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    Predefinito ANNIVERSARIO - Cento anni con Plinio Corrêa de Oliveira

    Plinio Corrêa de Oliveira: una vita per la Chiesa e per la civiltà cristiana

    Una presentazione biografica dell’importante pensatore cattolico brasiliano, nel centenario della nascita.

    di Giovanni Cantoni




    Un secolo fa, il 13 dicembre 1908, nasceva a San Paolo, in Brasile, Plinio Corrêa de Oliveira, da genitori appartenenti a famiglie dell'aristocrazia rurale. Compiuti gli studi secondari presso i padri gesuiti, si forma nella facoltà di Giurisprudenza della metropoli. Iniziata la carriera professionale e pubblica, si qualifica come il maggior leader della gioventù cattolica di San Paolo. A ventiquattro anni viene eletto, nella lista della Lega Elettorale Cattolica, all'Assemblea Costituente, nella quale è il deputato più giovane e più votato di tutto il paese. Poco dopo viene chiamato alla cattedra di Storia della Civiltà nel collegio universitario annesso alla Facoltà di Giurisprudenza; quindi, diventa titolare di Storia Moderna e Contemporanea in facoltà poi integrate nella Pontificia Università Cattolica di San Paolo. È uno dei fondatori dell'Azione Cattolica paulista, quindi primo presidente della sua giunta arcidiocesana.
    Pensatore, oratore, conferenziere e giornalista, attratto fin da giovane dall'analisi della crisi contemporanea, della sua genesi e delle sue conseguenze, è autore di studi di carattere sociologico e storico, sempre sollecitati da situazioni della vita della Chiesa e del mondo cattolico, nonché da frangenti del mondo religioso e sociopolitico iberoamericano o internazionale. Cattolico convinto e militante, la sua parola e la sua penna sono sempre state al servizio della Chiesa e della civiltà cristiana.

    La TFP
    Nel 1960 fonda la Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade, la TFP brasiliana, da allora dedicandosi completamente alla funzione di presidente di questa associazione, per il cui Statuto s’ispira a quello dei Comitati Civici costituiti in Italia da Luigi Gedda (1902-2000) nel 1948. Legato di tale attività sono oltre ventimila registrazioni di conferenze, di riunioni di formazione e d'interventi in commissioni di studio. Associazioni simili alla TFP brasiliana, ispirate al suo pensiero ma giuridicamente indipendenti, sono nate nel corso degli anni non solo nelle Americhe, ma in tutti i continenti.
    Corrêa de Oliveira giornalista lascia oltre duemilacinquecento articoli e manifesti. I suoi scritti, sia volumi che articoli, sono stati spesso tradotti nelle più diverse lingue, compreso il giapponese e il vietnamita, e hanno talora raggiunto tirature da best seller.
    Muore il 3 ottobre 1995 nella sua città natale, confortato dai sacramenti della Chiesa Cattolica, dopo aver ricevuto la benedizione pontificia, e in odore di santità. Sulla sua tomba dispone sia scritta un'unica epigrafe: «Plinio Corrêa de Oliveira, vir totus catholicus et apostolicus, plene romanus», «Plinio Corrêa de Oliveira, uomo totalmente cattolico e apostolico, pienamente romano».

    «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione»
    Il pensiero e l'azione di Corrêa de Oliveira prendono l'avvio e ruotano attorno a un giudizio storico: è esistita una civiltà cristiana occidentale, animata dalla Chiesa Cattolica, frutto dell'inculturazione della fede in Occidente. Di tale civiltà cristiana è in via di realizzazione il processo di distruzione, la Rivoluzione, una dinamica storica in quattro fasi: la prima religiosa, la Riforma protestante, preceduta e accompagnata da una rivoluzione culturale, rappresentata dall'Umanesimo e dal Rinascimento; la seconda politica, la Rivoluzione Francese; la terza sociale, la Rivoluzione comunista; e, infine, la quarta, la Rivoluzione Culturale iniziata con il Sessantotto francese.
    Consapevole del fatto che un processo di tanta profondità, di tale portata e di così lunga durata non può svilupparsi senza abbracciare tutte le attività dell'uomo, come per esempio la cultura, l'arte, le leggi, i costumi e le istituzioni, il pensatore brasiliano, limitandosi a un filone di questo vasto argomento, ne traccia in modo sommario i contorni e ne descrive in forma di tesi - talora aforismi, massime - le grandi linee, non solo storiche, ma soprattutto strutturali, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, del 1959, uno studio accresciuto nel 1977 di una nuova parte.
    «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione - afferma il canonista claretiano argentino Anastasio Gutiérrez Poza (1911-1998) in un apprezzamento espresso nel 1993 - è un'opera magistrale, i cui insegnamenti dovrebbero essere diffusi fino a farli penetrare nella coscienza di tutti quanti si sentano autenticamente cattolici e, direi di più, di tutti gli uomini di buona volontà».
    La descrizione della Rivoluzione nella prima parte di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione in un certo senso suggerisce simmetricamente, sempre per sommi capi, le grandi linee dell'azione per contrastarla, della Contro-Rivoluzione, il cui ideale consiste - come scrive l'autore - «[...] nel restaurare e nel promuovere la cultura e la civiltà cattolica», e che viene illustrata nella seconda parte dello stesso studio.
    Fra le sue opere vanno ricordate almeno la prima, Em Defesa da Ação Católica, del 1943, in cui egli denuncia l'attacco alla Chiesa Cattolica da parte del progressismo allora incipiente, e l'ultima, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana, del 1993, nella quale, negli spazi lasciati aperti dall'abbandono della mitologia socialcomunista dopo il 1989, suggerisce una rinnovata attenzione verso quanto rimane della nobiltà europea ed extra europea, e di ogni élite tradizionale a essa analoga, che invita - con parole di Papa Pio XII (1939-1958) del 1947 – a non accontentarsi «[ ...] di restare ritto, impassibile, in mezzo alle rovine», ma della quale auspica un ricupero dell'impegno sociale attivo. Fra gli scritti di carattere spirituale, la cui natura e il cui tenore esprimono in modo inequivoco la coscienza dell'unità fra vita religiosa e vita politico-sociale, figura la raccolta Via Crucis. Due meditazioni, tradotta in italiano nel 1993.
    Tanto nelle opere quanto nell'opera di Corrêa de Oliveira emerge la rilevanza specifica, nella sua formazione, della «meditazione di due bandiere» «l'una di Cristo, sommo capitano e Signore nostro, l'altra di Lucifero, mortale nemico della nostra umana natura» -, proposta da sant'Ignazio di Loyola (1491-1556) nella seconda settimana dei suoi Esercizi Spirituali, nonché degli scritti di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) e di monsignor Henri Delassus (1836-1921).
    Figura eminente della scuola di pensiero e d'azione della Contro-Rivoluzione cattolica nel secolo XX, il pensatore brasiliano in essa si distingue soprattutto perché sottolinea l'importanza dei fattori «passionali», delle tendenze e di costume nel processo rivoluzionario e la loro influenza sugli aspetti strettamente ideologici di esso, convinto si tratti di elementi che, se trascurati, comportano una visione incompleta della Rivoluzione e la conseguente adozione di metodi controrivoluzionari inadeguati. Inoltre, in conformità con un tratto rilevante di questa scuola, costanti sono in lui l'attenzione e il riferimento autoritativo al Magistero pontificio, che si è venuto sviluppando in modo particolare a partire dalla metà del secolo XVIII, sollecitato dalla socializzazione di errori e di tendenze disordinate, quindi dagli avvenimenti e dalle istituzioni che ne sono derivati.

