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    Predefinito FORMAZIONE - Podhoretz: La Quarta Guerra Mondiale_3

    I sacri dogmi del controllo degli armamenti

    Rifiutandosi di sottrarsi alle implicazioni di questa analisi, Bush ha ripudiato i sacri dogmi del controllo degli armamenti e dei trattati contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa come mezzo adeguato per affrontare i pericoli costituiti dall'Iraq e da altri membri dell'asse del male: "Non possiamo difendere l'America e in nostri amici soltanto con ottimistiche speranze. Non possiamo dare fiducia alla parola dei tiranni, che sottoscrivono solennemente i trattati di non proliferazione e poi li violano sistematicamente". E poi, con assoluta determinazione, Bush ha proseguito così: "Se aspettiamo che le minacce si materializzino interamente, avremo aspettato troppo a lungo. La guerra contro il terrorismo non sarà vinta rimanendo sulla difensiva. Dobbiamo portare la battaglia nel campo nemico, distruggere i suoi piani e affrontare le minacce più gravi prima che si concretizzino. Nel mondo in cui viviamo, la sola strada per la sicurezza è la strada dell'azione. E questa nazione agirà". In questa fase iniziale, l'Amministrazione Bush negava ancora di avere già raggiunto una decisione definitiva su Saddam Hussein; ma tutti sapevano che, promettendo un nuovo intervento, Bush si riferiva a lui. Lo scopo immediato era quello di rovesciare il dittatore iracheno prima che avesse la possibilità di fornire ai terroristi armi di distruzione di massa. Ma questo non era affatto la sola né () la considerazione più importante per Bush e i suoi sostenitori (e anche per i suoi avversari). E in ogni caso, la logica strategica di lungo termine andava ben al di là della causa immediata per l'invasione. L'idea di Bush era quella di proseguire l'opera di "bonifica delle paludi" iniziata in Afghanistan e, successivamente, di mettere l'intera regione sulla strada della democratizzazione. Perché, se l'Aghanistan dei talebani rappresentava il volto religioso del terrorismo mediorientale, l'Iraq di Saddam costituiva il suo più potente alleato laico. E' appunto per affrontare questo mostro a due teste che era stata elaborata una duplice strategia. A differenza del piano per l'Afghanistan, tuttavia, l'idea di invadere l'Iraq e di rovesciare Saddam Hussein ha suscitato una tempesta altrettanto forte di quella scatenata dall'uso delle parole "bene" e "male".
    Ancora prima che si aprisse il dibattito sull'Iraq, c'erano già state decise obiezioni contro tutta la tesi delle azioni preventive. Alcuni sostenevano che simili azioni sarebbero state una violazione del diritto internazionale, mentre altri ritenevano che avrebbero stabilito un pericoloso precedente in virtù del quale, per esempio, il Pakistan avrebbe potuto attaccare l'India, o viceversa l'India attaccare il Pakistan. Ma non appena la discussione è passata dalla dottrina Bush alla questione irachena, le proteste si sono fatte più circostanziate. La maggior parte di queste critiche sono state riunite all'inizio di agosto del 2002 () in un pezzo intitolato "Non attaccate l'Iraq". L'autore era Brent Scowcroft, già consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Bush padre. Scowcroft ha dichiarato, innanzitutto, che c'erano "pochi indizi per collegare Saddam alle organizzazioni terroristiche, e ancor meno per attribuirgli la responsabilità degli attentati dell'11 settembre. In realtà, gli obiettivi di Saddam non hanno quasi nulla in comune con quelli dei terroristi che ci minacciano, e Saddam non ha alcun interesse a fare causa comune con loro". Stando così le cose, continua Scowcroft, "in questo momento un attacco contro l'Iraq metterebbe seriamente a rischio, o addirittura annienterebbe, la campagna globale contro il terrorismo che abbiamo cominciato": campagna che deve restare "il nostro obiettivo prioritario di sicurezza". Ma questo non era il solo obiettivo prioritario per Scowcroft: "Probabilmente le conseguenze peggiori di un attacco contro Saddam sarebbero le ripercussioni che avrebbe sulla regione mediorientale. In questa regione, l'opinione diffusa è che l'Iraq sia innanzitutto un chiodo fisso degli Stati Uniti. Il chiodo fisso della regione, invece, è il conflitto israelo-palestinese".
