelle loro speranze, perché [Cipriano] - profondo conoscitore della scienza di entrambi [le malattie] - a tutti dispensava con abbondanza la cura senza farsi pagare. Non pochi, grazie ai suoi insegnamenti, abbandonarono la vita mondana e decisero di vivere con lui, facendosi tagliare i capelli dalle sue preziose mani. Bisognava vedere come quella località, prima del tutto desolata e priva di gente, [si popolò] con una moltitudine di uomini, monaci e laici, bene istruiti dal buono istruttore.
Intanto, che succede? Parte da questa vita il kathigumeno del Monastero del venerabile nostro padre Nicola dei Calamizzi, il santissimo Paolo. Si cerca chi prenda il suo posto e non si trova. Giunse allora la fama della virtù e delle conquiste [spirituali di Cipriano], per cui da tutta la fratellanza - per decisione e volontà del sacratissimo vescovo della Grande Chiesa, Tommaso - viene eletto e designato kathigumeno. Si recano da lui i fratelli del monastero: lo pregano, si inginocchiano, lo supplicano di accettare la loro richiesta. Ma egli non accetta l'elezione, non accoglie la richiesta, giustamente [ritenendosi] per umiltà indegno e incapace di quell'alto incarico. I monaci partirono senza nulla concludere e fecero sapere al vescovo, molto dispiaciuti e afflitti, come stava la faccenda. Che fa' il vescovo? [Dice:] Non preoccupatevi, figli. Se me lo chiedete con cuore puro e amore sincero, anche se non vuole, ve lo porterò e lo stabilirò come vostro pastore.
Il vescovo lo manda a chiamare, lo esorta, lo costringe, lo vede rifiutarsi, ma infine - contro la sua volontà - gli impone l'incarico. E poco dopo, per grazia del Santo Spirito, egli finisce pastore e maestro del gregge e della fratellanza.
Designato all'incarico non dagli uomini ma dall'alto, con premura e impegno insegnò in modo divino tutto ciò che era gradito a Dio e utile alla vita monastica, presentandosi a tutti come copia, modello e regola perfetta.
Cosa principale, ricostruì - dopo averla fatta abbattere sino alle fondamenta - la parte sinistra della chiesa, cioé l'ala vecchia di anni, facendola con belle immagini e stupendo decoro. Accanto al Santuario costruì la Custodia della suppellettile sacra, dei cimeli, dei libri e di ogni altra cosa preziosa e sacratissima della santa chiesa. Su questa [Custodia] innalzò una torre con la scala a chiocciola per far salire il fratello incaricato di battere il legno per riunire i fratelli alle ore stabilite per salmeggiare e ringraziare il Dio filantropo. Costruì anche tre palazzi a due piani per custodirvi ogni bene: grano, orzo, ogni specie di frutta e legumi necessari per il sostentamento e la nutrizione dei fratelli e di quelli che si recavano al monastero. Riflettendo, e vedendo, che le stanze dei fratelli erano vecchie, piccole, fatiscenti e rischiose da abitare, le abbatté sino alle fondamenta e le ricostruì più grandi e confortevoli. Anche il refettorio, dove tutti i fratelli mangiano insieme, come fu ricostruito dalle fondamenta e decorato con grande bellezza!
Questo avvenne dopo, ma non abbiamo sbagliato a ricordare sin dal principio che tutto fu rinnovato e ricostruito e reso molto decoroso.
E i metochia del monastero? Li trascurò o non se ne preoccupò? No, no: alcuni in parte, altri del tutto edificò e rinnovò, costruendovi chiese e cappelle, assegnandovi con abbondanza tutto l'occorrente: libri, vasi, sacre suppellettili. E non c'e bisogno di parlare dei campi, delle vigne, degli immobili, degli animali che egli aumentò nel Grande Monastero e nei metochia, in parte acquistati, in parte donati da uomini amanti di Cristo.