    Bibliografia
    G. Cantoni, Plinio Corrêa de Oliveira (19081995), in IDIS. Istituto per la Dottrina e l'Informazione Sociale, Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte», Cristianità, 1997.
    G. Cantoni, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, Sugarco, 2008.
    Roberto de Mattei, Il crociato del secolo XX. Plinio Corrêa de Oliveira, con una prefazione di S. Em. Alfons Maria card. Stikler S.D.B. (1910-2007), Piemme, 1996.
    Massimo Introvigne, Una battaglia nella notte. Plinio Corrêa de Oliveira e la crisi del secolo XX nella Chiesa, Sugarco, 2008.

    Il Timone, n. 77, novembre 2008, pp. 50-51
    http://www.fattisentire.net/modules....ticle&sid=3057

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    Predefinito

    Plinio Corrêa de Oliveira
    Un autoritratto filosofico

    [Nel 1976, dietro richiesta del gesuita Stanislas Ladusans che allora preparava una Enciclopedia del Pensiero Filosofico Brasiliano in vari volumi, il prof. Plinio Correa de Oliveira scrisse una prima versione del suo autori tratto filosofico. Nel 1989, lo stesso sacerdote gli chiese di aggiornare il testo. A causa dei molteplici impegni però riuscì a farlo solo nel 1994, quando il sacerdote era ormai scomparso. Si tratta quindi di uno scritto rimasto finora inedito].


    Sono tomista convinto. L'aspetto della filosofia che più mi interessa è la filosofia della storia. In funzione di essa trovo il punto d'unione tra i due generi di attività ai quali mi sono dedicato durante la mia vita: lo studio e l'azione.
    Quest'ultima l'ho esercitata in un campo ben definito: la propaganda dottrinale, realizzata tanto con carattere di dialogo come pure di polemica. Per quanto la nozione e la parola sembrino anacronistiche, mi sento pienamente a mio agio nel fare questa affermazione. Il saggio nel quale condenso l'essenziale del mio pensiero spiega anche il senso della mia azione ideologica. Si tratta del libro Rivoluzione e Contro Rivoluzione.
    Uno dei presupposti di questo saggio è che, al contrario di ciò che pretendono tanti filosofi e sociologi, il corso della storia non è tracciato esclusivamente o precipuamente dai fattori materiali. Essi influiscono, senza dubbio, sull'attività umana. Ma la direzione della storia appartiene all'uomo, dotato di un'anima razionale e libera. In altri termini, è lui che, operando alcune volte più profondamente ed altre meno sulle circostanze nelle quali si trova, e lasciandosene del pari influenzare, in modo variabile, modella il corso degli avvenimenti.
    Orbene, l'azione dell'uomo si sviluppa, normalmente, in funzione delle sue concezioni sull'universo, su se' stesso e sulla vita. Se ne può dedurre che le dottrine religiose e filosofiche dominano la storia, e che il nucleo più dinamico dei fattori che condizionano le grandi trasformazioni storiche si trova nelle attitudini dello spirito umano di fronte alla religione ed alla filosofia.

    Civiltà cristiana: in completa consonanza con i princìpi basilari e perenni della Legge naturale e divina

    Passo ad un altro presupposto di Rivoluzione e Contro Rivoluzione. Una concezione cattolica della storia deve tener conto del fatto che la Legge Antica e la Legge Nuova contengono in sé non soltanto i precetti secondo i quali l'uomo deve modellare la sua anima per imitare Cristo, preparandosi in questo modo alla visione beatifica, ma anche le norme fondamentali della condotta umana in conformità con l'ordine naturale delle cose.
    Così, man mano che l'uomo si eleva nella vita della grazia, nel contempo va elaborando, con la pratica della virtù, una cultura, un ordine politico, economico e sociale, in completa consonanza con i princìpi basilari e perenni della Legge Naturale e della Legge di Dio. È ciò che si chiama Civiltà Cristiana.
    È ovvio che la buona disposizione delle cose terrene non si limita a questi princìpi basilari e perenni, ma contiene anche molto di contingente, transitorio e libero. La civiltà cristiana abbraccia un'incalcolabile varietà di aspetti e sfumature. Ciò è tanto vero che, sotto un certo punto di vista, si può anche parlare di "civiltà cristiane" e non soltanto di civiltà cristiana. Tuttavia, data la comunanza dei princìpi fondamentali inerenti a ogni civiltà cristiana, la grande realtà che le riempie tutte è una potente unità, che merita il nome di Civiltà Cristiana per antonomasia. L'unità nella varietà e la varietà nell'unità sono elementi di perfezione. La civiltà cristiana continua ad essere una in tutte le varietà delle sue realizzazioni, dimodochè si può dire, nel significato più profondo della parola, che c'è una sola civiltà cristiana.
    Però è così prodigiosamente variegata nella sua unità che, facendo uso di una legittima libertà di espressione, si può affermare, da un certo punto di vista, l'esistenza di diverse civiltà cristiane.
    Fatto questo chiarimento - che d'altronde vale in modo analogo per il concetto di cultura cattolica - preciso che impiegherò le espressioni civiltà cristiana e cultura cristiana nel loro significato maior, che è quello dell'unità.
    Mi esimo dal comprovare le suddette affermazioni riportando le citazioni dai testi di San Tommaso o del Magistero della Chiesa, in quanto sono tanto numerose e così conosciute da coloro che studiano seriamente questi argomenti, che il lavoro risulterebbe allo stesso tempo fastidioso e superfluo. Questa osservazione vale ugualmente per altre considerazioni che appariranno in questa prima parte della presente esposizione.
    In funzione dei citati presupposti, è facile definire il ruolo della Chiesa e della civiltà cristiana nella storia.