    Mostrando scarso interesse per il "chiodo fisso" degli americani, Scowcroft appariva invece molto attento a quello della regione: "Se si affermasse l'impressione che voltiamo le spalle al terribile conflitto israelo-palestinese, per essere liberi di occuparci dell'Iraq, ci sarebbe un'esplosione di rabbia contro di noi. Si concluderebbe che ce ne infischiamo di un fondamentale interesse del mondo musulmano al fine di soddisfare un ristretto interesse americano". Questo, aggiunge Scowcroft, "potrebbe davvero destabilizzare i regimi arabi della regione", cosa che per un realista assoluto come lui è la peggiore di tutte. Schierandosi apertamente () contro la politica del secondo presidente Bush, Scowcroft ha sottovalutato la portata del mutamento di prospettiva di questa politica rispetto a quella del primo presidente Bush. Inoltre, assegnando maggiore credibilità alla già verosimile voce che Bush padre si sia opposto all'invasione dell'Iraq, l'articolo di Scowcroft smentiva quella che sarebbe presto diventata una delle teorie preferite della sinistra estrema, ossia che Bush figlio era entrato in guerra per vendicare il tentato assassinio di suo padre. Dall'altro lato, accettando implicitamente l'idea che il rovesciamento di Saddam rispondeva unicamente "a un ristretto interesse americano", Scowcroft ha fornito un certo aiuto e vantaggio alla sinistra estrema e ai suoi compagni di viaggio all'interno della comunità liberal. Infatti, proprio da questi ambienti è uscita l'accusa che fossero state le corporation, in particolare la Halliburton (di cui il vicepresidente Dick Cheney era stato direttore) e le compagnie petrolifere, a trascinarci in una guerra niente affatto necessaria.
    Lo stesso vale anche per il rilievo dato da Scowcroft alla necessità di risolvere il "conflitto israelo-palestinese", formula ormai standard per esercitare pressione su Israele, la cui "intransigenza" viene considerata il principale ostacolo per la pace. Insistendo sul fatto che il primo ministro israeliano Ariel Sharon era per noi una minaccia ben maggiore di Saddam Hussein, Scowcroft ha fornito una rispettabile giustificazione logica a quell'ostilità nei confronti d'Israele che si è manifestata senza ritegno poche ore dopo gli attentati dell'11 settembre e che ha continuato a crescere in modo sempre più violento e diffuso. Per la destra "paleoconservatrice", all'interno della quale quest'accusa si è inizialmente coagulata, non erano le compagnie petrolifere ma Israele ad averci trascinato nell'invasione dell'Iraq. Poco dopo, questa accusa sarebbe stata fatta propria dalla sinistra, poi diffondendosi ampiamente nell'opinione pubblica. A questa accusa se ne collegava un'altra, secondo la quale l'invasione dell'Iraq era stata segretamente architettata da una cricca di ufficiali ebrei che agivano non nell'interesse del proprio paese ma al servizio d'Israele e più particolarmente di Ariel Sharon. All'inizio gli autori di questa accusa diffamante ritennero più prudente identificare i cospiratori non come ebrei ma come "neoconservatori". Era una tattica intelligente, in quanto gli ebrei rappresentavano in effetti una fetta importante di quei liberal e sinistroidi pentiti che, dopo avere rotto due o tre decenni fa con la sinistra ed essersi spostati verso destra, vennero classificati come neoconservatori. Tutti gli esperti lo sapevano già; ma per quelli che ancora non lo sapevano, era piuttosto facile sostenere quest'accusa puntando il dito su quei neoconservatori che avevano nomi ebrei e trascurando tutti gli altri numerosi esponenti del gruppo il cui nome chiaramente non ebreo avrebbe potuto confondere il quadro. Questa tattica era stata sfruttata per la prima volta da Patrick J. Buchanan per opporsi alla prima guerra del Golfo nel 1991. Buchanan aveva già denunciato i neoconservatori per avere dirottato e corrotto il movimento conservatore, ma ora rincarò ulteriormente la dose proclamando che c'erano "soltanto due gruppi che battevano il tamburo della guerra in medio oriente: il ministero della Difesa israeliano e le sue ramificazioni negli Stati Uniti". () Buchanan ha successivamente individuato quattro autorevoli falchi con nomi ebrei, contrapponendoli a "ragazzi con nomi come McAllister, Murphy, Gonzales e Leroy Brown", i quali, se gli ebrei l'avessero avuta vinta, sarebbero stati costretti a scendere sul campo di battaglia.