Perciò ovunque, in Sicilia e in Calabria, si diffuse la sua fama e un grandissimo numero di uomini e donne, di ricchi e poveri, di malati e sofferenti per malattie fisiche e spirituali, si recavano da lui per chiedere la guarigione. Con abilità e scienza, piuttosto: con la grazia del Santo Spirito egli rimandava sanati e contenti, guarendoli con i suoi insegnamenti, consigli, esortazioni, farmaci spirituali, e li congedava grati a Dio. A tutti elargiva le guarigioni spontaneamente e senza farsi pagare; molti, volendo elargire dalle loro sostanze elemosine ai bisognosi, le mandavano a lui pregandolo che le distribuisse ai poveri con le sue venerande mani. E lui tutto quello che riceveva lo distribuiva con divina equità e in modo gradito a Dio. Chi mai si presentò a lui afflitto, sofferente, bisognoso di pietà e se ne andò a mani vuote, sia pure una volta sola? Nessuno. Molti di quelli che erano stati guariti dai loro mali, tornavano per ringraziarlo ma egli non li riceveva e li mandava a venerare l'icona del venerando nostro padre Nicola, dicendo: "Innalzate il ringraziamento a Dio e al suo vescovo Nicola il Guaritore; io sono un uomo peccatore".
Mentre si impegnava bene in tutte queste cose, molto si logorava e soffriva per il suo gregge. La situazione irregolare e illegale di quel tempo, spingeva tutti, capi e gregari, a ridurre a male le cose del monasteri e far precipitare e abbattere l'uomo di Dio. E questo con la collaborazione del demonio. Ma lui non si stancava di ammonire, supplicare, esortare a temere Dio e a smettere di trattare ingiustamente la Chiesa [Ortodossa]. E loro, intimoriti dalla sua vecchiaia e venerandone la virtù, si placarono dal fare il male, Anzi, alcuni di loro si fecero familiari della Chiesa e fratelli del monastero e portavano ogni anno [parte] dei loro beni come conforto di tutta la fratellanza, chiedendo e supplicando di ottenere la sua preghiera. E non peccavano.
Dopo essere vissuto sempre bene e giunto a grande vecchiaia, [Cipriano] seppe per grazia del santissimo Spirito [il giorno de] la sua partenza verso Dio e, pur essendo senza forze per la vecchiaia e, soprattutto, pur avendo il piede destro paralizzato tanto che non poteva fare nemmeno un passo senza il bastone (il grande e diabolico odio lo aveva fatto precipitare da un carro e gli aveva maciullato il piede), prese due dei fratelli e, salito su una carrozza, si recò in tutti i metochia del monastero. In ciascuno si fermò un giorno [intero] per consigliare e istradare i fratelli che c'erano lì, dettando le ultime [volontà]. Infine, dando a tutti il perdono, chiedeva il loro perdono: quelli gli concedevano il perdono, abbracciando e baciandogli le mani e i piedi, senza capire che cosa volesse dire ciò. Dopo aver fatto tutto questo in tutti i metochia, ritorno nel monastero, si ammalò subito e si addormentò nel sonno dei giusti, insegnando a tutti, ammaestrando tutti, perdonando tutti: lontani e vicini.
Aveva detto ai suoi fratelli di seppellire il suo prezioso corpo vicino all'igumeno [Paolo] che l'aveva preceduto, fuori della chiesa, e questo come segno della grande umiltà che lo accompagnò sino alla morte. I fratelli, non convinti, ne parlarono al vescovo. Questi era Ghiraldhos, un monaco sacerdote, e lo trovarono convinto e d'accordo con il loro desiderio di seppellirlo dentro la chiesa. Per cui si riunirono tutti i sacerdoti della città e delle vicinanze, i monaci, i secolari e i laici, uomini, donne e bambini. Non mancò neppure il vescovo con i suoi chierici. Trattenendosi tre giorni con salmi e inni, ceri e incensi, seppelliscono come è giusto il giusto, [seppelliscono] sacralmente il sacro nel luogo sacro della chiesa, ai piedi della venerata icona della purissima vergine Madre-di-Dio, fonte inesauribile di guarigioni per i devoti, a gloria e lode della santa e vivificante Trinità, del Padre, del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.