    Le nazioni possono raggiungere la perfetta civiltà soltanto mediante la conformità alla grazia ed alla Fede

    È vero che, benché l'uomo possa conoscere con salda certezza e senza errore ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla ragione umana, per effetto del peccato originale gli è impossibile praticare durevolmente la Legge di Dio [Denzinger-Schoenmetzer, 33ed, N°. 3005]. Vi arriverà soltanto per mezzo della grazia. Anche così, per proteggere l'uomo contro la sua propria cattiveria e la sua propria debolezza, Gesù Cristo dotò la Chiesa di un Magistero infallibile che gli insegnasse, senza errore, non soltanto le verità religiose, ma anche le verità morali necessarie per la salvezza.
    L'adesione dell'uomo al Magistero della Chiesa è frutto della Fede. Senza di essa, l'uomo non può praticare durevolmente e integralmente i Comandamenti.
    Ne deriva che le nazioni possono raggiungere la perfetta civiltà, che è la civiltà cristiana, soltanto mediante la conformità alla grazia ed alla Fede, il che include un fermo riconoscimento della Chiesa Cattolica come l'unica vera, e del Magistero ecclesiastico come infallibile.
    Così, il punto chiave più profondo e centrale della storia consiste nel fatto che gli uomini conoscano, professino e pratichino la Fede cattolica.
    Nel dire questo non nego, evidentemente, che siano esistite civiltà non cristiane di alto livello. Tuttavia, esse furono tutte deformate da questi o quei tratti che contrastavano in maniera aberrante con la elevatezza dimostrata in altri campi. Basti ricordare l'ampia diffusione della schiavitù nonché la condizione servile imposta alla donna prima di Gesù Cristo. Non vi fu alcuna civiltà che presentasse l'eccelsa perfezione propria della civiltà cristiana.
    Allo stesso modo non contesto il fatto che, in paesi con popolazione a predominanza scismatica od eretica, la civiltà possa contenere importanti tratti di tradizione cristiana. Tuttavia, la pienezza della civiltà cristiana può fiorire soltanto con la Chiesa Cattolica e può conservarsi integralmente soltanto in popoli cattolici.

    "Fu già un tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati…"

    Ma qualcuno si chiederà: quando ci fu storicamente questa perfetta civiltà cristiana? È realizzabile la perfezione in questa vita?
    La risposta a queste domande indisporrà e irriterà molti lettori. Tuttavia, devo affermare che vi fu un tempo nel quale gran parte dell'Umanità conobbe questo ideale di perfezione e tese verso di esso con fervore e sincerità. A causa di questa tendenza nelle anime, i tratti basilari della civiltà divennero tanto cristiani quanto lo permettevano le circostanze di un mondo che stava sollevandosi dalla barbarie. Mi riferisco al Medioevo di cui, malgrado questa o quella pecca, Leone XIII scrisse eloquentemente: "Fu già un tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato; quando la religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell'onorevole grado che le conveniva, traeva su fiorente all'ombra del favore dei Principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e l'Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servizi. Ordinata in tal guisa la società recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare". [Leone XIII, enciclica Immortale Dei, dell'1-11-1885, in ASS, vol. XVIII, p. 169.]
    Questo giudizio sull'ampiezza dell'influenza della Chiesa nel Medioevo lo troviamo anche nel seguente testo di Paolo VI, riguardo il ruolo del Papato nell'Italia medievale: "Non dimentichiamo i secoli durante i quali il Papato ha vissuto la sua storia [d'Italia], difeso i suoi confini, custodito il suo patrimonio culturale e spirituale, educato a civiltà, a gentilezza, a virtù morale e sociale le sue generazioni, associato alla propria missione universale la sua coscienza romana ed i suoi migliori figli". [Allocuzione al Presidente delle Repubblica Italiana, 11 gennaio 1964. Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. II, p. 69.]
    La civiltà cristiana non è quindi un'utopia. Essa è realizzabile, e difatti fiorì in un'epoca determinata, sussistendo in certa maniera ancora, dopo il Medioevo, al punto che il papa San Pio X poté scrivere: "Non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste: è la Civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla incessantemente nelle sue naturali e divine fondamenta, contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell'empietà: Omnia instaurare in Cristo", [S, Pio X, Lettera Notre Charge Apostolique, 25 agosto 1910, in AAS, vol. II, pp, 615-619.]. Dunque, la civiltà cristiana possiede grandi vestigia, ancora vive ai nostri giorni.

    Le crisi non nascono dalla mente di alcun pensatore, ma dalle passioni disordinate, istigate dal Potere delle tenebre

    C'è chi immagina che tutte le crisi della cultura e della civiltà nascano necessariamente da qualche pensatore, dalla cui vigorosa mente scaturirebbe sempre la scintilla rischiaratrice - o distruttrice - destinata a propagarsi, in primo luogo, negli ambienti di alta cultura, conquistando poi tutto il corpo sociale.
    È chiaro che, a volte, le crisi nacquero in questo modo. Ma la storia non conferma che siano tutte nate così. E, in particolare, non fu così che nacque la crisi che fece declinare il Medioevo e che suscitò l'Umanesimo, il Rinascimento e la Pseudo-riforma protestante.
    Proprio perché chiede all'uomo un'austerità di costumi faticosa per la natura umana decaduta, l'influenza della Chiesa sulle anime, sui popoli, sulle culture e sulle civiltà è continuamente minacciata. Le passioni disordinate, aizzate dall'azione preternaturale del Potere delle tenebre, attraggono continuamente gli uomini ed i popoli verso il male. La debolezza dell'intelligenza umana può essere sfruttata da queste tendenze. Facilmente l'uomo genera sofismi per giustificare le cattive azioni che desidera praticare, o che già pratica, così come i cattivi costumi che ha acquisito o che va acquisendo. Lo ha detto Paul Bourget: "Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto" (Paul Bourget, Il demone meridiano, Salani Editori, Firenze 1956, p. 395 [ora tra i libri scaricabili gratuitamente da http://www.totustuus.net/ , NdR]).