    La nuova combriccola delle alte sfere

    Dieci anni dopo, nel 2001, negli scritti di Buchanan e di altri paleoconservatori all'interno della comunità giornalistica (in particolare Robert Novak, Arnaud de Borchgrave e Paul Craig Roberts) è riapparso il nome di uno dei quattro falchi del 1991, Richard Perle. Ma Perle era ora affiancato da Paul Wolfowitz e Douglas Feith (entrambi con importanti incarichi al Pentagono) e da un folto numero di intellettuali e commentatori ebrei al di fuori del governo (tra i quali Charles Krauthammer, William Kristol e Robert Kagan). Come i loro predecessori del 1991, i membri della nuova combriccola erano ritratti come agenti dei loro bellicosi colleghi del governo israeliano. Ma c'era anche una differenza: il nuovo gruppo era riuscito a infiltrarsi nelle alte sfere del governo americano. In questo modo, era riuscito a manipolare i propri capi non ebrei (il vicepresidente Dick Cheney, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice e lo stesso presidente George W. Bush) convincendoli a invadere l'Iraq. Non passò molto tempo prima che questa tesi fosse raccolta e diffusa da tutti coloro che volevano mettere in discredito la dottrina Bush. Ed è una cosa del tutto comprensibile: infatti, che cosa potrebbe essere meglio () di "smascherare" l'invasione dell'Iraq () come una guerra scatenata dagli ebrei e combattuta solo nell'interesse di Israele? Per proteggersi dall'accusa di antisemitismo, i sostenitori di questa tesi talvolta ribadiscono falsamente che quando parlano di "neoconservatori" non intendono gli "ebrei". Ciononostante, la tesi si fonda inequivocabilmente su fin troppo familiari fandonie antisemite, in particolare quella secondo la quale gli ebrei non sono mai realmente leali verso il paese in cui vivono e che sono sempre pronti a cospirare nell'ombra (). A parte le sue deleterie implicazioni morali e politiche, questa tesi appare del tutto ridicola. () Bisognerebbe credere all'incredibile, vale a dire che persone risolute come Bush, Rumsfeld, Cheney e Rice possano essere raggirate da un sparuto gruppo di astuti subordinati (ebrei o meno), in grado di convincerli a fare qualsiasi cosa rinunciando alla propria capacità di giudizio, come persino una guerra che non sembra avere alcun rapporto con gli interessi americani.
    In secondo luogo, ci sarebbero delle prove scoperte dagli stessi sostenitori della tesi del complotto ebraico. Queste prove, trionfalmente proclamate, sono rappresentate da alcuni articoli e dichiarazioni pubbliche in cui i presunti cospiratori invocavano apertamente e senza alcuna ambiguità proprio quelle politiche che ora sono accusati di avere imposto a una debole Amministrazione Bush. Non soltanto questi presunti cospiratori segreti non avevano mai nascosto la loro convinzione che il rovesciamento di Saddam Hussein e l'adozione di una politica per la democratizzazione di tutto il medio oriente sarebbe stata vantaggiosa per gli Stati Uniti e per i popoli della regione, ma avevano persino dichiarato che sarebbe stata utile anche per Israele ("E allora?", domandò un Richard Perle stranamente perplesso a un ostile intervistatore, "cosa c'è che non va in questo?"). Il che ci porta al quarto pilastro della dottrina Bush. Ascoltando le proteste di Scowcroft e di molti altri, si potrebbe pensare che George W. Bush abbia completamente ignorato il "conflitto israelo-palestinese", assorbito dalla sua "ossessione" per l'Iraq. Tuttavia, già prima dell'11 settembre, si riportava diffusamente e sulla base di fonti autorevoli che Bush avesse intenzione di schierarsi apertamente in favore della creazione di uno Stato palestinese come sola strada possibile per una soluzione pacifica del conflitto. E a ottobre, con un leggero ritardo causato dagli attentati dell'11 settembre, è diventato il primo presidente americano a farlo concretamente. Eppure, () nel corso dei mesi successivi, sembra che Bush si sia reso conto che ci fosse qualcosa di balzano nell'idea di appoggiare la creazione di uno Stato palestinese che sarebbe stato governato da un terrorista come Yasser Arafat e dai suoi scagnozzi. Per quale motivo gli Stati Uniti avrebbero dovuto concedere, o addirittura aiutare, la creazione di un ulteriore Stato sponsor del terrorismo proprio nello stesso momento in cui erano entrati in guerra per liberare il mondo da regimi di questo genere? E' stato presumibilmente sotto la spinta di questa domanda che Bush ha formulato un'idea ancora più innovatrice della già nuova concezione del terrorismo che aveva elaborato dopo l'11 settembre. Quest'idea è stata proposta il 24 giugno 2002 () in una dichiarazione sulle condizioni da lui ritenute necessarie per l'approvazione di uno Stato palestinese: "Oggi, le autorità palestinesi stanno incoraggiando, e non combattendo, il terrorismo. E' una cosa inaccettabile. Gli Stati Uniti non appoggeranno la creazione di uno Stato palestinese fino a quando i suoi leader non si impegneranno in un'autentica lotta contro i terroristi ()".


    Alla ricerca di nuovi leader

    Ma per impegnarsi in una simile lotta, ha aggiunto Bush, è necessaria l'elezione di "nuovi leader, leader non compromessi con il terrorismo", che si dedichino alla costruzione di "istituzioni politiche ed economiche completamente nuove, fondate sui principi della democrazia, dell'economia di mercato e della lotta contro il terrorismo". E' con queste parole che Bush ha accostato la sua "visione" (come lui stesso la definisce) di uno Stato palestinese in pace con Israele alla sua prospettiva complessiva sulla piaga del terrorismo. Ed essendosi spinto fino a questo punto, ha fatto ancora e ha ricollocato la questione palestinese nel più ampio contesto dal quale la propaganda araba l'aveva tolta a forza. Poiché quest'iniziativa è passata praticamente inosservata, è opportuno ribadirne l'importanza.
    Ancora prima della nascita di Israele nel 1948, i paesi musulmani del medio oriente si erano opposti alla creazione di uno Stato ebraico sovrano (o di qualsiasi altro tipo di Stato ebraico) sulla terra che credevano Allah avesse riservato ai seguaci del profeta Maometto. Di conseguenza il conflitto arabo-israeliano aveva riunito centinaia di milioni di arabi e altri musulmani, che occupavano e controllavano più di due dozzine di paesi e vasti territori, contro un pugno di ebrei che, in quel momento, non superavano i tre quarti di milione e che vivevano su una minuscola striscia di terra non più grande del New Jersey. Poi, nel 1967, ci fu la guerra dei Sei giorni. Scatenata con la speranza di cancellare Israele dalle carte geografiche, terminò con il controllo israeliano della Cisgiordania (prima occupata dalla Giordania) e della Striscia di Gaza (che prima era sotto il controllo dell'Egitto). Questa umiliante sconfitta, tuttavia, fu successivamente trasformata in una vittoria retorica e politica da parte della propaganda araba, la quale ridefinì la guerra in atto tra tutto il mondo musulmano e lo Stato ebraico come un semplice conflitto tra israeliani e palestinesi. Così, l'immagine d'Israele fu trasformata da quella di un Davide in quella di un Golia: una mossa che è riuscita ad alienare buona parte dell'antica simpatia precedentemente goduta dall'assediato piccolo Stato ebraico. Ora Bush ha rigirato nuovamente la carta. Non soltanto ha ricreato un quadro veritierio affermando che il popolo palestinese che per decenni era stato trattato come "una pedina nel conflitto mediorientale". Ha anche detto chiaramente quali sono le nazioni che ne sono protagoniste e ha spiegato senza mezzi termini quali sono i loro autentici scopi: "Ho detto in passato che, nella guerra contro il terrorismo, le nazioni del mondo o sono con noi o sono contro di noi. Per entrare nello schieramento della pace, le nazioni devono agire. Ogni capo di Stato sinceramente impegnato per la pace deve fare cessare l'incitamento alla violenza sui media ufficiali e denunciare gli attentati. Ogni nazione sinceramente impegnata per la pace deve interrompere il flusso di denaro, equipaggiamento e reclute a gruppi terroristici che vogliono la distruzione d'Israele, come Hamas, il Jihad Islamico e Hezbollah. Ogni nazione che desidera la pace deve impedire l'invio di rifornimenti iraniani a questi gruppi e opporsi ai regimi che sostengono il terrorismo, come l'Iraq. E la Siria deve dimostrare di avere scelto lo schieramento giusto in questa guerra chiudendo i campi d'addestramento dei terroristi e cacciando dal proprio territorio le organizzazioni terroristiche". In questo modo, dunque, Bush ha ricostruito il contesto adeguato per comprendere il conflitto mediorientale. Nei mesi successivi, messo sotto pressione dal suo principale alleato europeo, il primo ministro inglese Tony Blair, e dal suo stesso segretario di Stato, Colin Powell, Bush ha in qualche caso dovuto dare l'impressione di ritornare ai vecchi schemi di pensiero. Ma ogni volta è poi ritornato sui suoi passi. Né ha mai perso di vista la sua "visione" iniziale, grazie alla quale era riuscito a coinvolgere non soltanto l'Autorità Palestinese ma tutto il mondo musulmano (gli "amici" come i nemici) nella sua concezione della guerra contro il terrorismo. Rimossa così ogni incongruenza e debolezza strutturale con l'aggiunta del quarto pilastro, la dottrina Bush era ormai stabile, armonica e completa.
    La nuova dottrina Bush, sia come costruzione teorica che come pratico orientamento politico, non potrebbe essere più distante dalla cosiddetta "sindrome del Vietnam", ossia quella perdita di fiducia, accompagnata dalla diffusione delle tendenze neoisolazioniste e pacifiste in tutto il corpo politico americano (e soprattutto nelle istituzioni d'élite della cultura americana), che cominciò negli ultimi anni della guerra in Vietnam. Ho già fatto accenno alla somiglianza tra la dichiarazione della dottrina Truman sul fatto che era cominciata la terza guerra mondiale e la altrettanto importante dichiarazione della dottrina Bush sul fatto che l'11 settembre ha scatenato la quarta guerra mondiale. Ma per misurare fino in fondo la portata della dottrina Bush, intendo ora analizzare ancora un'altra dottrina presidenziale, quella elaborata da Richard Nixon alla fine degli anni sessanta con lo scopo specifico di affrontare la sindrome del Vietnam.