    Orgoglio e sensualità: la loro capitale importanza nel processo di ribellione contro la Chiesa

    Due sono le passioni che possono suscitare in special modo la ribellione dell'uomo contro la Morale e la Fede cristiana: l'orgoglio e la sensualità.
    L'orgoglio lo porta a respingere qualsiasi superiorità esistente in un'altra persona e genera in lui una voglia di preminenza e potere che giunge facilmente al parossismo, poiché il parossismo è il punto finale verso il quale tendono tutti i disordini. Nel suo stato parossistico, l'orgoglio assume tutti i risvolti metafisici: non si accontenta di scrollarsi di dosso questa o quella superiorità, questa o quella struttura gerarchica, ma desidera l'abolizione di ogni e qualunque superiorità in qualsiasi campo essa esista, L'uguaglianza completa e a tutti i costi gli si presenta come l'unica situazione sopportabile e, dunque, come la suprema regola di giustizia.
    In questa maniera, l'orgoglio finisce col generare una propria morale. Al cuore di questa morale orgogliosa, troviamo un principio metafisico: l'ordine delle cose richiede l'uguaglianza, e tutto ciò che è disuguale è ontologicamente cattivo.
    L'uguaglianza assoluta è, per colui che chiameremo" l'orgoglioso integrale", il supremo valore al quale tutto deve conformarsi.
    La lussuria è l'altra passione disordinata di importanza cruciale nel processo di ribellione contro la Chiesa. Di suo, essa conduce al libertinaggio, incitando l'uomo a calpestare ogni legge ed a respingere come insopportabile ogni freno. I suoi effetti si sommano a quelli dell'orgoglio suscitando nella mente umana ogni specie di sofismi capaci di corrodere dall'interno il principio di autorità.
    Perciò, la tendenza svegliata dall'orgoglio e dalla sensualità punta all'abolizione di ogni disuguaglianza, di ogni autorità e di ogni gerarchia.

    Due processi: la Fede invita all'amore per la gerarchia; la corruzione, all'ugualitarismo anarchico

    È chiaro che queste passioni disordinate, anche quando gli uomini capitolano davanti a esse, possono trovare in un'anima o nello spirito di un popolo contrappesi rappresentati da convinzioni, tradizioni, ecc.
    In questo caso, l'anima della persona o la mentalità del popolo rimane divisa in due poli opposti: da un lato la Fede, che invita all'austerità, all'umiltà, all'amore per tutte le gerarchie legittime; dall'altro lato la corruzione, che incita all'egualitarismo anarchico, nel significato etimologico della parola. Come si vedrà tra poco, la corruzione finisce per indurre al dubbio religioso ed alla negazione completa della Fede.
    La maggior parte delle volte, l'opzione tra questi poli non avviene all'improvviso, ma a poco a poco. Mediante atti successivi d'amore verso la verità ed il bene, una persona o una nazione può progredire gradualmente nella virtù fino a convertirsi completamente. Fu ciò che successe all'Impero romano sotto l'influenza delle comunità cristiane, delle preghiere dei fedeli nelle catacombe e nei deserti, dell'eroismo che mostravano nell'arena e dei loro esempi di virtù nella vita quotidiana. È un processo ascensionale.
    Ma il processo può anche essere di decadenza. L'ondata delle passioni disordinate mina le buone convinzioni, le buone tradizioni perdono la loro presa, i buoni costumi vengono sostituiti da costumi "piccanti", che degenerano in costumi francamente censurabili arrivando, alla fine, a costumi scandalosi.

    Principali elementi dottrinali di Rivoluzione e Contro Rivoluzione

    Detto questo, possiamo riassumere i principali elementi dottrinali sui quali ho basato Rivoluzione e Contro Rivoluzione:
    a) la missione della Chiesa come l'Unica Maestra, Guida e Fonte di Vita dei popoli sulla via della perfetta civiltà;
    b) la continua opposizione delle passione disordinate, particolarmente dell'orgoglio e della lussuria, all'influenza della Chiesa;
    c) l'esistenza, nello spirito umano, di due poli opposti, verso uno dei quali ci si incammina necessariamente: da un lato la Fede cattolica, che invita all'amore, all'austerità e alla gerarchia; e dall'altro lato, le passioni disordinate, che incitano al libertinaggio, alla ribellione contro la legge, contro la gerarchia e contro qualsiasi forma di disuguaglianza e, alla fine, al dubbio ed alla completa negazione della Fede;
    d) la nozione di un "processo" - che non toglie l 'esercizio del libero arbitrio - mediante il quale, gradualmente, gli individui ed i popoli, subendo l'attrazione dei suddetti poli contrapposti, si avvicinano ad uno dei due distanziandosi dall'altro;
    e) l'influenza di questo processo morale sull'elaborazione delle dottrine. Le cattive tendenze inducono all'errore; le buone tendenze, alla verità. Le grandi modificazioni nello spirito dei popoli non sono il mero risultato di dottrine elaborate da piccoli cenacoli di intellettuali che elucubrano serenamente al di fuori della realtà. Affinché una dottrina trovi eco in un popolo è necessario, la maggior parte delle volte, che le tendenze di tale popolo siano affini a questa dottrina. E non è raro che la medesima riflessione effettuata dai dotti, in privato, sia più influenzata di quanto si immagini da queste inclinazioni dell'ambiente in cui vivono.

    Alcune definizioni fondamentali: Ordine, Rivoluzione, Contro rivoluzione

    In base a tutto ciò è facile definire i concetti di:
    1) Ordine, che non è semplicemente la disposizione metodica e pratica delle cose materiali ma, secondo il concetto tomista, la giusta disposizione delle cose in base alloro fine prossimo e remoto, fisico e metafisico, naturale e soprannaturale.
    2) Rivoluzione, che non è essenzialmente un'agitazione di piazza, una sparatoria o una guerra civile, ma ogni sforzo che pretende disporre gli esseri contro l'Ordine.
    3) Controrivoluzione, ogni sforzo che punti a circoscrivere ed eliminare la Rivoluzione.