    A differenza di quanto si crede comunemente, il nostro intervento militare in Vietnam durante la presidenza Kennedy all'inizio degli anni Sessanta era stato sostenuto da ogni settore dell'opinione pubblica americana, con il coro guidato dai media d'élite e dal mondo accademico. All'inizio, in effetti, le sole critiche da parte dell'opinione pubblica riguardavano questioni tattiche. Dopo qualche tempo, però, quando alla Casa Bianca Lyndon B. Johnson aveva già sostituito Kennedy, cominciarono a essere sollevati dubbi sull'opportunità politica dell'intervento; e quando alla Casa Bianca era ormai salito Richard Nixon, veniva già accusato e diffamato il carattere morale degli Stati Uniti. Un grande numero di americani, che includeva anche molti di quelli che avevano sostenuto l'intervento durante gli anni di Kennedy, si aggiungeva ora alla piccola minoranza della sinistra che, a quel tempo, l'aveva denunciato di stupidità e immoralità, e sosteneva che la guerra in Vietnam si era trasformata da una follia in un crimine.
    Per questa nuova realtà politica la dottrina Nixon era un riluttante accomodamento. Poiché l'intervento in Vietnam durante le presidenze di Kennedy e Johnson aveva contribuito a minare il sostegno per la vecchia strategia di contenimento, Nixon (con il suo principale consigliere di politica estera, Henry Kissinger) pensò che andarcene dal Vietnam avrebbe viceversa potuto contibuire a creare la nuova strategia che era diventata necessaria. Per prima cosa, le forze americane sarebbero state ritirate dal Vietnam solo gradualmente, in modo da permettere ai sudvietnamiti di costruire un potere sufficiente per assumere la responsabilità della difesa del proprio paese. Il ruolo degli americani si sarebbe limitato al rifornimento di armi ed equipaggiamento. La stessa politica, opportunamente modificata a secondo delle circostanze locali, sarebbe stata applicata anche in tutte le altre regioni del mondo. In ogni principale regione, gli Stati Uniti si sarebbero d'ora in poi affidati a forze locali, anziché al proprio esercito, per contenere ogni aggressione di marca sovietica, o qualsiasi altro evento potenzialmente destabilizzante. Gli Stati Uniti avrebbero fornito le armi e altre forme di assistenza, ma la responsabilità della deterrenza e dei combattimenti sarebbe stata di altri.
    Su tutti questi punti, la nuova dottrina Bush contrasta nettamente con la vecchia dottrina Nixon. Invece di una ritirata, Bush ha proposto una ambiziosa strategia di intervento. Invece di contare su forze locali, Bush ha proposto un concreto impiego della nostra potenza militare. Invece di deterrenza e contenimento, Bush ha proposto la prevenzione e la necessità "di portare la lotta sul territorio nemico". E invece di preoccuparsi per la stabilità regionale, Bush ha proposto di destabilizzarla con un "cambio di regime". La dottrina Nixon doveva ovviamente accordarsi con la sindrome del Vietnam. Che dire invece della dottrina Bush? La nuova strategia politica e militare si accorda con l'atmosfera post 11 settembre? Senza dubbio, era questa l'impressione subito dopo gli attentati: anzi, l'impressione era così forte che un gruppo di giovani osservatori annunciarono quasi immediatamente la nascita di una nuova era nella storia americana. Ciò che il 7 dicembre 1941 aveva significato per il vecchio isolazionismo, proclamarono, l'11 settembre lo ha significato per la sindrome del Vietnam. Politicamente, la sindrome era finita e le ricadute culturali di quella guerra (tutti i danni causati dagli anni Sessanta e Settanta) sarebbero presto finite nella tomba.
    Il segno più evidente della nuova era lo si poteva vedere nel fatto che, ancora una volta, aveva ripreso ad onorare la nostra bandiera, ora sventolata da tutte le parti. Questa era la bandiera che, non molto tempo prima, i radicali della sinistra avevano tirato fuori soltanto per bruciarla. Ma, persino all'interno della sinistra più ostinata, alcune autorevoli personalità cominciarono a sforzarsi di fare qualcosa di simile a un saluto d'onore davanti alla bandiera americana. Era una scena che ricordava la risposta di alcuni comunisti alla soppressione da parte del nuovo regime sovietico della rivolta dei marinai, scoppiata a Kronstadt all'inizio degli anni Venti. Orrori molto più spaventosi sarebbero stati causati dai perversi recessi del regime stalinista; ma, essendo la prima di una lunga serie di atrocità che hanno frantumato l'illusione dell'Unione Sovietica, l'episodio di Kronstadt ne è diventato il simbolo per eccellenza. A suo modo, l'11 settembre ha avuto l'effetto di una Kronstadt all'incontrario per un certo numero di odierni radicali della sinistra. L'effetto è stato quello di sollevare domande e dubbi su quella che uno di loro ha avuto l'onestà di definire la loro "inveterata sfiducia nella malvagia America". L'11 settembre ha riportato alla mente una poesia di W. H. Auden, scritta subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e intitolata "1 settembre 1939". Per quanto esprimesse alcuni sentimenti ostili contro l'America (resti della fase comunista di Auden), i versi iniziali sono sembrati così evocativi dell'11 settembre che sono stati citati spesso nei primi giorni di questa nuova guerra: "Sono seduto in una bettola della cinquantaduesima strada, incerto e impaurito, mentre spirano le luminose speranze di un infimo e disonesto decennio"
    Il decennio al quale Auden si riferiva erano gli anni Trenta, e le luminose speranze riguardavano l'edificazione di un paradiso degli operai in Unione Sovietica. Il nostro "infimo decennio" sono stati gli anni Sessanta, e le sue ben meno luminose speranze riguardavano non un'edificazione (per quanto illusoria) ma una distruzione: la distruzione delle istituzioni che costituivano l'essenza dell'"American Way of Life". Infatti, in quegli anni, l'America era considerata il grande ostacolo che si frapponeva al progresso di tutti poveri della terra, compresi quelli che vivevano dentro i suoi confini.


    Una nuova ondata di patriottismo

    Quale "padre fondatore" del neoconservatorismo, che aveva rotto con la sinistra proprio perché indignato dalla sua "sfiducia nella malvagia America", ho naturalmente accolto a braccia aperte questa nuova ondata di patriottismo. Negli anni intercorsi dal giorno di quella rottura, sono rimasto sempre più colpito dalle virtù della società americana. Ora cominciavo a rendermi conto che l'America era un paese nel quale esistevano una libertà e una prosperità ben maggiori di quelle esistite in qualsiasi altro paese e in qualsiasi momento della storia. Mi accorsi che queste benedizioni avevano una diffusione ben maggiore di quanto persino gli utopisti più sognatori avevano mai osato immaginare. Capii che questo era un risultato straordinario, che dava agli Stati Uniti d'America un posto d'onore nell'albo delle grandi civiltà della storia mondiale.
    La nuova atmosfera di patriottismo mi sembrava quindi un segno di grande sanità intellettuale e di salute morale, e ho ardentemente sperato che durasse a lungo. Ma non riuscivo a condividere pienamente l'ottimismo di alcuni miei più giovani colleghi i quali pensavano che il mutamento avesse carattere permanente: che, come loro proclamavano esultando, nella politica e nella cultura americane nulla sarebbe più stato come prima. Come veterano delle battaglie politiche e culturali degli anni Sessanta, sapevo dalle mie stesse cicatrici quanto effimera poteva rivelarsi questa svolta, e quanto fosse vulnerabile alla minaccia di forze apparentemente insignificanti. A questo proposito, ero perseguitato in particolare da un ricordo. Quello di una sera del 1960, quando partecipai ad un incontro di radicali della sinistra su un tema che proprio allora stava cominciando ad emergere in superficie: la possibilità di un intervento militare americano in un lontanissimo posto chiamato Vietnam. Quella sera insieme a me c'era Marion Magid, un membro del mio staff di Commentary, di cui ero recentemente diventato direttore. Entrando nella vecchia sala conferenze di Union Square a Manhattan, Marion osservò le circa cinquanta persone che formavano il pubblico e mi sussurrò all'orecchio: "Ti rendi conto che ogni giovane in questa sala è una tragedia per la sua famiglia o per qualcun altro?"
    Il ricordo di questa battuta ha riportato in vita la sensazione di quanto poco promettente apparisse allora il futuro per quel trasandato pubblico. Nessuno si sarebbe mai immaginato che questi giovani ragazzi (e la generazione che da essi discende politicamente e culturalmente) sarebbero stati poi salutati come "i più informati, i più intelligenti e i più idealisti che questo paese abbia mai avuto". Queste parole, cosa ancora più incredibile, sarebbero state pronunciate da colui che il nuovo movimento considerava il vero e proprio cuore del mostro: vale a dire Archibald Cox, un professore della Harvard Law School e successivamente vice procuratore generale degli Stati Uniti. Analoghi elogi uscivano dalla bocca di genitori, insegnanti, uomini del clero, artisti e giornalisti. Ma ancora più incredibile è che le idee e gli atteggiamenti del nuovo movimento, ripuliti ma sostanzialmente immutati, nel giro di soli dieci anni sarebbero riusciti a sconvolgere completamente uno dei due maggiori partiti americani. Nel 1961, il presidente John F. Kennedy aveva enfaticamente proclamato che gli americani "erano pronti a pagare qualsiasi prezzo e a sopportare qualsiasi peso () per garantire la sopravvivenza e la vittoria della libertà". Nel 1972, George McGovern, candidato alla presidenza dal partito di Kennedy, ha impostato la sua campagna elettorale su questo slogan: "Come Home, America". Uno slogan che, in modo misterioso e inquietante, rifletteva l'etica di quel movimento ancora in gestazione al quale mi ero rivolto circa una decina d'anni prima.