    Rivoluzione A, tendenziale e sofistica; Rivoluzione B, nelle leggi, strutture, istituzioni e costumi

    Come si può ben vedere, l'Ordine, la Rivoluzione e la Controrivoluzione possono esistere: I) nelle tendenze; II) nelle idee; III) nelle leggi, nelle strutture, nelle istituzioni e nei costumi.
    In questa maniera, chiamo" tendenziale" la Rivoluzione in quanto esistente nelle tendenze. E "sofistica" in quanto si svolge sul terreno delle dottrine, al soffio delle tendenze.
    Queste due modalità di Rivoluzione costituiscono un fenomeno eminentemente spirituale, cioè hanno come campo d'azione l'anima umana e la mentalità delle società. Formano un insieme che denomino "Rivoluzione A" .
    Quando la Rivoluzione passa dalla sfera in interiore homine a quella degli atti, producendo convulsioni, sconvolgendo le leggi, le strutture, le istituzioni, ecc, costituisce ciò che chiamo "Rivoluzione B".
    È chiaro che queste nozioni, esposte così sinteticamente, presentano una serie di premesse ed eccezioni trattate in Rivoluzione e Contro Rivoluzione, e su cui non è qui il caso di ritornare.
    Mi limito a chiarire che, delineando in queste righe ciò che vi è di più essenziale nella storia, non pretendo che essa si riduca a questo. La più elementare osservazione mostra che innumerevoli fattori - etnici, geografici, economici, ecc. - condizionano fortemente il corso della storia.

    Le inevitabili obiezioni dell'ugualitario contro la Fede

    Mi resta da dire una parola sul nesso tra l'ugualitarismo metafisico e la Fede. Chi è radicalmente ugualitario ha, inevitabilmente, obiezioni senza fine contro la dottrina cattolica. L'idea di un Dio personale, perfetto ed eterno, che sovrasta infinitamente dall'alto le Sue creature imperfette e contingenti; dell'ordine soprannaturale che trascende il naturale; della Legge promulgata da Dio, alla quale si deve obbedire; della Rivelazione, che comunica alla mente umana verità superiori alla sua naturale capacità di conoscenza; del Magistero infallibile della Chiesa; degli elementi monarchici ed aristocratici nella sua struttura; tutto, infine, compresa la nozione di un Giudizio nel quale i buoni saranno premiati ed i cattivi castigati, irrita l'ugualitario e lo incita alla negazione.
    In contrario sensu, il cattolico apprende in San Tommaso (Summa Theologica, I, q. 47, a. 2) che la disuguaglianza è una condizione necessaria per la perfezione dell'ordine creato. E, di conseguenza, le disuguaglianze di potere, scienza, categoria sociale e di fortuna sono intrinsecamente legittime e indispensabili al buon ordine, sempre che non giungano al punto di negare la dignità, la sufficienza e la stabilità di vita alla quale ha diritto ogni persona per la sua condizione di uomo, per il suo lavoro, ecc.

    Prima Rivoluzione: Umanesimo, Rinascimento, Protestantesimo

    Così arriviamo al significato profondo della "Rivoluzione A sofistica" e della "Rivoluzione B" che scossero l'Europa nel XV secolo in conseguenza dell'anteriore "Rivoluzione A tendenziale" descritta sopra.
    Il declino del Medioevo fu segnato da un'esplosione di orgoglio e sensualità. Questa esplosione generò tendenze ugualitarie e liberali che non fecero che progredire lungo i secoli successivi.
    Nell'Umanesimo e nel Rinascimento si rivela l'ostilità al soprannaturale, al Magistero della Chiesa, così come all'austerità dei costumi. Nel Protestantesimo si trovano il libero esame, il minimalismo davanti al soprannaturale, l'impulso al divorzio, l'abolizione dello stato religioso, dell'austerità e della sottomissione espressa nei voti di povertà, castità e obbedienza, e l'eliminazione virtuale della gerarchia ecclesiastica. Effettivamente, in quasi tutte le sette protestanti esiste lo stato ecclesiastico. Ma la differenza limpida e profonda tra l'ecclesiastico ed il secolare, esistente nella Chiesa Cattolica, rimane in esse offuscata in virtù del modo in cui viene inteso il sacerdozio. Inoltre, la struttura gerarchica dello stato ecclesiastico, così come è istituita nella Chiesa, fu anche profondamente mutilata nelle sette protestanti con la negazione dell'elemento monarchico, che è il Papato. Se tra gli anglicani la tendenza ugualitaria non arrivò a sopprimere la dignità episcopale, tra i presbiteriani non vi sono più dignitari con il titolo di vescovo, ma soltanto preti. In altre sette il soffio dell'ugualitarismo giunse fino al punto di abolire perfino lo status sacerdotale.
    È chiaro che mettendo in risalto l'importanza del fattore liberale ed ugualitario nell'Umanesimo, nel Rinascimento e nel Protestantesimo, non pretendo negare che abbiano concorso altre cause nella loro genesi e espansione. Dico solamente che, all'origine, nella psicologia, nelle dottrine, in quello che oggi si chiamerebbe successo propagandistico, e nelle attività concrete di queste movimenti, la "Rivoluzione A tendenziale" , di significato radicalmente anarchico ed ugualitario, svolse il ruolo di forza trainante.
    Neppure pretendo affermare che questa forza trainante abbia operato soltanto nelle nazioni che si separarono dalla Chiesa. Il Rinascimento e l'Umanesimo soffiarono con la massima intensità anche nei paesi che si mantennero nominalmente cattolici. E, benché la "Rivoluzione A tendenziale" non fosse arrivata a provocare una rottura esplicita con la Chiesa, svegliò tuttavia forme latenti di protestantesimo, delle quali la principale fu il giansenismo. Questo produsse un progressivo raffreddamento religioso che culminò nello scetticismo. Un attento studio dell'assolutismo monarchico, che in nessun paese protestante assunse forme più radicali che nella Francia cattolica, mostra come la politica dei monarchi assoluti, in tutto ciò che non colpiva la loro propria autorità, era contrassegnata da un certo spirito ugualitario. La riduzione dei privilegi del clero e della nobiltà, progressivamente attuata dai monarchi assoluti, tendeva all'equiparazione politica di tutti i cittadini, ugualmente sottomessi al potere del re. Il continuo appoggio dei re alla parte più attiva e sviluppata delle plebe, cioè alla borghesia, contribuì ancor più all'uguaglianza politica.