    I nuovi "Jackal Bins"

    Ho richiamato questi ricordi per sottolineare due punti. Il primo è che il movimento radical degli anni 50 e dei primi 60 combatteva contro un avversario (o più precisamente contro il cosiddetto "establishment") che sembrava inattaccabile. Ciononostante (e questo è il secondo punto), con enorme stupore di quasi tutti, compresi gli stessi radical, il movimento ha continuato a soffiare fino a quando è riuscito a buttare giù la casa. Ecco un importante sviluppo ignorato praticamente da quasi tutti gli esperti e gli osservatori. Come ricorda bene John Roche, un politologo che allora lavorava alla Casa Bianca per l'amministrazione Johnson, citato in un articolo dell'editorialista Jimmy Breslin perché aveva derisivamente definito i radical come i "jackal bins" dell'Upper West Side. Come si è poi venuto a sapere, Roche aveva detto in realtà "jacobins": una parola talmente sconosciuta al suo intervistatore che non seppe fare di meglio che trascriverla come "jackal bins". E' stato impiegato moltissimo inchiostro (io stesso ne ho usati litri e litri) nel tentativo di spiegare come e perché un grande "establishment" che godeva di un amplissimo consenso nazionale potesse essere stato rovesciato così facilmente e rapidamente da un gruppo alquanto piccolo e marginale come quello dei "jackal bins". Nel campo degli affari esteri, ovviamente, la risposta più consueta è il Vietnam. Secondo questo punto di vista, la decisione di combattere una guerra impopolare ha reso vulnerabile l'establishment.
    L'evidente difetto di questa spiegazione, per ribadirlo ancora una volta, è che, almeno fino al 1965, la guerra in Vietnam godeva dell'appoggio popolare. Tutti i più autorevoli media (dal New York Times al Washington Post, da Time e Newsweek, dalla Cbs alla Abc) sostenevano il nostro intervento. Lo stesso vale per il mondo accademico. E anche per l'opinione pubblica. Persino quando quasi tutti coloro che ci avevano spinto nel Vietnam, o che avevano applaudito l'intervento, cominciarono a ricredersi e a passare nello schieramento pacifista, l'opinione pubblica continuò a sostenere la guerra.
    Ma non importava. L'opinione pubblica non contava più nulla. Anzi, come ha dimostrato l'offensiva di Tet nel 1968, la stessa realtà aveva cessato di contare. Come alcuni cercarono già allora, ma invano, di dimostrare (e come tutti avrebbero in seguito ammesso), Tet non fu una schiacciante sconfitta per noi bensì per i nordvietnamiti. Ma bastava che Walter Cronkite la definisse una sconfitta per noi dalle telecamere della Cbs per farla diventare tale. Apparentemente, nella politica elettorale, dove i numeri sono decisivi, l'opinione pubblica continuava ad avere importanza. Di conseguenza, nessuna delle colombe che si candidarono alla presidenza nel 1968 e nel 1972 avrebbe potuto battere Richard Nixon. Tuttavia, persino Nixon ritenne necessario impostare la campagna elettorale sulla pretesa di avere un "piano" non per vincere la guerra ma per andarsene dal Vietnam.
    Tutto questo per dire che, sul Vietnam l'opinione dell'élite calpestava quella popolare. E gli effetti non si limitavano alla politica estera, ma si ampliavano nel nuovo atteggiamento ostile verso tutto ciò che l'America era e rappresentava. Non c'è bisogno di sottolineare che questo atteggiamento era di casa nel mondo degli artisti, in quello delle università, nonché in quello dell'informazione e dello spettacolo, dove dominavano gli intellettuali forgiatisi negli anni 60 insieme ai loro accoliti insediati nelle case editrici di New York e negli studios di Hollywood. Ma sarebbe un grave errore supporre che l'infiltrazione dell'atteggiamento accademico fosse confinato alla letteratura, al giornalismo e allo show business.
    John Maynard Keynes disse una volta che "le persone pratiche convinte di non subire influenze intellettuali sono normalmente le schiave di qualche defunto economista". Keynes si riferiva in particolare agli uomini d'affari. Ma anche burocrati e amministratori sono soggetti alla stessa legge, sebbene tendano ad essere gli schiavi non di economisti ma di storici, sociologi, filosofi e romanzieri ancora vivi e vegeti pur se le loro idee sono già (o dovrebbero essere) morte e sepolte. Non è nemmeno necessario che le "persone pratiche" abbiano studiato le opere dei loro padroni, o addirittura che abbiano sentito parlare di loro. E' sufficiente che leggano il New York Times, che accendano il loro televisore, che vadano al cinema: a poco a poco, una forma più facilmente assimilabile dell'originale viene assorbita dalla loro testa e dal loro sistema nervoso.
    Questi, nel complesso, erano alcuni degli elementi che mi hanno fatto domandare se gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 sarebbero davvero stati capaci di rappresentare un autentico punto di svolta paragonabile a quello segnato dal bombardamento di Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941. Ero perfettamente consapevole del fatto che, prima di Pearl Harbor, c'erano radicali della destra che consideravano la guerra come una lotta tra due sistemi imperialistici ugualmente malvagi, con cui l'America non aveva nulla a che fare. Sotto l'influenza di questi gruppi, una grande maggioranza di americani si era opposta alla nostra entrata in guerra fino al giorno stesso dell'attacco giapponese su Pearl Harbor. Ma da quel momento in poi, l'opposizione scomparve. I gruppi contrari alla guerra persero quasi tutti i loro seguaci e si rinchiusero in un imbronciato silenzio, e l'opinione pubblica fece una svolta di 180 gradi.