    Seconda Rivoluzione: Enciclopedismo, Assolutismo, Rivoluzione Francese.

    La corruzione dei costumi, che andava crescendo verso la fine del Medioevo, raggiunse nel XVIII secolo un grado tale da allarmare persino qualcuno dei suoi corifei.
    La società francese, infiammata dai fattori che nei paesi nordici avevano prodotto il protestantesimo, si avviava, attraverso l'Enciclopedismo e l'Assolutismo, ad una profonda convulsione, la quale non sarebbe stata altro che la proiezione, nella sfera politica, sociale ed economica, e con nuovi sviluppi nel campo religioso e filosofico, di quella che era stata l'essenza del protestantesimo.
    Così, quando quest'ultimo, alla fine del XVIII secolo, vecchio e stanco, mostrava di non avere più forza d'espansione, minato interiormente dai progressi crescenti del dubbio e dello scetticismo, conservando alcuni residui di vita grazie principalmente al sostegno dello Stato, le tendenze liberali ed ugualitarie raggiunsero l'apice in Francia. L'Umanesimo ed il Rinascimento erano morti da molto tempo. Nel Protestantesimo, come si è detto, tutto si era logorato. Ma ciò che questi tre movimenti avevano di più dinamico e fondamentale - lo spirito che li aveva suscitati - gli sopravvisse, risultando più forte che mai. Detto spirito doveva gettare la Francia, e poi tutta l'Europa, in un cataclisma liberale ed ugualitario.
    La Rivoluzione francese era in tal modo marcata dallo spirito protestante che la Chiesa Costituzionale, da essa creata, non era altro che un mal dissimulato strumento per instaurare in Francia un vero protestantesimo. Il sentimento ugualitario, antimonarchico e antiaristocratico della Rivoluzione francese è la proiezione, nella sfera civile, della tendenza ugualitaria che aveva portato il Protestantesimo a respingere gli elementi aristocratici e monarchici nella gerarchia ecclesiastica. Il fermento comunista, che lavorava all'estrema sinistra della Rivoluzione e che finì per esprimersi in movimenti come quello di Babeuf, non era altro che la versione laica dei movimenti radicali, come quello dei Fratelli Moravi, che germogliarono da ciò che si poteva chiamare l'estrema sinistra protestante. La completa laicizzazione dello Stato, la parodia greco-romana, la continua evocazione delle repubbliche del paganesimo classico, mostravano l'effetto dell'Umanesimo, del Rinascimento e dell'Enciclopedismo sulla Rivoluzione Francese.
    Dobbiamo insistere. Il Protestantesimo, l'Umanesimo, il Rinascimento non furono altro che aspetti che lo spirito anarchico e ugualitario adottò nella sua lunga traiettoria storica. Questi aspetti si estinsero in parte perché lo spirito che li aveva suscitati, distruttore per eccellenza, li annichilì per andare sempre più avanti. La Rivoluzione francese non fu se non un nuovo aspetto, ancora più energico, di questo stesso spirito.

    La Rivoluzione francese si propagò in tutta l'Europa sulla punta delle baionette napoleoniche

    Attraverso vicissitudini storiche ben conosciute, la Rivoluzione francese, apparentemente conclusa con l'instaurazione dell'Impero, si propagò in tutta l'Europa sulla punta delle baionette napoleoniche. Le guerre e le rivoluzioni che contrassegnarono il periodo dal 1814 al 1918, cioè dalla caduta di Napoleone fino alla caduta degli Asburgo, dei Romanov e degli Hohenzollern, formano un complesso di convulsioni nel corso delle quali l'intera Europa si trasformò secondo lo spirito della Rivoluzione francese. I risultati della II Guerra Mondiale non fecero che accentuare ancor di più questa metamorfosi. Attualmente, resta soltanto una mezza dozzina delle antiche monarchie europee e tutte così timide e docili nel lasciarsi modellare sempre di più dallo spirito repubblicano, da dare l'impressione di scusarsi costantemente se sono ancora in vita.
    Nell'esporre queste osservazioni, non voglio negare in alcun modo che nelle strutture distrutte esistessero veri abusi, i quali richiedevano di essere corretti. Neppure voglio dire che l'adozione di una forma di governo elettiva e popolare possa essere solo il risultato dello spirito ugualitario e liberale che sto analizzando. Ciò non sarebbe la verità a livello dottrinale e neppure si giustificherebbe di fronte alla storia. Il Medioevo conobbe diverse strutture politiche aristocratiche, anche se non monarchiche, come la Repubblica di Venezia, e varie strutture senza carattere monarchico né aristocratico, come certi cantoni elvetici e città libere tedesche. Tutte queste forme di governo convivevano pacificamente tra di loro, poiché appariva chiara la legittimità delle diverse forme di governo secondo i tempi, i luoghi e le altre circostanze.
    La Rivoluzione che scoppiò alla fine del Medioevo era animata da uno spirito completamente differente da quello che portò alla formazione degli Stati aristocratici o borghesi dell'Europa medievale. Questo spirito comportava l'affermazione della libertà assoluta e anarchica e dell'uguaglianza completa come unica regola di ordine e di giustizia, valide per tutti i tempi e luoghi.
    Da parte sua, detto spirito minò la società borghese, politicamente ugualitaria, a cui diede origine. E passò, alla fine, a manifestare la più audace delle sue affermazioni nella terza grande Rivoluzione dell'Occidente, che è il comunismo.

    I principi del 1789: tendenza verso la completa libertà e uguaglianza

    La concezione ugualitaria si espresse nella" Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo" - magna charta della Rivoluzione francese e dell'era che inaugurò - in tutta la sua crudezza: "Gli uomini nascono e permangono liberi ed uguali nei loro diritti". È chiaro che questo principio è suscettibile di una corretta interpretazione. Fondamentalmente, cioè considerati nella loro natura, tutti gli uomini sono realmente uguali. Sono disuguali soltanto per le loro caratteristiche accidentali. D'altra parte, per essere dotati di un'anima spirituale e quindi di intelligenza e di volontà, sono fondamentalmente liberi. I limiti di questa libertà si trovano soltanto nella legge naturale e divina e nel potere delle diverse autorità spirituali e temporali alle quali devono sottostare gli uomini.
    Nessuno può negare che in ogni tempo siano esistite autorità che violarono la fondamentale uguaglianza e la fondamentale libertà dell'uomo, ed è evidente che nel corso della storia vi furono, di contro, successivi movimenti di difesa contro gli eccessi dell'autorità per cercare di contenerla nei suoi giusti limiti. Ed è ugualmente indiscutibile che tali movimenti, in quanto circoscritti a questo obiettivo, meritino soltanto plauso. L'uguaglianza e la libertà - rettamente intese - potevano utilmente essere riproposte nel XVIII secolo come in qualsiasi altra epoca.
    È certo che, nel 1789, tra i rivoluzionari della prima ora, c'erano persone che non desideravano che un giusto argine al potere pubblico, ed intendevano l'uguaglianza e la libertà promulgate dalla" Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo" nella sua interpretazione più accettabile.
    Ma il testo della famosa dichiarazione era troppo generico: affermava l'uguaglianza e la libertà senza porre loro alcuna restrizione, favorendo un'interpretazione elastica e inaccettabile, e quindi un'uguaglianza ed una libertà assoluta e senza freni.
    Ovviamente, questa interpretazione era quella che corrispondeva allo spirito della Rivoluzione nascente. Lungo il suo corso si sbarazzò di tutti quei suoi seguaci che non si adeguavano a questo spirito. La caccia ai nobili ed ai chierici fu seguita dalla caccia ai borghesi. Doveva soltanto sopravvivere il lavoratore manuale.
    Dopo la caduta del Terrore, la borghesia europea, desiderosa di eliminare le antiche classi privilegiate, continuò ad affermare gli "immortali princìpi" del 1789. Lo faceva in modo ambiguo e imprudente al fine di ottenere l'appoggio delle masse popolari contro il potere del re, dell'aristocrazia e del clero, incurante del fatto che avrebbe suscitato in loro la tendenza verso l'uguaglianza e la libertà complete.
    Questa imprudenza facilitò in ampia misura la nascita del movimento che avrebbe sfidato il potere della borghesia.
    Se tutti gli uomini sono liberi ed uguali, con quale diritto esistono i ricchi? Con quale diritto i figli ereditano, senza lavorare, i beni dei loro genitori?

    Il comunismo utopistico proclama essere una burla l'uguaglianza politica senza quella sociale ed economica

    Prima che l'industrializzazione formasse le grandi concentrazioni di sottoproletari affamati, il comunismo utopistico denunciava già come una burla la mera uguaglianza politica istituita dalla borghesia ed esigeva l'assoluta uguaglianza sociale ed economica. L'anarchia, che sognava una società senza autorità, guadagnava terreno. Questi princìpi radicali, che ebbero un numero ristretto di militanti nella fase del comunismo utopistico, raggiunsero più tardi una prodigiosa diffusione in Occidente. A poco a poco minarono anche la mentalità di non pochi monarchi, potenti ed altre personalità civili ed ecclesiastiche. Istillarono così, in ampie frange dei beneficiari dell'ordine allora vigente, una certa simpatia per la "generosità" degli "ideali libertari" ed ugualitari, nonché un "rimorso" riguardo la legittimità dei poteri dei quali erano investiti.
    La grande realizzazione di Carlo Marx non fu, a mio parere, l'elaborazione del cosiddetto comunismo scientifico, dottrina confusa e indigesta che pochi conoscono. Il marxismo è tanto ignorato dalle basi comuniste e dall'opinione pubblica dei nostri giorni quanto le elucubrazioni di Plotino o Averroè. Marx riuscì invece, e questo è vero, a scatenare l'offensiva comunista mondiale collegando gli adepti di una tendenza radicalmente ugualitaria e anarchica, ispirata al comunismo utopistico.
    In altre parole, se i leader marxisti sono imbevuti di Marx in maggiore o minore misura, i soldati da loro comandati ordinariamente non sono in grado di apprendere la dottrina. Ciò che li porta a seguire i capi sono vaghi aneliti di uguaglianza e di giustizia ispirati al socialismo utopistico. E se i marxisti trovano in certi settori dell'opinione pubblica un'aureola di simpatia, lo devono in fondo all'irradiazione quasi universale dei princìpi ugualitari della Rivoluzione francese e del sentimentalismo romantico inerente al socialismo utopistico.

    Un sostrato ugualitario e anarchico continua ad influire profondamente sull'opinione pubblica

    Da tutte queste considerazioni risalta con chiarezza il fattore che è la causa principale del caos nel quale va sprofondando l'Occidente e verso il quale sta trascinando il resto del mondo. Questo fattore consiste nell'accettazione assai generalizzata delle tendenze e dottrine di sostrato ugualitario e anarchico che, sebbene interamente démodées nei circoli propriamente intellettuali, continuano tuttavia ad influire profondamente sull'opinione pubblica. E così servono da esca ai comunisti per trascinare dietro di loro, in determinate congiunture politiche, le moltitudini con le quali intendono demolire le ultime vestigia di sacralità e gerarchia della civiltà cristiana ancora esistenti.
    Questo non vuol dire che il pensiero di Proudhon e dei suoi correligionari costituisca il grande motore ideologico degli avvenimenti contemporanei. Gli utopisti sono morti e quasi nessuno si ricorda di loro. Essi non furono che una tappa nella grande traiettoria cominciata con i movimenti ideologici e culturali del XV secolo. Contribuirono a universalizzare le aspirazioni di livellamento economico-sociale che la Rivoluzione francese conteneva soltanto in germe. Dette aspirazioni di totale uguaglianza economica e sociale, di cui gli utopisti furono solo i portavoce, raggiunsero un'eco diffusa in tutto il mondo. Questa eco prosegue lungo la storia molto dopo che sono caduti nel dimenticatoio sia loro che le loro opere.
    Se vogliamo, quindi, fermare il cammino verso la nuova catastrofe che incombe, bisogna principalmente eliminare il tragico errore dottrinale che identifica l'uguaglianza assoluta con la giustizia assoluta, e la vera libertà - alla quale la Verità e il Bene assoluto hanno diritto - con il via libera e anche il sostegno a tutti gli errori e a tutti i disordini.
    Tutto questo ci conduce a pensare alla Controrivoluzione.