    (Fine Terza parte)

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  2. #2
    Conservatorismo e Libertà
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    Podhoretz entra nel cuore della "dottrina Bush", basata sull'attacco preventivo, sull'intervento diretto, per il cambio di regime e la creazione di una nuova stabilità, opposta a quella espressa dai paesi foraggiatori del terrorismo internazionale, nonchè sull'espansione della democrazia in un'area delicata come il Medio Oriente.
    George W. Bush, dopo l'11 settembre, attua una strategia chiara, diversa da quella instaurata dal Presidente Nixon (basata sull'utilizzo di truppe straniere amiche per contrastare l'Unione Sovietica e i suoi tentativi di espansione, con il contestuale, graduale ritiro in Patria dei soldati americani: si pensi all'esempio vietnamita).
    Bush decide di adoperare, sul suolo nemico, l'esercito americano, per un intervento diretto, micidiale, risolutivo contro i regimi compromessi con i gruppi del terrore e del fondamentalismo islamico.

    L'attacco all'America, la distruzione delle Torri Gemelle, il colpo portato contro il Pentagono, possono essere paragonati, per certi versi, agli eventi di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941. Questa immagine torna spesso nei commenti relativi alla tragica giornata dell'11 settembre 2001, e in effetti il popolo americano ha espresso, nell'immediatezza, la medesima reazione di rabbia, indignazione, e desiderio di giustizia.
    Bush ha saputo interpretare questo sentimento, e ha lanciato la Guerra al terrorismo, il "quarto conflitto mondiale", a carattere globale ed ideologico, per combattere il male.
    Un male rappresentato dai gruppi assassini, da Al Quaeda e da altre formazioni, ed ovviamente da tutti gli Stati finanziatori di queste organizzazioni, o pronti ad accogliere le basi di addestramento, o ad offrire ospitalità e protezione ai fondamentalisti.

    Con Bush finisce il tempo del mantenimento a prescindere di una stabilità sfavorevole agli Stati Uniti, e favorevole invece agli Stati mediorentali caratterizzati dal dispotismo e dalla mancanza di ogni parvenza di democrazia.
    L'attacco all'Iraq, però, scatena una discussione sulle sue reali motivazioni.
    C'è chi arriva, addirittura, a sostenere l'esistenza di un complotto ebraico, in grado di sottomettere ai suo obbiettivi l'intera dirigenza politica americana, e di utilizzare Bush, Rumsfeld, Powell, Wolfowitz come marionette per lo scopo.
    Quest'ultimo sarebbe in realtà l'ingrandimento della potenza israeliana nella regione, e l'espansione della rete ebraica mondiale, capace ormai di decidere a piacimento le sorti del mondo.
    Un simile complotto, ovviamente, esiste solo nelle menti di mistificatori d'accatto, di antisionisti mascherati da opinionisti o da intellettuali sinistroidi-progressisti, capaci poi di dissimulare il vero target delle loro polemiche (Israele e gli ebrei) con l'utilizzo improprio dell'espressione "neoconservatorismo", adoperato per indicare l'insieme dei politici favorevoli allo Stato ebraico e quindi alla Guerra contro Saddam Hussein.

    In realtà Bush in mente ha solo la creazione di un nuovo sistema democratico in Medio Oriente, per portare nuova stabilità in seguito alla sostituzione di regimi nemici.

  3. #3
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    Ho trovato la lettura di questa parte dell'opera di Podhoretz particolarmente utile per la comprensione delle dinamiche politiche statunitensi.
    Sentire descrivere l'ambiente di nascita del movimento liberal negli anni del Vietnam, e la sua progressiva contaminazione del partito democratico da una persona che l'ha vissuta in prima persona (e si è poi ravveduta) è illuminante.

  4. #4
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    Qui la lettura inizia a farsi più interessante ma anche più complessa e quindi più difficile da commentare almeno con le mie ridotte conoscienze in materia. Cmq considerato il ridotto costo e il numero di pagine che mi stampa la cartuccia di nero sono arrivato alla conclusione che me lo compro al prossimo ordine.

 

 

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