    La Contro rivoluzione deve segnalare gli errori metafisici fondamentali della Rivoluzione

    Nel corso degli ultimi secoli molti movimenti si sono levati contro il processo rivoluzionario. Tuttavia il loro successo fu effimero e, a volte, addirittura nullo. Non che a questi movimenti mancasse l'appoggio di brillanti talenti, né di persone collocate in posizioni elevate, né di ampi settori popolari. Ma questi movimenti si limitarono, la maggior parte delle volte, a combattere contro l'una o l'altra delle espressioni religiose, politiche, sociali ed economiche della Rivoluzione. Sebbene di tanto in tanto indicassero gli errori rivoluzionari più profondi e di portata metafisica, non insistevano sufficientemente su di loro. Di conseguenza la Rivoluzione continuava imperterrita il suo corso.
    Altri giudicavano più abile usare il suo linguaggio e le sue tecniche per fermarla e scagliarsi contro qualcuno degli innegabili abusi che la stessa Rivoluzione denunciava. In questo modo cercavano di "toglierle i pretesti". Certo, combattere gli abusi è sempre meritorio. Ma quanta ingenuità c'era nell'immaginare che la forza della Rivoluzione avesse le radici soprattutto nell'indignazione causata da certi abusi contro i quali si scagliava! La storia ha provato quanto fosse fallace questa tattica. Alcuni abusi, che esistevano alcuni decenni or sono, furono corretti così efficacemente in Europa che Pio XII poté dire ai cattolici riuniti a Vienna per il Katholikentag: "La Chiesa guarda oggi indietro alla prima epoca delle lotte sociali contemporanee. Al centro dominava la questione operaia: la miseria del proletariato e il dovere di elevare questa classe, consegnata senza difesa alle incertezze della congiuntura economica, alla dignità delle altre classi dotate di diritti concreti. Questo problema può essere oggigiorno considerato risolto, almeno nella sua essenza, e il mondo cattolico ha contribuito in modo leale ed efficace a questa soluzione" (Radiomessaggio del 14 settembre 1952. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. XIV, p. 313). E tuttavia, la Rivoluzione continua a ruggire più minacciosa che mai.
    Così, senza negare il carattere meritorio di tanti movimenti di valenza controrivoluzionaria nel passato o nel presente, senza neppure negare ciò che vi è di benemerito nella lotta contro le ingiustizie insite nell'attuale ordine di cose, mi sembra che la grande necessità dei nostri giorni consista nel segnalare gli errori metafisici fondamentali della Rivoluzione e l'intimo nesso esistente tra queste tre grandi ondate che si rovesciarono contro la Cristianità occidentale: in una prima tappa l'Umanesimo, il Rinascimento e la Pseudo-Riforma protestante (prima Rivoluzione); più tardi la Rivoluzione francese (seconda Rivoluzione); ed infine il Comunismo (terza Rivoluzione).

    Nel campo delle idee non esistono soltanto l'antico ed il nuovo ma soprattutto, il vero e l'eterno

    Nel leggere questo "autoritratto filosofico" sarà venuta in mente a molti, fin da principio, un'obiezione: tutto questo è anacronistico e incapace di attecchire nel mondo in cui viviamo.
    I fatti parlano in senso contrario. Nel campo delle idee non esiste soltanto l'antico ed il nuovo come vogliono gli evoluzionisti. Esiste, soprattutto, il vero, il buono, il bello ed il perenne, in irriconciliabile contrapposizione con l'errore, il male ed il mostruoso. E di fronte al verum, bonum e pulchrum significativi settori della gioventù moderna non solo non rimangono insensibili, ma si schierano risolutamente a favore della sua espansione.
    La tradizione del perenne non è morte, ma vita. Vita di oggi e vita di domani. Non si spiegherebbe in altro modo l'influsso delle diverse TFP tra i più giovani.
    Non pretendo tanto difendere solamente il passato, quanto collaborare - assieme ad altre forze vive - per influire sul presente e preparare il futuro. Sono sicuro che i princìpi ai quali ho consacrato la mia vita sono oggi più attuali che mai e indicano il cammino che il mondo seguirà nei prossimi secoli.
    Gli scettici potranno sorridere, ma il sorriso degli scettici non è mai riuscito a fermare la marcia vittoriosa di coloro che hanno Fede.


    Plinio Corrêa de Oliveira, Autoretrato filosófico, in Catolicismo, octubre de 1996; Trad. Italiana in: Supplemento di Tradizione Famiglia Proprietà, periodico d'informazione sulle associazioni per la difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà - TFP. A cura della Fondazione per una Civiltà Cristiana.Trad. Inglese in:
    http://www.tfp.org/who_we_are/philos_self_portrait.html


  3. #3
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    Correa de Oliveira... chiunque si autodefinisca conservatore deve almeno aver valutato la sua teoria della contro-rivoluzione, e sapere quale sia la sua visione storica.
    Dobbiamo molto a lui e alla sua riflessione storico-culturale, indubbiamente, e (al pari di Burke) la distanza, in questo caso geografica ancor più che sotirca, non intacca il valore delle sue considerazioni.

    Sicuramente un autore da tenere presente per il prosieguo dell'opera de Il Conservatore.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Correa de Oliveira... chiunque si autodefinisca conservatore deve almeno aver valutato la sua teoria della contro-rivoluzione, e sapere quale sia la sua visione storica.
    Dobbiamo molto a lui e alla sua riflessione storico-culturale, indubbiamente, e (al pari di Burke) la distanza, in questo caso geografica ancor più che sotirca, non intacca il valore delle sue considerazioni.

    Sicuramente un autore da tenere presente per il prosieguo dell'opera de Il Conservatore.

    Caro Ugo, leggo con piacere queste tue considerazioni. Avevo intenzione infatti di proporre da gennaio la lettura del classico Rivoluzione e Contro-rivoluzione che possiedo in formato digitale.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Caro Ugo, leggo con piacere queste tue considerazioni. Avevo intenzione infatti di proporre da gennaio la lettura del classico Rivoluzione e Contro-rivoluzione che possiedo in formato digitale.
    E io, caro Florian, ho intenzione di farti un monumento: "Rivoluzione e Contro-rivoluzione" è nella mia wish-list da anni, dopo che ne ebbi il piacere di leggere un paio di capitoletti in qualche incontro con persone di Alleanza Cattolica.
    Averla in formato digitale sarebbe davvero fantastico.

 

 

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